La Mesopotamia, culla di civiltà tra i fiumi Tigri ed Eufrate, ha visto fiorire un pantheon di divinità complesso e dinamico, al centro del quale spicca una figura femminile di straordinaria importanza e poliedricità: Inanna, conosciuta dagli accadi, babilonesi e assiri come Ištar. Questa dea mesopotamica è stata venerata come la divinità della guerra, dell'amore e della fertilità, distinguendosi come una delle più significative entità di tali religioni. È una delle deità con più epiteti in assoluto, di cui il più famoso è la "Regina dei cieli". La sua storia e il suo culto affondano radici antichissime, venendo venerata almeno dal periodo di Uruk, un'epoca che va dal 4000 al 3100 a.C.
Per comprendere appieno la centralità di Inanna/Ištar, è fondamentale inquadrarla nel contesto della civiltà mesopotamica. La storia della regione è strettamente legata alla fertilità prodotta da Tigri ed Eufrate, che portò alcune popolazioni dell’area sud-sarmatica a spostarsi, intorno al 5000 a.C., in una zona in cui non solo le precipitazioni erano minori, ma il suolo era in grado di fornire un surplus di cibo. Proprio grazie a tale surplus si poterono sviluppare agglomerati sempre più estesi che, come in ogni occasione consimile, indussero alla nascita di una divisione ben definita del lavoro, di un'organizzazione sociale stratificata e dei concetti di cooperazione e regalità.
Da una prima fase di organizzazione autosufficiente prettamente urbana, con città isolate e con pochi contatti tra loro, si svilupparono piuttosto rapidamente entità statali di più ampie dimensioni in cui la classe sacerdotale controllava la vita religiosa della comunità, l’economia, la proprietà della terra, l’occupazione dei lavoratori nonché la gestione del commercio a lunga distanza, che, verso il 3000 a.C., si estendeva fino alle culture della Mezzaluna Fertile. Le conquiste della civiltà mesopotamica furono numerose: l’agricoltura, grazie alla costruzione di canali di irrigazione, divenne il principale metodo di sostentamento e venne ulteriormente semplificata con l’introduzione dell’aratro, l’artigianato crebbe con l’introduzione della ruota per la lavorazione della ceramica e con lo sviluppo della metallurgia e iniziarono a sorgere templi monumentali e ziggurat.
Numerosi gruppi etnici si alternarono alla guida della regione, pur in una continuità di civiltà pressoché ininterrotta: prima i Semiti di Ur e Uruk, poi i Sumeri della zona meridionale, che svilupparono la scrittura fonetica cuneiforme e che si organizzarono in città-stato, quindi gli Accadi provenienti dai monti Zagros e i Babilonesi che, nel II millennio a.C., si imposero a partire da Babele, per poi finire con gli Assiri del nord, di origine amorrea. La continuità culturale risulta particolarmente chiara nell’osservazione dell’ambito religioso, che, per molti versi, era fondativo di tutta la vita sociale e politica dei gruppi menzionati.
Ciò appare evidente a partire dal periodo delle città-stato sumeriche: ogni città-stato era "proprietà personale" di un dio particolare. Ad esempio, Nannar (dio della luna) vigilava su Ur, Uruk era di An (il cielo), Sippar era di Utu (il sole), Enki (la terra) aveva Eridu e Nippur, il primo centro della religione sumera, era dedicata a Enlil, dio del vento (poi soppiantato da Marduk a Babilonia). Ogni città-stato era, dunque, sacra in quanto attentamente sorvegliata da e collegata a un dio specifico o a una dea. Situato vicino al centro di ogni città-stato vi era un tempio posto sopra uno ziggurat che occupava diversi acri: il complesso del tempio era il vero centro della comunità e il dio principale o la dea abitavano lì simbolicamente sotto forma di una statua, cosicché era possibile sfruttare la potenza della divinità per il bene della città. I sacerdoti controllavano anche tutte le attività economiche poiché l’economia era "redistributiva": gli agricoltori dovevano portare i loro prodotti ai sacerdoti presso la ziggurat e i sacerdoti avevano il compito di "nutrire" e "vestire" gli dei e poi ridistribuire ciò che restava alla gente della comunità.

