L'essenza di un mondo sconosciuto, ma vivo nel cuore, può riaffiorare alla mente e spingerci verso azioni inaspettate nella quotidianità. Questa forza interiore si manifesta potentemente nella tarantella, una danza che inebria i suoi interpreti, nutrendoli d'amore e follia, creando una straordinaria tensione che ripercorre le fasi dell'idillio amoroso. Il disco "Tarantella del Gargano" rappresenta un tesoro prezioso, contenente un vasto repertorio di sonetti, ovvero canzoni d'amore, eseguite su un ritmo di tarantella lenta, che catturano i vari generi tipici della zona del Gargano. Questo CD non si limita a brani della tradizione musicale carpinese, ma include anche pezzi inediti di composizione recente, testimoniando la vitalità di una cultura che si rinnova.

Alla registrazione di questo disco hanno collaborato non solo un trio di ottuagenari, ma anche cinque giovani musicisti carpinesi, d'età compresa tra i tredici e i vent'anni, dimostrando un ponte generazionale che assicura la trasmissione e l'evoluzione di questa ricca eredità culturale. Si tratta di cento anni di cultura popolare, germogliata spontaneamente dal basso, nella vita del più vecchio custode della tradizione musicale del Gargano. Un secolo denso di vita, storia, vicende e aneddoti di un territorio straordinario, la «montagna del sole», raccontato attraverso le parole e la magia di un sound inimitabile, che ha fatto dei cantori garganici un esempio mirabile della tradizione popolare del Sud.
La Ninna Nanna: Melodia Antica e Profondità Nascosta
Il dialogo con il maestro Zi Nton, intrapreso in occasione del Carpino Folk festival, un appuntamento estivo inventato negli anni Novanta dal compianto musicista Rocco Draicchio, prende spunto proprio dalla ninna-nanna. Questa è una melodia straordinaria che si perde nella notte dei tempi, sussurrata dalle donne di Carpino ai loro figli. "Forse mammà me l’ha cantata pure," racconta Zi Nton con un filo di voce, "ma io non ricordo. È morta di spagnola insieme a mio padre, quando avevo due anni." L'isolamento geografico e sociale del Gargano ha permesso di preservare questo tesoro antropologico. "Sono nato il 18 febbraio 1916: non c’era niente, né luce, né acqua, né televisione. Avevamo la gioia di vivere e questi canti. Non li ho fatti io, ce li hanno passati i nostri antenati e noi li abbiamo portati in giro facendo la nostra cultura e la nostra storia. Non ci rimaneva che cantare. Cosa poteva fare un uomo che faticava tutta la giornata a raccogliere olive per tre lire al giorno?" Zi Nton ripete queste parole stringendo il pugno, ricordando sofferenze e amori di questi cento anni indimenticabili. Affiorano alla memoria momenti belli, emozioni vissute con i cantori, attimi che non ha mai dimenticato. "E come faccio? Chi avrebbe mai pensato che avrei cantato al San Carlo di Napoli?"

Eugenio Bennato non ha dubbi: "Un artista non ha età, come non ha età l’arte che si trasmette alle generazioni e lascia un segno indelebile." Piccininno ripete sempre affettuosamente che gli è grato per averlo portato in giro per il mondo. Ma è lo stesso Zi Nton, al secolo Antonio Piccininno, a essere grato a lui, come ad Andrea Sacco e Antonio Maccarone, per avergli concesso di far conoscere la forza poetica del Sud. "Chi sona e canta no nmore maje" è l'ultimo CD dei Cantori di Carpino, un omaggio al maestro Piccininno. Contiene 12 brani, sei dei quali con la voce dell'antico cantore. In questo modo, la formazione di musica popolare ha voluto offrire a questo autentico interprete della tarantella garganica un momento speciale, in occasione dei suoi cento anni. L'album, registrato e mixato da Peppe Totaro (dei Tarantula Garganica), è il terzo CD prodotto dall'associazione culturale "I Cantori di Carpino". Zi Nton, oggi, è particolarmente emozionato: "È il più bel regalo per il mio compleanno, perché racconta questo Gargano e la mia vita."
La Profondità Psicologica delle Ninne Nanne
Questi canti, tramandati di generazione in generazione, che associamo a un momento sereno e roseo come la nascita di un bambino, nascondono in realtà il lato più oscuro della maternità. Simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto. "Sole con il proprio bimbo tra le braccia, le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso, che invece provoca un dolore fortissimo. Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte," spiega la professoressa Ines Testoni, ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova.
Il primo elemento caratteristico delle ninne nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. Cosa ci dice il fatto che le ninne nanne siano così simili a lamenti funebri? Con le lamentazioni funebri, le ninne nanne condividono la semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia. Bisogna intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno, e il parto, che è la divisione all'esterno. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno. Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio.
Anche per il bambino il parto è traumatico? Certo, Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo, tra i forti stimoli del mondo, si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninne nanne per porre freno a quel terrore.
Ninna Nanna Ninna Oh - Canzoni per bambini di Coccole Sonore
"Esatto," prosegue la professoressa Testoni, "la madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore, viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino, e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninne nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirar fuori il vissuto materno."
Le ninne nanne raccontano solo questo dolore delle mamme? No, qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. "Noi abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninne nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza. Non a caso una delle ninne nanne più famose canta 'questo bimbo a chi lo do?'"
"Esatto," conferma la professoressa Testoni, "'ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?' è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre, anche, per esempio, si ammala. La prima risposta è 'lo darò all'uomo nero' che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento."
Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninne nanne? "Da un lato diversamente," conclude la professoressa Testoni, "infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico. Tuttavia, in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino, è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figura che si prende interamente carico della triade: mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio."
Antonio Piccininno: Un Secolo di Tradizione Garganica
Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portato nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai cantato. "Per ritornare a Monte / Lucia saliva piano / Di fronte tramontava / Il sole del Gargano." Lucia, nella sua "salita" a Monte Sant'Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che "Non hanno a che fare / Coi soldi o col potere." La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza?

Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, "Lucia e la Luna". Un sonetto e una canzone che, con le altre centinaia della tradizione popolare garganica, sono state riscoperte negli ultimi trent'anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato - ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela -, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. A un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all'antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, che con le loro accuratissime ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato.
Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l'eredità, e ai tre "vecchi terribili" Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent'anni hanno cantato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l'ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commuovendosi ogni volta che la intonava, "a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori." E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nella grotta della Natività, a Betlemme.
Zì Antonio è proprio uno di quelli "nati già imparati". Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Foresta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono canti potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l'amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono "da dentro", non nascono, non possono nascere.
Come spiegare altrimenti l'invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel "Lamento dei mendicanti" dice: "Gesù Cristo mio falli murì (i ricchi, ndr)"? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice "Gente, facitevi li cazza vostra", sempre di Matteo Salvatore.
La Forza della Musica Garganica: Tra Violenza e Passione
"La musica del Gargano," sostiene Eugenio Bennato, "è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l'impopolarità. La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno 'dialogare' con parole, gesti e cenni d'intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto."
In questo senso, le storie che il Gargano racconta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent'anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, "La Legge".
Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni.
