Trasfusioni di Sangue in Gravidanza: Indicazioni Cruciali e Gestione dei Rischi

La gravidanza è un periodo di profondi cambiamenti fisiologici e, sebbene nella maggior parte dei casi si svolga senza complicazioni, talvolta possono emergere condizioni che richiedono interventi medici avanzati per salvaguardare la vita della madre e del nascituro. Tra le procedure più delicate e salvavita in questo contesto rientrano le trasfusioni di sangue, sia quelle dirette al feto, effettuate ancora nel grembo materno, sia quelle destinate alla gestante. Queste pratiche, pur essendo fondamentali in situazioni critiche, presentano indicazioni specifiche e una serie di rischi che necessitano di un'attenta valutazione e gestione. La moderna medicina fetale e materna si sta sviluppando intensamente, rendendo possibile effettuare interventi su bambini che si trovano ancora nella cavità uterina.

Idrope Fetale e Anemia Fetale: La Necessità della Trasfusione Intrauterina

Un esempio eloquente dell'importanza e della complessità di tali interventi è il caso della signora Rima. Alla paziente è stata diagnosticata una rara complicazione, l'idrope fetale, durante la 24a settimana di gravidanza, in cui i liquidi si accumulano nel feto, rendendo il bambino anemico. Il dottor Kanchan Mukherjee dell'Apollo Multispeciality Hospitals di Calcutta, che ha eseguito le trasfusioni di sangue, ha affermato che la trasfusione di sangue nel feto è estremamente delicata e critica, perciò è stato necessario prendersi la massima cura del bambino e della madre durante le procedure. Nel caso di questa paziente, i medici sono stati in grado di far nascere con successo il bambino a 35 settimane di gravidanza dopo 6 trasfusioni di sangue. La madre ha partorito un bambino sano dopo molteplici trasfusioni di sangue all'interno del suo grembo.

L'idrope fetale è un problema raro, con una frequenza di circa 1 su 10.000 durante la gravidanza. Questa condizione può verificarsi nella seconda gravidanza quando il gruppo sanguigno della madre è A- (negativo) e il gruppo sanguigno del padre è B+ (positivo). In questi casi, se il primo figlio nasce con un gruppo sanguigno positivo, è probabile che il corpo della madre combatta le cellule positive rimaste dopo il parto. La presenza di questi anticorpi colpisce il nascituro durante la seconda gravidanza. In questa situazione, il sangue nel feto si trasforma in fluido e si accumula nel torace, nella pancia e sotto la pelle del bambino. Per la prima volta nell'India orientale, i dottori dell'Apollo Multispecialty Hospitals hanno dato una nuova vita a un feto tramite trasfusione di sangue nell'utero. "La trasfusione di sangue al nascituro era l'unico modo per salvare la vita del bambino. Anche con il trattamento, il tasso di sopravvivenza di questi bambini è estremamente basso", ha affermato il Dott. Mukherjee.

Illustration of a fetus with hydrops fetalis

La trasfusione intrauterina è una delle procedure nel campo della perinatologia ed è un modo per trattare un conflitto sierologico o un'anemia causata da un'infezione da parvovirus. È una procedura eseguita da specialisti in terapia fetale, in cui il sangue viene trasfuso nel flusso sanguigno del bambino nel grembo materno. Spesso si tratta di una procedura salvavita per il bambino. Per la procedura sono necessarie alcune indicazioni, tra cui il sospetto di anemia nel bambino, che può avere varie cause, ad esempio un conflitto sierologico. Un’altra causa di anemia è l’infezione da parvovirus B19. Si tratta di una malattia infettiva che può manifestarsi, ad esempio, nei bambini in età prescolare ed è particolarmente pericolosa per i bambini nel grembo materno, provocando anemia e gonfiore. Va ricordato che il conflitto sierologico può verificarsi non solo in relazione ai gruppi Rh, ma anche ad altri sistemi, ad esempio Kell o Duffy.

