L'interruzione di gravidanza è un tema dibattuto a livello globale, con le legislazioni sull'aborto che variano notevolmente da paese a paese, riflettendo le diverse posizioni culturali, etiche e religiose sul tema. Mentre alcuni paesi hanno adottato leggi che permettono l'aborto in determinate circostanze, altri impongono restrizioni significative o vietano completamente l'aborto. Le motivazioni ammesse per l'interruzione di gravidanza sono diverse: in primo luogo i casi in cui l'aborto è praticato per salvaguardare la salute della madre, in caso di gravi malformazioni del feto, e di gravidanza a seguito di violenza sessuale subita. Queste motivazioni sono ammesse anche in alcuni paesi di stampo conservatore, come l'Iran. In altre nazioni, inoltre, si tiene conto anche di istanze psicologiche e sociali, tra queste: il desiderio o meno della donna di diventare madre, la gravidanza dovuta a rapporti preesistenti o al di fuori di quello vissuto correntemente dalla donna, il timore della reazione del proprio nucleo familiare o della società in genere, per esempio per la giovane età o nel caso di una gravidanza avvenuta al di fuori da quanto sia percepito come lecito o opportuno.

In altre nazioni ancora, l'aborto è imposto alla donna o fortemente raccomandato quando il nascituro non abbia le caratteristiche volute dalla famiglia, prima fra tutte il genere. Questa condizione sociale privilegia i maschi rispetto alle femmine che vengono, in alcuni stati, sistematicamente abortite. A tal proposito, in India, per esempio, dal 1994 sono stati vietati gli esami prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro. Tuttavia sono molti i medici disposti ad ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. Anche per questo ha fatto scalpore l'arresto di un medico, Anil Sabhani, che ha praticato nel 2006 un aborto selettivo di un feto di sesso femminile. Il medico ed il suo assistente sono stati condannati a due anni di prigione e a pagare un'ammenda di 5.000 rupie a testa (circa 100 dollari). Secondo uno studio del Lancet, una rivista medica, in India l'aborto selettivo impedirebbe la nascita di 500.000 bambine all'anno. Il governo indiano stima che nel 1991 ogni 1000 uomini nel paese vivevano 972 donne, mentre nel 2001 la media era scesa a 933. Per scongiurare l'aborto di feti femminili il governo, insieme al Plan International, ha prodotto anche una soap opera intitolata Nata dall'anima, per raggiungere e sensibilizzare le donne. Intorno alla metà del secolo scorso è stata introdotta la normativa del figlio unico, per ridurre la sovrappopolazione, ma questa legge ha portato ad un rapido declino della nascita di femmine. Si preferisce, per continuità dinastica, avere figli maschi, che al matrimonio restano in casa e si occupano degli anziani genitori, piuttosto che una femmina. Si è recentemente tentato di legiferare contro l'aborto selettivo, ma alla fine non si è giunti a nessun risultato: è considerato diritto della donna conoscere il sesso del nascituro.
L'Argentina Capofila nel Sud America: La "Marea Verde" e la Legge 27610
L'Argentina è diventata il più grande paese latinoamericano ad aver legalizzato l'aborto volontario dopo che il suo Senato ha approvato una nuova legge sul tema con 38 voti favorevoli, 29 contrari e un'astensione. Si tratta di un momento storico per i diritti delle donne in Sud America: attiviste e attivisti pro-choice hanno vegliato a lungo fuori dal palazzo del Congresso di Buenos Aires, in attesa della decisione dell’assemblea legislativa, scoppiando a festeggiare quando il risultato è stato annunciato nelle prime ore della mattina del 30 dicembre. Il disegno di legge, sottoposto al Congresso argentino dal presidente di sinistra del paese Alberto Fernández, ha reso legali le interruzioni volontarie di gravidanza entro le prime 14 settimane di gestazione. L'approvazione da parte della camera bassa era arrivata già all'inizio di dicembre.
