La letteratura non è soltanto un insieme di testi scolastici, ma un tessuto vivo che accompagna l’individuo dalla prima infanzia fino alla maturità, trasformando l’esperienza del dolore e della solitudine in un patrimonio condiviso di bellezza. L’esercizio della memoria poetica, praticato in contesti storici drammatici, come quello che ha segnato l’infanzia di molti nelle scuole elementari del 1939, ha rappresentato una forma di resistenza morale e culturale. In quel clima, segnato dalla miseria e dalla guerra, la lingua italiana veniva appresa non solo come strumento di comunicazione, ma come rifugio. La poesia di Giovanni Pascoli, "Orfano", si inserisce in questo percorso come un breve ma toccante dipinto di immagini che evocano un’intricata gamma di emozioni, intrecciando la delicatezza della neve, la presenza di una zana e il contrasto tra la giovinezza e la vecchiaia.

La genesi della memoria: la poesia come rifugio
L’esercizio iterato di mandare a memoria i versi ebbe inizio nelle Scuole elementari di quell’ennesimo tragico anno 1939. In una seconda classe di circa 25 ragazzi, rosei e sani ma miseramente vestiti, apprendemmo a memoria la poesia “Orfano” di Giovanni Pascoli, che pure fu un orfano. Ed aggiungemmo alla lingua dialettale dei padri contadini ed artigiani la lingua italiana. Era una rosa di 25 ragazzi, sottratti alle obbligate fatiche campagnole nella comunità di Limina, in provincia di Messina, per non restare analfabeti strumentali e morali, o - come si soleva dire - con gli occhi chiusi come i gatti neonati.
La neve non fioccava ancora nel mese di ottobre caldo, inizio della scuola, con l’uva bianca e nera che si pigiava nei palmenti e con i fichi, ch’erano stati asciugati al sole, nei canestri. Quando, due mesi dopo, incominciò a fioccare, ci incorrevamo, ignari del malessere umano, nelle strade sgangherate e recitavamo: ”Lenta la neve, fiocca, fiocca, fiocca”. Sembravamo dei piccoli attori rudi, affascinati dalle parole del poeta che aveva chiamato la culla “zana” e che nei suoi versi aveva fatto cantare una vecchia per allietare il bimbo orfano piangente.
Analisi strutturale e tematica di “Orfano”
La poesia “Orfano” di Giovanni Pascoli è un esempio di come la poesia possa tessere immagini e sentimenti in un delicato mosaico di emozioni. Il titolo stesso, "Orfano", suggerisce immediatamente un senso di perdita e solitudine.
La struttura metrica e il ritmo
Il componimento si articola in due strofe composte da 8 versi endecasillabi. Il ritmo della poesia è generato dalla costruzione delle rime, che si articolano in rime alternate nella prima strofa (AB AB) e baciate nella seconda (CC DD). Ciò permette, a livello ritmico, la creazione di una sorta di “ninna nanna”, la quale evoca un luogo immaginario (un bel giardino) che ritroviamo anche in altre opere pascoliane.
Il timbro, sia per quanto riguarda il primo che l’ultimo verso, presenta una costruzione particolare: dapprima un chiasmo ("lenta la neve fiocca" - "la neve fiocca lenta") e successivamente un’anafora ("fiocca, fiocca, fiocca" - "lenta, lenta, lenta") che attribuisce un ritmo costante alla caduta della neve. Questa costruzione dona un forte valore semantico a questi versi, poiché il ritmo così scandito sembra voler trasportare il lettore in un clima di pace e tranquillità, distogliendo l’attenzione dalla primaria impressione di tragicità che il titolo impone.

