La Culla d'Acqua Piemontese e l'Eredità della Poesia di Grazia Godio: Un Viaggio Tra Storia, Identità e Sentimento

Mappa del Piemonte

Il Piemonte, terra di confine e crocevia di culture, ha da sempre rappresentato un luogo in cui le vicende storiche si intrecciano indissolubilmente con la vita dei suoi abitanti, forgiando un'identità complessa e ricca di sfumature. In questo contesto, l'opera poetica di Grazia Godio, benché non direttamente menzionata nelle sue specificità, si inserisce idealmente come espressione di un sentire profondo, capace di cogliere le vibrazioni dell'anima piemontese, fatta di malinconia, speranza e pathos, spesso rivolti all'amore e alla figura della donna, omaggiata e talvolta accusata. L'analisi del contesto storico e culturale del Risorgimento italiano, così come delineato in alcuni passaggi, offre una cornice imprescindibile per comprendere la genesi di un tale sentire, non solo nell'opera di singoli autori, ma anche nell'animo collettivo.

L'Italia del Risorgimento: Battaglie, Tradimenti e Aspirazioni Repubblicane

La narrazione storica ci trasporta in un'epoca di profonde trasformazioni, in cui la nazione italiana, lacerata dalla dominazione straniera e dalle tirannidi interne, anelava alla libertà. "Repubblicani tutti fummo e siamo," si afferma con forza, evidenziando un amore inestinguibile per la repubblica e la convinzione che l'affrancamento della patria dalla dominazione straniera fosse uno scopo di vita. L'Austria, con il terrore delle sue armi e l'uso di "tirannidi di seconda mano" e "paure sacerdotali intese ad imbestialire la gente sotto sembianza di religione," emerge come l'oppressore principale. Questa condizione di oppressione generava un "ineccitabile silenzio" nelle "città fatte cimiteri di anime vive dentro corpi morti," un silenzio che solo un grido interiore, un lamento profondo, poteva rompere.

Garibaldi a Custoza

Le vicende di Custoza e Montesuello, sebbene non dettagliate, evocano le battaglie cruciali di quel periodo. La figura di Garibaldi, menzionato accanto a Sileno e al capitano La Marmora, simboleggia l'eroismo e la dedizione alla causa. Tuttavia, l'eroismo si scontrava spesso con la cruda realtà della politica e dei suoi compromessi. Il contrasto tra il "sentiero dell'onore" dei re, che si manifestava nella "strage di creature viventi," e quello del "figlio del popolo," orientato alla pace e alla fratellanza universale, è un tema ricorrente. "Nati tutti da un medesimo padre, perchè gli uomini non si dovranno alfine sovvenire come fratelli?" si chiede, ponendo l'accento sull'ideale di unità e solidarietà.

Le Tre Tirannidi e il Tradimento dei Principi

Il periodo era caratterizzato da "tre per tanto le tirannidi di allora, ed una servitù sola." Questa condizione di sottomissione rendeva difficile individuare un principe in cui riporre fiducia. Si afferma che tutti i principi fossero "aspidi," uno peggiore degli altri, con il "casereccio, supremo in malignità." Questa dura accusa è supportata da testimonianze di tradimento, come quella del Santarosa, che con un gesto simbolico, pose un libro "tra la lapide e la bocca del suo sepolcro, onde questo aperto perpetuamente raccontasse la truce storia di colui che lo tradì." L'altro testimone, un poeta, "insegnò alle crescenti generazioni l’orrore di quel nome," sebbene egli stesso avesse poi cercato perdono, sacrificando la propria fama. Questo episodio sottolinea la complessità morale di un'epoca in cui anche le figure più nobili potevano cadere preda delle debolezze umane e dei compromessi politici.

Caricatura dei principi italiani

La "Espiazione" è presentata come custode della Pietà, anche di fronte alle ceneri dei sepolcri dei re, suggerendo un invito alla riflessione e al rispetto, pur nella condanna delle azioni passate. Il sacrificio per la libertà è un tema centrale: "l’ardua lampada per alimentare la fiamma della libertà chiedeva sangue non olio, e sangue fu dato." Ma non era solo il sangue versato sui campi di battaglia: "l’amore, o piuttosto il furore della libertà impose che ogni altro affetto, che non fosse il suo, gli si immolasse in olocausto, e noi li strozzammo tutti come Ercole fanciullo i serpenti entrati dentro la sua culla." Questa immagine potente evoca la dedizione assoluta alla causa, che richiedeva la soppressione di ogni altro legame o sentimento personale.