L'Argentina approva la legge che legalizza l'aborto
La legge n. 27610, approvata in Argentina in data 30 dicembre 2020, consente, a certe condizioni, l’interruzione volontaria di gravidanza entro la quattordicesima settimana. Questa legge argentina, approvata dal Senato con 38 voti a favore e 29 contrari, consentirà l’interruzione legale e gratuita della gravidanza, in condizioni di sicurezza, per la donna che vi ricorre. Fino alla quattordicesima settimana la donna potrà infatti firmare un consenso scritto, da rilasciare obbligatoriamente in conformità alla legge 26.529 sul consenso informato, dopodiché la pratica dovrà essere effettuata dal personale sanitario entro un breve lasso di tempo. In particolare, il consenso potrà essere liberamente prestato da donne di età superiore ai 16 anni, mentre verrà richiesto anche il consenso di uno dei genitori obbligatoriamente per le ragazze di età inferiore ai 13 anni, solo in caso di patologie pregresse e/o rischio per la salute della ragazza se in età compresa tra 13 e 16 anni.
Con questa riforma sono stati modificati gli articoli 85, 86 e 88 del codice penale argentino ed è stato aggiunto l’articolo 85bis, che punisce gli operatori sanitari che ingiustificatamente ritardino, ostacolino o rifiutino di eseguire l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi consentiti dalla legge. Prima della legge, nel Paese l’aborto era consentito solo nel caso in cui la madre fosse stata vittima di stupro oppure fosse in pericolo di vita. Il presidente Alberto Fernandez, promotore della legge, ha dichiarato che ogni anno più di 38.000 donne vengono portate in ospedale a seguito di complicanze dovute ad aborti illegali, effettuati clandestinamente e senza le condizioni sanitarie adeguate a tutelare la salute della donna, e che dal ritorno della democrazia in Argentina nel 1983 più di 3.000 donne sono morte per le stesse ragioni. La legge è anche il risultato di numerose proteste e manifestazioni, che si susseguono a partire dal 2015, e fa seguito ad un altro disegno di legge, respinto dal Senato nell’agosto del 2018.

La "marea verde", dal colore delle bandane, il cosiddetto pañuelo verde, che le manifestanti indossano, ha invaso festante le strade di Buenos Aires dopo l'approvazione della legge che ha legalizzato l'aborto volontario dopo 15 lunghi anni di lotte. La marea verde, dopo questa vittoria, non si ferma di certo, anzi è più in fermento che mai perché l'Argentina sarà anche il più grande stato latinoamericano ad aver legalizzato l'interruzione volontaria di gravidanza, ma nel resto dell'America Latina la situazione è tutt'altro che rosea, con stati che arrivano a punire l'aborto con la reclusione fino a cinquant'anni.
Panorama Legislativo in America Latina e nei Caraibi: Tra Progressi e Restrizioni Profonde
In tutta l'America Latina e i Caraibi, l’interruzione volontaria di gravidanza rimane un diritto negato o criminalizzato in molti Paesi. "Madre per scelta, non per obbligo", "Bambine, non madri" e "Il mio corpo, la mia decisione" sono solo alcuni degli slogan che migliaia di donne hanno gridato lo scorso 28 settembre in diverse capitali latinoamericane, in occasione della Giornata Internazionale per l’Aborto Sicuro. Questa ricorrenza, nata dalla lotta delle attiviste riunitesi nel 1990 in Argentina, durante il V Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, è diventata una data simbolo per il riconoscimento di un aborto legale, sicuro e accessibile a livello globale.
Nonostante i progressi ottenuti, l’interruzione di gravidanza continua a essere stigmatizzata e criminalizzata in molti Paesi dell’America Latina e del Caribe, dove donne e ragazze sono spesso costrette a ricorrere a metodi illegali e pericolosi che mettono a rischio la loro vita e la loro salute. Stando agli ultimi dati disponibili, il 10% delle morti materne nella regione è dovuto a interruzioni di gravidanza clandestine. Secondo i dati del Guttmacher Institute, ogni anno, nell’area del Sud America e dei Caraibi, 760 mila donne vengono ricoverate per complicanze legate agli aborti non sicuri.

Nel complesso panorama in materia di aborto nella regione latinoamericana e del Caribe, la situazione del riconoscimento del diritto varia significativamente da Paese a Paese. L’interruzione di gravidanza è consentita senza restrizioni in Argentina, Uruguay, Cuba, Messico e Colombia. In Paraguay, Costa Rica, Venezuela, Perù e Guatemala l’aborto è permesso solo in situazioni di rischio per la vita della gestante. In questi Paesi le leggi prevedono anche pene detentive per chi pratica l’aborto e per il personale che lo assiste. Panama, Cile e Bolivia consentono l’aborto anche in caso di stupro o se la vita della gestante è a rischio. Stesse condizioni sono previste in Brasile dove si aggiungono i casi di anencefalia del feto. In Messico, invece, l’aborto è stato autorizzato su tutto il territorio nazionale nel 2023, ma alcuni Stati non si sono ancora adeguati alla legislazione federale, creando disparità nell’accesso ai servizi. Il caso di Città del Messico è un'eccezione nel Paese. Qui l'aborto è legale fino a dodici settimane di gravidanza. Altri Stati del Messico, invece, hanno inasprito le proprie norme negli ultimi anni.
