La Prosperità Nascosta dell'Attica: Uno Sguardo Sulla Fecondità della Terra Greca Antica

La terra dell'Attica, regione storica della Grecia, è stata oggetto di descrizioni variegate e talvolta contrastanti da parte degli antichi scrittori greci, soprattutto per quanto riguarda la sua intrinseca fertilità. L'analisi di queste testimonianze ci permette di delineare un quadro complesso della percezione e della realtà delle risorse naturali di questa regione cruciale, culla di civiltà e pensiero.

La Natura Generosa dell'Attica Secondo Senofonte

Una delle descrizioni più dettagliate e ottimistiche riguardo alla fecondità della terra attica ci perviene da Senofonte. Egli rifletteva su come le forme di governo fossero intrinsecamente legate alla qualità dei capi, e sulla necessità per i cittadini di mantenersi autonomamente dalla propria terra, ritenendolo il modo più giusto per sopperire alla povertà e per dissolvere i sospetti da parte degli altri Greci.

Paesaggio attico

Secondo la sua analisi, una verità fondamentale emergeva subito: la regione è per natura capace di offrire moltissime entrate. Per dimostrare la veridicità di questa affermazione, Senofonte si proponeva di descrivere la natura dell'Attica. Le stagioni in Attica sono molto miti, e gli stessi prodotti ne testimoniano la benignità climatica, poiché qui fruttificano piante che non potrebbero germogliare in molti altri luoghi. Questa mitezza climatica era un fattore chiave per la produttività della terra.

Non solo la terra, ma anche il mare intorno alla regione è molto produttivo. Quei beni che gli dei offrono nelle stagioni compaiono qui molto precoci e vengono a mancare molto tardi, garantendo un'estesa finestra di raccolta e abbondanza. In Attica, gli abitanti costruiscono in ogni luogo templi in onore degli dei, e gli dei, in cambio della pietà degli abitanti, offrono grandissimi doni al popolo dell'Attica: la fecondità, l’abbondanza di frutti e la ricchezza. Questa concezione divina della prosperità era profondamente radicata nella cultura greca.

Nelle pianure dell’Attica si pascolano pecore, sono allevati cavalli e asini, crescono erbe e producono frutti di ogni specie. Sui colli ci sono ulivi e viti e sono considerati dagli abitanti doni degli dei; l’ulivo di Atena, la vite di Dioniso. Questi prodotti agricoli e animali costituivano la base economica e alimentare della regione, evidenziando una diversità e una ricchezza che andavano oltre la semplice coltivazione cerealicola. La visione di Senofonte, dunque, dipinge un'Attica non solo fertile in senso agricolo, ma anche ricca di risorse naturali e benefici divini che contribuiscono alla prosperità dei suoi abitanti.

Demetra: La Dea della Fertilità e il Ciclo della Terra Attica

Il concetto di fecondità della terra è indissolubilmente legato alla figura di Demetra, una delle divinità più venerate nel pantheon greco, la cui influenza si estendeva profondamente nella vita agricola e spirituale dell'Attica e dell'intera Grecia.

Busto di Demetra
Nella mitologia romana la sua figura corrisponde a quella di Cerere. Demetra viene spesso confusa con Gaia, Rea o Cibele, ma il suo ruolo specifico era quello di dispensatrice della fertilità del suolo.

L'epiteto con cui la dea veniva più frequentemente chiamata rivela l'ampiezza e la portata delle sue funzioni nella vita greca del tempo: lei e Kore ("la fanciulla"), ovvero Persefone, erano solitamente invocate come "le due dee" ("τώ θεώ"), una definizione che appare già nelle iscrizioni in scrittura Lineare B di epoca micenea trovati a Pilo. Questo sottolinea l'antichità e la centralità del suo culto. Un altro titolo significativo era Thesmophoros, che significa "Fornitrice di consuetudini" o anche "legislatrice", un epiteto che la lega all'antica dea Temide e che suggerisce un ruolo nella regolamentazione e nell'ordine sociale che derivava dalla stabilità agricola.

Statuetta della dea del papavero
Una statuetta d'argilla trovata a Gazi sull'isola di Creta, rappresenta la dea del papavero adorata nella cultura minoica mentre porta i baccelli della pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un diadema, a dimostrazione di come le divinità della terra e della fertilità fossero associate a piante specifiche e ai loro doni.