Diagnosi e Monitoraggio dell'Anemia Fetale

La diagnosi precoce e accurata dell'anemia fetale è fondamentale per l'efficacia del trattamento. Numerosissime forme morbose, per le quali era un tempo necessario ricorrere al prelievo del sangue fetale, sono ora diagnosticabili più precocemente e con maggiore accuratezza nei villi coriali e nel liquido amniotico. La procedura fondamentale a cui si deve ricorrere, in tali casi di isoimmunizzazione, è l’amniocentesi, che deve sempre seguire lo screening sierologico. Risulta necessario eseguire l’amniocentesi anche in assenza di segni ecografici diretti di anemia, quali l’idrope, poiché è noto che questi fenomeni si instaurano tardivamente, dipendono dal grado di emolisi, da quanto tempo questa sia iniziata ed anche dall’età gestazionale. D’altra parte, non conviene assolutamente praticare una funicolocentesi al solo riscontro di un test di Coombs alterato.

Gli esami eseguibili sul sangue fetale sono praticamente i medesimi che possono essere eseguiti sull’adulto. Il parametro che viene monitorato in presenza di anemia è il flusso dell’arteria cerebrale media (MCA PSV). Una volta stabilita l’opportunità di eseguire per un determinato caso la funicolocentesi, si passa alla fase diagnostica sul sangue fetale. In questo tempo si vanno a ricercare quegli elementi che diano informazioni dirette e precise non solo sulle condizioni di anemia e di emolisi, ma anche sul loro grado.

Per stabilire, con precisione, il grado di anemia, si esegue un controllo dei valori di emoglobina e dei globuli rossi. Si sappia comunque che il feto sopporta bene valori bassissimi di emoglobinemia e che la presenza di reticolociti può tardare a comparire anche al di sotto di valori di emoglobina di 4 g/dl. Il valore della bilirubina nel sangue fetale ha inoltre un’enorme importanza, e non deve mai superare i 3 gr/dl.

La comparsa di idrope è stata associata a valori di emoglobina inferiori a 8 gr/100ml. Anasarca ed ascite si associano a valori di emoglobina inferiori a 6 gr/100ml. Le situazioni di ipoprotidemia ed ipoalbuminemia relativa od assoluta rappresentano, infatti, la base etiopatogenetica della comparsa di idrope ed ascite attraverso il meccanismo della riduzione del potere osmotico; quest’ultimo, a sua volta, è legato al potenziale oncotico delle proteine plasmatiche ed in particolare dell’albumina. Molto probabile risulta la patogenesi renale dell’ipoalbuminemia, in ragione di una perdita di proteine dovute al progressivo danneggiarsi di un rene immaturo sul quale affluiscono numerosi prodotti degradativi dell’eme. Si consideri poi che, all’instaurarsi del fenomeno ascitico, seguono perdite proteiche nel liquido ascitico stesso e nel liquido amniotico. Nella genesi dell’ipoalbuminemia va considerata anche la riduzione della sintesi proteica, specie nel fegato, danneggiato dalla ipossia cronica. Una condizione metabolica che spesso si associa all’idrope ed all’ipoalbuminemia risulta essere l’iperglicemia.

La cordocentesi ha permesso di studiare gli adattamenti fisiopatologici allo stato di insufficienza placentare. Il primo gruppo presentava normale tracciato cardiotocografico e normale profilo Doppler-velocimetrico. Il secondo gruppo presentava un normale tracciato cardiotocografico e alterazioni del profilo Doppler-velocimetrico corrispondenti agli stadi iniziali della centralizzazione del circolo. Questa tendenza ad utilizzare la cordocentesi per valutare il benessere intrauterino del feto è sicuramente un metodo di grandissimo interesse speculativo, rappresenta spesso una importante conferma sulle ipotesi fisiopatologiche ed emodinamiche della sofferenza fetale in utero e apre nuove frontiere alla ricerca. Non vi è infatti nessuna ragione etica o legale nell’eseguire una funicolocentesi senza che vi sia una sostanziale indicazione clinica, quale può essere un’alterazione del profilo biofisico. Inoltre, bisogna capire da caso a caso se conviene eseguire una funicolocentesi dopo la 34^/35^ settimana di gravidanza, epoca nella quale le attuali capacità perinatologiche sono in grado di garantire la sopravvivenza fetale. La cordocentesi è stata utilizzata in numerose altre condizioni patologiche, quale valido supporto diagnostico e terapeutico per diverse forme morbose.

