L'inchiesta clandestina del 1961
Tra il febbraio e il marzo del 1961 uscì sul settimanale Noi Donne, divisa in tre parti, la prima inchiesta giornalistica che ritraeva con precisione le modalità, l’estensione e i numeri relativi al fenomeno degli aborti clandestini in Italia. Mettere insieme numeri e testimonianze abbastanza solide per un’inchiesta fu particolarmente complesso: del problema, scoprirà Pastorino, nessuno voleva parlare. Né i medici, né i commissari, né tanto meno le stesse donne che subivano le conseguenze di questa clandestinità diffusa, temendo che esporsi avrebbe comportato ulteriori rischi. «Una giovane signora mi ha detto: non riuscirete mai a fare un’inchiesta su questo. Nessuno vi dirà mai niente. Io stessa non voglio dire niente», scriverà Pastorino nel suo articolo. Nell’Italia di quegli anni l’interruzione di una gravidanza, sia per le donne che la richiedevano che per chiunque la eseguisse o la facilitasse nella pratica, era inserita tra i “crimini contro l’integrità e la sanità della stirpe”: un reato perseguito molto severamente dal Codice penale vigente, in buona parte ancora composto dalle norme del Codice Rocco, risalente al ventennio fascista. L’articolo che conteneva le disposizioni, il 553, era nato a supporto dell’espansione demografica in linea con le mire imperialiste di Mussolini. Negli anni Cinquanta e Sessanta anche solo parlare di aborti, per le stesse donne e per chiunque fosse coinvolto, comportava grossi rischi, oltre a destare scalpore e indignazione in una società tendenzialmente religiosa, moralista e di stampo patriarcale.

La realtà sociale del miracolo italiano
Nel 1961 gli italiani si preparavano ad entrare nel quarto anno del cosiddetto “miracolo italiano”, il celebre termine con cui ci si riferisce agli anni a cavallo tra il 1958 e il 1964, che videro il paese protagonista di una fortunata congiuntura industriale, economica e sociale. Forte di questo improvviso progresso fioriva, nel paese, un nuovo ecosistema di media: cinema, radio e televisione. Le nuove evoluzioni dell’industria editoriale stavano diffondendo in tutto il paese nuovi modi, per milioni di italiani, di avere accesso ad una quantità di informazioni e di contenuti senza precedenti. I quotidiani italiani del periodo riportavano, con una certa frequenza, casi che intrecciavano aborti e cronaca nera, restituendo però la sensazione che si trattasse di drammi isolati piuttosto che di un problema di dimensioni nazionali. Incappare in una gravidanza non voluta, in quegli anni, era un evento molto più frequente di quanto lo sia ora, a causa della scarsissima diffusione di nozioni di educazione sessuale e di un’assenza di promozione di dispositivi di contraccezione. Nonostante le condizioni economiche e sociali stessero sensibilmente migliorando rispetto al recente passato, un figlio non desiderato significava spesso rimanere a casa dal lavoro e ritrovarsi con una bocca in più da sfamare. Le ragazze e le donne in questa posizione, non potendo permettersi economicamente l’intervento dei pochi professionisti disposti ad aiutarle, erano costrette a rivolgersi a infermiere improvvisate senza alcuna preparazione, note come “mammane” o “praticone”. I contesti in cui avvenivano le interruzioni erano di scarsissima igiene e i metodi utilizzati altamente traumatici: spesso lasciavano danni permanenti o portavano, in alcuni casi, alla morte.
Il ruolo dell'UDI e della stampa femminile
A Milano, nel 1943, all’alba della fase più critica della guerra, un gruppo di donne di varia appartenenza politica, tra cui Ada Gobetti, Lina Merlin e Caterina Picolato, fondarono i Gruppi di Difesa della Donna, meglio noti come G.D.D., nel tentativo di unificare sotto un unico coordinamento il maggior numero possibile dei movimenti antifascisti femminili esistenti in Italia. Per comunicare notizie e valori fondativi ai vari distaccamenti, l’anno successivo venne istituito un “foglio clandestino”, una rivista stampata con pochissimi mezzi a disposizione e distribuita a mano o attaccata direttamente sui muri delle città. Si decise di omaggiare il nome di un’altra pubblicazione clandestina, fondata da due italiane esiliate a Parigi nel 1937: Noi Donne. La fine della guerra vide confluire ulteriori associazioni in quello che stava prendendo forma come il primo movimento femminista italiano organizzato, che cambiò nome in Unione Donne Italiane, o UDI: di fatto uno dei pilastri politici dell’Italia postbellica. Dell’UDI Noi Donne divenne la pubblicazione ufficiale, godendo di riflesso di una distribuzione capillare e potendo contare su un’ampia base di fedeli lettrici che ne condividevano i principi progressisti e libertari. Ispirato ai periodici illustrati statunitensi come Life, il rotocalco divenne un popolarissimo formato editoriale nell’Italia degli anni Cinquanta. Con cadenza settimanale, bisettimanale o mensile, queste pubblicazioni proponevano un tipo di informazione più seducente e moderna di quella dei quotidiani: fotografie, spesso a colori, e temi di attualità, approfondimento, narrativa, sport, costume.