Quando a Demetra fu attribuita una genealogia per inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. La sua importanza risiedeva nel fatto che Demetra donò al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l'aratura, la mietitura e le altre correlate. Era particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, in parte perché beneficiavano direttamente della sua assistenza, in parte perché nelle campagne c'è una maggiore tendenza a mantenere in vita le antiche tradizioni, e Demetra aveva un ruolo centrale nella religiosità Greca delle epoche pre-classiche.

Il Mito di Persefone e i Misteri Eleusini: Simboli di Rinascita e Fertilità

Il più importante mito legato a Demetra, che costituisce anche il cuore dei riti dei Misteri Eleusini, è la sua relazione con Persefone, sua figlia nonché incarnazione della dea stessa da giovane. Nel pantheon classico greco, Persefone ricoprì il ruolo di moglie di Ade, il dio degli inferi. La sua storia è un'allegoria della fecondità della terra e del ciclo delle stagioni. Diventò la dea del mondo sotterraneo quando, mentre stava giocando sulle sponde del Lago di Pergusa, in Sicilia, con alcune ninfe che poi Demetra punì trasformandole in sirene, Ade la rapì dalla terra e la portò con sé nel suo regno.

La vita sulla terra si fermò e la disperata dea della terra Demetra cominciò ad andare in cerca della figlia perduta, riposandosi soltanto quando si sedette brevemente sulla pietra Agelasta. Secondo il mito, durante la sua ricerca Demetra ha viaggiato per lunghe distanze e ha avuto molte piccole avventure lungo la strada. Alla fine Zeus, pressato dalle grida degli affamati e dalle altre divinità che avevano anche ascoltato la loro angoscia, costrinse Ade a riportare Persefone. Tuttavia, era una regola del Fato che chiunque avesse consumato cibo o bevande negli Inferi fosse condannato a trascorrere lì l'eternità. Prima che Persefone venisse rilasciata a Hermes, che era stato mandato a recuperarla, Ade l'aveva ingannata invitandola a mangiare dei semi di melagrana (sei o quattro secondo il racconto) che la costrinsero a tornare negli inferi per alcuni mesi all'anno.

Così fu costretta a rimanere nell'Ade per sei o quattro mesi (un mese per seme) vivendo sulla terra con sua madre per il resto dell'anno. Da quando Demetra e Persefone furono di nuovo insieme, la terra rifiorì e le piante crebbero rigogliose, ma per sei mesi all'anno, quando Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda. Vi sono comunque altre versioni della leggenda, ad esempio, secondo una di queste è Ecate a salvare Persefone. Questo mito spiegava l'alternarsi delle stagioni e la ciclica fertilità della terra.

Il simbolismo dei misteri eleusini e del mondo antico - Alessandro Orlandi

I Misteri Eleusini, celebrati a Eleusi nell'Attica, erano riti segreti dedicati a Demetra e Persefone, che promettevano ai partecipanti una vita ultraterrena felice. Helios, vedendo che Demetra, disperata, per nove giorni, cercava Persefone senza nutrirsi (di ambrosia), decise di raccontarle l'accaduto: Zeus, il re degli dèi, aveva concesso Persefone in sposa al fratello Ade. Ancora più addolorata, e ora anche furente nei confronti di Zeus, Demetra rifiutò quindi di tornare sull'Olimpo e, trasformatasi in una vecchia, si recò a Eleusi nell'Attica sedendosi vicino al Pozzo delle Vergini. Le figlie del re di Eleusi, Celeo, recatesi al pozzo, la interrogarono su chi fosse e da dove venisse. Demetra, che aveva assunto le sembianze di una vecchia di nome Doso, raccontò loro di essere sfuggita ai pirati che l'avevano rapita nei pressi di Creta. Mosse a compassione, le figlie di Celeo la invitarono a palazzo per fungere da nutrice a Demofoonte e Trittolemo, figli della regina Metanira, sposa di Celeo.