CQIG - Aminocentesis, Cordocentesis, Fetal Tissue Sampling

La Procedura di Trasfusione Intrauterina: Tecniche e Dettagli

In merito alla correzione dell’anemia fetale, va precisato che non esistono indicazioni univoche sui limiti dell’anemia al di sotto dei quali è indicato il protocollo di trasfusioni in utero. Si deve inoltre premettere che in molti casi le trasfusioni in utero invece che migliorare il quadro, lo aggravano portando a morte molti feti. La semplicità del metodo ha fatto preferire in passato le trasfusioni intraperitoneali. La sopravvivenza dei feti in molti casi non superava il 40% con morti inspiegate entro 48 ore dalla trasfusione stessa. La trasfusione intraperitoneale si basava sul presupposto che la pressione all’interno del peritoneo eccedeva quella della vena ombelicale e pertanto poteva avvenire una sorta di riassorbimento dei globuli rossi.

La trasfusione intravascolare, nella vena ombelicale, è invece caratterizzata da una prognosi sicuramente migliore ed è la via preferita. Il sangue viene trasfuso nel flusso sanguigno del bambino nel grembo materno. La trasfusione si esegue mediante un concentrato di globuli rossi preferibilmente di Gruppo 0 ed ovviamente di fattore Resus negativo, in modo da evitare l’attività alloimmune da parte della madre sulle cellule trasfuse. La maggior parte degli studiosi ha ritenuto necessario elevare l’ematocrito fetale ad un valore del 40%. Tali complicati nomogrammi portavano a somministrare quantità di sangue fetale piuttosto importanti. Tuttavia, tali nomogrammi non sono più utilizzati nella pratica moderna.

Dal punto di vista tecnico, per stabilire la quantità di sangue da trasfondere, non si usano più i vari nomogrammi proposti, ma ci si avvale di misurazioni ripetute dell’emoglobina fetale durante la trasfusione. Il valore di emoglobina da raggiungere dipende essenzialmente da quello di partenza. Per anemie moderate e lievi (valore di emoglobina uguale o superiore ad 8 gr/100ml) si mira a raggiungere, in un’unica trasfusione, un valore pressoché normale (circa 12 - 14 gr/100ml). Per le condizioni più severe, il fine risulta comunque quello di riportare il valore di emoglobina del feto entro valori accettabili (10-14 gr/100ml).

Per quanto riguarda la quantità di albumina da trasfondere, questa dipende dalla concentrazione dell’albumina usata e dall’epoca di gravidanza. Per non sovraccaricare il feto dal punto di vista emodinamico, conviene usare albumine ad alta concentrazione (20 o 25%). In considerazione del fatto che è difficile ottenere anche i valori di albuminemia in tempo reale, durante la trasfusione, ci si limita ad aggiungere alla trasfusione di sangue una dose standard di albumina dai 3 ai 5 grammi. In termini pratici, se si utilizza una soluzione di albumina al 25%, si aggiungeranno alla trasfusione dai 12 ai 20 ml del preparato.

Si aspirano circa 10 cc del sangue dalla sacca. Dopo alcuni secondi dovrebbe arrivare la risposta dal tecnico dell’emoglobinometro e ci si renderà conto del grado di anemia presente. Dopo aver iniettato il contenuto della prima siringa, si prelevano nuovamente pochi cc di sangue fetale per comprendere come stia variando il valore di emoglobina. Come già detto, si deve trasfondere progressivamente raggiungendo il valore prestabilito senza cercare di arrivare necessariamente a quello ottimale per l’epoca. Se necessario, la trasfusione intrauterina può essere ripetuta durante la gravidanza.

Diagram of intravascular intrauterine transfusion

Casi Clinici Emblematici e L'Importanza della Collaborazione

Il successo delle trasfusioni intrauterine è spesso il risultato di un lavoro di squadra altamente specializzato e di una notevole capacità diagnostica. Presso l'Apollo Multispeciality Hospitals di Calcutta, "qui ad Apollo per la prima volta in assoluto nell’India orientale abbiamo eseguito una trasfusione di sangue su un feto e siamo stati in grado di salvare la vita del bambino da questa rara condizione di idrope fetale," ha affermato il Dott. Jayanta Kr Gupta, direttore e HOD Ostetricia e Ginecologia. Egli ha anche sottolineato che "Anche dopo le trasfusioni, è estremamente importante decidere il momento del parto." I dottori dell’Apollo Multispecialty Hospitals di Calcutta hanno anche consigliato di controllare i gruppi sanguigni prima del matrimonio e di prendere le precauzioni necessarie per evitare tali problemi durante la gravidanza.

