L'aborto spontaneo rappresenta una delle complicanze più frequenti della gravidanza, una condizione che, pur essendo diffusa, rimane spesso avvolta da dubbi e preoccupazioni. Si manifesta nelle prime settimane di gestazione, talvolta ancor prima che la donna sia effettivamente consapevole di essere incinta. Circa il 15-20% di tutte le gravidanze riconosciute esita in un aborto spontaneo, un evento che può essere estemporaneo o, in alcuni casi, ripetersi nel tempo, definendo condizioni più complesse come l'abortività ricorrente. È sempre un’esperienza emotivamente complessa da affrontare: subentrano dubbi sulla capacità di portare avanti una gravidanza, timori per il futuro e sensi di colpa. Comprenderne le cause è importante non solo per elaborare quanto accaduto, ma anche per guardare avanti con maggiore consapevolezza.

L'Aborto Spontaneo: Definizione, Frequenza e Tipologie
Quando si parla di aborto spontaneo si intende l’interruzione naturale di una gravidanza entro la 20ª-22ª settimana di gestazione; la maggioranza dei casi, comunque, l’evento avviene entro il primo trimestre. In alcuni casi si presenta con sintomi quali sanguinamento e dolore addominale, e se si tratta dell’inizio della gestazione, la donna può confondere questi disturbi con quelli tipici del ciclo mestruale. In altri contesti, si scopre con la prima ecografia di routine, magari a causa di quadri ecografici dubbi. Ad esempio, un test di gravidanza positivo e l'assenza di camera gestazionale all'ecografia transvaginale possono indicare una gravidanza normale in fase precoce (la camera gestazionale diventa evidente di solito verso la fine della quarta-inizio della quinta settimana), un aborto spontaneo (incompleto o completo a seconda della presenza di materiale residuo in utero), o, nell'1-2% dei casi, una gravidanza extrauterina.

Va sottolineato che il più delle volte l’aborto spontaneo è un fatto fisiologico, dovuto ad alterazioni biologiche e genetiche che rendono impossibile il normale sviluppo dell’embrione. Non è provocato dai comportamenti della donna. È importante fare un distinguo: si parla di aborto spontaneo estemporaneo o episodico quando avviene una sola volta, mentre si definisce come ricorrente con la perdita di due o più gravidanze consecutive (secondo alcune definizioni, tre). Tale distinzione è importante per definire l’approccio diagnostico e terapeutico. Solo nel 2% delle donne si verificano due aborti, e nello 0.5-1% dei casi 3 o più aborti. In questo caso si parla di abortività ricorrente (o poliabortività), una condizione che necessita di approfondimenti diagnostici specialistici. Negli ultimi anni si utilizza genericamente il termine “poliabortività” per indicare aborti ripetuti e ricorrenti ed è importante ricercare le cause predisponenti ad aborto a partire dal secondo evento. È molto importante ricordare che avere avuto un singolo aborto è un’evenienza molto frequente, e che questo non pregiudica la possibilità di avere future gravidanze regolari.
Le Cause Genetiche e Cromosomiche dell'Aborto Spontaneo
La genetica gioca un ruolo determinante in questi contesti, soprattutto negli aborti precoci e in quelli che si ripetono nel tempo. La causa più frequente di aborto spontaneo è una anomalia cromosomica che si riscontra nel 50-70% degli aborti spontanei del primo trimestre. Questa incidenza si eleva significativamente, con più del 50% degli aborti spontanei che presentano un alterato numero e/o struttura dei cromosomi, ritenuta la causa dell’interruzione della gravidanza. Nella maggior parte dei casi, l'iter diagnostico si focalizza proprio nella ricerca di patologie genetiche che possano dare spiegazione agli aborti ripetuti.

