Volevi Fare la Zebra ma Sei Nato Ciuccio: Tra Aspirazioni Elevate e la Cruda Realtà dell'Esistenza

L'espressione popolare "volevi fare la zebra ma sei nato ciuccio" evoca l'immagine vivida di chi ambisce a sogni grandiosi, a un'eleganza o a una distinzione che non gli appartiene per natura, trovandosi poi a confrontarsi con una realtà più umile o con le proprie intrinseche limitazioni. È un'affermazione che racchiude la disillusione, la comicità amara o talvolta la saggezza di accettare la propria condizione. Questa metafora si manifesta in innumerevoli sfaccettature della vita, dai drammi personali alle ambizioni artistiche, dalle sfide quotidiane alle grandi narrazioni collettive. Esplorando frammenti di esistenze, racconti letterari e dinamiche sociali, possiamo cogliere come questo contrasto tra desiderio e realtà plasmi il destino degli individui e le loro percezioni del mondo.

L'Anima del Poeta e la Crudeltà della Storia: Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza

Nel panorama letterario italiano, la figura di Pier Paolo Pasolini è divenuta un autentico genere letterario, la cui morte, in questi cinquant'anni, ha generato una sovraffollamento di titoli tra indagini poliziesche, inchieste giornalistiche e memorie. Molte di queste opere, non tutte pregevoli, affrontano il tema della sua scomparsa, lasciando talvolta un senso di "noia mortale". Eppure, qualcosa di buono c'è, anzi spicca un gioiello: l'opera di Dario Bellezza. È bene specificarlo fin da subito, Dario Bellezza ha scritto il libro più bello su Pasolini, superando sia la biografia di Enzo Siciliano (Vita di Pasolini) che quella di Nico Naldini (Pasolini, una vita). Certo, sono lavori con intenti diversi, ma Bellezza riesce a esprimere una qualità poetico-letteraria capace di rendere un lavoro saggistico prossimo alla letteratura. Solo un poeta possiede quella prosa che è qualcosa di più e qualcosa di meno della letteratura; penso alla prosa di Umberto Saba in Ernesto o ai romanzi di Alvaro Mutis.

Dario Bellezza è stato poeta e prosatore, autore di romanzi raffinati e pièce teatrali, e, come detto, di due testi saggistici sulla morte di Pasolini. Non è per nulla scontato che un poeta sia capace di usare diverse modalità di scrittura, e riuscire con qualità in ognuna di esse. A trent’anni dalla morte si sono un po’ perse le tracce di questo autore, colui che Pasolini definì il migliore poeta della sua generazione. In "Morte di Pasolini" Bellezza parla più di sé che del poeta brutalmente ucciso, solo che parlare di sé vuol dire raccontare Pasolini, data la loro amicizia: quella morte segna profondamente il giovane Dario. Proprio per questa prossimità personale aveva desistito dalla scrittura, l’intento originario era infatti di non scrivere sul suo amico e maestro; le cose cambiano dopo il 1978 con la pubblicazione sull’Espresso delle foto del cadavere di Pasolini in obitorio. Inserito fin dalla fine degli anni ’60 nella società letteraria romana, Bellezza soffre la perdita degli amici che di fatto rappresentano il suo mondo, la sua stagione migliore, così lentamente scompare un’epoca. Pasolini, Penna, Morante, Rosselli, Moravia, se ne vanno uno dopo l’altro, lasciando il giovane poeta a fare i conti con quelle relazioni, più o meno litigiose.