Nel palazzo del re di Eleusi, Demetra si sedette in disparte su uno sgabello, restando per molto tempo silenziosa e con il volto velato, fino a che la serva Iambe riuscì a farla sorridere con i suoi scherzi. Demetra non allattò il figlio più piccolo, Demofoonte, ma segretamente lo massaggiava con l'ambrosia, immergendolo di notte nel fuoco stringendolo tra le braccia e soffiando dolcemente su di lui per renderlo immortale bruciando nottetempo il suo spirito mortale sul focolare di casa. Questa operazione trasformava lentamente il figlio di Celeo in un immortale eternamente giovane. Ma la madre Metanira vide Demetra mentre immergeva Demofoonte nel fuoco e si spaventò. Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra decise allora di insegnare a Trittolemo l'arte dell'agricoltura, così il resto della Grecia imparò da lui a piantare e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra e Persefone volò per tutta la regione su di un carro alato per compiere la sua missione di insegnare ciò che aveva appreso a tutta la Grecia.

Demetra, Persefone e Trittolemo
Trittolemo divenne l'eroe civilizzatore che diffuse l'agricoltura, un'arte essenziale per la sopravvivenza e la prosperità, direttamente collegata alla fertilità della terra.

Demetra viene solitamente raffigurata mentre si trova su un carro, e spesso associata ai prodotti della terra, come fiori, frutta e spighe di grano. Raramente è stata ritratta con un consorte o un compagno: l'eccezione è rappresentata da Iasione, il giovane cretese che giacque con Demetra in un campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da un geloso Zeus. La versione cretese del mito dice però che questo gesto fu invece compiuto da Demetra stessa, intesa nell'incarnazione più antica della dea. I nomi di Demetra e Poseidone appaiono collegati tra loro nelle prime iscrizioni in scrittura Lineare B trovate nelle rovine di Pilo d'età micenea. La sillaba DA, presente in entrambi i nomi sembrerebbe derivare da una radice indo-europea associata al concetto di distribuzione di terre e privilegi (per la radice comune vedi anche il verbo latino "dare"). Poseidone (il cui nome significa "il consorte di colei che distribuisce") una volta inseguì Demetra che aveva assunto l'antico aspetto di dea-cavallo. Demetra tentò di resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi tra la mandria di cavalli del re Onkios riuscì a nascondere la propria natura divina; Poseidone si trasformò così anch'egli in uno stallone e si accoppiò con lei. Demetra fu letteralmente furibonda ("Demetra Erinni") per lo stupro subito, ma lavò via la propria ira nel fiume Ladona ("Demetra Lousia"). Dall'unione nacquero una figlia, il cui nome non poteva essere rivelato al di fuori dei Misteri Eleusini, ed un cavallo dalla criniera nera chiamato Arione. Questo episodio, che riflette una violenta fertilità, include anche la rappresentazione di Demetra Melaina (Nera), la cui grotta sacra sul Monte Elaios vicino a Figaleia ospitava una statua lignea con la testa e la criniera di un cavallo, dalla quale uscivano serpenti ed altri animali, e con un chitone lungo fino ai piedi, in una mano teneva un delfino, nell'altra una colomba.

Demetra Melaina statua lignea
Questa immagine composita, in cui la dea "indossa una veste nera", suggerisce un'antica e potente connessione con la terra oscura e le sue energie primordiali.

Contrasti Storici sulla Fertilità dell'Attica: Tucidide e Senofonte a Confronto

La percezione della fecondità della terra attica non fu univoca tra gli storici e gli scrittori dell'antichità. Se Senofonte ne esaltava la naturale ricchezza e la capacità di generare ampie entrate, un'altra autorevole voce, quella di Tucidide, sembra offrire una prospettiva differente, che ha implicazioni significative per la comprensione della storia attica.

Tucidide mosaico

Tucidide, appartenente alla facoltosa aristocrazia ateniese, ha lasciato diverse informazioni sulla sua vita nelle pagine della sua opera principale, La Guerra del Peloponneso. A differenza di Erodoto, che presentava più versioni dello stesso fatto, Tucidide riporta sempre e solo la versione che gli sembrava più verosimile. Il tema degli otto libri è la guerra combattuta fra il 431 e il 404 a.C. fra Atene e Sparta, “grande e la più memorabile rispetto a tutte le precedenti”. Come premessa, nel primo capitolo chiamato Archaiologhia, l’autore racconta cosa portò alla nascita di ciò che si può chiamare “greco”.