Un altro caso di successo, evidenziato a Milano nel 2017, ha riguardato una gravidanza a rischio a causa di un sangue troppo raro che rischiava di danneggiare il feto. La paziente, di origini sudamericane, presentava positività al Test di Coombs indiretto, indicando lo sviluppo di anticorpi materni che aggrediscono i globuli rossi del feto. A complicare il quadro, la donna aveva un tipo di sangue molto raro, chiamato 'fenotipo Rh deleto', una condizione che si verifica in meno dello 0,2-1% dei casi. Grazie alla capacità di scovare un unico donatore in Italia con un gruppo sanguigno compatibile, è stato possibile fare trasfusioni di sangue direttamente in utero e salvare la vita alla bimba. Laura Chiappa, direttore sanitario del Policlinico di Milano, ha commentato che "Questo caso mostra chiaramente l’importanza di una stretta collaborazione tra tutti gli esperti coinvolti, come trasfusionisti, ginecologi, ematologi e neonatologi, per la gestione delle donne in gravidanza che hanno un gruppo sanguigno con caratteristiche rare."

Anche presso la Clinica di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Chieti è stata eseguita una trasfusione di sangue intrauterina in un feto a rischio di anemia a 29 settimane di gestazione a causa di un problema immunitario della mamma. "Abbiamo messo in campo un lavoro di squadra straordinario," ha sottolineato Francesco D’Antonio, professore associato di Ginecologia e ostetricia, specialista in diagnosi e terapia fetale e gravidanze a rischio. Ha evidenziato che "il sangue da trasfondere deve subire una preparazione assai complessa, che è stata eseguita dal Servizio immunotrasfusionale con la preziosa collaborazione del direttore, Patrizia Di Gregorio, e dell’immunoematologa Amanda Procida." L’unità operativa di Chieti, diretta da Marco Liberati, sta dedicando grande attenzione alla diagnosi e terapia fetali, oltre che alle gravidanze ad altissimo rischio, tra cui quelle gemellari per le quali hanno un centro di assistenza dedicato.

Rischi e Complicanze della Trasfusione Intrauterina

La trasfusione nel feto è estremamente delicata e critica. Si possono comunque osservare, durante la trasfusione, episodi acuti di distress fetale con bradicardia ed aumento delle resistenze sistemiche. Selbing, in un’analisi retrospettiva di 124 trasfusioni intravascolari in 35 feti isoimmunizzati, ha messo in evidenza che le trasfusioni di volume superiore a 20 ml/Kg di peso fetale stimato, portavano ad un significativo incremento della mortalità fetale. Inoltre tale dato non veniva assolutamente influenzato dai valori di emoglobina che precedevano la trasfusione. La casistica di trasfusioni intrauterine per iso-Rh è estremamente limitata, trovandosi raramente in condizione di doverla praticare per tale specifica problematica.

In molti casi le trasfusioni in utero, anziché migliorare il quadro, lo aggravano portando a morte molti feti. Tale procedura implica un elevato rischio per il feto, ed è per questo che viene eseguita solo in pochissimi centri di medicina prenatale.

Trasfusione Materna in Gravidanza e Gestione del Sangue del Paziente (PBM)

Oltre alle trasfusioni fetali, le trasfusioni di sangue possono essere necessarie anche per la madre durante la gravidanza o il post-parto. A livello materno, i rischi determinati da bassi livelli di emoglobina in gravidanza sono un aumentato rischio di preeclampsia, di distacco di placenta e di emorragia nel post-parto. Per ridurre i rischi associati alle trasfusioni, nel 2010 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha esortato gli Stati membri ad attuare una serie di strategie per garantire qualità, sicurezza e sostenibilità della terapia trasfusionale, includendo tra queste il 'Patient blood management' (PBM).

