L’interruzione di gravidanza rappresenta un tema profondamente dibattuto a livello globale; le legislazioni sull'aborto variano notevolmente da paese a paese, riflettendo le diverse posizioni culturali, etiche e religiose che permeano le società. Eppure, in tutto il mondo, molti individui sono perseguitati per aver fatto le proprie scelte, mentre a molti altri viene impedito di fare qualsiasi scelta in merito alla propria salute riproduttiva. In questo contesto complesso, l’accesso a servizi di aborto sicuro è universalmente riconosciuto come un diritto umano fondamentale. Amnesty International, ad esempio, riconosce il diritto di ogni donna, ragazza o persona che possa essere incinta ad abortire purché nel rispetto dei loro diritti, autonomia, dignità e necessità, inserite nel contesto delle esperienze, circostanze, aspirazioni ed opinioni vissute. L’approccio di organizzazioni come questa nei riguardi dell’aborto è saldamente fondato su principi ispirati e derivati da leggi e standard internazionali per i diritti umani, affermatisi nel tempo.
La Violenza Sessuale e l'Indispensabile Ruolo del Referto Medico-Legale
La questione dell'aborto assume contorni ancora più delicati e urgenti quando si intreccia con la violenza sessuale. In Italia, la nostra inchiesta sulla violenza sessuale evidenzia come essa colpisca ogni giorno un numero crescente di donne, con conseguenze devastanti. La scorsa settimana, abbiamo sottolineato come lo stupro sia un vero e proprio assassinio del corpo e dell'anima, e abbiamo illustrato che cosa prova sul piano psicofisico una donna violentata, quali moventi spingano all'aggressione e quale debba essere la risposta di uno Stato civile sul piano della giustizia.
In questa delicata fase, è cruciale parlare di "strategie anti-violenza", ossia di tutte quelle azioni che la donna e il medico del Pronto Soccorso devono intraprendere, o accuratamente evitare di fare, per poter arrivare a un referto diagnostico che sia completo, accurato e ineccepibile anche ai fini legali. Spesso, infatti, è proprio sulla carenza di adeguate informazioni mediche che si costruisce quella "insufficienza di prove" che purtroppo impedisce la condanna esemplare degli stupratori. Il referto, d'altra parte, non obbliga affatto alla denuncia, ma si rivela indispensabile qualora la vittima desideri procedere per vie legali.
Di fronte a un evento così traumatico, sorgono interrogativi fondamentali: a chi deve rivolgersi una donna che abbia appena subìto violenza? Che cosa deve accuratamente evitare di fare per non compromettere le prove? Come si redige un referto medico-legale in grado di tutelare la vittima e supportare la giustizia? La risposta a queste domande risiede nella necessità di protocolli chiari e di personale medico formato per affrontare queste situazioni con la massima professionalità e sensibilità, garantendo che ogni dettaglio clinico e psicofisico della donna violentata sia registrato con precisione. Questa documentazione è fondamentale non solo per l'assistenza immediata alla vittima, ma anche per fornire un solido fondamento a qualsiasi azione legale futura, inclusa la possibilità di accedere all'interruzione di gravidanza, se desiderata e necessaria.

Il Quadro Normativo in Italia: La Legge 194 e le Sue Sfide
Nel contesto italiano, la legge che regola l'accesso all'aborto è la legge 22 maggio 1978, n. 194. Questa normativa fu approvata dal parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e regolamentazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, portata avanti da forze come il Partito Radicale e il Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (CISA). Questa mobilitazione seguì il caso Pierobon nel 1976 e la raccolta di oltre 700.000 firme per un referendum patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L'Espresso, che mirava all'abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati d'aborto su donna consenziente, di istigazione all'aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Solo l'anno precedente, il referendum sul divorzio aveva già mostrato una chiara distanza tra l'opinione pubblica e la coalizione a guida democristiana al governo, aprendo la strada a riforme significative.
La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di ricorrere all'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni di gestazione. Superato questo termine, ovvero tra il quarto e quinto mese, è possibile ricorrere alla IVG esclusivamente per motivi di natura terapeutica, quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertate anomalie o malformazioni del feto che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione fondamentale per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, con il compito di consigliare gli enti locali e contribuire attivamente al superamento delle cause che possono portare all'interruzione della gravidanza.