Pier Paolo Pasolini ritratto

I libri su Pasolini di Bellezza sono due. Il primo, come detto, è "Morte di Pasolini", scritto 'a caldo', sull’onda emotiva della morte e della pubblicazione delle foto del cadavere massacrato. È un meraviglioso affresco della Roma intorno alla metà degli anni ’70. Bellezza racconta e ricorda come ha appreso la notizia della morte, poiché più della vita è la morte ad imprimersi nella memoria collettiva; il giorno della morte di J.F.K., di Aldo Moro, l’11 settembre, ognuno di noi sa cosa faceva nel momento di quella notizia. Sono i giorni del processo a Pino Pelosi, al Tribunale dei Minori a Roma sul Lungotevere, vicino all’abitazione del narratore stesso, residente all’epoca a via delle Zoccolette. Questo rimuginare lo porta a fare un incontro casuale in spiaggia, a Torvaianica nel 1978, con il fotografo che ha ritratto Pasolini nudo nella torre di Chia, fotografie che avrebbero dovuto far parte di "Petrolio". «Passai, nella lurida spiaggetta zeppa di cartacce, bottiglie dell’odiata Coca-Cola, colma di piccoli borghesi […] davanti a tre giovani nudi sulle loro stuoie civettuole.» Bellezza procede a una sorta di interrogatorio moraviano sul perché delle foto, su Pasolini, su quell’ultimo fine settimana a Sabaudia. Il fotografo afferma che Pasolini era disperato, e anche spaventato, in linea con quanto sostenuto da altri amici come Sandro Penna: il matrimonio di Ninetto lo aveva gettato in una cupa e profonda disperazione. Da lì l’incontro con Pino Pelosi, avvenuto mesi prima della morte, un ragazzo dai tratti così simili a Ninetto. Anche Bellezza conviene che Pelosi e Pasolini si conoscessero da tempo e non da poche ore, prima di quella sera dell’Idroscalo. «Quel luogo, il “Buco” era gioiosamente, sinistramente pasoliniano: riviveva lì, in una Roma ormai abbandonata da Dio, immersa nella Nuova Preistoria, impoetica, impura, piena di ministeriali, consumismo, cinematografari e televisivi volgari, ancora l’aria solare e beata degli anni cinquanta: l’epoca favolosa dei ragazzi di vita.» È una pagina questa, in cui Bellezza incontra Pedriali sulla spiaggia di Torvaianica, di squisita prosa letteraria infarcita di luoghi e personaggi pasoliniani, come la baracca sulla spiaggia de “Er Zagaja”, vivandiere che conosceva Pasolini dagli anni ’50. Il castello dantesco non è altro che la torre di Chia, un rudere restaurato pochi anni prima nell’alto Lazio, non lontano dal Bosco sacro di Bomarzo, luogo in cui il poeta si rifugiava per scrivere proprio il suo ultimo lavoro.

Bellezza mostra la propria tanatologica, assegnando alla morte un ruolo centrale e significante, essa partecipa e giustifica l’opera stessa del poeta, così come aveva affermato anche Pasolini, la morte come montaggio della vita: «Che i morti seppelliscano i morti, ed un poeta morto alla vita può seppellire un poeta morto alla morte» (Ivi, p.69). Quale altra poetica può esprimere un poeta morto alla vita se non una tanatologia antropologica? Questa lo porta a rievocare nomi illustri come Oscar Wilde, recluso per due anni per ‘sodomia’ e di fatto condannato a una morte lenta, e Johann Winckelmann, lo storico dell’arte ucciso in un albergo di Trieste da un giovane cuoco; secondo alcuni per un approccio erotico tra i due sfociato nell’accoltellamento dello storico dell’arte. In un punto però Bellezza è nel giusto: «La laica razionalità riduce la morte di Pasolini ad un evento senza mistero» (Ivi, p.68). Ridurre a cronaca quella morte così rappresentativa della strategia della tensione, ne disarma la portata simbolica. Quel corpo offeso, pestato e depistato, sta a significare e a iscrivere quell’omicidio nella dinamica politica degli anni ’70, sembra un corpo uscito dalla strage di Brescia o di Bologna, non è ‘un fattaccio erotico’, ma un elemento riconducibile alle stragi pubbliche di quell’epoca.