Se ben applicato, il patient blood management, oltre ad evitare le complicanze, può ridurre i tempi di degenza, evitare il ricorso alle trasfusioni e migliorare il benessere generale della donna. L’Asst di Mantova è in prima linea nell’applicazione della procedura in varie specialità chirurgiche e non, tra cui, a partire dal 2019, l’ostetricia, con la costituzione di un comitato aziendale del 'buon uso del sangue'. Daniela Dal Santo, anestesista e responsabile della struttura di Analgesia ostetrica, ha fatto da capofila nella realizzazione del progetto, che negli ultimi anni ha portato ad una drastica diminuzione delle trasfusioni di sangue in donne gravide e puerpere, quindi ad una diminuzione dei rischi legati a questa pratica.

Le trasfusioni vengono eseguite allo scopo di migliorare la capacità del sangue di trasportare l’ossigeno, ripristinare la quantità di sangue nell’organismo (volemia) e correggere problemi di coagulazione. Le trasfusioni sono generalmente sicure, ma talvolta si sviluppano reazioni avverse. Per ridurre al minimo il rischio di una reazione avversa durante una trasfusione, i professionisti sanitari adottano varie precauzioni.

Infographic on Patient Blood Management principles

Rischi Generali delle Trasfusioni di Sangue

Le trasfusioni di sangue, sebbene salvavita, non sono esenti da rischi. Prima di iniziare la trasfusione, di solito alcune ore o anche alcuni giorni prima, si valuta la compatibilità del paziente con il sangue del donatore, sebbene non nel caso di trasfusioni di plasma o di piastrine. Nelle prove di compatibilità, il personale della banca del sangue mescola una piccola quantità di sangue del donatore e del ricevente per assicurarsi che non vi sia alcuna reazione. Dopo un controllo accurato delle etichette presenti sulle sacche di sangue che stanno per essere utilizzate, per verificare che le unità siano destinate a tale ricevente, il professionista sanitario somministra il sangue lentamente, generalmente nell’arco di 1-4 ore per ogni unità di sangue. Dato che la maggior parte delle reazioni avverse si manifesta nei primi 15 minuti, il paziente deve essere tenuto sotto stretta osservazione in questa prima fase. In seguito, un infermiere controlla periodicamente il ricevente e deve interrompere la trasfusione se compare una reazione avversa. La maggior parte delle trasfusioni procede in maniera sicura ed efficace. Possono tuttavia verificarsi lievi reazioni occasionali e, raramente, reazioni gravi e addirittura fatali.

Tra le reazioni più comuni, si possono annoverare la febbre e le reazioni allergiche. Le reazioni più gravi includono il sovraccarico di liquidi, il danno polmonare e la distruzione dei globuli rossi dovuta a una mancata corrispondenza tra il gruppo sanguigno del donatore e del ricevente. Tra le reazioni rare, si riscontrano la malattia del trapianto contro l’ospite, le infezioni e le complicanze di trasfusioni massive, come la scarsa coagulazione del sangue, la bassa temperatura corporea e i bassi livelli di calcio e potassio.

Febbre

La febbre può essere causata da una reazione ai globuli bianchi trasfusi o alle sostanze chimiche (citochine) rilasciate dai globuli bianchi trasfusi. Per questo motivo, la maggior parte degli ospedali rimuove i globuli bianchi dal sangue donato dopo il prelievo. Oltre a un aumento della temperatura, il soggetto presenta brividi e talvolta cefalea o dolore alla schiena. A volte, il soggetto presenta anche i sintomi di una reazione allergica, come prurito o eritema. Generalmente, l’unico trattamento necessario per ridurre la febbre è la somministrazione di paracetamolo. Ai soggetti che hanno avuto la febbre e che necessitano di un’ulteriore trasfusione potrebbe essere somministrato paracetamolo prima della successiva trasfusione.

Reazioni Allergiche

I sintomi di una reazione allergica comprendono prurito, eruzione cutanea diffusa, gonfiore, vertigini e cefalea. Sintomi meno comuni sono difficoltà di respirazione, respiro sibilante e ostruzione delle vie respiratorie. Raramente, una reazione allergica è tanto grave da provocare ipotensione arteriosa e shock. Qualora si verifichi una reazione allergica, la trasfusione viene interrotta e si procede con la somministrazione di un antistaminico. La maggior parte delle reazioni allergiche gravi può essere trattata con idrocortisone o addirittura epinefrina. Sono disponibili trattamenti specifici da impiegare nei soggetti con pregresse reazioni allergiche. Ai soggetti che hanno manifestato reazioni allergiche ripetute e gravi alle trasfusioni di sangue possono essere somministrati globuli rossi lavati. Il lavaggio rimuove le componenti del sangue del donatore che possono causare reazioni allergiche. Poiché globuli bianchi e piastrine vengono eliminati mediante filtrazione dal sangue donato prima della conservazione (una procedura chiamata riduzione leucocitaria), le reazioni allergiche sono meno diffuse.