Nonostante il quadro normativo, l’accesso all’aborto in Italia è tuttora difficoltoso a causa dell’alto tasso di obiezione di coscienza da parte dei ginecologi. Sebbene la legge riconosca il diritto del medico di esercitare l'obiezione di coscienza, il personale sanitario non può in alcun modo sollevare obiezione di coscienza allorquando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo", come esplicitamente stabilito dall'articolo 9 della stessa legge 194. Questa legge, pilastro della legislazione italiana in materia, è stata peraltro confermata dagli elettori con una consultazione referendaria tenutasi il 17 maggio 1981, riaffermando la volontà popolare sulla materia.
In aggiunta, è importante notare che il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) vieta la pubblicità delle tecniche e dei farmaci abortivi, secondo quanto previsto dai suoi articoli pertinenti, limitando così la diffusione di informazioni su questi aspetti. Sul fronte della giurisprudenza, la sentenza n. 25767/2015 delle Sezioni unite della Corte di cassazione ha stabilito un importante principio: il diritto della madre e del concepito al risarcimento del danno medico in virtù del diritto alla salute, all'integrità psicofisica e alla uguaglianza delle pari opportunità. Al contempo, la Corte ha negato l'esistenza di un diritto a "non nascere se non sani" e il ristoro risarcitorio del danno lamentato in relazione alla mancata opportunità abortiva che sarebbe scaturita da una diagnosi omessa o non sufficientemente accurata, delimitando i confini della responsabilità medica.
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Metodi di Interruzione di Gravidanza e Accessibilità in Italia
L'interruzione di gravidanza può avvenire attraverso metodi farmacologici o chirurgici, e le modalità di accesso a questi variano. Le linee guida sull’IVG previste dal Ministero della salute italiano richiedono che le pillole abortive, come la RU486, siano somministrate esclusivamente in ospedale. Questa disposizione mira a garantire la sicurezza e il monitoraggio medico adeguato della procedura. Tuttavia, secondo l’ultimo dossier ministeriale con i dati del 2017, solo il 18% degli aborti in Italia è avvenuto con metodo farmacologico, mentre la stragrande maggioranza, il restante 82%, è stata eseguita tramite aborti chirurgici. Questa disparità nell'utilizzo dei metodi potrebbe essere correlata a diversi fattori, tra cui la disponibilità di strutture e personale, le preferenze mediche o delle pazienti, e, non da ultimo, la già menzionata difficoltà di accesso dovuta all'obiezione di coscienza, che può limitare l'offerta di entrambi i tipi di procedure. La prevalenza del metodo chirurgico riflette una realtà in cui l'opzione farmacologica, pur essendo meno invasiva per la donna, fatica ad affermarsi pienamente nel panorama sanitario italiano, spesso a causa di interpretazioni restrittive delle normative o di ostacoli organizzativi.

Legislazioni sull'Aborto nel Mondo: Un Mosaico Complesso di Diritti e Restrizioni
Le legislazioni sull'aborto presentano un panorama estremamente variegato a livello mondiale. Mentre alcuni paesi hanno adottato leggi che permettono l'aborto in determinate circostanze, come il pericolo per la salute della madre o gravidanze risultanti da stupro o incesto, altri paesi impongono restrizioni significative o arrivano a vietare completamente l'aborto, talvolta con pene severe.
Le motivazioni ammesse per l'interruzione di gravidanza sono diverse e spaziano ampiamente. In primo luogo, vi sono i casi in cui l'aborto è praticato per salvaguardare la salute della madre o in presenza di gravi malformazioni del feto. Un'altra motivazione, particolarmente rilevante nel contesto di questa analisi, è la gravidanza a seguito di violenza sessuale subita. È significativo notare come queste motivazioni siano ammesse anche in alcuni paesi di stampo conservatore, come l'Iran, dimostrando una certa universalità nel riconoscimento di circostanze estreme.