La situazione è invece particolarmente complessa in El Salvador, Nicaragua, Honduras e Repubblica Dominicana, dove l’aborto è criminalizzato in ogni circostanza. In particolare, in El Salvador l’aborto può essere considerato omicidio aggravato, e la madre, insieme al personale medico coinvolto, rischia pene detentive che vanno dai 30 ai 50 anni di carcere. Fino al 2006, in Nicaragua l'aborto terapeutico era in vigore da più di 100 anni ma in quell'anno il Paese ha criminalizzato l'interruzione volontaria della gravidanza in tutte le circostanze, fortemente influenzata dalle Chiese cattolica ed evangelica. In El Salvador, l'aborto era permesso quando la vita della madre era a rischio fino al 1997. Oggi è completamente proibito. In Honduras erano stati approvati nel 1997 degli articoli di legge volti a depenalizzare l'aborto per motivi terapeutici, eugenetici e legali, ma sono stati successivamente abrogati per decreto. Oggi, tutti i casi di aborto sono punibili da 3 a 10 anni di carcere.
In Sudamerica prima dell'Argentina solo Cuba (dal 1965), Uruguay (legge n. 18.987 del 2012) Guyana (legge n. 7 del 1995) e le regioni di Città del Messico (riformando gli articoli 144-148 del Codice Penale del distretto federale) e Oaxaca (decreto n. 806/2019) hanno approvato una legislazione aperta in tema di aborto. L'Uruguay è stato il primo Paese ad introdurre il suffragio universale femminile nel 1927 ed è stato nuovamente apripista depenalizzando l'aborto nelle prime 12 settimane di gravidanza (14, in caso di stupro) nel 2012. Ma in tutta l'America Latina, è Cuba lo Stato pioniere della legalizzazione dell'aborto. Le donne cubane sono state anche tra le prime ad acquisire il diritto di voto nei Caraibi, nel 1934.
Il Peso di Cultura, Religione e Obiezione di Coscienza
La forte componente religiosa che connota le società sudamericane conduce a un uso distorto e diffuso dell’obiezione di coscienza e alla generale negazione di diritti previsti dalla legge da parte degli operatori giuridici e sanitari. "Un 'conservatorismo persistente', associato a influenti partiti politici di impronta religiosa, ha finora bloccato le modifiche legali per ampliare i diritti relativi all'aborto, alla contraccezione e alla sessualità." La Chiesa Cattolica, che ha molto peso in America Centrale, gioca un ruolo essenziale nella campagna per la difesa dei "non nati".
In questi contesti, l’obiezione di coscienza sfocia in una moltitudine di casi nei quali i diritti vengono negati a causa della negligenza o dell’opposizione dei sanitari, spesso anche in seguito a vicende drammatiche. Nell’agosto 2020, infatti, nell’ospedale della capitale dello Stato di Espírito Santo, Vitória, fu ostacolato il diritto all’aborto a una minore di dieci anni, che era rimasta incinta dopo aver subito violenza da parte di un familiare. Casi come questo sono emblematici delle difficoltà di implementazione di diritti legalmente riconosciuti, ma difficilmente accettati da parte di una non trascurabile componente delle società sudamericane. In questo senso, le autorità dovrebbero intervenire in maniera decisa al fine di garantire i diritti previsti dalla legge. Spesso, però, questo non avviene: in seguito a questo caso a settembre 2020 è stata emanata un’ordinanza del ministero della Salute brasiliano, che rivede i protocolli di ricevimento delle richieste di procedura abortiva in seguito a violenza sessuale.

L'esperienza di paesi al di fuori dell'America Latina offre ulteriori spunti. La legge italiana che regola l'accesso all'aborto è la legge 22 maggio 1978, n. 194. Essa consente alla donna, nei casi previsti, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, consigliare gli enti locali, e contribuire al superamento delle cause dell'interruzione della gravidanza. Il ginecologo può esercitare l'obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo" (art. 9). Ancora oggi in Italia 7 ginecologi su 10 si rifiutano di praticare l’aborto. Secondo il report Mai Dati, nel paese ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza, 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiettori tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS. Sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Questo testimonia come anche dove il diritto all'aborto è sancito, la sua accessibilità pratica possa essere ostacolata.