Sovraccarico di Liquidi

Il ricevente può ricevere una quantità di liquidi superiore a quella gestibile dal proprio organismo. Una quantità eccessiva di liquidi può provocare gonfiore diffuso o difficoltà respiratoria. Si tratta di una delle cause più frequenti di morte successiva a trasfusione. I riceventi con malattie cardiache sono maggiormente a rischio e le trasfusioni devono essere effettuate a una velocità minore e sotto stretta sorveglianza. Ai soggetti che ricevono una quantità eccessiva di liquidi viene somministrato un farmaco per aiutare l’organismo a eliminarli (diuretico).

Danno Polmonare Acuto Associato alla Trasfusione (TRALI)

Un’altra rarissima reazione, chiamata danno polmonare acuto associato alla trasfusione (transfusion-related acute lung injury, TRALI), è causata da anticorpi presenti nel plasma del donatore. Questa reazione può causare gravi difficoltà respiratorie. Si tratta della seconda causa più frequente di morte correlata a trasfusione. Si verifica in un numero di trasfusioni compreso tra 1 su 5.000 e 1 su 10.000, anche se molti casi sono lievi e potrebbero non essere diagnosticati. Alla maggior parte dei soggetti con danno polmonare da lieve a moderato viene somministrato ossigeno e altri trattamenti che mirano a supportare la respirazione fino al ristabilimento polmonare.

Distruzione dei Globuli Rossi (Reazione Emolitica)

Nonostante l’attenta selezione del sangue e le prove di compatibilità crociate, possono comunque verificarsi reazioni da incompatibilità dovute a differenze minime tra il sangue del donatore e del ricevente e, molto raramente, a errori. In tali casi, l’organismo del ricevente distrugge i globuli rossi trasfusi (reazione emolitica) subito dopo la trasfusione. Di solito, la reazione emolitica esordisce con sintomi di disagio generale o di ansia durante o subito dopo la trasfusione. Talvolta si manifestano difficoltà respiratoria, oppressione toracica, arrossamento e grave dolore alla schiena. A volte, il soggetto presenta cute fredda e sudata e bassa pressione arteriosa (shock). Molto raramente può sopraggiungere la morte. Non appena si insinui il sospetto di una reazione emolitica, la trasfusione viene interrotta. Il trattamento medico prevede il supporto della respirazione e della pressione sanguigna. Vengono eseguiti esami del sangue e delle urine per confermare che è in corso la distruzione dei globuli rossi. Talvolta la reazione emolitica è ritardata e avviene entro un mese dalla trasfusione. Generalmente, tale reazione è lieve e può essere notata solo eseguendo esami del sangue per monitorare la guarigione del soggetto dal disturbo che ha portato alla trasfusione. Queste reazioni si verificano a causa della presenza nel sangue del donatore di un antigene del gruppo sanguigno non comune, per il quale non vengono normalmente condotti test.

Malattia del Trapianto Contro l’Ospite

La malattia del trapianto contro l’ospite è una complicanza insolita che colpisce principalmente i soggetti il cui sistema immunitario è compromesso da farmaci o da patologie. In questa malattia, i tessuti del ricevente (ospite) vengono attaccati dai globuli bianchi del sangue trasfuso (trapianto). I sintomi includono febbre, eruzione cutanea, ipotensione, numero di cellule ematiche inferiore alla norma (bassa conta ematica), distruzione dei tessuti e shock. Queste reazioni possono risultare fatali. La malattia del trapianto contro l’ospite, tuttavia, può essere eliminata somministrando ai soggetti con un sistema immunitario indebolito globuli rossi e piastrine trattati con irradiamento.

Infezioni

Nonostante un’esecuzione degli esami e una conservazione dei prodotti ematici accurate, talvolta sono presenti microrganismi infetti che vengono trasmessi durante la trasfusione. L’analisi del sangue e l’attenta valutazione dei donatori consentono di ridurre la trasmissione di organismi infetti. Questi esami, tuttavia, a volte non sono in grado di rilevare organismi nel sangue di un donatore infettato molto di recente o infettato da un organismo per il quale non esistono esami.