Con il suo pantheon piuttosto nutrito di dei e dee che animavano tutti gli aspetti della vita, la religione sumera risultava naturalmente politeista. Di gran lunga, le divinità più importanti erano An, Enlil, Enki e Ninhursaga. An era il dio del cielo e, quindi, la forza più importante dell’universo. Era anche visto come la fonte di ogni autorità tra le quali il potere terreno dei governanti e dei padri. Enlil, dio del vento, era considerato la seconda più grande potenza dell’universo ed era divenuto simbolo del corretto uso della forza e del potere sulla terra, ma come dio del vento, egli controllava sia la fertilità del suolo che le tempeste distruttive ed era, quindi, molto temuto. Enki era il dio della terra, dei fiumi e, in generale, delle acque ed era responsabile delle invenzioni e dell’artigianato. Ninhursaga, infine, era inizialmente vista come dea associata a terra, montagne e vegetazione ma, nel tempo, si era trasformata in una vera e propria dea madre, "madre di tutti i bambini", che manifestava il suo potere dando vita al re. Sotto questo primo gruppo, vi erano numerosi altri dei e dee: un gruppo dei quali includeva le divinità astrali, che erano tutti nipoti e pronipoti di An, tra i quali spiccavano Utu, dio del sole, Nannar, dio della luna e Inanna, dea della stella del mattino e della sera, nonché della guerra e della pioggia. A differenza degli esseri umani, questi dei e dee erano immortali, ma, comunque, non erano onnipotenti in quanto nessun Dio aveva il controllo su tutto l’universo.
Il rapporto degli esseri umani agli dei era basato su servilismo, poiché, secondo il mito sumero, gli esseri umani sono stati creati per compiere i lavori manuali che gli dèi non erano disposti a fare. Di conseguenza, gli esseri umani tentavano in ogni modo di comprendere il volere divino e, per alleviare l’ansia che poteva derivare da un tale genere di rapporto, l’arte divinatoria aveva un seguito enorme a tutti i livelli sociali e veniva praticata sia con la lettura delle viscere di animali sacrificati o attraverso la lettura delle volute di fumo o delle forme dell’olio gettato nell’acqua. Tutto ciò rendeva la società mesopotamica fortemente superstiziosa, in mano alla casta sacerdotale (il cui potere verrà ampiamente formalizzato nel Codice di Hammurabi) e dominata dalla credenza in poteri spirituali onnipresenti che formavano una realtà parallela piena di riflessi simbolici nella vita quotidiana. Per altro, i rapporti di potere tra gli dei erano variabili nel tempo e dipendevano fortemente dalla forza impositiva delle città di cui erano patroni. In questo senso, uno stesso dio poteva, nell’arco di qualche decennio, assurgere al pantheon delle divinità maggiori per poi esserne sfrattato e venire addirittura ridotto a puro culto locale. Allo stesso modo, non erano infrequenti i casi in cui un dio o una dea, pur mantenendo le medesime caratteristiche, cambiassero nome a seconda della località in cui venivano adorati (con differenze notevoli soprattutto tra nord e sud della Mesopotamia) e in cui, nel corso del tempo, due o più divinità potessero subire una sorta di "crasi" e venire sincretizzati in una divinità unica.
Nomi, Origini e Identità della Dea
Il nome Inanna, in sumero 𒀭𒈹 (dInana), o 𒀭𒊩𒌆𒀭𒈾 (dNin-an-na), è stato oggetto di diverse interpretazioni. La denominazione "Inanna" potrebbe derivare dalla frase sumera nin-an-ak, che significa "Signora del Cielo". Tuttavia, il cuneiforme per Inana (𒈹) non sembra essere una legatura di "signora" (in sumero 𒊩𒌆, nin) e "cielo" (in sumero 𒀭, an). Ciò ha fatto ipotizzare ad alcuni assiriologi che Inanna fosse una dea proto-eufratiana, aggiunta successivamente nel pantheon sumero. Inanna era figlia di Nanna e Ningal, gemella di Utu e sorella di Ereškigal. Ha sposato l'umano pre-diluviano Dumuzi, divenuto successivamente un dio. La sua sukkal era Ninšubur.
Per gli accadi, babilonesi e assiri, era conosciuta come Ištar (in accadico 𒀭𒀹𒁯, dIš-tar). È questo il caso di una divinità che emerge nel periodo babilonese (passando poi senza variazioni al culto assiro) e che altro non è che la sintesi degli attributi di Inanna (della quale è rappresentazione diretta), di Ninhursaga e, pur in un passaggio da culto solare a culto lunare, di Enlil: Ishtar. Gli storici hanno ipotizzato che Inanna e Ištar fossero inizialmente due divinità distinte, ma furono unite in un'unica dea durante il regno di Sargon di Akkad; i nomi diventarono essenzialmente intercambiabili. Durante l'Impero di Akkad (c. 2334-2154 a.C.), Inanna e Ištar, originariamente dea indipendente, furono sincretizzate e divennero un'unica dea. La poetessa accadica Enḫeduanna, figlia di Sargon, scrisse numerosi inni per Inanna, identificandola con Ištar. Grazie a lei, la popolarità del culto della dea salì alle stelle. Alfonso Archi, un archeologo che ha scavato a Ebla, ha ipotizzato che Ištar fosse originariamente una dea venerata nella valle dell'Eufrate, facendo notare l'associazione tra lei e il pioppo del deserto, attestata nei più antichi testi di Ebla e Mari.