Secondo Bellezza la morte e l’assassino del poeta friulano sono troppo ‘pasoliniane’ per non essere state cercate, immaginate, inconsapevolmente orchestrate dall’eros disperato ed estremo di Pasolini stesso: «L’eros pasoliniano si accende solo in queste situazioni di pericolo.» Ipotesi sostenuta con forza anche da Giuseppe Zigaina, che dedica molti libri alla morte del poeta, scorgendovi un martirio volontario, una sigla finale in cui il poeta si fa uccidere per testimoniare il ruolo di vittima sacrificale; Pasolini sarebbe stato il regista della sua fine e la sua opera una sorta di sceneggiatura in cui questa veniva rappresentata (e profetizzata). Anche per Enzo Siciliano non si comprende fino in fondo la morte di Pasolini se non si conosce l’eros dello stesso. Quel suo andare a caccia di ragazzi, quel suo provocare, spingere all’estremo una disperata vitalità per i corpi di giovani che non poteva amare ma solo possedere, l’amore l’aveva profuso e riservato tutto alla madre. Caproni, Penna, Moravia, Gadda sono tutti testimoni delle sue fughe notturne al Colosseo o di fronte la stazione per raccattare un amore mercenario, consapevole del pericolo amava i delinquenti che aveva descritto nei romanzi; Sandro Penna dirà: “Tanto va la gatta al lardo…”. L’analisi di Bellezza sulla poesia e la mitologia pasoliniana è rivolta a metterne in luce l’amore per l’umile Italia del dopoguerra, per una cultura contadina e maschilista in cui l’eros pasoliniano trova la sua naturale espressione. Un punto debole del libro è la parte in cui immagina un Pelosi campione di arti marziali e potenzialmente letale per giustificare le lesioni sul corpo del poeta.

Una dolorosa nostalgia pervade le opere del maturo poeta, il suo bisogno di rincorrere e cacciare i suoi ‘pischelli’ comincia a essere impedito dalla ‘mutazione antropologica’ degli italiani, per quel livellamento di cultura e costumi tipico della democratica e consumistica Italia del ‘Dopostoria’. Vedeva attuarsi la perdita dei valori della sua giovinezza, invecchiare lo faceva soffrire molto; con Moravia avevano deciso di andare in una clinica di un paese dell’Est per ringiovanire. Così come lo aveva segnato moltissimo il matrimonio di Ninetto Davoli, fu una ferita insanabile, il momento di maggior crisi esistenziale e sentimentale, un trauma che provoca anche la rottura dell’amicizia con Elsa Morante. È vero che Pasolini era disperato, ma come afferma egli stesso, «sono un uomo disperato ma pieno di progetti», e tra questi "Salò", il film che stava finendo, e poi "Petrolio" un romanzo voluminoso a cui lavorava da anni. In definitiva: «Il mio Morte di Pasolini, pur con gli errori finali sull’interpretazione della sua morte, era un po’ questo, ma il libro che ho scritto in seguito Memoria del poeta assassinato (cfr. Il poeta assassinato), vorrà esserlo ancora di più, su lui, sui suoi amori, sulla sua morte». (D. Bellezza, In morte di Pasolini, p. 23). E così, questo primo saggio su un’idea di morte, si chiudeva con la convinzione che Pelosi fosse l’unico responsabile dell’omicidio. (D. Bellezza, Invettive e licenze, ora in Il pubblico della poesia, p. Lavoro tutto il giorno come un monaco e la notte in giro, come un gattaccio in cerca d’amore… (P.P.P.).

Abbiamo visto la tesi scritta a ‘caldo’ nel 1981 dal giovane poeta romano; anni dopo rivede le proprie posizioni scrivendo un secondo saggio, "Il poeta assassinato", anche perché nel frattempo ha studiato, ha letto bene le carte processuali: «Ero consapevole, sapevo dopo aver letto fino in fondo gli atti del primo processo all’assassinio di Pasolini, che prima o poi avrei dovuto scrivere un altro libro testimonianza sulla morte sempre più misteriosa. Mi arrivavano messaggi, nei sogni, messaggi cifrati da indagare.» (D. Bellezza, Il poeta assassinato). Bellezza ha cambiato idea, a distanza di più di quindici anni, e dopo la pubblicazione di "Petrolio" le cose sono cambiate, per il poeta romano: «Ma al contrario di quello che ancora andava scrivendo Nico Naldini, il cugino di Pasolini, convinto che Pasolini sia stato ucciso dal ‘marchettaro’, io credo che Pasolini si sarebbe difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi […] dubito anche che Pelosi abbia condotto l’auto sul corpo di Pasolini per schiacciarlo.» (Ivi, p.173). Bellezza confessa di sentirsi un verme davanti alla memoria del poeta morto, tuttavia non riesce a trovare il coraggio di ritrattare l’ipotesi del primo libro, inoltre lo raggiunge la voce che a Pelosi il libro è piaciuto.