È in questo contesto che Tucidide afferma: l'Attica, invece, l'abitò sempre la stessa gente: proprio perché da più gran tempo che altre regioni fu esente da conflitti, in virtù della scarsa fertilità della terra. Questa affermazione è in netto contrasto con l'immagine di prosperità dipinta da Senofonte. Tucidide suggerisce che la "scarsa fertilità" dell'Attica abbia contribuito alla sua stabilità storica, rendendola meno appetibile per invasioni e conquiste, permettendo così un insediamento continuo della stessa popolazione.

Questa divergenza può essere interpretata in diversi modi. La "scarsa fertilità" menzionata da Tucidide potrebbe riferirsi alla produzione cerealicola su larga scala, un aspetto critico per la sussistenza di una grande popolazione e che, in Attica, era probabilmente insufficiente, rendendo Atene dipendente dalle importazioni di grano. Al contrario, la "moltissime entrate" di cui parla Senofonte potrebbero riguardare risorse diverse dai cereali, come l'ulivo, la vite, l'allevamento, le risorse minerarie (come l'argento del Laurion), e soprattutto il commercio e la navigazione, aspetti in cui Atene eccelleva. Il mare molto produttivo intorno alla regione, come notato da Senofonte, e la posizione strategica dell'Attica, avrebbero favorito lo sviluppo di una potente economia marittima e commerciale. Dunque, la "fecondità" non sarebbe solo agricola, ma un complesso di risorse naturali e opportunità economiche che, sebbene non garantissero autosufficienza cerealicola, permettevano una grande ricchezza complessiva. È nelle pieghe di queste affermazioni che l'abilità dello storico china il capo alla leggenda e a forzature che ritroviamo, con gli stessi tratti, anche altrove: omaggi alle tradizioni che dovevano suonare naturali per l’epoca, dai quali tuttavia dipesero conseguenze all’epoca inimmaginabili. Queste diverse prospettive rivelano come il concetto di "fecondità" o "ricchezza" potesse essere inteso in termini differenti, a seconda del contesto e dell'obiettivo dell'analisi storica o economica.

I Riti di Fecondità e le Origini della Commedia Attica

Il legame tra la fertilità della terra, la prosperità e le pratiche religiose e culturali era profondo nella Grecia antica, e questo si manifesta chiaramente nelle origini della commedia attica, intrinsecamente connesse ai riti di fecondità e al culto di Dioniso.

Carro di Dioniso
Il dio Dioniso annovera fra i suoi attributi pure il fallo, simbolo universale di fertilità e potenza generativa, il che stabilisce un chiaro rapporto della commedia con gli antichissimi riti di fecondità.

Le origini della commedia sono incerte, e, come quelle della tragedia, si fondano su testimonianze antiche, talora discordi e prive di un sicuro fondamento. Tuttavia, la teoria più accreditata le ricollega alle feste dionisiache. Dai tempi di Pisistrato, che aveva appoggiato personalmente il culto dionisiaco, ad Atene si celebravano quattro feste in onore del dio, due nei mesi invernali e due all’inizio della primavera, quando si riaprivano le rotte commerciali alla navigazione.

Attore comico con maschera

Tra queste, le Piccole Dionisie erano feste di villaggio, e ogni demo o comunità rurale aveva le proprie, distribuite nel corso del mese. Gli abitanti dei borghi contadini, attratti dalle occasioni di commercio, di aggregazione sociale e dai divertimenti, si spostavano da una comunità all’altra, partecipando a più di una festività. Durante queste solennità, oltre alla processione fallica, uno dei passatempi popolari più in voga era l’ἀσκωλιασμός, una gara fra giovani che consisteva nel mantenersi in equilibrio il più a lungo possibile a piedi nudi sopra un otre ricolmo, la cui pelle era stata abbondantemente impregnata di olio e grasso. L’otre e il suo contenuto toccavano in premio al vincitore della prova.

Processione falloforica
Durante la festività si facevano anche chiassose sfilate (κῶμοι), ben documentate dalla pittura vascolare, alle quali partecipavano uomini mascherati o travestiti da animali.
Dioniso fra i comasti

La commedia di Aristofane Gli Acarnesi offre un esempio vivido di queste celebrazioni. Nelle Dionisie Rurali, celebrate da Diceopoli, benché in formato ridotto, non manca nessuno degli elementi essenziali: vi è infatti la processione, il simbolo fallico e il canto in suo onore. Il corteo è composto dallo stesso Diceopoli, dalla figlia in funzione di canefora, con al sacchetto per offrire al dio (le fanciulle di buona famiglia, riccamente vestite e adorne di gioielli, partecipavano alle processioni cultuali, recando sul capo i canestri che contenevano i paramenti sacri), e dal servo Xanthia, che porta il simulacro fallico, mentre la moglie del protagonista assiste dall’alto del tetto a terrazza della loro abitazione.