Il più delle volte si tratta di anomalie cromosomiche dell’embrione, che insorgono al momento della fecondazione o nelle prime divisioni cellulari. Queste anomalie sono spesso aneuploidie, ovvero un numero anomalo di cromosomi. Tali anomalie impediscono un corretto sviluppo embrionale e portano a un’interruzione precoce della gravidanza: l’aborto spontaneo è spesso un meccanismo naturale di selezione biologica. Le patologie cromosomiche sono causate da una ampia gamma di alterazioni a carico dei cromosomi. Le monosomie complete, per esempio, sono incompatibili con la vita postnatale e si riscontrano pertanto esclusivamente nell’esame citogenetico del materiale fetale. L’aneuploidia è causata, nella maggior parte dei casi, da errori di non-disgiunzione alla meiosi che causano la formazione di due cellule (gameti) che contengono rispettivamente un cromosoma in più oppure uno in meno.
Un fattore di rischio cruciale per le anomalie cromosomiche fetali è l'età materna avanzata. Non a caso il rischio di aborto spontaneo aumenta notoriamente e progressivamente dopo i 35 anni. L’età materna avanzata comporta infatti la probabilità di ovociti “vecchi”, non di buona qualità, che più facilmente possono presentare errori nella divisione cromosomica.
Negli aborti spontanei ricorrenti, aumenta la probabilità che uno dei partner sia portatore di una traslocazione cromosomica bilanciata o di altre anomalie strutturali. Questo significa che il genitore è sano e fertile, ma può produrre gameti con anomalie che danno origine ad embrioni con assetti cromosomici alterati. Si tratta di condizioni relativamente frequenti, che rimangono silenti fino a quando non si cerca una gravidanza. Le traslocazioni cromosomiche consistono nel trasferimento di un segmento cromosomico dalla sua posizione normale ad un’altra, differente, sia nell’ambito dello stesso cromosoma che su un cromosoma diverso. La traslocazione è detta bilanciata se non comporta alcuno squilibrio di materiale cromosomico. La traslocazione reciproca consiste nello scambio di segmenti tra due cromosomi non omologhi. La traslocazione robertsoniana consiste nella fusione di due cromosomi acrocentrici a seguito di una rottura in prossimità del centromero, con la formazione di un nuovo cromosoma. I soggetti portatori di traslocazioni bilanciate hanno il rischio di sbilanciamento nella prole. Tale sbilanciamento può essere responsabile di abortività spontanea o di patologie fetali. Tali anomalie strutturali si riscontrano con una frequenza di circa 1 persona su 500 nella popolazione generale.
Oltre alle anomalie cromosomiche, esistono mutazioni genetiche specifiche che possono aumentare il rischio di aborto spontaneo. Alcune riguardano geni coinvolti nella coagulazione del sangue (trombofilie ereditarie), altre interessano processi fondamentali per lo sviluppo embrionale o l’impianto.
Quali sono le malattie cromosomiche più frequenti?
L'Analisi Citogenetica: Lo Strumento Diagnostico Chiave
L’analisi citogenetica, conosciuta anche come mappa cromosomica o cariotipo, è lo studio dei cromosomi delle cellule. Nelle cellule degli esseri umani ci sono 46 cromosomi: 23 cromosomi provengono dal padre con lo spermatozoo e 23 dalla madre con la cellula uovo. Spermatozoi e cellule uovo sono cellule germinali e sono le uniche a contenere solo 23 cromosomi. Se lo spermatozoo porta il cromosoma X nascerà una femmina, se porta il cromosoma Y nascerà un maschio. Il cariotipo di una femmina normale sarà quindi 46, XX mentre quello di un maschio 46, XY. Il cariotipo umano, o mappa cromosomica, è costituito da 22 coppie di autosomi più la coppia dei cromosomi sessuali. Di queste, un omologo è di origine paterna ed uno di origine materna. I cromosomi possono presentare alterazioni che riguardano il numero (per esempio, trisomia 21 o sindrome di Down) o la struttura (traslocazioni sbilanciate, delezioni o duplicazioni), e possono essere il risultato di uno sbilanciamento di una anomalia cromosomica presente in un genitore.