Il Culto Primordiale e la Sua Evoluzione
Il culto della dea ha radici antichissime. Già dal periodo di Uruk (c. 4000-3100 a.C.) la dea era associata alla città di Uruk. Durante questo periodo il suo simbolo era lo stelo arrotolato di una canna. La più antica rappresentazione della dea si trova nel vaso di Uruk (c. 3500-2900 a.C.) dove un uomo nudo offre diversi oggetti, come ciotole e prodotti agricoli, e animali, come pecore e capre, a una donna. La donna si trova davanti a due steli di canna arrotolati, mentre l'uomo è la base del futuro segno cuneiforme en, che significa "sacerdote". Un'altra possibile rappresentazione della dea è la Dama di Warka, datata circa nello stesso periodo.
La più antica attestazione del nome invece è riscontrabile nelle tavole di argilla rinvenute nell'antico complesso templare di Eanna, sempre a Uruk e risalenti al periodo di Gemdet Nasr (c. 3100-2900 a.C.). Eanna, il suo centro di venerazione principale, significa "casa del cielo". Sigilli cilindrici del periodo di Gemdet Nasr mostrano diverse sequenze di simboli che rappresentano varie città, come Ur, Larsa, Zabala, Urum, Arina e probabilmente anche Keš. Questa lista rappresenta probabilmente le offerte per Inanna a Uruk da parte delle città che praticavano il suo culto. Simili sigilli della prima fase del periodo protodinastico (c. 2900-2350 a.C.) sono stati rinvenuti a Ur, ma con ordine leggermente diverso, e formano una rosetta, altro simbolo di Inanna. Questi sigilli venivano usati per chiudere i depositi con all'interno i materiali riservati al suo culto. Sono sopravvissute diverse iscrizioni di questo periodo, come quella di re Agga datata al circa 2600 a.C. Il culto di divinità di Venere connesse a Ištar era presente anche nell'Arabia preislamica fino all'espansione dell'Islam.
Le Molteplici Sfaccettature di Inanna/Ištar
Inanna/Ištar è una dea dalle mille sfaccettature, capace di incarnare concetti apparentemente contraddittori. Gli studiosi suggeriscono che incorpori forze contraddittorie fino a incarnare il paradosso: sesso e violenza, fecondità e morte, bellezza e terrore, centralità e marginalità, ordine e caos. Rivka Harris la vede come una figura "liminale". In Women of Babylon: Gender and Representation in Mesopotamia, Zainab Bahrani la definisce l’incarnazione dell’"alterità".
Dea della Fertilità e dell'Amore
Inanna/Ištar è la dea mesopotamica della guerra, dell'amore e della fertilità. È responsabile di tutta la vita, pur non essendo mai primariamente una dea madre. Era venerata come fecondatrice delle greggi, insieme al suo compagno Dumuzi. Col riaffermarsi dell'economia agricola, il concetto di fecondità fu applicato all'agricoltura: Inanna era la dea della vegetazione e Dumuzi, il dio che muore e risorge, ne raffigurava il periodico appassire e rifiorire.
In quanto dea del sesso, Inanna/Ištar potrebbe essere stata collegata a pratiche sessuali nei culti, in un modo non ancora del tutto compreso. I riferimenti erotici e sessuali espliciti abbondano nei testi che la riguardano. Le donne dell'antico Medio Oriente veneravano Ištar offrendole torte cotte nella cenere, conosciute come kamān tumri. Un inno accadico ha descritto questo rituale. Diversi stampi in argilla per torte ritrovati a Mari hanno la forma di donne nude con ampi fianchi che si stringono il seno. Alcuni storici hanno ipotizzato che le torte cotte con questi stampi dovevano rappresentare la stessa Ištar. Geremia, profeta biblico, ha condannato le donne giudaiche che venerano la "Regina dei cieli", un sincretismo di Ištar e Asherah, offrendole torte fatte a sua immagine e versandole libazioni, come si legge in Geremia 7:17-19 e Geremia 44:16-26.