Pier Paolo Pasolini - Il Santo Infame - Documentario sulla vita e i processi di Pasolini

È un libro completamente diverso dal precedente, quel lirismo poetico, quella Roma rimpianta, così come gli amici perduti, cede il passo a un ambiente più realistico; la questura, i servizi segreti, la criminalità politica, la prostituzione maschile e le sue regole. È un Bellezza più cupo e spaventato, anche perché è ormai malato, ha preso l’HIV che lo sta conducendo verso la fine, è incalzato dalla volontà di riparare quanto detto nel primo libro. Dalle poesie le citazioni si spostano agli articoli del Corriere della Sera, all’immancabile “Io so” (Che cos’è questo Golpe). Se nel primo saggio la causa dello scritto era riconducibile alla pubblicazione delle foto del cadavere di Pasolini, in questo secondo libro la scusante assume una chiave onirica. Si deve infatti a un sogno che Bellezza fa in cui Elsa Morante, e lui, vedono un giovane Pasolini presso la basilica di San Paolo. Se il primo saggio è ancora ricco di amore per il poeta più grande, in questo secondo lavoro i sentimenti cambiano e assumono contorni meno piacevoli, tutta la prosa è segnata da una inevitabile decadenza e perdita come se nemmeno il ricordo potesse portare lenimento a questo poeta ormai malato e prossimo alla morte. Sembra inseguito da un’erinni che lo spinge a dire ciò che non aveva espresso nel primo libro, lì dove domina un’idea di morte lontana però dalla realtà dei fatti. Ora è la cruda realtà ad imporsi a Bellezza, una realtà carica di cronaca giudiziaria e di criminalità romana e non solo; e allora si domanda il poeta come mai all’epoca ha evitato questi documenti? «… perché come Nico Naldini, avevo paura della dura verità: l’agguato, il complotto, o l’orgia sessuale degenerante in furto e morte del peccatore.» (Ivi). Paura certo, anche perché frequentavano gli stessi ambienti, sentimento che può portare anche a prendere delle distanze, a riflettere, a valutare meglio l’epoca che si sta vivendo, un’Italia in cui le stragi e gli omicidi politici si susseguivano. Era rassicurante accettare la versione ufficiale del Pelosi unico assassino per un fattaccio di sesso, lo ricorda bene Bellezza, descrive le sensazioni provate a Barletta davanti al TgRai che dà la notizia della morte; ricorda le discussioni con Penna e la Morante al Biondo Tevere, pochi mesi dopo la morte, i due sono allineati con la versione ufficiale e Bellezza non ha il coraggio di sollevare questioni: per gli amici di Pasolini quella morte faceva paura ma allo stesso tempo era rassicurante in quanto unicamente sua, l’unica possibile fine dettata dal suo eros: «quella versione dei fatti era inventata di sana pianta. Sembrano parole volte a una critica nei confronti dei vari Zigaina, Naldini, Morante, Penna, Chiarcossi e via dicendo, nella sua assurdità quella morte era troppo sospettosamente pasoliniana per essere vera. Ripercorre, seppur brevemente, la storia della loro amicizia, dei suoi anni all’università, mentre Pasolini scriveva il PCI ai giovani, il lavoro svolto a casa Pasolini come segretario addetto alla corrispondenza, le cene con il gruppo di amici tra cui Moravia, Penna, Morante. Ci presenta la vita quotidiana del poeta nella casa all’Eur, a via Eufrate, con la madre e la cugina venuta dal Friuli. Soprattutto Bellezza ricorda come avesse mitizzato il poeta delle ceneri e come poi lentamente quella idealizzazione fosse venuta meno, il mito giovanile era diventato un esempio letterario, e infine un amico.