Complicanze Derivanti da Trasfusione Massiva

La trasfusione massiva è la trasfusione di un volume di sangue pari al volume totale di sangue del soggetto (circa 10 unità in un adulto di media grandezza) in un periodo massimo di 24 ore. Questo tipo di trasfusione può essere necessario talvolta dopo un grave trauma o durante particolari procedure chirurgiche. Le principali complicanze derivanti da una trasfusione massiva sono scarsa coagulazione (coagulopatia) e una bassa temperatura corporea (ipotermia). La coagulazione viene compromessa se il sangue trasfuso non contiene una quantità sufficiente delle sostanze (fattori della coagulazione e piastrine) che aiutano la coagulazione del sangue. Pertanto, se il medico ritiene che il soggetto possa necessitare di un volume notevole di sangue trasfuso, vengono trasfusi anche plasma fresco congelato e piastrine. Il plasma fresco congelato contiene i fattori della coagulazione. Talvolta le trasfusioni massive possono provocare ipocalcemia (basso livello di calcio nel sangue) e/o ipocaliemia (basso livello di potassio nel sangue). Livelli molto bassi di calcio possono provocare sintomi quali spasmi muscolari (tetania) e alterazioni del ritmo cardiaco. Livelli molto bassi di potassio possono provocare debolezza muscolare e alterazioni del ritmo cardiaco. Poiché il sangue è conservato in ambiente refrigerato, la trasfusione di molte unità di sangue può provocare un abbassamento della temperatura corporea.

Emorragia Feto-Materna: Una Condizione a Rischio

La trasfusione feto-materna è una condizione medica grave che può causare gravi lesioni o la morte del feto a meno che non sia riconosciuta e trattata immediatamente. Consiste nel passaggio di sangue dal feto alla gestante attraverso la placenta. Quando si verifica tale condizione, la perdita di sangue fetale può essere improvvisa o graduale. Una perdita acuta o improvvisa di sangue si tradurrà in un più basso volume di sangue (ipovolemia). Nel tempo, il feto reintegrerà il siero perduto, ma gli altri prodotti del sangue rimarranno esauriti per un periodo di tempo più lungo.

Quando si verifica un'emorragia/trasfusione fetale materna durante il terzo trimestre di gravidanza, il primo segno è spesso una piccola quantità di sangue che appare nelle urine. A volte medici e infermieri effettuano la valutazione della gestante ignorando altri segni e sintomi e diagnosticano un'infezione comune del tratto urinario e la trattano di conseguenza. Quando la diagnosi viene omessa, la paziente viene anche privata della possibilità di ricevere un trattamento adeguato, che di solito è un parto cesareo d'urgenza prima che si verifichi un danno cerebrale.

Ci sono alcune comportamenti che una madre incinta, o un membro della famiglia, può fare per aiutare a prevenire diagnosi errate e la mancanza, potenzialmente fatale, di un trattamento adeguato. Innanzitutto, è importante segnalare immediatamente al ginecologo qualsiasi segno di sanguinamento, sia nelle urine che altrove. Una madre conosce più di chiunque altro il pattern di movimento del bambino nel grembo materno, e la ricerca medica ha dimostrato che una diminuzione del movimento fetale è uno dei migliori e i primi predittori di problemi della gravidanza. Pertanto, è di vitale importanza segnalare una diminuzione del movimento fetale al ginecologo, indipendentemente dal fatto tale diminuzione sia accompagnata da qualsiasi tipo di sanguinamento. In terzo luogo, se la gestante non può essere valutata al più presto da un ginecologo, è consigliabile che si rechi in un PS ginecologico per la valutazione da parte del personale infermieristico e di un medico. Gli ospedali provvisti di reparto di ginecologia ed ostetricia hanno specialisti addestrati sul posto e apparecchiature di monitoraggio avanzate che possono essere utilizzate per valutare il benessere del bambino. Appena acceda in ospedale, la gestante deve ricordare di fornire una cronologia completa delle sue condizioni, compresi eventuali episodi di sanguinamento o diminuzione dei movimenti fetali.

Flowchart for managing decreased fetal movement

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