In altre nazioni, si tiene conto anche di istanze psicologiche e sociali, come il desiderio o meno della donna di diventare madre, una gravidanza dovuta a rapporti preesistenti o al di fuori di quello vissuto correntemente dalla donna, o il timore della reazione del proprio nucleo familiare o della società in genere, per esempio a causa della giovane età o nel caso di una gravidanza avvenuta al di fuori di quanto sia percepito come lecito o opportuno.
Parallelamente, si registrano situazioni estreme in cui l'aborto è imposto alla donna o fortemente raccomandato quando il nascituro non abbia le caratteristiche volute dalla famiglia, prima fra tutte il genere. Questa condizione sociale privilegia i maschi rispetto alle femmine che vengono, in alcuni stati, sistematicamente abortite, rivelando profonde disuguaglianze di genere.
Le Diverse Vie Europee
In Europa, le posizioni sono molteplici. In Francia, la depenalizzazione dell'aborto si ebbe sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing, grazie alla ministra della salute Simone Veil, che il 17 gennaio 1975 riuscì a far approvare quella che sarebbe poi passata alla storia come la legge Veil. Quasi 50 anni dopo, il presidente Emmanuel Macron, preoccupato per la messa in discussione del diritto di aborto in molti Paesi del mondo, è riuscito a far iscrivere nella Costituzione il diritto delle donne a interrompere delle gravidanze non volute, segnando un passo storico per la tutela di questo diritto.
L'Irlanda ha visto un'evoluzione significativa; l'aborto è ora disciplinato dalla Costituzione, un risultato ottenuto dopo un referendum che ha mostrato un'ampia approvazione popolare. I dati di quel referendum del 26 maggio 2018, inclusi i risultati dettagliati della Referendum Commission, testimoniano un "sì" "echeggiante, enfatico", come riportato da Miriam Lord sull'Irish Times, a favore della modifica costituzionale.
In Svizzera, l'interruzione della gravidanza è lecita. Dal 2 giugno 2002 è in vigore il cosiddetto "regime dei termini", previsto dall'articolo 119 del codice penale elvetico: l’interruzione della gravidanza non è punibile se viene praticata entro dodici settimane dall’inizio dell’ultima mestruazione. La donna incinta deve presentare una richiesta scritta e far valere di trovarsi in uno stato d’angustia. Prima dell’intervento, il medico deve tenere con lei un colloquio approfondito e fornirle tutte le informazioni utili. Scaduto il termine di dodici settimane, l’interruzione della gravidanza non è punibile se il medico la reputa necessaria per evitare alla donna incinta il pericolo di un grave danno fisico o di una grave angustia psichica. Prima del 2002, la legge consentiva di interrompere la gravidanza se un pericolo, non altrimenti evitabile, minacciava la vita stessa della madre oppure minacciava seriamente la sua salute in modo grave e permanente. All'epoca, il medico che praticava l’interruzione della gravidanza doveva ottenere il parere conforme di un secondo medico.
La legislazione turca consente l'aborto fino alla decima settimana di gestazione, a patto di soddisfare uno dei seguenti casi: minaccia alla salute psico-fisica della donna, menomazione psico-fisica del feto, stupro o incesto, o giustificati motivi di ordine economico-sociale. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale rispetto all'Occidente per quanto riguarda il consenso: se la donna è minorenne, è necessario il consenso dei genitori, e se la donna è sposata, è richiesto il consenso del marito. In altre parole, la scelta di disporre del proprio corpo non spetta esclusivamente alla donna. Nel 2012, il governo Erdoğan propose una legge che voleva introdurre l'obiezione di coscienza per i medici e un periodo di preavviso e attesa obbligatori fra la richiesta e l'intervento di interruzione di gravidanza, manifestando una tendenza a restringere ulteriormente l'accesso.
