Il patrimonio della Galleria Nazionale di Cosenza si arricchisce della scultura Grande Maternità di Antonietta Raphaël (Vilnius 1895 - Roma 1975). L’opera giunge nelle collezioni del museo per volontà del donante, Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, con decisione condivisa da Giulia Mafai, figlia dell’artista; a conclusione di un delicato intervento di restauro sarà esposta accanto alle sculture di Giorgio de Chirico, Emilio Greco, Pietro Consagra, Mimmo Rotella, completando, nella sala dedicata, il nucleo donato dalla Famiglia Bilotti.

Una biografia cosmopolita tra Lituania, Londra e Roma
Antonietta Raphaël nasce a Kovno, un piccolo villaggio nei pressi di Vilnius, oggi capitale della Lituania, il 29 luglio. L'anno di nascita, 1895, è sempre rimasto incerto. Il padre Simon, rabbino della piccola comunità ebraica, muore nel 1903. La vita per la famiglia diventa molto difficile, in un clima in cui monta l'antisemitismo fomentato dalla polizia zarista. Nel 1905 la famiglia di Antonietta emigra a Londra. Qui Antonietta vive per quasi vent'anni. Ha quasi trent'anni quando lascia Londra nel corso del 1924, per un viaggio solitario senza una meta precisa: si ferma a Parigi per alcuni mesi e poi giunge a Roma con l'intenzione forse di proseguire verso la Grecia, forse l'Egitto. Ma Roma con i suoi colori mediterranei è una rivelazione. E poi qui incontra Mario Mafai e ne diviene, con alterne vicende, la compagna di una vita.
La vita di Antonietta Raphaël sembra restituire in forma di carta geografica la storia dell’Europa del Novecento. Co-fondatrice della Scuola di Via Cavour, assieme a Mafai e Scipione, sperimenta una pittura di matrice espressionista. Centrale, nella sua vita come nel suo lavoro, la sua famiglia con la nascita di Giulia, Simona e Miriam. Nel 1930, con le tre figlie e Mafai, si trasferisce nuovamente a Parigi, dove inizia a studiare scultura. Resta in Francia per quattro anni, fatta eccezione per un breve soggiorno a Londra dove incontra Jacob Epstein.
La metamorfosi artistica: dalla pittura alla scultura
I critici hanno esaminato nel tempo diversi aspetti dell'opera di Antonietta Raphaël, che oscilla tra pittura e scultura. Sono stati analizzati i problemi principali, come il tema ricorrente di maternità, femminilità, identità e creazione, nonché il suo fascino per la mitologia. È stato anche esaminato il suo contributo alla "Scuola di via Cavour", con Mario Mafai e Scipione Bonichi. Antonietta Raphaël passa a dedicarsi alla scultura nel 1930 dopo che la pittura si era trasformata in una fonte di tensione per il suo matrimonio: "È difficile per due pittori vivere insieme", ammise Raphaël Mafai.
Cesare Brandi la definisce “l’unica autentica scultrice italiana”. Lei dice: “la sola parola scultura mi riempie di una paura quasi religiosa”. Nonostante la sua bravura, nonostante fosse la più cosmopolita della Scuola romana, l’ombra maschile del marito e di artisti come Scipione non le permetterà di raggiungere il giusto riconoscimento da parte della critica, ancora molto segnata dai pregiudizi. E così sceglie coraggiosamente di cambiare percorso e passa alla scultura. Ha una forza fisica straordinaria che le permette di scolpire la pietra con grande abilità. Vestita con la sua tuta blu, con quelle mani forti scardina i pregiudizi, li scolpisce via.
Il tema della Maternità: l’inizio delle cose
Per Firenze, la madre di tutti gli artisti, dopo l'alluvione, la scultrice lituana Raphael Mafai donò la sua Maternità in bronzo a grandezza naturale (1968) ai Musei Civici di Firenze. Attualmente è esposta al primo piano della loggia esterna del Museo Novecento. Il pezzo rappresenta una madre in piedi, in posizione protettiva sul suo piccolo bambino, ma il titolo dell'artista è più che letterale. "Con maternità intendo l'origine del mondo", scrisse una volta, "…l'inizio delle cose …di tutte le cose."