Lo studio citogenetico serve a verificare che non ci siano alterazioni del numero e/o della struttura dei cromosomi che possono essere responsabili di malattie caratterizzate da ritardo mentale (es: Sindrome di Down), infertilità/sterilità (es: Sindromi di Turner e Klinefelter), ritardo psicomotorio e del linguaggio, della crescita e dello sviluppo. In relazione alla gravidanza, viene effettuata in gravidanze nelle quali vi sia un aumentato rischio di anomalie cromosomiche del feto. Le indicazioni includono età materna uguale o maggiore ai 35 anni (compiuti prima della nascita del figlio), un figlio affetto da errore di numero dei cromosomi, genitori portatori di riarrangiamenti strutturali che non mostrano segni clinici, genitori con errori di numero dei cromosomi del sesso (es: 47,XXX; 47,XXY), anomalie del feto evidenziate in ecografia, indicazioni derivanti da test biochimici (es: bi-test), e naturalmente, aborti spontanei ripetuti.
Per l'analisi citogenetica fetale in gravidanza, attraverso il prelievo transaddominale si può effettuare una villocentesi durante il primo trimestre di gravidanza (9-12 settimane) oppure un’amniocentesi durante il secondo trimestre (15-18 settimane). Nel contesto dell'aborto spontaneo, l'analisi citogenetica del materiale abortivo è fondamentale. Il campione prelevato deve essere in primo luogo esaminato per assicurare la presenza di materiale di origine fetale, consentendo così di identificare le specifiche anomalie cromosomiche che hanno causato l'interruzione della gravidanza. Prima di effettuare l’analisi citogenetica si consiglia sempre la consulenza genetica, durante la quale il genetista spiega l’utilità, ma anche i limiti del test. Il medico genetista, come il Dr. Sebastiano Bianca, cofondatore di BGenetica e responsabile dei percorsi dedicati alla genetica riproduttiva e alla neurogenetica, attraverso lo studio dell’albero genealogico, dell’anamnesi personale e familiare, e di una serie di analisi genetiche, può identificare i fattori cromosomici o genici che possono predisporre a aborto ripetuto.
Oltre la Citogenetica Classica: La Citogenetica Molecolare e la Tecnica FISH
Lo sviluppo di tecniche sofisticate definite di “Citogenetica Molecolare”, quali ad esempio l’Ibridazione In Situ Fluorescente (FISH), consente di effettuare studi citogenetici più approfonditi. Questa tecnica rende possibile la localizzazione di una specifica sequenza di DNA su preparati fissati di cromosomi, nuclei interfasici e sezioni di tessuto, ottenuti da qualsiasi tipo di materiale biologico (sangue, biopsie, liquido amniotico, gameti), sia esso fresco, crioconservato o paraffinato.

La FISH costituisce un fondamentale complemento della citogenetica tradizionale poiché è caratterizzata da un maggiore potere di risoluzione. Permette infatti di caratterizzare anomalie cromosomiche di numero e di struttura non definibili mediante le tecniche di citogenetica classica e di identificare riarrangiamenti criptici, non visibili neppure dopo bandeggio ad alta risoluzione. Questo significa che anomalie più sottili, che sfuggirebbero all'analisi standard del cariotipo, possono essere individuate con precisione grazie alla FISH, fornendo così risposte più complete riguardo alle cause genetiche degli aborti spontanei.
Sebbene il suo ruolo sia cruciale nell'indagine delle cause di aborto, la FISH ha applicazioni estese anche in altri campi, come quello oncologico, contribuendo a una diagnosi più precisa e a terapie mirate. L’analisi citogenetica può essere effettuata anche per studiare i tumori, sia ematologici (es. leucemie) che solidi (es. polmone, mammella, fegato, vescica). Certi riarrangiamenti cromosomici sono “tumore specifici”, per cui consentono una diagnosi corretta a fronte di un sospetto o dubbio clinico. Una delle applicazioni più recenti è in campo oncologico: in molti casi infatti, soprattutto per le colture di tumori solidi, non si ottiene crescita e divisione cellulare, quindi non è possibile evidenziare i cromosomi ed analizzarli con tecniche classiche.