Le Aspettative e la Dura Verità: Le Lezioni dei Simpson

Anche nel mondo apparentemente semplice e comico dei Simpson, l'anelito a essere "zebra" pur essendo "ciuccio" si manifesta con chiarezza, spesso con esiti esilaranti ma talvolta con una venatura di malinconia sulla condizione umana.Bart Simpson, ad esempio, tenta di eludere le conseguenze della sua natura di studente svogliato. «Scemo! Oh, Bart, perché non hai falsificato dei voti almeno credibili?» chiede Homer quando scopre le A+ di Bart. «A+? Non hai una grande considerazione di me, vero figliolo?», «Nossignore.» È un tentativo di presentare un'immagine di successo (la zebra) che cozza con la sua realtà scolastica (il ciuccio). Homer stesso ammette: «Lo sai, non ci vuole niente a trasformare una brutta D in una bella B. Sei stato troppo ingordo!»Il Kampeggio Krusty è un altro esempio lampante. Presentato come «la migliorissima estate mai goduta al Kampeggio Krusty!» con promesse di avventura e la presenza del celebre clown, si rivela presto una cruda realtà. «Io non sono preoccupato Lisa, sai perché? Eccolo qui: il sigillo di garanzia Krusty!» dice Bart, credendo ancora nella facciata. Ma Lisa, più realistica, annota: «Il tutto è un tantino più rustico di quanto pensassi.» La realtà è ben diversa dalle aspettative: «Le nostre escursioni in campagna sono diventate delle sinistre marce di morte. […] Il nostro centro arti e mestieri è in verità una casa di lavoro alla Dickens.» Bart, con la sua "fede incrollabile", crede ancora che Krusty manterrà la sua promessa, ma Lisa è "molto più pessimista". Alla fine, si scopre che il Krusty del campeggio è un surrogato. Krusty il Clown, il vero, ammette: «Hanno portato un autocarro pieno di soldi fino a casa mia! Io non sono fatto di pietra!» Qui, l'aspirazione al divertimento e alla magia (la zebra) si scontra con la dura verità del mero profitto e della delusione (il ciuccio).

Bart Simpson con pagella falsificata

Anche le aspirazioni artistiche di Marge Simpson, quando tenta la recitazione in "Un tram che si chiama Desiderio", mostrano questo divario. Llewellyn Sinclair, il regista, spinge Marge a esprimere una "rabbia incandescente", ma lei fatica a calarsi nella violenza del personaggio di Stanley, volendo che Blanche accetti le molestie con "buonumore". Marge desidera l'eleganza e la profondità dell'arte ("zebra"), ma la sua natura più conciliante e la realtà della sua vita familiare (il distratto Homer che le chiede soldi per le caramelle) la riportano alla sua essenza ("ciuccio"). Sinclair le ricorda la realtà: «Stanley è sconsiderato, violento e chiassoso! Marge, in ogni secondo che trascorri con quest'uomo lui schiaccia e frantuma il tuo fragile animo e tu non puoi permettere che ciò avvenga!»

Homer, dal canto suo, incarna spesso il desiderio di grandezza o di virtuosismo che si scontra con la sua pigrizia o la sua ingenuità. Nel suo rifiuto della chiesa, argomenta: «Ehi, cosa c'è di tanto eccezionale nell'andare in qualche edificio ogni domenica? Insomma, Dio non è ovunque? […] E non pensi che l'onnipotente abbia di meglio da fare che preoccuparsi di dove un omino trascorre una miserabile oretta della sua settimana, scusa?» In un sogno, Dio stesso gli appare e, sorprendentemente, sembra concordare con parte delle sue lamentele sui sermoni noiosi. «Homer, affare fatto,» dice Dio, accettando la proposta di Homer di vivere "in modo retto e adorarti a modo mio." Homer aspira a una spiritualità elevata ma comoda ("zebra"), ma la sua pigrizia e la sua visione semplificata della fede sono la sua realtà ineludibile ("ciuccio"). Bart, con la sua solita ironia, commenta la descrizione di Dio di Homer: «Dentatura perfetta, buon profumo, di gran classe…» dimostrando che anche le visioni più sacre possono essere filtrate attraverso la lente della propria quotidianità.