Posizioni più restrittive si trovano in altri paesi: l'aborto in Liechtenstein è illegale in quasi tutte le circostanze, punibile con il carcere per la madre e il medico. L'articolo 96 del codice penale liechtensteinese dichiara illegale l'aborto con l'eccezione di un serio danno per la vita o la salute fisica della donna che può essere prevenuto unicamente con l'aborto, o nel caso di una donna minore di 14 anni al momento del concepimento non sposata con il padre del bambino. Anche in questi casi eccezionali, l'aborto è punibile con la reclusione fino a tre anni per il medico e fino ad un anno per la madre. Analogamente, l'aborto a Malta è completamente illegale. La Polonia, infine, è stata oggetto di numerosi rilievi: la Corte europea dei diritti dell'uomo in diversi casi ha constatato la violazione dei diritti umani da parte della Polonia a causa della sua incapacità di garantire l'accessibilità pratica dell'aborto legale, nonostante una legislazione teoricamente più aperta.
Anche l'Albania ha una storia complessa in materia di aborto. Sotto il governo di Enver Hoxha, fu adottata una politica demografica espansiva che scoraggiava l'aborto, spingendo le donne a praticare l'interruzione illegalmente o addirittura da sole, con numeri dell'ONU che stimavano un tasso di mortalità femminile intorno al 50% sul totale di gravidanze. Solo nel 1989 arrivò una prima apertura alla legalizzazione, limitata ai casi di incesto, stupro e alle minori di sedici anni.
Panorama nelle Americhe
In Nord America, le dinamiche legislative sono state particolarmente turbolente. Nel Canada, la Corte suprema nel 1988 si è espressa in modo contrario a una legge che criminalizzava l'aborto in quasi tutti i casi. Da allora, nessun tentativo di legiferare in materia a livello federale ha avuto successo. Negli stati del Nord, l'aborto era già liberamente praticato dagli anni '60, anche se in teoria rimaneva illegale.
Negli Stati Uniti, il dibattito è stato e continua ad essere estremamente polarizzato. Solo nel 1973, la Corte suprema concesse la libertà di abortire a una donna, conosciuta con il nome di Jane Roe, ma la sentenza sul caso arrivò a parto avvenuto e si rivelò inutile per lei. In seguito, la donna, usando il suo vero nome Norma McCorvey, si prodigò per la causa abortista. Tuttavia, dopo più di 30 anni, espresse il proprio pentimento per gli effetti del movimento da lei iniziato. Poco prima di morire nel 2020, Norma McCorvey confessò, in un documentario intitolato "AKA Jane Roe", andato in onda in televisione, che il suo voltafaccia non era stato sincero, perché fu pagata da un gruppo di evangelici anti-abortisti per mentire. Le sue parole furono: "Ero un pesce grosso e fu uno scambio di favori comune. Io presi i loro soldi, molti soldi. Loro mi misero davanti alle telecamere a dire quel che gli serviva. Recitai bene. Sono una brava attrice quando voglio." In USA, la lotta pro/contro l'aborto si è scatenata come una vera e propria crociata, sfociando spesso in atti di violenza, che hanno la loro massima espressione nelle sparatorie verso le cliniche abortiste. In alcune zone, l'intimidazione è talmente forte da causare veri e propri abusi; ad esempio, nel 1994 una ragazza di 15 anni del Nebraska è stata costretta al parto. Il 24 giugno 2022, con 6 voti favorevoli e 3 contrari, è stata annullata dalla Corte Suprema la sentenza Roe v. Wade che, dal 1973, riconosceva alle donne il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza. Nel documento si legge: "La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è implicitamente protetto da alcuna disposizione costituzionale". L'annullamento della sentenza del 1973 lascia dunque i singoli Stati liberi di applicare le proprie leggi interne in materia, creando un mosaico di legislazioni locali diverse e spesso contrastanti.
La Questione del Genere in Asia
In Asia, in particolare in India, l'aborto selettivo di feti di sesso femminile è una pratica diffusa. Secondo uno studio del Lancet, questa pratica impedirebbe la nascita di 500.000 bambine all'anno. I dati governativi indiani mostrano un preoccupante declino nel rapporto tra i sessi: nel 1991, ogni 1000 uomini nel paese vivevano 972 donne, mentre nel 2001 la media era scesa a 933. A tal proposito, dal 1994 sono stati vietati gli esami prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro. Tuttavia, sono molti i medici disposti ad ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. Anche per questo ha fatto scalpore l'arresto di un medico, Anil Sabhani, che ha praticato nel 2006 un aborto selettivo di un feto di sesso femminile. Il medico ed il suo assistente sono stati condannati a due anni di prigione e a pagare un'ammenda di 5.000 rupie a testa (circa 100 dollari). Per scongiurare l'aborto di feti femminili, il governo indiano, insieme al Plan International, ha prodotto anche una soap opera intitolata "Nata dall'anima", per raggiungere e sensibilizzare le donne su questa problematica.