Similmente, la Corte europea dei diritti dell'uomo in diversi casi ha constatato la violazione dei diritti umani da parte della Polonia a causa della sua incapacità di garantire l'accessibilità pratica dell'aborto legale.
Movimenti Femministi e Battaglie per i Diritti Riproduttivi
Nel complesso panorama in materia di aborto nella regione latinoamericana e del Caribe una costante emerge con forza: i movimenti di attiviste e femministe hanno avuto e continuano ad avere un ruolo cruciale nella depenalizzazione dell’aborto e nell’estensione delle circostanze in cui è consentito. In Argentina l’aborto è stato legalizzato soprattutto grazie alla pressione esercitata dal movimento “Marea Verde“, che si è trasformato in un fenomeno di massa capace di rivitalizzare i movimenti femministi a livello globale.
Ispirate dall’esperienza argentina, le attiviste messicane sono riuscite a far riconoscere in otto Stati il diritto delle donne e delle ragazze di decidere liberamente se portare avanti una gravidanza. In Colombia, il movimento “Causa Justa“, che riunisce oltre 100 gruppi e migliaia di attiviste, ha contribuito in modo decisivo a cambiare sia il quadro giuridico che la percezione sociale dell’aborto nel Paese. Anche a Porto Rico le attiviste pro-choice hanno ottenuto importanti successi, riuscendo a far respingere quattro proposte di legge in Congresso che miravano a limitare l’accesso all’aborto e a punire le donne che lo praticavano. Gran parte dei progressi in materia di diritti riproduttivi in America Latina e nei Caraibi sono dunque il risultato diretto dell’impegno delle stesse donne.

La spinta dei movimenti femministi si è dimostrata fondamentale. Il movimento #NiUnaMenos è stato in grado di mobilitare le donne come portatrici di diritti e aprire un dibattito pubblico e politico senza precedenti con eco internazionale tramite proteste come il "Mercoledì nero" nel giugno 2016 e il primo sciopero internazionale delle donne l'8 marzo 2017 che ha riunito attiviste da circa 60 paesi. Qualche passo avanti in questo senso arriva dal Cile dove l'aborto al momento è consentito solo in caso di stupro, rischio per la vita della donna e gravi malformazioni del feto. Nel Paese è nata la Cómision de Mujeres y Equidad de Género (Commissione per le Donne e per la Parità di Genere) che lo scorso 13 gennaio ha avviato una prima discussione per depenalizzare l’aborto volontario entro le 14 settimane di gestazione coinvolgendo anche i movimenti femministi del Paese.
Casi Emblematici di Restrizione e Minaccia: Il "Bill 1904" in Brasile
Le ultime notizie arrivano dal Brasile, e non sono incoraggianti: migliaia di manifestanti, donne e non soltanto, si stanno riversando nelle strade e nelle piazze delle principali città del paese, a partire da San Paolo (ma anche a Rio de Janeiro, Brasilia, Recife, Manaus), per protestare contro un disegno di legge, presentato dai conservatori al Congresso, che punta a equiparare all’omicidio l’interruzione di gravidanza eseguita dopo 22 settimane dal concepimento. Oggi in Brasile le leggi sull’aborto sono particolarmente restrittive: è di fatto consentito soltanto in caso di stupro, di malformazione cerebrale del feto (anencefalia) e quando la vita della madre è in serio pericolo. E il codice penale brasiliano prevede una condanna da uno a tre anni di carcere per le donne (e per i medici o per il personale sanitario) che interrompono, al di fuori dei casi citati, una gravidanza.

La nuova norma, chiamata Bill 1904, proposta dai legislatori evangelici - la comunità in Brasile è potentissima ed è la “colonna portante” dell’ideologia di estrema destra professata dall’ex presidente Jair Bolsonaro - non soltanto inasprirebbe le condanne da 6 a 20 anni di carcere, ma andrebbe a colpire anche le donne vittime di stupro. Il che ha scatenato le proteste delle associazioni in difesa dei diritti delle donne. «Non lasceremo le strade fino a quando questo disegno di legge non sarà accantonato», ha promesso Ana Luiza Trancoso, membro del collettivo Juntas e del Fronte di Stato per la legalizzazione dell’aborto. I manifestanti sono certi che il testo, se diventerà legge, riguarderà soprattutto le bambine vittime di stupro.