Etera con fallo
Questa teoria sembrerebbe trovare conferma nel canto fallico riportato negli Acarnesi (241-279).

Queste forme di espressione, che celebravano la vitalità, la riproduzione e il raccolto, erano una componente essenziale del calendario agricolo e religioso e, di conseguenza, della vita dell'Attica. Le feste dionisiache non erano solo intrattenimento, ma un modo per invocare la prosperità e la fecondità, sia della terra che degli esseri viventi.

Le teorie fin qui elencate spiegano soltanto l’origine delle parti corali della commedia; rimane il problema, tutt’altro che secondario, dell’origine delle parti drammatiche. A questo proposito, un’utile informazione ci è fornita ancora da Ateneo, il quale riferisce che uno scrittore della Laconia, Sosibio, ricorda che a Sparta, degli attori comici mascherati, chiamati δεικηλῖκται, improvvisavano delle scenette di vita quotidiana, i cui protagonisti erano personaggi come il ciarlatano imbroglione, il ladruncolo di frutta, il medico itinerante di origine straniera, ecc. La notizia sembra confermata da un passo di Senofonte, in cui si narra che in Tessaglia, nelle città di Enia e di Magnesia, era in uso una danza mimica fatta da due ballerini, dei quali uno faceva la parte del contadino e l’altro del ladro. È probabile che, nella commedia, queste forme improvvisate di scenette o di mimi abbiano dato origine ai primi rudimenti del dialogo, mentre le parti corali e, in particolare, la parabasi, sarebbero derivate dai canti fallici.

I comasti in danza
Dioniso su asino
Scena comica su vaso apulo

Nella commedia antica, che è quella che conosciamo meglio attraverso l’opera di Aristofane, gli argomenti di maggiore spicco sono rappresentati dalla politica e dal costume. Per comprendere bene il pensiero del poeta, le esigenze collettive di cui volle farsi portavoce, la comicità, l’ironia e la carica allusiva delle situazioni e delle battute, è necessaria una conoscenza molto approfondita di personaggi, avvenimenti, orientamenti etici, politici e culturali, che caratterizzavano la vita della πόλις nel momento in cui la commedia fu rappresentata. Questi elementi dimostrano come anche il teatro, nella sua forma comica, fosse profondamente radicato nelle realtà materiali e spirituali dell'epoca, inclusa la preoccupazione per la fecondità della terra e la prosperità della comunità.

La commedia antica (ἀρχαία), dalle origini fino ai primi decenni del IV secolo a.C., quando ebbe fine l’egemonia ateniese; la commedia “di mezzo” (μέση), che giunge fino al 323 a.C., data che segna convenzionalmente l’inizio dell’età ellenistica; la commedia nuova (νέα), che ha il suo massimo esponente in Menandro e con la quale si arriva fino alla metà del III secolo a.C., in pieno Ellenismo. Quest’ultima fase, poi, ispirò i commediografi latini delle palliatae, così che il genere non scomparve, ma si trasferì in Italia, cambiò lingua e si arricchì di nuove caratteristiche, derivate dal contatto con la civiltà italica e si diffuse, quindi, in tutto il dominio romano.

Nei primi decenni del V secolo a.C. la commedia si sviluppò anche in Sicilia e nella Magna Grecia. Anzi, secondo Aristotele, il poeta siracusano Epicarmo ne sarebbe stato il precursore. Epicarmo (530-435 a.C. c.) nacque forse a Megara Iblea, ma trascorse la sua lunghissima vita a Siracusa, dove iniziò la carriera poetica negli ultimi anni del VI secolo a.C., legato da profonda amicizia al tiranno Ierone. A Epicarmo sono attribuite più di quaranta commedie, di cui, però, non restano che alcuni titoli. Da essi, comunque, è possibile desumere la predilezione dell’autore per la parodia di argomenti mitologici, di episodi dell’épos omerico e di aspetti e personaggi della realtà quotidiana.