Così era la VITA di una DONNA durante la Seconda Guerra Mondiale | Documentario
Milla Pastorino e la raccolta dei dati
Nata a Genova, e dal 1951 parte della redazione romana di Noi Donne, Milla Pastorino era una giovane giornalista interessata a raccontare il punto di vista femminile all’interno della società italiana, che iniziava a configurarsi in modalità completamente diverse rispetto al passato. Sulla sua scrivania, ormai da tempo, si andavano accumulando ritagli di quotidiani e lettere, tutti accomunati dallo stesso tema: «Mio marito è disoccupato da un anno […] Siamo sposati da quattro anni e abbiamo tre figli. Ora sono di nuovo incinta e abbiamo lo sfratto perché non paghiamo l’affitto». Di racconti come questi Pastorino ne raccolse a decine. La raccolta dei dati utili a ricostruire le dimensioni del fenomeno richiese a Pastorino uno sforzo notevole: sia per aggregarli e confrontarli, sparsi tra statistiche provinciali e camuffamenti, che per contattare chi potesse aiutarla a metterli insieme. Il clima attorno all’argomento era di sdegno, omertà, silenzio. Pastorino passò quindi a contattare giuristi, commissari di polizia, parlò con ostetriche, raccolse testimonianze da ogni estrazione sociale e latitudine. E, soprattutto, ricevette un aiuto dall’A.I.E.D., l’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica, fondata nel 1951 a Milano, che cercava di contrastare l’articolo 553 con un’attività politica, divulgativa e sanitaria: i medici associati si offrivano volontariamente per tenere aperti gli ambulatori, operando fuori dalla legalità.
Le cifre di una tragedia nazionale
I numeri raccontavano la stessa storia delle lettere anonime e degli stralci di giornale. Uno studio di nove anni effettuato in una borgata romana su un campione di 208 donne mostrava come il rapporto tra figli nati e aborti fosse di 527 a 308: più di una gravidanza su due veniva quindi interrotta. A Palermo, nel 1958, i nati vivi furono 9635, mentre gli aborti 4211. Persino a Bergamo, una delle province più cattoliche d’Italia, la situazione ricalcava lo stesso rapporto. Alcuni anni prima, il dottor Piero Zambetti, presidente dell’ONMI e segretario della Democrazia Cristiana, dichiarava: «Tutti i paesi, dico tutti, sono stati toccati da questa piaga vergognosa e immorale… Si parla di migliaia di aborti provocati in un anno in provincia di Bergamo. E si è, credo, nel vero quando si dice che le migliaia superano la decina». L’annuario statistico del 1957 riportava per la provincia di Bergamo la cifra di 13.661 nati vivi. Con queste cifre, le testimonianze raccolte e un quadro totale ben diverso da quello condiviso dall’opinione pubblica, il 5 febbraio 1961 uscì in edicola il numero di Noi Donne contenente la prima parte dell’inchiesta. L'aspetto forse più preoccupante fu che gli stessi medici contattati da Pastorino pensavano che quei dati fossero addirittura sottostimati. «Da noi arrivano solo i casi estremi, donne in punto di morte», diceva un’ostetrica, senza aggiungere molto altro, se non ammettere che le donne che ricorrevano all’aborto clandestino fossero «moltissime».