Il Ruolo dei Repubblicani e la Critica al Cattolicesimo

I repubblicani, consci dei rischi, si muovevano in un contesto in cui il cattolicesimo, a volte, sembrava ostacolare il progresso. Molti erano convinti che dalle "girandole cattoliche non poteva uscirne altro che danno," o, nel migliore dei casi, una "perdita di tempo." Tuttavia, alcuni scelsero il silenzio, altri addirittura "si spencolò fino a confortare il prete nella magnanima impresa, profferendogli le lodi serbate ai redentori della patria." Questa apparente contraddizione rivela la "paura di sperdere le forze, che unite dovevano appuntarsi contro lo straniero," un pragmatismo che, pur non rinunciando agli ideali, si adattava alle circostanze per raggiungere l'obiettivo primario dell'indipendenza.

Risorgimento e Chiesa cattolica

La magistratura è descritta come la "suprema ancora della società pericolante," un baluardo di giustizia in tempi difficili. La sconfitta di Novara, in cui "armi al cimento inferme, e forse altra causa più rea, prostrarono le fortune italiche," fu un momento di grande sconforto. In seguito, "principi e preti imbandirono la mensa sopra il cataletto della libertà, e vi si ubbriacarono col sangue dei martiri." Tuttavia, la libertà non morì: "anche nel sepolcro, e chiamato a sè l’odio ella gli disse: - Ripiglia a ordire la trama della vendetta!" L'odio, inteso come reazione all'ingiustizia, fu il motore della riscossa, tanto che "indi a dieci anni in ogni villa fu udito suonare a stormo per la riscossa." I "pusilli feroci" che avevano approfittato della sconfitta caddero "come croste secche di lebbra guarita."

I repubblicani, pur potendo, si astennero dal distogliere il popolo da questa "mala via," anzi, "crescemmo il moto alla corrente," sempre con l'intento di unire le forze per la redenzione della patria. Questo "eccelso mandato" fu raggiunto con grande fatica, "a stento, a pezzi e a bocconi, a spizzico, a miccino, a male in corpo, a spilluzzico," ma alla fine, "nella massima parte conseguito." L'Italia era "quasi compita," e l'"upas sacerdotale" quasi abbattuto, sebbene i preti continuassero a "schiamazzare." La filosofia, con la sua "benigna" fiamma, avrebbe continuato il suo lavoro di incenerire l'errore, come i pipistrelli accecati dalla torcia in una grotta.

La Monarchia e la Democrazia: Fini Divergenti

Il raggiungimento dell'indipendenza portò a nuove sfide e disillusioni. La "mercede" per l'impegno di tutta una vita fu grande, ma non completa. L'autore sottolinea che "non moriremo interi; e tanto basta; molto meno accuseremo la monarchia d’ingratitudine, perchè veramente noi tutto operammo per la patria; nulla per lei." L'accordo con la monarchia fu possibile "fino al riscatto d’Italia," ma dopo, "non ce n’era punto mestieri." Nuove esperienze confermarono l'antica verità che "i fini della monarchia e della democrazia sono essenzialmente diversi, naturalmente contrari." L'addio a un'epoca di lotta è doloroso, ma il compito è fornito.

Rappresentazione simbolica di un patto tra monarchia e democrazia

L'orgoglio, pur pulsando ancora nelle vene, doveva cedere il passo alla consapevolezza di aver compiuto la propria missione. Si fa riferimento alla tradizione romana, che concedeva il ritiro dalle faccende pubbliche agli anziani, mentre la "gente non lodava, all’opposto tentennando il capo, deplorava Mario, il quale fatto vecchio si mesceva fra i giovani ad armeggiare." Dopo aver respirato "un’ora l’aria benedetta della libertà" e aver "lavata la patria col sangue dei martiri dalla secolare contaminazione," l'Italia poteva "inalzare con animo sereno la sua preghiera al padre delle cose, e comparire con dignità nel concilio dei popoli." Era tempo di riposare e lasciare ad "altre menti, altri cuori" le sorti future.

L'Antagonismo tra Odio e Amore, Forza e Scienza

La riflessione si sposta poi sulla natura umana, descritta come un connubio di opposti. "A modo che Giacobbe usciva dal seno di Rebecca, tenendo agguantato pel calcagno Esaù, così dalla nostr’anima proruppero gemelli l’odio e l’amore." Queste forze, spesso, si manifestavano in maniera distruttiva: "più spesso parve che le furie vi agitassero le loro fiaccole." Se in passato la bandiera degli antesignani portava scritto "Odio, Forza," ora doveva recare "Amore, Scienza." Questa è una chiara indicazione di un'evoluzione auspicata, da un approccio basato sulla violenza a uno fondato sulla ragione e sul sentimento.