Per molto tempo si è pensato che il culto di Ištar fosse collegato alla prostituzione sacra, ma questa teoria è stata smentita. Le ierodule, conosciute come ištaritum, lavoravano nei templi della dea, ma non è chiaro se eseguivano veramente sesso anale, e diversi storici moderni hanno rifiutato tale ipotesi. La letteratura popolare e accademica del passato fa spesso riferimento alla sua associazione con la prostituzione. A partire da Erodoto, i successivi resoconti greci antichi descrivono una pratica che richiedeva alle donne, una volta nella loro vita, di fare sesso con uno sconosciuto all'interno del recinto del tempio di Ishtar. Sebbene l’esistenza della prostituzione sia documentata nell’antica Mesopotamia, questa particolare forma di "prostituzione sacra" non lo è.
Nella seconda metà del ventesimo secolo era assai diffusa l'idea che il culto di Inanna comportasse un rituale di matrimonio sacro, in cui un re stabiliva la sua legittimità prendendo il ruolo di Dumuzi ed eseguiva rapporti sessuali con una sacerdotessa di Inanna, la quale assumeva il ruolo della dea. Questa idea è stata tuttavia messa in discussione e gli storici hanno continuato a dibattere se il matrimonio sacro descritto nei testi implicasse un rituale fisico e, in quel caso, se il suddetto rituale implicasse un rapporto effettivo o semplicemente una rappresentazione simbolica. I rituali collegati al culto di Ishtar/Inanna includono un matrimonio sacro in cui un sovrano maschio viene identificato con Dumuzi. Poiché la pratica è stata raccontata solo in letteratura, non è chiaro se fosse puramente simbolica o una vera e propria rievocazione.
I suoi appellativi sono: "Argentea", "Donatrice di Semi", quindi governava anche la fertilità e il raccolto. In un'epoca successiva divenne anche la protettrice delle prostitute e dell'amore sessuale. Ishtar è la dea dell'amore, della fertilità e dell'erotismo, dea anche della guerra, nella mitologia babilonese, derivata dall'omologa dea sumera Inanna.
Dea della Guerra
Inanna era venerata anche come una delle divinità guerriere sumere. Uno degli inni dedicati a lei ha sostenuto: «Provoca confusione e caos contro coloro che le sono disobbedienti, accelerando la carneficina e incitando la devastante inondazione, vestita da un terrificante splendore. È il suo gioco per accelerare conflitti e battaglie, instancabile, allacciando i sandali». Le battaglie venivano talvolta chiamate la "danza di Inanna". Epiteti sui leoni erano stati creati per evidenziare questo suo aspetto. Come dea della guerra veniva spesso riferita col nome Irnina (lett. "vittoria"), tuttavia questo epiteto veniva usato anche per altre divinità e come nome di una dea a sé stante connessa a Ningishzida. Un altro epiteto che evidenzia tale natura della dea è Anunītu (lett. "Colei che combatte"). Il carattere guerriero di Inanna/Ištar comparve verso la metà del III millennio a.C.
Dea Astrale: La Stella del Mattino e della Sera
Inanna è associata anche al pianeta Venere, chiamato in onore della sua equivalente romana. Diversi inni hanno elogiato Inanna nel suo ruolo di personificazione del pianeta. Il professore di teologia Jeffrey Cooley ha sostenuto che, in diversi miti, i movimenti di Inanna sembrano corrispondere a quelli di Venere nel cielo. Nella Discesa di Inanna negli Inferi, Inanna, al contrario delle altre divinità, può sia discendere negli Inferi che ritornare nei cieli. Alcuni astrologi moderni hanno riscontrato, nel mito Discesa di Inanna negli Inferi, un riferimento a un fenomeno astronomico associato a Venere retrograda. Sette giorni prima che Venere retrograda faccia la sua congiunzione inferiore con il Sole, scompare dal cielo come "stella della sera". Gli astrologi hanno pensato che questo periodo sia stata la base del mito. In tutti i racconti si mantiene comunque l'associazione della dea con il pianeta Venere, che le comporta l'appellativo di Signora della Luce Risplendente.
Simboli Pianeti: La Stella Del Mattina: La Storia di Venere
Altri Aspetti e Relazioni Familiari
Nonostante fosse la dea dell'amore, Inanna non era la dea del matrimonio o una dea madre. Andrew R. George ha affermato che "secondo tutta la mitologia [mesopotamica], Ištar non era […] temperamentalmente disposta" a queste funzioni. Inanna solitamente non ha alcun figlio; ma, in un mito di Lugalbanda e in una singola iscrizione proveniente dalla terza dinastia di Ur (2112-2004 a.C.), il dio Shara è stato definito come suo figlio. Alcune volte Inanna viene descritta come la madre di Lulal, il quale, più comunemente, è il figlio di Ninsun. Ištar è descritta anche come guaritrice, donatrice di vita e compositrice di canzoni e poesie.