Secondo il Forum sulla Sicurezza pubblica, nel 2022 gli stupri in Brasile sono stati quasi 75mila: nel 61% dei casi le vittime sono bambine al di sotto dei 13 anni, percentuale che sale al 75% sotto i 18 anni. «Le violenze avvengono spesso in casa (68% dei casi). E le bambine a quell’età non sono ancora pienamente consapevoli del loro corpo, non sanno cosa significhi essere incinte - ha proseguito Trancoso -. Ecco perché la scoperta della gravidanza arriva spesso tardi. Inoltre, sappiamo che i servizi di aborto legale pongono sempre degli ostacoli. In alcuni casi, le ragazze hanno dovuto trasferirsi in un’altra città o in un altro stato per abortire, il che fa trascorrere giorni e settimane». Fino ad arrivare al paradosso che la donna vittima dell’abuso sessuale, a prescindere dall’età, rischierebbe una condanna superiore a quella di chi commette il crimine, dello stupratore.
Il disegno di legge sembra quasi una provocazione verso la maggioranza progressista che sostiene il presidente Lula, che in campagna elettorale aveva tentato di “conquistare” il voto degli evangelici professando la sua contrarietà all’interruzione di gravidanza. Il promotore della legge è Sostenes Cavalcante, un deputato federale, vicepresidente della Camera e pastore evangelico dell’Assemblea di Dio, membro del Partido Liberal, di estrema destra, dell’ex presidente Bolsonaro. Di fronte al montare delle polemiche, Cavalcante si è limitato a dirsi pronto a proporre un inasprimento delle pene per gli stupratori. Ma nessun passo indietro rispetto al cuore della norma, che ha invece raccolto soltanto critiche, sia dalle istituzioni, sia dalla società civile.
A partire proprio dal presidente, che non è immediatamente intervenuto, ma che dal recente G7 in Italia ha dichiarato: «Io, Luiz Inácio Lula da Silva, resto contrario all’aborto. Ma dal momento che l’aborto è una realtà, dev’essere considerato come un problema di salute pubblica. E penso che sia una follia voler punire una donna con una pena superiore del criminale che ha commesso lo stupro». Il presidente della Camera, il progressista, Arthur Lira, dopo un iniziale tentennamento ha detto che non ha alcuna intenzione di mettere ai voti, in tempi brevi, la proposta in seduta plenaria, e che si aspetta che il testo venga modificato. E comunque l’approvazione della legge sarebbe tutt’altro che scontata nell’ulteriore passaggio al Senato, dove i conservatori sono meno “forti”. Peraltro il presidente del Senato, Rodrigo Pacheco, ha già detto che il disegno di legge dovrà essere discusso in commissione prima di un eventuale voto. E in ultima istanza, prima di diventare legge, serve in ogni caso la firma del presidente Lula.
Il ministro per i Diritti Umani, Silvio Almeida, ha espresso con più nettezza la sua contrarietà alla proposta di legge: «È difficile credere che la società brasiliana, con i numerosi problemi che ha, stia discutendo in questo momento se una donna stuprata e uno stupratore abbiano lo stesso valore per la legge. O peggio: se uno stupratore possa essere considerato meno criminale di una donna stuprata. Questa sarebbe una debacle… Il testo è vergognosamente incostituzionale, viola i diritti umani fondamentali e sottopone le donne stuprate a un’umiliazione inaccettabile». La ministra per le Donne del governo brasiliano, Cida Gonçalves, porta altri numeri sui quali riflettere: «I dati del Sistema Sanitario Unificato rivelano che, in media, ogni giorno in Brasile 38 ragazze di 14 anni, o meno, diventano madri. Che si tratti di disinformazione sui diritti e su come accedervi, o a causa della scarsità di servizi di riferimento e di professionisti qualificati, il Brasile delega la maternità forzata a queste ragazze stuprate, danneggiando non solo il loro futuro sociale ed economico, ma anche la loro salute fisica e psicologica. In altre parole, perpetua cicli di povertà e vulnerabilità, come l’abbandono scolastico».