Pier Paolo Pasolini - Il Santo Infame - Documentario sulla vita e i processi di Pasolini

Fragilità e Aspirazioni nell'Infanzia: Il Linguaggio dei Piccoli

Il percorso di apprendimento del linguaggio nei bambini offre un'ulteriore prospettiva sull'idea di "volevi fare la zebra ma sei nato ciuccio". Ogni bambino aspira, inconsapevolmente, a comunicare in modo fluente ed efficace, come una "zebra" elegante nel suo modo di esprimersi. Tuttavia, la realtà della crescita è un processo graduale, che parte da un vocabolario limitato, un "ciuccio" nel senso di umile inizio.L'indicatore delle 50 parole, ad esempio, è un segno di "allerta" nello sviluppo linguistico, ma non significa necessariamente che il bambino svilupperà un disturbo specifico di linguaggio (DSL). Alcuni bambini normalizzano il linguaggio senza bisogno di interventi specifici: si chiamano in gergo "Late Bloomers", cioè bambini in cui il linguaggio sboccia in ritardo. Spesso le persone sgranano gli occhi di fronte alla soglia delle 50 parole, dicendomi che assolutamente il loro bambino ne produceva forse sì e no 10 o 20. In realtà, verificando insieme il vocabolario del figlio, si raggiungeva tranquillamente il traguardo e spesso si andava decisamente oltre. Un bambino che però progredisce mantenendosi sempre vicino ai limiti inferiori di sviluppo, va tenuto un po’ più “sott’occhio”, soprattutto se mostra poco interesse al linguaggio (sembra che non ascoltino), tende a guardare poco negli occhi, non indica o usa poco i gesti.È possibile proporre una seduta di gioco strutturata per un esame del linguaggio. Si può utilizzare un semplice quaderno segnando tutte le parole che il bambino sa dire in modo spontaneo, oppure aiutarsi con un "Diario del Linguaggio" per capire come evolvono le abilità linguistiche del bambino. Questo strumento è utile per non cadere in inutili ansie o, al contrario, non sottovalutare segnali di difficoltà. Se ti sembra che il tuo bimbo usi davvero poche parole, il consiglio è di seguire un corso online sulle prime parole, dedicato proprio ai "Late Bloomers", che dura poco più di un’ora ed è pieno di esempi e consigli. L'aspirazione a una comunicazione fluida e complessa ("zebra") è innata, ma il percorso per raggiungerla è spesso un'esperienza di piccoli, lenti passi, una sorta di "ciuccio" in evoluzione.

Bambino che impara a parlare

L'Anima Nobile e la Prova del Destino: La Storia di Sam il Cane

Il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo e di essere riconosciuti per la propria essenza si riflette anche nella storia di Sam, il magnifico pastore dei Pirenei. Kix, nove anni, vive in una grande fattoria con sua sorella Emilia, suo padre, sua madre, tre cavalli e due cani. Ma un giorno in fondo alla strada, appare un cane grande, bianco, magnifico. Kix ed Emilia lo chiamano subito Sam. I due bambini hanno sempre desiderato un cane che fosse solo loro! Sam incarna la "zebra" nella sua apparizione: maestoso, con un bel pelo candido e folto, uno sguardo circospetto e il naso all’insù ad annusare l’aria, un'immagine di bellezza e nobiltà che si distingue.