Statua di Dioniso

La Valutazione della Terra nel Contesto dei Viaggi e della Colonizzazione Greca

La discussione sulla fecondità della terra attica si inserisce in un quadro più ampio di come gli antichi Greci percepissero e valorizzassero le risorse naturali dei territori che esploravano e colonizzavano. Le popolazioni primitive avevano abitudini nomadi, ma con lo sviluppo della civiltà greca, l'attenzione alla terra e alla sua capacità di sostentamento divenne cruciale. Volendo circoscrivere l’ambito di ricerca alle rotte interne al Mediterraneo, o aperte e percorse a partire dai paesi che ne disegnano le coste, e analizzando le fonti emerge che almeno tre motivazioni, e probabilmente molte altre, si intrecciano in continuazione: necessità economiche, ricerca di nuove terre fertili e dinamiche demografiche.

Per varietà e consistenza delle fonti, per la combinazione delle conoscenze in ambito navale con la cultura che fu culla della prima idea di geografia (da Anassimandro e la scuola di Mileto in poi), la Grecia e le sue colonie dell’Asia Minore costituiscono due punti nodali per costruire l’idea moderna di viaggio. A prescindere da ciò che porta una persona ad allontanarsi volontariamente dal luogo che chiama casa, i resoconti dei primi esploratori rendono chiaro che il viaggio comporta l’idea di una persona - o di una comitiva, una spedizione, un esercito - che si sposta sfruttando le vie naturali (fiumi, mari, valli, passi montani). Ciò è possibile se si posseggono gli strumenti adatti per addomesticare queste stesse vie e la natura che le caratterizza.

Mappa del mondo greco antico

Poiché le fonti greche sono le più corpose e costituiscono ancora oggi delle vere pietre miliari dal punto di vista della letteratura, sia storica sia geografica, è ad esse che si può fare riferimento. Dai viaggi degli antichi greci emerge un carattere proprio del viaggio di scoperta: la geografia in Erodoto, come in Pausania, non è mai scissa dalla storia perché un luogo è caratterizzato anche dal popolo che lo abita, esattamente come il popolo che abita un luogo ne è forgiato e impregnato, e plasma le sue abitudini a seconda della natura, delle possibilità, delle caratteristiche fisiche e climatiche della terra che occupa. Questo approccio olistico è fondamentale per capire come i Greci valutassero la "fecondità" di una regione.

Il Periodo Minoico e Miceneo e l'Espansione Verso Terre Ricche

Le coste dell'Asia Minore e dell'area siro-palestinese furono frequentate intensamente da mercanti egei nel II millennio a.C. I rinvenimenti sono tanto consistenti in alcuni contesti da far ipotizzare non solo relazioni mercantili, ma veri e propri stanziamenti coloniali minoici e micenei. Le testimonianze archeologiche si accordano con quelle delle fonti letterarie. Mileto e Iasos, dove i recenti scavi hanno messo in luce strutture edilizie, ceramiche minoiche e iscrizioni in lineare A, sono state interpretate come stazioni commerciali nel contesto della talassocrazia cretese, che si estendeva fino alle coste dell'Asia Minore. Questi insediamenti spesso cercavano aree con risorse o posizioni strategiche per il commercio.

All'inizio del Bronzo Medio, un gruppo consistente di Minoici si sarebbe inserito nel preesistente insediamento indigeno rinvenuto presso il tempio di Atena a Mileto, creandovi una base commerciale per l'acquisto dei metalli. Dopo la distruzione della città denominata dagli archeologi Mileto III, nella seconda metà del XVIII sec. a.C., nella fase successiva (cd. Mileto IV, 1700-1490/1450 a.C.). I livelli minoici degli abitati di Iasos e Mileto mostrano una distruzione violenta, cui fanno seguito le testimonianze della presenza micenea. Anche in questo caso i rinvenimenti trovano un'eco nelle tradizioni di fondazione di Mileto. È stata ipotizzata l'identificazione del sito di Millawanda o Milawata, noto da testi hittiti che accennano a rapporti diplomatici e a più riprese bellicosi, con la Mileto micenea.