Le immagini e il simbolismo
"Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca." Questa apertura introduce una delle immagini centrali della poesia: la neve che cade lentamente. La lentezza della nevicata suggerisce un ritmo tranquillo e delicato, creando un’atmosfera sospesa e intima. La presenza della zana, ovvero di una cesta usata come culla dai contadini, formata da una struttura che poggia su due supporti di legno convessi, sui quali può esser fatta dondolare anche con un piede, qui dondola "pian piano". Il bimbo piange, con il "piccol dito in bocca", una scena che ritrae la vulnerabilità dell’infanzia.
La vecchia compare nella terza strofa, cullando il bimbo con un canto che suggerisce sicurezza e conforto. Le parole "Intorno al tuo lettino / c’è rose e gigli, tutto un bel giardino" creano un’immagine di un luogo rassicurante e protetto. Il sonno e la neve: la poesia culmina con l’addormentarsi del bimbo nel "bel giardino". La neve, oltre a essere una rappresentazione visiva del freddo inverno, può essere interpretata come metafora della solitudine e della nostalgia. La zana e la vecchia simboleggiano figure protettrici, manifestazioni di amore e conforto che l’orfano cerca nel suo mondo interiore.
Il Pascoli decadente e la funzione del poeta
In quest’opera, il Pascoli vuole esprimere la tragedia e l’illusione che tutto sia bello per il bimbo, il quale però solo apparentemente è cullato da calorosi sentimenti materni. I temi più ricorrenti sono sicuramente l’illusione, la solitudine, l’infelicità, la libertà e i ricordi del passato. Con la stesura di questa poesia si percepisce chiaramente che Giovanni Pascoli è un poeta di matrice decadente. Infatti, in numerose delle sue opere, si comprende la volontà di distaccarsi dal mondo che lo circonda, dalla realtà quotidiana; ed è proprio per tale ragione che si estranea da tutto il mondo esterno sentendosi poi solo e abbandonato, proprio come un orfanello.
Inoltre, come per tutti i poeti decadenti, Giovanni Pascoli si rende conto della progressiva perdita della funzione sociale del poeta, però non trova, né cerca una soluzione a questo problema; anzi si isola totalmente dalla società. Si considera anche, come scrive nel suo “Fanciullino”, superiore rispetto a tutti gli altri, proprio perché lui riesce a percepire ciò che le persone comuni non riescono a comprendere.
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L’eredità della memoria letteraria
Non furono solo Pascoli o Carducci a popolare le nostre menti. Dall’abate, poeta civile Giuseppe Parini, in quarta ginnasiale, apprendemmo le sue odi, “La salubrità dell’aria” e “La caduta”. Manzoni ci accompagnò con i tratti lirici dei "Promessi Sposi" e la solennità de "Il cinque maggio". Giacomo Leopardi e Ugo Foscolo più di tutti furono da noi tanto intesi. Delle celeberrime poesie “A Silvia” e “L’infinito”, dopo le ore scolastiche, alcuni di noi, seduti sui muriccioli a secco, ci contendevamo la perfettibilità della recita.
Quell’esercizio di apprendimento a memoria, che includeva anche testi di Ariosto come “La zucca e il pero”, ha lasciato un solco profondo. È una poesia che ogni tanto mormoro, pensando a quelle superbe e mediocri persone o maschere che raggiunsero facilmente grandezze, ma caddero subito nel baratro della vergogna e della nullità. Oggi che ho compiuto novant’anni conservo quella memoria. Così, in quest’altra esecrabile stagione di peste e di guerra, mi consolo recitando a me stesso e all’amico Giorgio Gabanizza, durante i consueti incontri, quei versi. La poesia, in fondo, è un atto di resistenza che non morirà mai.

Riflessioni sulla lingua e sulla ricezione del testo
La semplicità linguistica in Pascoli non è mai segno di povertà intellettuale, ma una scelta stilistica precisa. Il registro linguistico molto semplice, l’uso di un lessico immediato, è forse l’elemento essenziale che permette al lettore di percepire ciò che l’autore vuole farci comprendere. Tale contrapposizione tra la semplicità dell’esposizione e la profondità del dolore è resa dalla particolare circolarità di questa poesia, la quale inizia e si chiude con la stessa immagine.
Per quanto riguarda l’analisi tecnica, è fondamentale notare come le figure retoriche non siano mai fini a se stesse. Nella frase "rulla il tram", ad esempio, l’allitterazione della 'r' evoca il rumore del mezzo in movimento. Allo stesso modo, in "Orfano", l'anafora dei verbi di movimento ("fiocca", "dondola") crea un effetto fonosimbolico che trascina il lettore nel tempo lento dell'attesa e del dolore infantile. La similitudine, quando presente, funge da ponte tra la realtà cruda della perdita e l'ideale di protezione che il bambino cerca nel sogno o nel giardino fiorito.
Questo approccio alla poesia, che partiva dall'analisi particolare del verso per giungere a una comprensione universale della condizione umana, è ciò che ha permesso a generazioni di studenti di formarsi una sensibilità critica. La capacità di "vedere" il giardino tra le rose e i gigli, nonostante la neve che cade, è la lezione ultima del poeta: la capacità di opporre alla tragedia della vita la forza creativa della parola, un'arma che resta intatta anche quando le strade sono sgangherate e il mondo esterno appare ostile. La poesia rimane, dunque, un esercizio costante di umanità, un richiamo che attraversa i decenni, dalla culla che dondola fino alla consapevolezza della vecchiaia.