Simbolismo dell'odio e dell'amore

La voce dell'autore emerge con una riflessione personale sulla propria condotta. Il "vizio" che si è "fitto nelle ossa" e la confessione dei propri errori, pur senza "attrizione, nèe contrizione," rivelano una consapevolezza ma anche una certa rassegnazione. Si riconosce che il peccato è personale, ma la "penitenza è nostra," un monito per chi è chiamato a sopportare le conseguenze delle azioni altrui.

L'Arte della Scrittura e la Soggettività dell'Autore

La discussione si allarga al campo della creazione letteraria. Si contrappone il romanziere, che "a tutto provveda da sè," al dramma, che, pur con digressioni come i soliloqui, le descrizioni e i sogni, rimane una struttura più definita. La critica alla "frequente allusione alle vicende della propria vita, ai suoi nemici, a se stesso" è respinta come "priva di carità." L'autore sostiene che la qualità di "obiettivo e di soggettivo" non è una scelta, ma deriva dalla natura stessa dello scrittore. Dante, Alfieri e Byron sono citati come esempi di autori la cui soggettività era intrinseca, mentre Goethe è presentato come oggettivo e Schiller come soggettivo tra i germani. La "prevalenza soggettiva" è paragonata all'aquila che "adopera l’ale," una capacità naturale e non criticabile.

Scrittore al suo tavolo con penna e carta

La sensibilità dell'autore è descritta come una fonte di ispirazione. Il "cuore che non sente più il dolore, è pari alla sorgente inaridita." Questa "sensibilità squisita" è la genesi di "immagini, le fantasie e i pensieri." Si sottolinea che lo scrittore non solo mescola le tinte come un pittore, ma "ci stempera sempre la propria anima," offrendo i colori per la sua opera. Negargli lo sfogo sarebbe come "spegnere la candela," lasciando il lettore al buio. L'autore rivendica il diritto di esprimere la propria rabbia e il proprio desiderio di giustizia, arrivando a dire: "Noi vogliamo che i figliuoli si abbiano a vergognare dei loro padri: altre volte i fiorentini per causa meno dura cambiarono di casato." Questo desiderio di un riscatto morale e generazionale è molto forte.

Il Giudizio su Napoleone III e la Politica Europea

La natura dei popoli e dei leader è oggetto di un'analisi acuta. Si osserva come la natura abbia dotato tutti gli uomini di "ugnoli e di denti canini," e come i francesi, in questo, abbiano dimostrato una parzialità o siano stati superati dal costume. Napoleone III viene presentato come una figura complessa, "troppo esaltato e depresso anche troppo," specialmente dagli italiani. L'autore suggerisce che, pur promuovendo gli interessi italiani, egli non poteva trascurare i propri. "Però, non a scusa di lui, bensì per tuo governo, lettore, avverti che difficilmente troverai per le storie un trono, il quale non sia stato murato con calcina di frode, spenta nel sangue del popolo." Questa affermazione svela un disincanto profondo nei confronti del potere monarchico.

Ritratto di Napoleone III

Nonostante ciò, l'autore riconosce la complessità della figura di Napoleone III, che "usò con familiare domestichezza" con alcuni e "combattè per questi," arrivando persino a "perdere un fratello morto per noi." Il suo "scappucciare e genuflettersi al prete" una volta imperatore è interpretato come una necessità politica, dovendo "armeggiare con la Francia, nel secolo scorso ferro arroventato nella fucina del diavolo, in questo, baccalà messo in molle nell’acqua benedetta." La Francia è descritta come un paese in cui "tutto si muta, ma non si smette nulla," persistendo in contraddizioni evidenti. La relazione tra Bonaparte e i preti è vista come un gioco di potere, in cui entrambi "si sorridevano per mostrarsi i denti; la passava proprio fra corsaro e pirata."

La Germania è anch'essa descritta come "tenace… nei suoi propositi ed irrequieta per ricuperare potenza da lei più che dall’Italia prossimamente goduta e perduta." L'Austria, invece, è vista come una potenza disforme, una "bottega di pellicciaio; una somma di popoli oppressi," la cui "intento ed opera" erano "incoerenti alla sua essenza." La vecchia politica della Francia, pur gradita ai suoi rettori, "cascava a pezzi." Il Bonaparte, astutamente, si propose di "mettere perpetuo screzio fra l’Austria e la Prussia, esacerbarle una contro l’altra," al fine di rendere la formazione dell'impero germanico "erachidinosa."