I Simboli Distintivi di Inanna/Ištar
L'iconografia della dea è associata anche alla stella a otto punte, un simbolo che si ritrova anche nell'iconografia cattolica correlato alla Vergine Maria. Il simbolo più comune di Inanna è la stella a otto punte, tuttavia il numero di punte talvolta può variare; anche una stella a sei punte spesso appare per identificare la dea, ma il significato è sconosciuto. La stella a otto punte era inizialmente usata per identificare generalmente i cieli, ma, dall'età paleo-babilonese (c. 1830-1531 a.C.), è diventata il simbolo distintivo di Inanna/Ištar. L'ideogramma cuneiforme di Inanna è basato su una stele arrotolata di canna, il quale rappresenta lo stipite di una porta di un deposito ed è un simbolo per la fertilità. La rosetta era un altro simbolo importante per Inanna, usato anche dopo il sincretismo con Ištar. Durante il periodo neo-assiro (c. 911-609 a.C.), il leone era un simbolo ben riconosciuto di Inanna/Ištar.

Miti Fondamentali e Racconti Epici
Inanna è la dea apparsa in più miti in assoluto nelle religioni mesopotamiche. I miti si sono concentrati sulla sua origine, il suo aspetto da usurpatrice e sulla giustizia.
La Discesa di Inanna agli Inferi
Il testo più lungo e complesso su Inanna giunto fino a noi è la Discesa di Inanna negli Inferi, conosciuto per la maggior parte da tavolette rinvenute negli scavi archeologici eseguiti tra il 1889 e il 1900 sulle rovine della città di Nippur, nel sud della Mesopotamia. La più antica testimonianza del racconto risale alla fine del IV millennio a.C., in cui appare l'epiteto Inanna-kur (lett. "Inanna (negli) Inferi"); tuttavia il testo completo è datato alla terza dinastia di Ur (c. 2112-2004 a.C.).
Il testo narra di Inanna che scese nel Kur, l'Oltretomba, per portare alla sorella Ereškigal le condoglianze per la morte di suo marito, Gugalanna. Inanna attraversò sette cancelli, dando in pedaggio i suoi vestiti, e infine giunse nuda dinanzi alla sorella. Tentò lo stesso di usurparla, sedendosi sul suo trono, ma gli "Anna" la uccisero. Un tribunale infernale, inoltre, le concede di riportare sulla terra Tamuz e le rende tutti gli ornamenti di cui si riveste nella vita terrena e con i quali viene normalmente rappresentata nei templi: l’emblema lunare (simbolo femminile per eccellenza) che spicca sul suo capo, la coppa nella mano destra che è simbolo di gioia e abbondanza contenendo il nettare della Vita, il loto nella mano sinistra che, nascendo sott’acqua ma diventando poi un fiore di purezza ineguagliabile una volta sbocciato alla superficie, indica la grandezza delle cose nascoste e la cintura sacra che è simbolo della sua generatività.
Il mito è generalmente interpretato come una raffigurazione del ciclo della vegetazione. Dumuzi (divinità della fertilità), giace per sei mesi con Inanna (che rappresenta la potenza della generazione) e per sei mesi con la sorella "oscura" di lei, Ereškigal (il letargo invernale, rappresentato simbolicamente dalla morte). Il dualismo Dumuzi-Geshtinanna viene messo in relazione con l'alternarsi stagionale dei frutti della terra (le messi per Dumuzi e la vite per Geshtinanna). Non mancano peraltro le interpretazioni del mito in chiave psicoanalitica. Mentre la dea si trova negli Inferi, però, la terra isterilisce e non produce frutti, gli animali non procreano e tutto è desolazione e, di conseguenza, gli altri dei non vogliono che essa resti prigioniera degli Inferi e ordinano a sua sorella di restituirle la vita.

Inanna/Ištar nell'Epopea di Gilgameš
Inanna appare anche in diverse poesie e poemi epici. Nell'Epopea di Gilgameš, Ištar appare al protagonista e al suo compagno Enkidu dopo che hanno sconfitto Ḫumbaba, chiedendo Gilgameš come sposo. L'eroe rifiuta la proposta, rinfacciandole che nessun uomo è rimasto vivo fino all'indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte. Infuriata della risposta, Ištar va in paradiso e dice a suo padre Anu dell'insulto. Anu le chiede perché si sta lamentando con lui invece che confrontare direttamente Gilgameš. A quel punto Ištar esige che Anu le dia il toro celeste, altrimenti "sfonderà le porte dell'Inferno e spaccherà i dardi; ci sarà confusione tra le persone, tra quelli 'di sopra' e quelle provenienti dalla profondità più basse."