All’inizio Sam si avvicina con fatica, però non scappa, sembra contento di restare, gioca con gli altri cani, sta bene con i cavalli. Lentamente entra sempre di più nella vita e nei pensieri dei due bambini. Sam in realtà non è un randagio, ma un cane di razza, un pastore da montagna dei Pirenei. Non è un fantasma, come all’inizio credono i bambini, Kix e la sorellina Emilia, benché sia apparso all’improvviso in fondo al vialetto della loro fattoria e altrettanto repentinamente scomparso. Per qualche giorno appare e sparisce, ogni volta avanzando lentamente un po’ di più, scodinzolando piano come per capire se quella possa diventare la sua casa e loro i suoi bambini. Certo, Kix ed Emilia vogliono tenerlo, eppure in realtà è lui silenziosamente ad averli scelti, adottati insieme ai tre cavalli e ai due cani della fattoria, come il suo nuovo gregge da sorvegliare e proteggere. Quello che ha sempre fatto, e che ora vuol tornare a fare, come uno che desidera voltare pagina e ricominciare da capo la propria vita. I bambini non hanno dubbi, Sam - un nome che gli calza a pennello - è un cane meraviglioso ma triste e trascurato, forse con una storia tormentata alle spalle, visto il piacere con cui accetta coccole e carezze.

Pastore dei Pirenei

La "zebra" del suo aspetto e del suo carattere si scontra però con la realtà di essere un "ciuccio" in balia degli eventi e delle decisioni altrui. La brutta notizia infatti è che Sam, magnifico pastore dei Pirenei, non è un semplice randagio, ma il cane del figlio dei Jones, i vicini rozzi, sprezzanti e aggressivi, pieni di problemi, che per partito preso e a suon di minacce lo reclamano, finendo per portarlo via una sera di nascosto. A un quarto dalla fine, dopo un andamento pressoché pacato - salvo qualche incursione del malvagio proprietario, che pretende una somma esagerata in cambio di Sam - la storia cambia bruscamente ritmo quando in una notte buia, Kix per la prima volta si trova davanti a una scena terribile, molto più grande di lui, che non sa come affrontare: da una parte c’è lui, tremante, solo e infreddolito, dalla parte opposta il vecchio proprietario armato di fucile, al centro Sam. Il destino di Sam, quindi, è quello di un'anima nobile (la zebra) costretta a confrontarsi con le dure e ingiuste realtà del mondo (il ciuccio), dove la sua bellezza e il suo valore vengono messi in discussione e minacciati. Basterà dire che a un certo punto nella contesa di Sam, mentre tutto sembra andare storto, brilleranno l’audacia, la civiltà e l’empatia del piccolo Kix, il quale, pur essendo un bambino ("ciuccio" per età e potere), si erge a difesa della "zebra" che ha scelto di amare.

Il Teatro della Vita Quotidiana: Personaggi tra Desiderio e Realtà

Nell'ambiente domestico di una famiglia apparentemente benestante, si svolge un vero e proprio "teatro della vita", dove i personaggi, ognuno a suo modo, cercano di "fare la zebra" pur essendo spesso ricondotti alla loro natura di "ciuccio" dalle circostanze o dai propri limiti.

Maria, la madre, coetanea del marito, è una tifosa calcistica e fervente sostenitrice della superiorità della Juve. Ha una vita stanca e scialba di casalinga sola, perché non ha figli. Questo la spinge forse a un'attenzione eccessiva per il marito, e un atteggiamento teatrale, "a mo di sceneggiata", che la fa apparire più drammatica di quanto la sua realtà suggerirebbe. Il suo abito da "bambola da contessa" con "l'occhio ceruleo" è un tentativo di eleganza che cozza con i suoi modi popolari e le sue frequenti "scenate". Ha una metorfosi nel vestire e nellatteggiamento. Vestito spezzato. In casa, cerca di dialogare con il marito, Piero, mentre lui legge un giornale: «Piero ti leggo un po’ le notizie di cronaca? Le bollette della luce… i dati sulla disoccupazione… gli ultimi resoconti sulla crisi economica… o facciamo pure un po’ di gossip: la lobby del cinema, preferendo le trame di grandi amori.» Piero, il marito, è un uomo sulla cinquantina, distinto nell'aspetto ma incline a distrarsi. Ha capelli radi, un po’ brizzolati, e si presenta in jeans e un maglione, con scarpe da tennis. L'ingegnere, dal suo canto, è un tipo un po' brizzolato, anzianotto, ma affascinante, che sembra "scrutarmi oltre i vestiti", suscitando fantasie di "zebra" in Maria. Piero, invece, sembra un uomo che sfugge alla realtà, sia leggendo il giornale che con la testa tra le nuvole. Il suo lavoro massacrante lo porta a mangiare "nu panino, tra una pratica e nata", lontano dall'immagine più raffinata che forse vorrebbe proiettare.

