Il legame viscerale tra la città di Napoli e la sua squadra di calcio non si limita alla semplice passione sportiva, ma si riflette in una simbologia complessa che affonda le radici nella storia, nel dialetto e nell’identità popolare. I colori sociali del Napoli, l’azzurro e il bianco, richiamano in modo inequivocabile il mare che bagna le sponde del Golfo e il cielo che si staglia alle spalle del Vesuvio. Se il bianco trova spazio principalmente nei dettagli e nei calzettoni, è l’azzurro a dominare l’immaginario, trasformandosi in una bandiera che avvolge, stagione dopo stagione, le sorti della squadra.

I simboli storici del club non sono stati immuni da cambiamenti e riletture. La celebre ‘N’, che campeggia al centro dello scudetto, venne introdotta negli anni Trenta e riportata in auge dal presidente Ferlaino all’alba degli anni Settanta, nel tentativo di recuperare il legame profondo con il passato. In quel periodo, si cercò di inserire richiami araldici legati allo stemma del Regno delle Due Sicilie, una scelta che, sebbene carica di significato storico, venne respinta dalla Federazione calcistica.
La nascita del "cavallo inalberato"
La futura Società Sportiva Calcio Napoli vide la luce nell'agosto del 1926, quando l'Internaples, per volontà del presidente Giorgio Ascarelli, cambiò la propria denominazione in Associazione Calcio Napoli. Questa scelta rispondeva anche a una necessità diplomatica: evitare le antipatie del regime fascista allora in ascesa. Con il cambio di nome, la nuova società adottò un emblema che rompeva con i loghi precedenti, composti da semplici iniziali stilizzate in forme geometriche, per abbracciare un’icona dal forte richiamo territoriale.
Il simbolo scelto era un cavallo sfrenato (da non confondere con quello ‘rampante’), di colore bianco o dorato, "inalberato" e "rivoltato" in termini araldici. Il cavallo era raffigurato all’interno di un ovale azzurro bordato d’oro, con le zampe posteriori saldamente poggiate su un pallone da calcio. Le iniziali della società, "A. C. N.", erano iscritte nell’ovale in senso orario, con la "A" posizionata all'altezza della coda e la "N" sotto le zampe anteriori sollevate.
L’origine di tale scelta, sebbene dibattuta, si fonda su diverse ricostruzioni storiche: alcuni storici ipotizzano che il cavallo facesse parte integrante delle antiche insegne cittadine, mentre altri sostengono che il simbolo raffigurasse una razza autoctona del territorio. Un elemento curioso che favorì l'adozione di questo simbolo fu il soprannome con cui venivano chiamati i giocatori della precedente Internaples: "i puledri".
Il NAPOLI che tutti abbiamo DIMENTICATO Ep.1 - La storia mai raccontata ep.1
L’asino di Fechella: dalla leggenda al soprannome
È erroneo affermare che il cavallo inalberato del Napoli si sia "trasformato" in un asino per un semplice processo evolutivo del logo. Lo stemma originario, pur con varianti, rimase in uso fino alla stagione 1962-63, anno in cui la squadra celebrò la vittoria della Coppa Italia. Tuttavia, nel sentire popolare e nella tifoseria, la figura dell'asino (in dialetto napoletano "ciuccio" o "ciucciariello") divenne in pianta stabile la mascotte della squadra, tanto da fondersi graficamente con la ‘N’ in alcune maglie storiche dei primi anni Ottanta.
La genesi del soprannome "ciuccio" è avvolta nel mito, ma legata a una specifica contingenza storica. La leggenda racconta che, dopo la prima, disastrosa stagione del Napoli nella Divisione Nazionale (antenata della Serie A), i tifosi, delusi dalle prestazioni, coniarono questo appellativo. In un bar del centro storico, un tifoso commentò la prestazione della squadra citando un celebre proverbio locale: "Mi sembra l’asino di Fechella, trentatré piaghe e la coda marcia". La battuta, riportata dal quotidiano Mezzogiorno Sportivo, divenne un tormentone, trasformando l’asino nel simbolo (auto)ironico del club.
La figura reale di Don Mimì
L'asino citato non era un'invenzione, ma un animale realmente esistito nel primo Novecento nel comune di Torre del Greco. Il suo proprietario, Domenico Ascione, detto "Fechella", era un commerciante di prodotti alimentari che operava nel Rione Luttazzi. Il suo asinello, provato dai carichi pesanti e dal lavoro incessante, appariva visibilmente malconcio. La loro presenza era costante nella vita del rione, e la misera condizione dell’animale divenne, per estensione, un termine di paragone per descrivere lo stato di salute o la stanchezza fisica di una persona. Ancora oggi, a un secolo di distanza, l'espressione sopravvive nel dialetto napoletano per indicare chi si lamenta eccessivamente dei propri malanni.
La cultura del "ciuccio" nel linguaggio napoletano
Il termine "ciuccio" non vive solo nel calcio, ma è intessuto nel tessuto profondo della lingua napoletana attraverso proverbi e modi di dire. Esistono detti che, pur essendo antichi, continuano a riflettere una visione della società che sta mutando. Si pensi a espressioni come "’A femmena nun se sposa ’o ciuccio pecché le straccia ’e lenzole". Questo detto, apparentemente bizzarro, nasconde una profonda verità storica circa la condizione femminile nel passato. In una società segnata dalla povertà, il matrimonio era spesso l'unica via per l'emancipazione economica. La donna, per sottrarsi alla miseria, era disposta a legarsi a chiunque fosse in grado di offrirle sicurezza materiale, anche, metaforicamente, a un "asino".
L’uso del termine nella cultura napoletana è vasto e sfaccettato. Si dice "cullu è nu ciuccio" per indicare una persona sciocca o, al contrario, si usa il proverbio "l’asino di Fechella" per chi ostenta una sofferenza fisica costante. Il linguaggio è intriso di saggezza popolare: "a gatta frettolosa fece i figli ciechi", oppure "grano a granello si accumula il grano da portare a macinare". Ogni espressione è una finestra su un modo di vivere che dà priorità alla prudenza, alla pazienza e alla conoscenza profonda delle dinamiche umane.

Riflessioni sul declino e sulla resilienza
La storia del Napoli, così come quella del "ciuccio", è una parabola di cadute e risalite. Se il cavallo inalberato rappresentava l'eleganza di una città nobile e orgogliosa, l'asino incarna la fatica, l'ironia e la capacità di resistere nonostante i colpi della sorte. Il legame tra questi due animali simbolici riflette perfettamente il dualismo napoletano: la ricerca costante della bellezza e del prestigio, unita alla consapevolezza della dura realtà quotidiana.
Le metafore utilizzate per descrivere il Napoli calcistico riflettono, dunque, uno specchio della società. Quando la squadra non performava, il paragone con l'asino di Fechella non era un insulto, ma un modo per esorcizzare la delusione e per ricordare alla squadra, con l'ironia tipica del popolo napoletano, che le "trentatré piaghe" non dovevano far dimenticare l'orgoglio del club. È questa capacità di mantenere un'identità forte, anche nel momento della critica, a rendere il legame tra la città e i suoi simboli un esempio di resilienza culturale unica nel suo genere.