Un comune denominatore alle legislazioni dei vari Paesi che convergono nel considerare la donna come libera di disporre del proprio corpo e come l'unica avente diritto entro limiti oggettivi prestabiliti sul destino del nascituro, escludendo l'autorità del padre o dello Stato, è stato messo in discussione da proposte come il Bill 1904. È evidente che in Brasile c’è un allineamento molto chiaro tra l’estrema destra e le prospettive anti-gender, anti-femministe e anti-diritti umani. È un’estrema destra che ha tra i suoi membri religiosi molto conservatori, evangelici e cattolici, ma anche poliziotti e militari.
Dinamiche Globali: Recul, Avanzamenti e Polarizzazione del Dibattito
Mentre l’America Latina è un crocevia di avanzamenti e regressioni legislative, il dibattito sull'aborto si presenta polarizzato anche in altre parti del mondo.
Negli Stati Uniti, la lotta pro/contro l'aborto si è scatenata come una vera e propria crociata, sfociando spesso in atti di violenza, che hanno la loro massima espressione nelle sparatorie verso le cliniche abortiste. In alcune zone l'intimidazione è talmente forte da causare veri e propri abusi. Il 24 giugno 2022, con 6 favorevoli e 3 contrari, è stata annullata dalla Corte Suprema la sentenza Roe v. Wade che, dal 1973, riconosceva alle donne il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza. Nel documento si legge: "La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è implicitamente protetto da alcuna disposizione costituzionale". L'annullamento della sentenza del 1973 lascia dunque i singoli Stati liberi di applicare le proprie leggi interne in materia. Oggi in 14 stati vige un divieto totale o quasi totale sull’aborto: dall’Alabama alla Louisiana, dal Kentucky all’Oklahoma, dal Missouri al Texas. Quattro stati invece (California, Michigan, Vermont e Ohio) hanno sancito il diritto alla libertà riproduttiva nelle loro costituzioni. La questione, quando ormai mancano poco più di 4 mesi alle elezioni presidenziali, continua a dividere gli schieramenti. Secondo un sondaggio della Cnn, circa due terzi degli americani si dichiarano contrari alla sentenza della Corte Suprema, e negli stati in cui l’aborto è oggi vietato, il 52% degli intervistati ritiene che la legislazione sia “eccessivamente restrittiva”. Il presidente Joe Biden sta facendo del sostegno al diritto all’aborto un punto focale della sua campagna presidenziale.Nel Nord, già dagli anni '60, l'aborto era liberamente praticato anche se in teoria illegale. Solo nel 1973 la Corte suprema concesse la libertà di abortire ad una donna, conosciuta con il nome di Jane Roe, ma la sentenza sul caso arrivò a parto avvenuto e fu inutile. In seguito la donna, usando il suo vero nome Norma McCorvey, si prodigò per la causa abortista. Dopo più di 30 anni, tuttavia, espresse il proprio pentimento per gli effetti del movimento da lei iniziato. Poco prima di morire nel 2020, Norma Mc Corvay confessò, in un documentario intitolato AKA Jane Roe, andato in onda in televisione, che il suo voltafaccia non era stato sincero, perché fu pagata da un gruppo di evangelici anti-abortisti per mentire: «Ero un pesce grosso e fu uno scambio di favori comune. Io presi i loro soldi, molti soldi. Loro mi misero davanti alle telecamere a dire quel che gli serviva. Recitai bene. Sono una brava attrice quando voglio.

Anche in Europa l’argomento resta divisivo, nonostante il Parlamento Europeo, lo scorso aprile, abbia votato una risoluzione a favore dell’inserimento del diritto all’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. I voti a favore sono stati 336 (soprattutto deputati di sinistra e centristi), 163 i contrari. Un voto del tutto simbolico: per includere il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE servirebbe il voto favorevole di tutti i 27 stati membri, molti dei quali sono guidati da governi di destra che restano fortemente contrari, a partire dall’Italia. «Il diritto all’aborto non è una questione di punti di vista», ha sostenuto la deputata francese Manon Aubry, co-presidente del Gruppo della Sinistra (GUE/NGL). «Il diritto all’aborto non è una questione controversa. È una libertà fondamentale. E il diritto all’aborto non uccide. Al contrario, salva delle vite». A fare da apripista era stata la stessa Francia, che nel marzo di quest’anno (prima nazione al mondo), ha inserito il diritto all’aborto in Costituzione, sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing e grazie alla sua ministra della salute Simone Veil, che il 17 gennaio 1975 riuscì a far approvare quella che sarebbe poi passata alla storia come la legge Veil. Quasi 50 anni dopo il presidente Emmanuel Macron, preoccupato per la messa in discussione del diritto di aborto in molti Paesi del mondo, è riuscito a far iscrivere nella Costituzione il diritto delle donne a interrompere delle gravidanze non volute.