Scena di commedia teatrale italiana

Pamela, la segretaria dell'ingegnere, ha una presenza giovanile sia nell’atteggiamento che nel vestire, indossando tacchi molto alti e barcollando un po' quando cammina. Le sue parole di uso poco comune le travisa. È una bella ragazza, un po' svampita, ma cerca di essere la perfetta professionista ("zebra") pur essendo a volte goffa o poco attenta ("ciuccio"). È lei che, in un momento di sbadataggine, fa cadere una pianta dal davanzale, causando un incidente.

Leone, il padre di Maria, è sulla settantina, dall'aspetto distinto, ma "con espressione da boy". Parla un italiano con flessioni a volta napoletane, altre torinesi, avendo assunto atteggiamenti e gusti tipici piemontesi. È il classico personaggio che ama mettere il naso negli affari altrui. È la "zebra" che crede di sapere tutto, ma spesso si scontra con la realtà più grezza. Dora, la madre di Maria, ha circa 40 anni, di statura piccola ma ha l’incedere di una modella di moda, con un’espressione da superdonna. Incarna l'aspirazione a una perfezione ("zebra") che si scontra con l'essere la "pettegola del quartiere, del quale conosce vita e miracoli", creando una lobby del cinema con una sua amica. Il suo atteggiamento da "superdonna" coesiste con la sua natura di ficcanaso.

L'intreccio si complica quando Leone, il padre di Maria, arriva per il compleanno di quest'ultima e porta un fascio di rose, facendo credere a Piero che la moglie abbia un ammiratore segreto. «E mo ti fa gli auguri lui per primo, a traditore!», dice Piero, geloso. Maria, nel suo tentativo di mantenere una facciata di eleganza, reagisce ai complimenti con un certo imbarazzo: «Marraccumanno nun te fa ven nisciuno farfariello pe a capa!»

L'incidente della pianta, caduta dal davanzale, è il fulcro di molte delle tensioni. Achille, un anziano signore, ne è la vittima, riportando "frattura composta al femore con tre asportazioni di due ematomi" e necessità di "terapia riabilitativa per altri tre mesi". La caduta è causata involontariamente da Pamela, la segretaria, ma Piero, nel suo accesso di gelosia per le rose, finisce per essere sospettato. L'amministratore del condominio è il dottor Talloni, un uomo sulla cinquantina che viene descritto con parole che suggeriscono la sua natura formale e burocratica. È lui che rappresenta la legge e l'ordine che irrompono nella vita apparentemente normale della famiglia.

Pier Paolo Pasolini - Il Santo Infame - Documentario sulla vita e i processi di Pasolini

Nel caos delle discussioni, Maria esclama: «Siente, avive ragione. A mur a nata parte! insomma, pap, mamma finitela!» I litigi dei genitori, come «gli screzi amorosi dei miei genitori», sono una costante che mina l'aspirazione di Maria a una vita più serena.

Piero si trova al centro di un equivoco che lo dipinge come "volevi fare la zebra" (un marito impeccabile) ma la gelosia e l'incidente lo rendono un "ciuccio" pasticcione. Maria, intanto, si preoccupa di come si comporta con l'avvocato, mentre Leone, con la sua abilità oratoria, cerca di districare la situazione. Il "danno morale" richiesto da Achille, consistente in "un bacio di Pamela", è un elemento comico che sottolinea come anche i drammi possano risolversi in modo inaspettato, riducendo le grandi pretese a una realtà più banale.

Alla fine, i personaggi continuano a navigare tra le loro ambizioni ("zebra") e le loro ineludibili realtà ("ciuccio"), mostrando come la vita sia un palcoscenico in cui desideri e limiti si incontrano, spesso in modo imprevedibile e talvolta persino tragicomico.

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