Il Laboratorio di Citogenetica dell’Istituto Clinico Humanitas è un centro di riferimento per lo studio del tumore della vescica. Dopo uno studio condotto per verificare l’efficacia di questo test, è stata introdotta l’analisi UROVYSION® nella pratica clinica, in collaborazione con l’Unità Operativa di Urologia. Il test non è invasivo e consente l’individuazione in 48 ore di cellule tumorali ottenute da un semplice campione di urine. Il test ha un elevato potere predittivo: ciò significa che la FISH identifica anomalie cromosomiche tipiche del tumore prima che ci sia evidenza di malattia all’indagine cistoscopica o positività di altri marcatori diagnostici quali le CTM (cellule tumorali maligne).
Con la FISH si possono anche ottenere informazioni riguardo alla terapia più appropriata per un certo tipo di tumore in un determinato paziente (Targeted Therapy). Si sa per esempio che pazienti con tumore della mammella che abbiano una FISH positiva per l’amplificazione di un gene chiamato HER-2/neu, la cui proteina viene esposta sulla membrana cellulare del tumore, rispondono alla terapia con un particolare farmaco, trastuzumab, un anticorpo che si lega al recettore neutralizzandolo (terapia immunologica). Il test viene chiamato PATHVYSION® ed è approvato dalla FDA. La FISH può anche essere utilizzata per studiare l’amplificazione di un altro gene noto come EGFR, nel tumore del polmone e del colon. Anche in questo caso è possibile utilizzare farmaci diversi a seconda che nel tumore del paziente si riscontri o meno l’amplificazione del gene. Data l’alta sensibilità, specificità e potere anticipatorio, la tecnica FISH risulta particolarmente efficace nello studio dei tumori sia ematologici che solidi.
Gestione dell'Aborto Spontaneo e Percorsi Terapeutici
La gestione dell'aborto spontaneo varia significativamente a seconda che si tratti di un evento estemporaneo o ricorrente. Per ciò che riguarda un aborto spontaneo estemporaneo, non c’è bisogno di fare nulla di specifico in termini di indagini approfondite immediate; basterà aspettare un po’ di tempo e ritentare. Diverso è il discorso se l’evento è ricorrente, anche se non necessariamente consecutivo. In tale contesto, è importante rivolgersi ad un centro specializzato, che offra un approccio multidisciplinare e cioè che sia in grado di affrontare per la diagnosi ed il trattamento eventuale tutti gli aspetti genetici, ormonali, immunologici e anatomici, ma anche del benessere emotivo della coppia. Questo percorso diagnostico di base permette di individuare il fattore predominante e di evitare trattamenti inutili o inefficaci.
I trattamenti dipenderanno poi dalla causa genetica o non genetica identificata. In caso di anomalie cromosomiche dei genitori, la procreazione medicalmente assistita (PMA) con diagnosi genetica preimpianto (PGT) può essere la soluzione ideale. Questa tecnica consente di selezionare embrioni cromosomicamente sani, riducendo drasticamente il rischio di nuove perdite. Quando sono presenti trombofilie o alterazioni immunologiche, possono essere indicati invece trattamenti farmacologici specifici durante la gravidanza. Se il problema è legato a squilibri ormonali o a difetti uterini, esistono terapie mediche o chirurgiche mirate; ad esempio, il progesterone è efficace nei casi legati ad insufficienza del corpo luteo, avendo la funzione di rilassare l’utero. Per i casi di incompetenza cervicale, si può ricorrere al cerchiaggio della cervice, ovvero l'inserimento per via vaginale di una “fettuccia” che tiene chiuso il collo dell’utero.
Rivolgersi a un centro esperto in fertilità e genetica riproduttiva come Raprui significa avere garantito un percorso chiaro, basato su evidenze scientifiche e personalizzato sulle reali esigenze della coppia, senza perdere ulteriore tempo e senza stress.