In un romanzo del 1884, Ishtar and Izdubar, scritto da Leonidas Le Cenci Hamilton, basandosi su una contemporanea traduzione dell'Epopea di Gilgameš, si altera significativamente la maggior parte dei personaggi e si introducono nuovi episodi non presenti nell'originale epopea. Nel romanzo, Izdubar (una traduzione precedente di Gilgameš) si innamora di Ištar, ma successivamente lei tenta di sedurlo, portando Izdubar a rifiutarla. Alla fine del racconto, Izdubar, ora un dio, si riconcilia con Ištar in paradiso.
Altri Miti e Figure Affini
Inanna ed Enki (ETCSL 1.3.1) è un lungo poema scritto in sumero e datato alla terza dinastia di Ur (c. 2112-2004 a.C.) che narra un altro importante episodio della dea.
Pinikir, originariamente una dea di Elam, è stata poi venerata anche in Mesopotamia e tra gli Urruti e gli Ittiti come equivalente di Ištar, visto che avevano pressoché le stesse funzioni. Nanaya è un'altra dea associata fortemente a Inanna.
Pratiche di Culto e Società
Le persone che praticavano la non conformità di genere erano fortemente coinvolti nel culto di Inanna. Durante l'età sumera, dei sacerdoti conosciuti come gala lavoravano nei templi di Inanna, dove eseguirono elogi e lamentazioni. Gli uomini che diventavano gala spesso adottavano nomi femminili e le loro canzoni erano composte nel dialetto emesal, il quale veniva di solito usato per personaggi femminili di opere letterarie.
Il culto di Inanna è stato il più influente per quanto riguarda le figure femminili dell'antica Mesopotamia. Essa veniva adorata sia localmente, come dea associata a particolari città, sia con un culto più ampio. Tuttavia, la maggior parte dei riferimenti a Inanna/Ištar provengono dalla letteratura antica, principalmente da miti, poemi epici e inni.
I re potevano invocare la loro devozione nei suoi confronti per legittimare il loro governo. Inanna è la patrona del tempio di Eanna, il suo centro di venerazione principale. I riti del culto di Inanna/Ištar, inclusi alcuni come piangere la morte di suo marito Dumuzi, sono continuati come minimo fino al X secolo d.C. Le religioni della Mesopotamia hanno iniziato il loro declino tra il III e il V secolo d.C., quando gli assiri hanno incominciato a convertirsi al Cristianesimo.
Iconografia della Dea: Un Percorso attraverso i Millenni
I diversi caratteri di Inanna/Ištar, quali sono stati delineati, corrispondono all'evoluzione subita dal tipo iconografico della dea; occorre tuttavia precisare, a questo punto, che una netta caratterizzazione di questa, specialmente per l'epoca più antica, oltre che praticamente impossibile a farsi, non si può giustificare storicamente, poiché l'acquisizione di caratteri specifici si attuò progressivamente (e mai in maniera completa) a mano a mano che il pensiero teologico della religione ufficiale (non sempre corrispondente a quella effettivamente seguita dal popolo) cercava di coordinare in una visione unitaria il pantheon e le concezioni relative alle singole divinità. In secondo luogo non sempre è possibile stabilire con esattezza l'identità di una determinata raffigurazione, perché anche altre divinità femminili, quali Nisaba, Nana e Ninkhursag, ancorché meno diffuse, condividevano con Inanna/Ištar attributi e iconografia: in altri termini, erano altre personificazioni dello stesso concetto che ad Uruk era personificato da Inanna.
Il più antico tipo iconografico di Inanna è quello testimoniato a Uruk intorno al 3000 a.C.: la dea, indossante una lunga veste e con la tiara a corni sul capo, è raffigurata in atto di andare incontro a Dumuzi ovvero di ricevere l'offerta recatale da sacerdoti in nudità rituale. La scena si svolge apparentemente dinanzi al tempio, ma si tratta di una convenzione iconografica per cui viene proiettata all'esterno la scena che ha luogo all'interno (come nel vaso rituale all'Iraq Museum di Bagdad).
Ben presto l'aspetto pastorale di Inanna, già sottolineato dalla frequenza con cui il suo simbolo più antico (il fascio di canne) compare in connessione con le greggi, cede il posto ad una più generica concezione della fecondità: la dea che compare raffigurata sui sigilli del periodo protodinastico (intorno alla metà del III millennio a.C.), vestita di un lungo abito e seduta in compagnia di una divinità maschile, verosimilmente Dumuzi, anche se non è possibile attribuirle con certezza il nome di Inanna, rappresenta comunque un nuovo tipo iconografico (quello della figura seduta) pertinente alla dea della fecondità. Nello schema della coppia divina seduta, si può individuare il banchetto sacro che aveva luogo durante la festa del Nuovo Anno (akītu), ma non mancano, già nello stesso periodo protodinastico, raffigurazioni di Inanna seduta, senza alcun rapporto col banchetto sacro.