L'eredità delle lotte e l'Unione Femminile Nazionale
L'Unione Femminile Nazionale è un'organizzazione fondata nel 1899 a Milano per l'emancipazione delle donne attraverso l'acquisizione di diritti politici, sociali, civili. Nel 1905 si costituisce in cooperativa. Le fondatrici sono accomunate da un precedente impegno nella beneficenza cittadina, nelle campagne per la riforma dell'assistenza e a favore del proletariato, in particolare quello femminile. Fanno parte della borghesia milanese, colta, laica e progressista. Gli obiettivi delle fondatrici erano riunire le varie organizzazioni nate per la tutela delle lavoratrici e la promozione sociale delle donne. Tale unificazione non veniva progettata solo in astratto, ma anche in concreto attraverso l'acquisizione di una sede comune. Il progetto di Casa dell'Unione femminile, centrale nel programma originario, fu realizzato nel 1910 grazie ad uno sforzo notevole per la raccolta di fondi. Alla quota necessaria contribuirono non solo esponenti della borghesia milanese ma anche le lavoratrici riunite nell'Associazione generale delle operaie. L'Unione sosteneva che a parità di lavoro svolto doveva corrispondere pari salario, chiedendo anche forme di protezione da parte dello Stato per la maternità delle lavoratrici. Le Unioniste si impegnarono per l'istituzione delle Casse di maternità. Fondate sul principio di mutualità, esse davano sostegno economico alle lavoratrici madri nel periodo precedente e successivo al parto, anche in caso di parto prematuro o aborto.
Verso la legge 194 e il dibattito odierno
Da questa inchiesta del 1961 all’approvazione della legge 194, il 22 maggio 1978, passarono altri diciassette anni. Un periodo in cui successe di tutto: dalle contestazioni giovanili del 1968 all’espansione del movimento femminista degli anni Settanta. Oggi può sembrare scontato, ma questa presa di coscienza - che nel decennio successivo cambiò in maniera dirompente sia l’atteggiamento collettivo che una norma fascista di quasi cinquant’anni prima sul tema dell’aborto - emerse dal semplice racconto di sé. O meglio dal lasciare che le donne, parlando della propria quotidianità, realizzassero una condizione comune, creando una coscienza condivisa. L’aborto. Cosa significa rivendicare che l’aborto ha una storia? Generalmente l’aborto procurato è inscritto in un quadro di valori netti, di orientamenti e principi religiosi ed etico-filosofici immutabili, astorici, universali e assoluti. È, cioè, diffusa la convinzione che appartenga a una dimensione metastorica. Una convinzione dovuta anche all’inappellabile e totale condanna dell’aborto che negli ultimi decenni è divenuta una pietra angolare del discorso pubblico vaticano. Il tema dell’aborto e del controllo della riproduzione fa emergere rilevanti questioni in merito alla periodizzazione. Ad esempio, mette in rilievo la continuità del Codice civile e soprattutto di quello penale - prodotto peculiare del fascismo - che transiterà nell’Italia repubblicana rimanendo in vigore fino all’approvazione della legge del 22 maggio 1978, la n. 194 che con il suo ultimo articolo abrogherà l’intero Titolo X.

La natura della legge 194
In verità, in Italia l’impostazione della legge 194 non è legata al principio della libertà personale, né tantomeno all’autodeterminazione riproduttiva, bensì alla tutela del diritto alla salute, e questo a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975. In quest’occasione i giudici si pronunciano sull’incostituzionalità parziale dell’art. 546 del Codice penale, che puniva il reato di aborto procurato anche in caso di gravi pericoli per il benessere fisico o psichico della gestante. La sentenza evoca il conflitto madre/concepito, riconoscendo che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito entrava in collisione con altri beni tutelati dalla Costituzione, come la salute della madre che meritava adeguata protezione. Con queste riflessioni la Corte incardinava al diritto alla salute previsto dall’art. 32 della Costituzione il diritto all’interruzione volontaria. Sempre nel 1978 nasce il Servizio Sanitario Nazionale. Pratiche e iniziative «dal basso» attraversano questa storia con continuità, prima e dopo la legge, e al contempo rappresentano un elemento portatore di riforme e rotture. Il diritto all’aborto è in primo luogo un diritto di scelta individuale, della donna. Ma perché sia concreto non basta che la legge lo consenta astrattamente come libertà personale; deve essere anche garantito dalle strutture sanitarie. La storia delle leggi sull’aborto nel mondo dimostra come anch’esso non sia un diritto che può essere dato per acquisito una volta per tutte, ma è sempre oggetto di conflitti e può essere vittima di clamorosi arretramenti. Che nel corso del XXI sec. la libertà di scelta e il libero accesso all’aborto volontario costituiscano un diritto acquisito e indiscutibile per le donne in buona parte dei paesi del mondo e certamente in parte d’Europa, è un’affermazione spesso ripetuta, ma non sempre confermata da un’analisi più ravvicinata e dettagliata.