Racconta Daniela Ferraria che a un critico che le chiedeva della sua pratica, rispondesse: “Lavoro, ho sempre lavorato a un soggetto: la madre con il bambino cioè la genesi e la maternità. Come maternità intendo l’inizio del mondo, l’inizio delle cose, di tutte le cose”. In una intervista con la giornalista Adriana Giombarresi, Giulia Mafai descrive in questo modo la sua rivoluzionaria mamma-artista: "Mia madre era una strega perché non sapeva cucinare, fare i piatti, tenere la casa e faceva tutt'altro. Suonava, dipingeva, discuteva di filosofia e poesia e litigava su questi temi con mio padre. Era una madre non identitaria, impossibile da paragonare ad altre madri".
Il substrato culturale: le radici ebraiche e l’identità
Alla base del lavoro di Raphaël c'era il suo background ebraico, un solido substrato culturale che fungeva sia da cornice di riferimento sia da filtro nei rapporti con gli altri. Le sue radici ebraiche erano più una complessa questione di identità che una questione di fede. Fu principalmente su questo complesso fondamento che Raphaël costruì il suo linguaggio polifonico personale. Non dimenticherà mai le sue origini, soprattutto quelle lituane chassidiche; rappresenta e dipinge il padre rabbino a Kaunas; si porta con sé la Hannukia paterna che viene addirittura rappresentata dal marito Mario Mafai tanto è parte delle loro vite.
Giorgia Calò ci racconta Antonietta Raphaël Mafai, artista del Novecento.
Nel 1938, in seguito all'alleanza italo-tedesca, vengono emessi i “provvedimenti per la difesa della razza italiana“, che negano agli ebrei impieghi pubblici e l'insegnamento. I tempi si fanno cupi e la famiglia ripara in campagna, vicino Forte dei Marmi, e poi a Genova. In questi anni la Raphaël vive appartata e lavora intensamente. "Di quel periodo è la scultura Fuga da Sodoma in cui c’è tutta l’angoscia di un secolo buio e di una situazione personale difficile con questa madre con i figli quasi inglobati dentro la materia, dentro di sé".
La vita privata e il sodalizio artistico con Mario Mafai
La mostra Mario Mafai e Antonietta Raphaël: Un’altra forma di amore è il grande omaggio ad una delle coppie più influenti dell’arte italiana del Novecento. Riflettendo su oltre cento opere, il percorso espositivo racconta un sodalizio artistico e sentimentale che ha segnato profondamente la scena culturale romana e internazionale. Il titolo della mostra deriva da una lettera di Mafai: un amore “venato di sottili nostalgie”, dove la libertà creativa di entrambi diventa fondamento di un legame che sfida la tradizione romantica.
In un'altra lettera del 11 agosto 1925, Antonietta scrive a M. Mafai: "La luna pallida seguita da una stella l’unica mica sua in questa notte. S’era una notte divina. Una notte da romanzo, una notte di amore! I raggi della luna proiettava per tutto montagne ed Appennini, erano coperto con un velo di verde smeraldi pallida. Essi sembravano come fantasmi che sorgevano dalla terra, come se volessero respirare l’aria fresca del mondo sopre".
I due si allontaneranno, ma il legame rimarrà vivo come testimonia il grande ritratto di Mafai che apre la mostra. Un ritratto fatto dalla scultrice in occasione della scomparsa del marito nel 1965 e parte della collezione della Galleria Nazionale. La loro storia è speculare, fatta di dualismi continui, di confronti tra più piani, ma soprattutto di una dedizione assoluta all'arte, che ha permesso a Raphaël di affermarsi come figura viva e vitale per le scultrici di oggi.

Sviluppi artistici e ultimi anni
Gli anni '50 sono anche gli anni dei viaggi: più volte e lungamente in Sicilia, in Cina e in Spagna. Nel 1960 viene pubblicata la prima monografia e il Centro Culturale Olivetti le dedica un'antologica. Gli anni Sessanta continuano ad essere anni di grande lavoro, ancora sculture e grandi dipinti dedicati a temi biblici come Il cantico dei cantici e Le lamentazioni di Giobbe, ma anche anni di dolore per la malattia e poi la morte di Mafai nel 1965.
Prima del 1970 realizza la fusione di tutte le sue sculture. Incoraggiata da Giuseppe Appella si dedica con passione alla litografia mentre continua ad affrontare, con l'energia straordinaria che ha caratterizzato tutta la sua vita, le ultime due grandi tele, forse le più gioiose di tutte la sua produzione: Omaggio a Picasso e Grande Concerto sul Lago di Vico. Muore a Roma il 5 settembre 1975, lasciando un’eredità artistica che continua a interrogarci sulla complessità dell’identità, della maternità e della libertà creativa.
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