La Visione Geopolitica di Napoleone III e il Destino dell'Italia

La politica di Napoleone III mirava a creare un'Italia forte, ma non troppo potente, tale da servire da "efficace sussidio" alla Francia, ma non da diventare un ostacolo ai suoi disegni. La sua dichiarazione di voler un'Italia "libera dalle Alpi all’Adriatico" è interpretata come un limite geografico preciso, che escludeva il Sud Italia. Se avesse voluto includere tutta la penisola, "avrebbe detto dalle Alpi al Lilibeo, ovvero a Girgenti." Ciò chiarisce che il suo obiettivo non era "ricostruire intera la nostra patria, bensì a fabbricare pei suoi servizi un braccio col Piemonte, la Lombardia e la Venezia, capace a contenere, e, alla occasione, a stringere la Germania." Anche i prussiani compresero questa strategia, dimostrando riluttanza all'occupazione del Tirolo meridionale da parte degli italiani dopo il 1866.

Confini dell'Italia pre e post unitaria

La Francia, pur avendo provocato o acconsentito alla guerra dell'Italia contro l'Austria nel 1866, si trovò di fronte a un'Italia che "pigiava più vigore di quello che la Francia avesse presagito." La rapida ascesa della Prussia richiese un "ausilio più valido" e una maggiore vicinanza alla Germania, generando "grande spasimo per la Francia" a seguito della battaglia di Sadowa. Questa analisi dettagliata delle strategie politiche europee delinea un quadro complesso di alleanze e rivalità che influenzarono profondamente il destino dell'Italia.

Riconoscimenti e Premi alla Cultura: L'Accademia Francesco Petrarca

Nel contesto culturale contemporaneo, l'Accademia Francesco Petrarca di Capranica VT si distingue per l'assegnazione di riconoscimenti a figure che, con la loro opera, contribuiscono all'arricchimento del patrimonio culturale. L'Omaggio alla Cultura, assegnato al Dott. C.A.T. Mot, evidenzia "i lavori dell’autore fremono sempre di malinconia, speranza e pathos." Il suo "argomento preferito è l’amore, sentimento passionale che omaggia ed accusa la donna." Questo riconoscimento sottolinea l'importanza di opere che esplorano le profondità dell'animo umano, con una sensibilità che richiama i temi cari alla poesia di Grazia Godio.

Logo dell'Accademia Francesco Petrarca

Il Premio alla Carriera, assegnato all'Avv. salernitana, residente a Como, riconosce "un lavoro di pregiata fattura" che "rivela la sofferenza di una donna in corpo da uomo, e il tentativo di esprimere ai sui genitori la scottante verità." La "vigoria che l’opera emana, anche d’espressione, alquanto armoniosa," e la centralità del "silenzio" come protagonista del saggio, che "degrada la nostra coscienza e che denuncia filosofando umiliazioni inflitte all’uomo," mostrano un impegno profondo nell'esplorazione di tematiche sociali e personali.

Le opere "Elisabeth Rousset. Boule de Suif.", "Cento biglietti rossi", "Fior di mughetto", "Il gioco nascosto," pubblicate con la D'Orazio Editore, sono celebrate per il loro impatto. Il "bellissimo monologo, snellito dalla lingua del Belli," la cronologia consequenziale, il "tempo scorre nel vissuto sognato, trasfigurato dal sentimento del bene," e il "poetare ricco e pieno, di rara efficienza, nel brivido dell’esperienza intellettuale," sono elogi che evidenziano la qualità letteraria e l'originalità di queste creazioni.

Infine, l'attestazione per la storia "Io nella Terra dei Fuochi" riconosce un lavoro "coinvolgente, stilisticamente gradevole, stimolante, riflessiva." Questo riconoscimento sottolinea l'importanza della letteratura come strumento di denuncia e di riflessione su temi di grande attualità, che interrogano la coscienza individuale e collettiva, proprio come facevano gli appelli alla libertà e alla giustizia nel periodo risorgimentale. La culla d'acqua piemontese, dunque, continua a nutrire un terreno fertile per la poesia e la cultura, un luogo dove le voci del passato si uniscono a quelle del presente per dare forma a un futuro consapevole e impegnato.

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