Questo tipo iconografico sembra prevalere nella scultura monumentale a tutto tondo, come mostrano ad esempio una bella statua acefala del Louvre, rinvenuta a Susa (da notare la presenza del leone come motivo decorativo sul fianco dello sgabello/trono su cui la dea è seduta; si tratta forse della più antica attestazione in Mesopotamia di questo animale come attributo di Inanna/Ištar; in Anatolia il leone accompagnerà regolarmente la Grande Madre), e la statua con pòlos rinvenuta nel tempio di Ištar a Mari; su quest'ultima rappresentazione la dea tiene in mano, come in coevi rilievi mesopotamici, un grappolo di datteri.
Intorno alla metà del III millennio, compaiono nuovi tipi iconografici di Inanna/Ištar in relazione ai nuovi caratteri specifici che la dea assume. L'aspetto agricolo e quello guerriero della dea si manifestano nella comparsa di attributi che l'accompagnano sia quando è raffigurata in piedi sia quando è seduta. Nella sua qualità di dea della fertilità, Inanna appare con ciuffi di canne e spighe di grano che le spuntano dalle spalle; talvolta, come nel bassorilievo del vaso di Entemena, Inanna ha in mano un grappolo di datteri; come dea guerriera Inanna ha sulle spalle, invece, delle armi, mazze e hòrpai.
In questo periodo tuttavia le raffigurazioni della dea guerriera sono ancora piuttosto rare; più frequenti si fanno nel periodo accadico (2350-2150 a.C.), al quale si data il rilievo del re Anubanini, inciso su una roccia a Zohab sui monti dello Zagros: esso raffigura la dea guerriera che tiene due prigionieri al guinzaglio. In questo periodo perdurano tutti i tipi iconografici del periodo precedente: su un sigillo si vedono addirittura affiancate la dea guerriera e quella agricola; nello schema della figura seduta, gli elementi vegetali che spuntano dalle spalle sono assai frequenti, anche nelle scene di banchetto. Inanna/Ištar seduta compare inoltre in atto di ricevere omaggio da parte di fedeli ovvero, come su un sigillo con Etana, come semplice riempitivo.
Come altre figure divine o semplicemente mitiche, anche Inanna/Ištar viene raffigurata nel periodo accadico in scene riferentisi ad episodi mitologici, non facilmente interpretabili: ella appare così, in piedi o seduta, in una barca col dio solare, su una montagna, resa schematicamente, dalla quale emerge un dio che vi era imprigionato, e seduta dinanzi ad una porta alata (l'aurora?) con accanto un toro inginocchiato (in questo è forse possibile ravvisare il "toro celeste" del Poema di Gilgamesh). In quattro sigilli la scena col dio che esce dalla montagna presenta la dea Inanna/Ištar munita di ali; poiché nei casi in cui la provenienza dei sigilli è nota si tratta sempre della regione del fiume Diyala, a E del Tigri, si può supporre che la variante della dea armata e alata costituisca un fenomeno isolato e localizzato in quella regione periferica.
Nei periodi neo-sumerico e babilonese vengono meno molti tipi iconografici: scompaiono le scene mitologiche e tutte le altre si fanno più rare; solo le raffigurazioni della dea guerriera permangono numerose. Le terrecotte a rilievo testimoniano però il perdurare di una religiosità popolare fondata sul culto della coppia arcaica Inanna-Dumuzi; in alcune le due divinità appaiono in piedi, abbracciate, in altre si vede la dea sola, variamente atteggiata.

L'importanza del periodo babilonese per l'iconografia di Ištar si rivela nella comparsa di un nuovo tipo iconografico il quale, per essere assente nella precedente tradizione mesopotamica e per essere invece attestato fin dalla metà del III millennio in Siria (come rivela una conchiglia incisa da Mari), va considerato un apporto dall'esterno in concomitanza con l'avvento, sul piano politico, delle dinastie semitiche dette "amorree" o "occidentali": si tratta della dea nuda, con chioma hathorica. La tipologia di questa raffigurazione divina, che in Mesopotamia non ebbe grande importanza fino all'epoca ellenistica − infatti nella glittica babilonese la dea nuda è usata come una specie di riempitivo, giustificando l'opinione del Frankfort che non volle riconoscere in essa una divinità −, va studiata sul materiale occidentale, cioè siro-anatolico, nel quale è nota convenzionalmente col nome fenicio di Ištar, cioè Astarte. Un elemento che è estraneo all'usuale tipologia dell'Astarte è quello del velo che la dea apre dinanzi a sé, aprendolo fino a fargli assumere l'aspetto di un paio di ali.