Dal tardo XV sec. a.C. i rinvenimenti di materiale miceneo si fanno più consistenti e diffusi in un maggior numero di siti della costa microasiatica, documentando un'intensa frequentazione commerciale con fenomeni di stanziamento e importazioni di oggetti orientali anche nella Grecia continentale. Varie e numerose sono anche le testimonianze degli scambi commerciali micenei nel XIV-XIII sec. a.C. con l'area siro-palestinese (ad es., Ugarit - Ras Shamra) e con Cipro, che rivestiva un'importante funzione di tappa intermedia, come fanno supporre le sue ricche risorse minerarie e la ricorrente associazione dei prodotti micenei con quelli ciprioti nei contesti levantini. Il regno hittita non ha restituito numerosi reperti micenei: si ricordano le ceramiche provenienti da Maşat Hüyük e la spada di un tipo miceneo del XVI-XV sec. a.C. (di cui era già noto un esemplare da Smirne) dalla capitale Boğazköy-Khattusha.

Ceramica micenea
L'iscrizione in accadico, incisa sul bordo della lama, ricorda come "Tudkhaliya il grande re" (probabilmente il II, regnante alla fine del XV sec. a.C.) si fosse fatto fare una spada dal paese di Ahhiyawa (ritenuto spesso un riferimento al mondo miceneo).

In Asia Minore, il quadro si è arricchito notevolmente grazie alle recenti indagini archeologiche. Ceramica che documenta una frequentazione micenea è stata rinvenuta negli abitati anatolici dell'età del Bronzo individuati a Smirne, a Thermi e in altre località di Lesbo, a Pitane, Gryneia e Myrina. La necropoli di Panaztepe (forse corrispondente al primo impianto di Larisa) rivela una forte influenza egea nella tipologia dei reperti e delle tombe a tholos, anche se la componente anatolica rimane percepibile nei materiali locali dei corredi e nell'uso della cremazione. In area ionica, ceramica micenea è stata restituita da Tsangli e dall'area portuale di Limantepe, presso Clazomene, dove è stato messo in luce un cospicuo insediamento dal quale provengono anche idoli micenei fittili a Phi e Psi, come da Mileto. Benché non siano emerse strutture architettoniche coeve, il rinvenimento di ceramica micenea nel santuario di Artemide a Efeso ha fatto ipotizzare già per quest'epoca l'esistenza di un culto e uno stretto rapporto, la cui natura non è stata ancora definita, con l'insediamento individuato sulla collina di Ayasuluk, i cui resti risalgono sino al IV millennio a.C. e che ha restituito ceramica micenea e prodotti locali realizzati sotto l'influsso minoico (Bakla Tepe e Kocabaş Tepe). Anche a Samo la ceramica micenea, emersa in quantità rilevante sia nella città sia nel luogo del futuro Heraion, ha fatto supporre uno stanziamento greco dell'età del Bronzo. A Chio, sul promontorio adiacente a Emporion, è stato individuato un insediamento tardomiceneo (XII sec. a.C.) e ceramica micenea è stata rinvenuta a Phanai, a Volissos, nella città di Chio e nell'isola di Psara. Nella necropoli di Müsgebi, presso Alicarnasso, sono state messe in luce tombe a camera di ascendenza micenea. Nel XII sec. a.C., alla fine dell'età del Bronzo, le ceramiche micenee si concentrano a Troia, a Mileto e in Cilicia, con pochi altri rinvenimenti sparsi lungo la costa e nell'immediato retroterra anatolico. L'abbondante ceramica di tipo miceneo rinvenuta in Cilicia, particolarmente a Tarso e nell'area di Kazanli Höyük nel periodo immediatamente seguente alla caduta dell'impero hittita, di recente non è più connessa all'arrivo di Micenei, ma alle intense relazioni intrattenute con Cipro.

I sostenitori dello stanziamento di Micenei sulle coste di Cilicia e Panfilia si erano basati su elementi linguistici e sulle tradizioni dei nostoi degli eroi greci, tra cui Anfiochia e Mopso che, di ritorno dalla guerra di Troia, avrebbero fondato nell'Asia Minore meridionale le città di Mallo, il primo, Perge e Mopsouhestia, "il focolare di Mopso", il secondo. In tutte queste espansioni, la ricerca di terre fertili o di posizioni vantaggiose per il commercio di risorse naturali era un motore fondamentale, indicando che la valutazione della "fecondità" di un luogo andava oltre la semplice agricoltura, abbracciando un'ampia gamma di opportunità economiche.