Per quanto riguarda la gestione immediata del materiale abortivo, le opzioni includono la condotta d’attesa o l'intervento chirurgico. La condotta d’attesa consiste nell’attendere la spontanea evacuazione del materiale abortivo dall’utero, eventualmente aiutata dalla somministrazione di farmaci uterotonici (cioè farmaci che fanno contrarre l’utero). Questa è applicabile soprattutto nei casi di aborto incompleto, mentre più raramente ha successo nel caso degli aborti interni, che possono impiegare anche diversi giorni prima che il materiale endouterino venga espulso. Possibili complicanze della condotta d’attesa sono soprattutto il sanguinamento, che può diventare abbondante, e dolori pelvici. La terapia chirurgica, detta anche “raschiamento”, viene eseguita sotto sedazione. Si effettua la dilatazione del canale cervicale e poi si inserisce uno strumento a forma di cannula che consente l’aspirazione del materiale residuo. Si controlla poi che l’utero sia “pulito” tramite uno strumento a forma di cucchiaio, che elimina gli ultimi residui del materiale placentare. Le complicanze del raschiamento, per fortuna piuttosto rare, sono emorragia (5% dei casi), infezione (1-2%), perforazione uterina (0,5-1%).
Condizioni Cliniche Correlate e Situazioni Particolari
Nella complessa realtà della gravidanza, possono presentarsi diverse situazioni che richiedono un'attenta valutazione e diagnosi differenziale rispetto all'aborto spontaneo.
Minaccia d'Aborto e Segni Ecografici
Si parla di minaccia d’aborto quando si verifica sanguinamento in una gravidanza riconosciuta come vitale, prima della 24esima settimana. L’ecografia in questi casi talora mostra la presenza di aree di distacco amniocoriale (cioè tra il sacco amniotico e il sacco coriale, che forma la placenta) o ematomi sottocoriali. Questi aspetti ecografici non devono essere confusi con il “distacco di placenta”, un evento che si presenta generalmente nel terzo trimestre di gestazione, con sanguinamento abbondante, che può essere pericoloso per il feto e la gestante. Diversamente, la presenza di distacco amniocoriale o di ematoma, di per sé non pregiudica il normale proseguimento della gravidanza nella maggioranza dei casi. In molti casi può accadere che all’ecografia non si vedano segni ecografici che possano spiegare il sanguinamento in atto. In questi casi si pensa che esista una piccola area di scollamento, da cui il sangue esce senza accumularsi in un ematoma visibile ecograficamente, o che talora il sanguinamento provenga dal collo uterino (ad esempio da un piccolo polipo del collo, che in gravidanza diventa particolarmente vascolarizzato). Purtroppo, in alcuni casi la minaccia d’aborto diventa aborto spontaneo, soprattutto quando il sanguinamento aumenta e compaiono intensi dolori uterini, legati alle contrazioni dell’utero che cerca di espellere il prodotto del concepimento. In questi casi è bene rivolgersi al pronto soccorso ginecologico, dove verrà valutata l’indicazione per un eventuale ricovero.
Gravidanza Extrauterina: Una Diagnosi Differenziale Importante
Nel caso di quadri ecografici dubbi, come un test di gravidanza positivo e l'assenza di camera gestazionale all'ecografia transvaginale, è fondamentale considerare anche la possibilità di una gravidanza extrauterina (gravidanza ectopica). Nell'1-2% dei casi può trattarsi di questa condizione, in cui l’embrione si impianta in una sede anomala al di fuori dell’utero, ad esempio a livello della tuba, dell’ovaio o della cervice. La gravidanza extrauterina può mettere a rischio la salute materna: infatti la rottura improvvisa (ad esempio della tuba) può essere causa di abbondante emorragia interna. È quindi consigliabile, in tutte le pazienti con minaccia d’aborto e camera gestazionale non visualizzata all’interno dell’utero, recarsi immediatamente dal medico se sopraggiungono forti dolori addominali, perdite ematiche abbondanti o senso di svenimento. È importante ricordare, infatti, che solo in una minoranza di casi la diagnosi di gravidanza extrauterina viene posta ecograficamente, e che i segni clinici sono fondamentali nel guidare verso la diagnosi corretta. La diagnosi ecografica di gravidanza ectopica non è sempre possibile. Questa può basarsi su segni diretti (visualizzazione della camera ovulare e/o embrione in sede extrauterina) o segni indiretti (utero vuoto con test di gravidanza positivo, falda fluida in cavità addominale, massa annessiale).