Ma le resistenze sono tante, e diffuse. Prova ne sia il documento finale del recente G7, a guida italiana (al quale ha partecipato anche il Papa: non era mai accaduto), dal quale è “sparito” qualsiasi esplicito riferimento all’aborto, all’orientamento sessuale e all’identità di genere, facendo esultare i sostenitori dei movimenti “Pro Vita”. Oltre al Vaticano naturalmente («Non mi stancherò mai di dire che l’aborto è un omicidio, un atto criminale», ripete il Papa).
La legislazione turca consente l'aborto fino alla decima settimana di gestazione, a patto di soddisfare uno dei seguenti casi: minaccia alla salute psico-fisica della donna, menomazione psico-fisica del feto, stupro o incesto, giustificati motivi di ordine economico-sociale. Se la donna è minorenne, è necessario il consenso dei genitori. Se la donna è sposata, è richiesto il consenso del marito. Una differenza sostanziale rispetto all'Occidente è la previsione del consenso preventivo da parte dei genitori del minorenne o del marito della maggiorenne. In altre parole, la scelta di disporre del proprio corpo non spetta esclusivamente alla donna. Nel 2012, il governo Erdoğan propose una legge che voleva introdurre l'obiezione di coscienza per i medici e un periodo di preavviso e attesa obbligatori fra la richiesta e l'intervento di interruzione di gravidanza.
Il governo di Enver Hoxha in Albania adottò una politica demografica espansiva, che scoraggiava l'aborto, portando le donne a praticare l'interruzione illegalmente o addirittura da sole. Numeri dell'ONU stimavano un tasso di mortalità femminile intorno al 50% sul totale di gravidanze. Nel 1989 arrivò una prima apertura alla legalizzazione, limitata ai casi di incesto, stupro e alle minori di sedici anni.
In Irlanda l'aborto è disciplinato dalla Costituzione, ma una modifica costituzionale ha liberalizzato l'accesso. L'interruzione della gravidanza in Svizzera è lecita. Dal 2 giugno 2002 è in vigore il cosiddetto "regime dei termini" previsto dall'articolo 119 del codice penale elvetico: l’interruzione della gravidanza non è punibile se viene praticata entro dodici settimane dall’inizio dell’ultima mestruazione. La donna incinta deve presentare una richiesta scritta e far valere di trovarsi in uno stato d’angustia. Prima dell’intervento, il medico deve tenere con lei un colloquio approfondito e fornirle tutte le informazioni utili. Scaduto il termine di dodici settimane, l’interruzione della gravidanza non è punibile se il medico la reputa necessaria per evitare alla donna incinta il pericolo di un grave danno fisico o di una grave angustia psichica. Prima del 2002 la legge consentiva di interrompere la gravidanza se un pericolo, non altrimenti evitabile, minacciava la vita stessa della madre oppure minacciava seriamente la sua salute in modo grave e permanente. Il medico che praticava l’interruzione della gravidanza doveva ottenere il parere conforme di un secondo medico.
L'aborto in Liechtenstein è illegale in quasi tutte le circostanze, punibile con il carcere per la madre e il medico. L'articolo 96 del codice penale liechtensteinese dichiara illegale l'aborto con l'eccezione di un serio danno per la vita o la salute fisica della donna che può essere prevenuto unicamente con l'aborto o di una donna minore di 14 anni al momento del concepimento non sposata con il padre del bambino. L'aborto è punibile con la reclusione fino a tre anni per il medico e fino ad un anno per la madre. L'aborto a Malta è illegale. Nel 1988 la Corte suprema del Canada si è espressa in modo contrario a una legge che criminalizzava l'aborto in quasi tutti i casi. Da allora nessun tentativo di legiferare in materia a livello federale ha avuto successo.
Queste diverse esperienze globali dimostrano che il tema dell'aborto non è mai statico, ma costantemente oggetto di dibattito, pressione politica e mobilitazione sociale, con conseguenti cambiamenti legislativi che possono portare tanto a progressi quanto a significative regressioni dei diritti riproduttivi. La situazione in America Latina, con le sue vittorie e le sue sfide persistenti, si inserisce pienamente in questo scenario globale.