La Migrazione Ionica e la Ricerca di Nuove Prosperità

Il processo che portò allo stanziamento dei Greci sulle coste dell'Asia Minore e le isole antistanti in età storica è definito comunemente "migrazione (o colonizzazione) ionica", con una denominazione convenzionale che include anche le genti di stirpe eolica e dorica. Secondo l'interpretazione corrente, il fenomeno ebbe inizio nella prima età del Ferro, dopo la fine della civiltà palaziale micenea e le migrazioni doriche in Grecia, nel corso della cosiddetta Dark Age. Come punto di avvio può essere presa in considerazione la fondazione di Mileto, che la tradizione pone nell'XI sec. a.C.

La migrazione ionica va interpretata, comunque, come un lungo processo di popolamento, non pianificato complessivamente, ma risultante da una serie di iniziative differenti per consistenza e carattere e non privo di regressioni intermedie, che dovette perdurare almeno dall'XI all'VIII sec. a.C., interessando le stesse aree frequentate dai mercanti egei nel II millennio. Movimenti interni portarono anche successivamente alla fondazione di nuovi insediamenti.

I Greci stabilirono le loro città prevalentemente su promontori e penisole nella fascia costiera dell'Asia Minore, ricca di insenature adatte ad allestimenti portuali, e sulle isole antistanti, inserite nella fitta rete di rotte e scambi del Mediterraneo. Il paesaggio era caratterizzato da fertili vallate percorse da grandi fiumi che sfociavano nel Mar Egeo (il Caico, l'Ermo, il Caistro, il Meandro) e permettevano i collegamenti tra la costa e gli altopiani interni.

Paesaggio della Ionia
Le pianure costiere, seppur strette, erano sufficienti a garantire la sussistenza e ampi margini di sviluppo economico alle nascenti poleis. Questo dimostra come i Greci cercassero attivamente terre che potessero offrire fertilità e opportunità economiche, sia attraverso l'agricoltura diretta che tramite il commercio e lo sfruttamento di altre risorse.

I coloni, al momento della fondazione e nel corso della vita delle loro città, entrarono in contatto con gli abitanti indigeni dell'Anatolia occidentale, che a seconda dei casi furono costretti con la forza ad allontanarsi dalla costa e a cedere le loro terre ai Greci o furono integrati nelle nuove comunità subendo una progressiva ellenizzazione. I Greci cercarono di appropriarsi di queste realtà locali a loro estranee attraverso l'elaborazione di miti, dove Misi, Amazzoni, Pelasgi, Bebrici, Migdoni, Lelegi e Carii trovano una loro collocazione nello spazio e nel tempo degli eroi.

La Ionia si estendeva nella fascia costiera della Penisola Anatolica compresa tra i fiumi Ermo e Meandro. Erodoto attribuiva alla regione "il cielo più bello e il clima migliore" di tutto il mondo conosciuto. Questo sottolinea la continua ricerca greca di terre che offrissero le migliori condizioni climatiche e geofisiche per la prosperità, un richiamo che in parte risuona con la descrizione senofontea della mitezza climatica dell'Attica. L'immagine della Ionia contraddistinta da una popolazione mista di Elleni e barbari dal punto di vista degli abitanti della Grecia continentale è evidente anche dai versi di Euripide.

Atene, al più tardi dai tempi di Solone, si definiva la metropoli degli Ioni e questo rapporto fu codificato in funzione della propaganda connessa alla vocazione imperialistica di Atene ai tempi della Lega delio-attica. Lo schema atenocentrico dovette essere sovrapposto alle tradizioni locali di fondazione katà poleis con l'inserimento di ecisti discendenti dal re attico Codro. La definizione di una propria identità etnico-regionale si formò precocemente tra i Greci della Ionia, che abitando una zona di frontiera tra Oriente e Occidente sentivano la necessità di distinguersi dai popoli e le civiltà vicine e di compattarsi al loro interno. Allo scopo contribuirono la formazione della confederazione, di feste Panioniche, di un "re degli Ioni", di una versione ufficiale e uniformante delle proprie origini, con una metropoli e un ecista comune, pur sopravvivendo le tradizioni di fondazione delle singole città. Questo contesto di espansione e auto-definizione mostra come la "fecondità" di una regione fosse non solo una questione di risorse, ma anche un fattore determinante per l'identità e lo sviluppo culturale di un popolo.

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