Anche in Cina, intorno alla metà del secolo scorso, è stata introdotta la normativa del figlio unico per ridurre la sovrappopolazione, ma questa legge ha portato a un rapido declino della nascita di femmine. Tradizionalmente, si preferisce, per continuità dinastica, avere figli maschi che, al matrimonio, restano in casa e si occupano degli anziani genitori, piuttosto che una femmina che si sposterà nella famiglia del marito. Si è recentemente tentato di legiferare contro l'aborto selettivo, ma alla fine non si è giunti a nessun risultato: è considerato diritto della donna conoscere il sesso del nascituro, rendendo difficile contrastare efficacemente questa pratica.

Questioni Etiche e Sociali: Dal Consenso all'Aborto Selettivo
Oltre alle motivazioni strettamente mediche o legate alla violenza sessuale, in molte nazioni le legislazioni sull'aborto tengono conto anche di istanze psicologiche e sociali. Tra queste, si annoverano il desiderio o meno della donna di diventare madre, la situazione di una gravidanza dovuta a rapporti preesistenti o al di fuori di quello vissuto correntemente dalla donna, o ancora il timore della reazione del proprio nucleo familiare o della società in genere, per esempio a causa della giovane età della gestante o nel caso di una gravidanza avvenuta al di fuori da quanto sia percepito come lecito o opportuno dalla comunità. Questi fattori riconoscono la complessità della vita di una donna e l'impatto profondo che una gravidanza non voluta può avere sul suo benessere psicofisico e sulla sua integrazione sociale.
Tuttavia, come abbiamo visto, in altre nazioni ancora, l'aborto può essere addirittura imposto alla donna o fortemente raccomandato quando il nascituro non soddisfi le caratteristiche volute dalla famiglia, con la preferenza del genere come motivo principale. Questa condizione sociale che privilegia i maschi rispetto alle femmine porta a una triste realtà in cui le bambine vengono, in alcuni stati, sistematicamente abortite, rivelando una grave violazione dei diritti umani e un'inquietante discriminazione di genere alla radice della vita.
Nonostante queste diversità e le restrizioni imposte in alcune giurisdizioni, un comune denominatore emerge nelle legislazioni dei vari Paesi che convergono nel considerare la donna come libera di disporre del proprio corpo e come l'unica avente diritto, entro limiti oggettivi prestabiliti, sul destino del nascituro, escludendo l'autorità del padre o dello Stato. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che tale principio trova alcune eccezioni, come evidenziato dalla legislazione turca che richiede il consenso del marito o dei genitori in determinate circostanze, indicando che la scelta di disporre del proprio corpo non spetta esclusivamente alla donna in tutte le culture e ordinamenti giuridici.
Il Diritto a Partorire in Anonimato e la Tutela della Madre
Per tutelare ulteriormente la donna in situazioni di estrema difficoltà, la legge italiana prevede un'opzione che garantisce la massima riservatezza e protezione: il diritto di partorire restando anonime. Questa possibilità consente alla madre di lasciare il neonato all'ospedale per l'affido temporaneo a una famiglia di genitori disposta ad adottarlo. Questa disposizione legale è un esempio di come un sistema sanitario e giuridico possa offrire un supporto cruciale a donne che, per ragioni personali, sociali o a seguito di eventi traumatici come lo stupro, non sono in grado o non desiderano occuparsi del bambino. Il parto in anonimato assicura la dignità della madre e garantisce al neonato il diritto a essere accudito e crescere in un ambiente sicuro, evitando abbandoni illegali e pericolosi per la vita del bambino. Si tratta di una misura di civiltà che bilancia la tutela della vita con il rispetto della persona della madre e delle sue circostanze.