È difficile ammettere che queste ultime derivino dalla schematica rappresentazione del velo aperto: a parte la diversità tipologica, non vi è corrispondenza tra le aree di diffusione della dea nuda alata e la dea che si spoglia; quest'ultima resta limitata all'area siriana settentrionale, mentre l'altra giunge in Anatolia e, in una forma che ora esamineremo, in Mesopotamia. Altrettanto difficile è spiegare il significato della dea in atto di aprirsi il velo: il ricorso dell'episodio mitologico della discesa di Inanna/Ištar agli Inferi è invalidato dalla considerazione che un mito mesopotamico non sarebbe rappresentato in Mesopotamia mentre lo sarebbe in Siria, a parte il fatto dell'incertezza circa l'identificazione tra il gesto della dea, che sembra voler mostrare la propria nudità, e il significato, totalmente diverso, che il gesto assume nel mito. La dea che si spoglia sembra in definitiva rappresentare una esplicita manifestazione del concetto della fecondità più connesso alla Grande Madre anatolica (o meglio asianica) che all'Ištar mesopotamica. Vi sono comunque in Mesopotamia delle raffigurazioni di una dea alata, nuda: si tratta di rilievi in terracotta, di cui il più noto è la cosiddetta lastra Burney, di probabile natura cultuale, nei quali la dea ha sul capo la tiara a corni mentre le estremità inferiori sono costituite dagli artigli di un rapace. È possibile che si tratti di una manifestazione ancora diversa della dea Ištar.

Nel periodo assiro (primi secoli del I millennio a.C.) l'iconografia di Ištar si cristallizza nella figura della Ištar di Arbela: la dea, in piedi e di profilo, reca sulle spalle l'arco e la faretra, con armi nelle mani; così ella compare in un rilievo da Tell Ahmar (antica Till Barsip) e su numerosi sigilli, dove è accompagnata talvolta dal leone e sempre dal suo simbolo astrale, la stella a otto punte, derivato dalla rosetta che nel 3000 a.C. accompagnava Dumuzi e Inanna, simboleggiando le fronde che nutrivano le greggi. Un aspetto leggermente diverso, senza arco e con l'abito rivestito di ampie zone sul davanti, presenta la dea raffigurata sul rilievo di Shamash-resh-usur da Mari.
Eredità e Interpretazioni Moderne
Inanna ha influenzato numerose divinità successive, tra cui la fenicia Astarte e la greca Afrodite, e potrebbe essere stata riferita anche nell'Antico Testamento. Le sue analogie con la dea fenicia Astarte sono evidenti, come la statuetta fenicia del VII secolo a.C. suggerisce.
Inanna è diventata una figura importante anche nella teoria femminista moderna, perché proviene da un pantheon sumero prevalentemente maschile, ma è equivalente, se non più potente, delle divinità maschili. Simone de Beauvoir, nel suo saggio Il secondo sesso (1949), ha sostenuto che Inanna, assieme alle altre potenti dee dell'antichità, sono state marginalizzate dalla cultura moderna a favore degli dei maschili. Tuttavia, Tikva Frymer-Kensky ha sostenuto che Inanna fosse sin dall'inizio "una figura marginale" della religione sumera e rappresentava l'archetipo "non socialmente accettabile" della "donna non legata e non addomesticata". L'autrice femminista Johanna Stuckey non è d'accordo, mostrando come Inanna fosse una figura centrale del pantheon sumero e la sua ampia diversità di poteri sia inconsistente con la visione "marginale".
Inanna è una figura importante anche nella cultura BDSM. La rappresentazione della dea in Inanna ed Ebiḫ è stata citata come precursore dell'archetipo di dominatrice, apparendo come una donna forte che costringe uomini e divinità a sottomettersi. Nella mitologia, le sottomesse della dea danzavano secondo alcuni riti. A causa dei suoi molteplici aspetti e poteri, Inanna/Ištar rimane una figura di dea complessa e confusa negli studi moderni.
Nel 1887 il compositore francese Vincent d'Indy scrisse la sinfonia Ištar, op. 42. Questa dimostra come la figura della dea abbia continuato ad ispirare forme d'arte e cultura anche in tempi più recenti, trascendendo il suo contesto originario mesopotamico per diventare un simbolo di forza femminile, fertilità e complessità psicologica.
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