Morte in Utero del Feto
La morte in utero del feto è un evento che deve essere sempre valutato attentamente. Sebbene gli studi ci dicano che il naturale decorso dopo una morte intrauterina è una fisiologica spontanea attivazione del parto entro le due settimane dalla morte del bambino, solitamente si preferisce indurre il parto entro le 48 ore successive alla diagnosi, soprattutto per evitare possibili rischi per la salute della madre. Per questo, dopo la diagnosi di morte in utero, generalmente si induce il travaglio tramite la somministrazione di prostaglandine intravaginali, sotto copertura analgesica. A volte la risposta non è immediata, specie alle epoche gestazionali precoci. In questo caso, dopo un giorno di “riposo”, si riproverà l’induzione del travaglio. Dopo il parto, specialmente alle epoche gestazionali più avanzate, si può verificare la comparsa della montata lattea.
L'Aborto nella Gravidanza Gemellare
L’aborto nella gravidanza gemellare è un fenomeno che si realizza più frequentemente nel corso delle prime settimane di gestazione. Spesso la camera gestazionale con il piccolo embrione viene riassorbita, per cui si parla di “vanishing twin”, cioè di gemello che scompare. Diversamente, se la morte in utero avviene nel corso del secondo/terzo trimestre, ci possono essere dei problemi, soprattutto nel caso di gemelli monocoriali. Infatti i gemelli monocoriali condividono la placenta e sono collegati tra loro da anastomosi vascolari. La morte di un gemello crea un sequestro di sangue verso il suo territorio placentare, per cui il gemello restante può andare incontro a una emorragia acuta, che comporta in circa la metà dei casi morte o danno cerebrale da ipovolemia (riduzione della massa ematica con riduzione dell’apporto di ossigeno al cervello). Nella restante metà dei casi il secondo gemello sopravvive senza complicanze neurologiche. Per valutare l’eventuale danno cerebrale di solito si richiede, oltre all’ecografia, una risonanza magnetica fetale, da eseguire generalmente a 4-6 settimane dall’evento. Una delle cause principali di morte in utero nelle gravidanze monocoriali è rappresentata dalla sindrome da trasfusione feto-fetale. Nelle gravidanze bicoriali, il problema dell’emorragia non esiste, infatti ogni gemello ha il suo territorio placentare. Possibili rischi legati alla morte in utero di un gemello nella gravidanza bicoriale sono dovuti principalmente alla prematurità: infatti la presenza di tessuto fetale e placentare in necrosi, può determinare il rilascio di sostanze che attivano le contrazioni uterine. La morte in utero di uno dei feti solitamente non è un’indicazione ad anticipare il parto. I casi di coagulopatia materna da morte in utero riportati in letteratura sono talmente rari, che non dovrebbe essere questa l’indicazione al parto, soprattutto alle epoche gestazionali più precoci, quando i rischi della prematurità sono ben superiori.
Cause Non Genetiche di Aborto Spontaneo
Anche se la genetica è responsabile del 50-70% degli aborti spontanei precoci, esistono altre cause meno frequenti, ma non per questo meno importanti, che possono contribuire all'interruzione della gravidanza. Tra queste si annoverano le infezioni: agenti infettivi che attraversano la placenta, infettando il feto e causandone la morte (per esempio toxoplasma, rosolia, citomegalovirus) oppure infezioni vaginali non trattate (“vaginosi batterica”), che possono scatenare un processo infiammatorio con produzione di mediatori che innescano contrazioni uterine e che portano ad aborti tardivi o parto pretermine. Un'altra causa può essere l'incontinenza cervicale, dove la cervice risulta debole e si apre sotto il peso dell’utero, anche in assenza di contrazioni. Inoltre, squilibri ormonali o difetti uterini possono influenzare la capacità della gravidanza di progredire. È importante ricordare, però, che nella maggioranza dei casi non si riesce a trovare la causa che possa aver determinato l’aborto, specie quando questo è stato occasionale.
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