La placenta rappresenta un annesso fetale con molteplici funzioni vitali durante il periodo gestazionale, un organo dinamico che svolge un ruolo insostituibile nel sostenere lo sviluppo del nascituro. Dopo il parto, questa struttura biologica viene naturalmente espulsa dal corpo materno, avendo smesso di svolgere il suo compito primario di connessione e nutrimento tra madre e feto. Storicamente, la percezione della placenta ha assunto connotazioni diverse nelle varie culture. Dal punto di vista antropologico, ha avuto in alcune di esse un ruolo quasi sacro, riconosciuta come una "generatrice di vita", simbolo di fertilità e continuità.
Nel regno animale, la placenta assume un significato pratico immediato e fondamentale. Per una madre che ha appena partorito ed è sfinita, la placenta può rappresentare un'immediata fonte di proteine, essenziale per recuperare le energie necessarie a prendersi cura della prole e per riuscire a procurarsi del cibo in breve tempo. Questa pratica, conosciuta come placentofagia, è diffusa tra molti mammiferi e offre una prospettiva biologica interessante sulla sua potenziale utilità.
Per scopi diversi, dalla medicina tradizionale all'utilizzo cosmetico o alla placentofagia umana, la placenta può essere oggetto di specifici processi di preparazione. Uno dei metodi descritti per la sua conservazione prevede che l’essicazione vada eseguita più volte, con attenzione e precisione, fino a ridurre la placenta in polvere mediante l’utilizzo di un mortaio. Attraverso questa meticolosa preparazione, la sostanza polverizzata può essere successivamente conservata in capsule, permettendone l'uso e la preservazione per lunghi periodi di tempo.
L'Estratto di Placenta nell'Ambito Cosmetico e Dermatologico: Principi e Promesse
L'estratto di placenta si configura come un principio attivo derivato dalla placenta di mammiferi, principalmente di origine suina od ovina. Questo componente biologico trova impiego in una varietà di prodotti cosmetici e dermatologici, nei quali è inserito per le sue presunte e ambite proprietà rigenerative. L'interesse crescente per l'estratto di placenta nel settore della bellezza e della cura della pelle nasce dalla documentata presenza di diversi fattori di crescita e di altre sostanze bioattive. Questi elementi, in teoria, potrebbero esercitare un'influenza significativa sui processi naturali di riparazione e di rinnovamento cutaneo, rendendolo un ingrediente attraente per formulazioni avanzate.

Tra i componenti identificati all'interno dell'estratto di placenta, si distinguono proteine, peptidi, acido ialuronico e varie vitamine appartenenti al gruppo B. Questa ricchezza di costituenti attivi alimenta la convinzione dei sostenitori dell'uso cosmetico, i quali sostengono con fermezza che tali elementi possano effettivamente penetrare nella pelle. Una volta assorbiti, si ipotizza che siano in grado di stimolare attivamente l'attività cellulare, portando a un miglioramento complessivo dell'aspetto cutaneo, inclusa la riduzione visibile di rughe, cicatrici e altri segni caratteristici dell'invecchiamento.
Tuttavia, la comunità scientifica, in particolare quella dermatologica, rimane divisa e cauta riguardo l'efficacia reale di questi prodotti. La principale incertezza riguarda l'effettiva biodisponibilità e l'attività di questi complessi componenti biologici quando vengono applicati topicamente sulla pelle. Esiste una considerazione fondamentale secondo cui molte delle sostanze presenti potrebbero non riuscire a superare la barriera cutanea in concentrazioni sufficienti per produrre effetti significativi e clinicamente rilevabili. A fronte di queste incertezze, molti dermatologi raccomandano particolare cautela nell'uso di questi prodotti. Essi suggeriscono spesso di considerare e privilegiare alternative che presentino profili di sicurezza più consolidati e che siano supportate da evidenze scientifiche più robuste, al fine di ottenere benefici simili sulla pelle con maggiore garanzia di efficacia e sicurezza.
Il Meccanismo d'Azione Teorico per la Rigenerazione e Riparazione Cutanea
L'estratto di placenta agirebbe teoricamente attraverso l'azione sinergica dei fattori di crescita e delle proteine bioattive che sono contenute al suo interno. Questi elementi dovrebbero svolgere un ruolo chiave nel processo di stimolazione della divisione cellulare e nell'incremento della sintesi di collagene quando vengono applicati sulla superficie cutanea. Il meccanismo proposto per spiegare tali effetti include specificamente l'attivazione di recettori cellulari localizzati, i quali, una volta stimolati, innescherebbero una serie di processi di riparazione e di rigenerazione tissutale. La teoria alla base di questa applicazione si fonda in parte sul ruolo cruciale che la placenta svolge durante lo sviluppo fetale, un periodo in cui la necessità di garantire una rapida crescita e una differenziazione cellulare efficiente è massima.
I fautori dell'utilizzo dell'estratto di placenta sostengono con convinzione che questo principio attivo sia in grado di accelerare i processi naturali di rigenerazione cutanea. Essi attribuiscono tale capacità alla presenza intrinseca di fattori di crescita naturali e di altre sostanze bioattive, che mimerebbero o potenzierebbero i meccanismi fisiologici. Alcuni studi preliminari, sebbene ancora in fase iniziale e necessitanti di ulteriori approfondimenti, hanno suggerito che estratti placentari potrebbero influenzare positivamente la guarigione di ferite e la riparazione di tessuti danneggiati. Questo potenziale beneficio si manifesterebbe attraverso la stimolazione della proliferazione di fibroblasti, le cellule responsabili della produzione di tessuto connettivo, e un aumento della sintesi di collagene, una proteina essenziale per l'integrità strutturale della pelle.
Uno dei principali ambiti di utilizzo dell'estratto di placenta, secondo i suoi sostenitori, è proprio la riparazione dei tessuti cutanei che hanno subito danneggiamenti. Si ritiene che i suoi componenti bioattivi siano capaci di stimolare attivamente i fibroblasti a produrre nuove fibre di collagene ed elastina, elementi fondamentali che contribuiscono a rinforzare la struttura della pelle, migliorandone la tonicità e l'elasticità. Allo stesso tempo, si ipotizza che questi componenti favoriscano la sintesi di acido ialuronico e di altre molecole idrofile che hanno la capacità di trattenere l'acqua. Questo processo si tradurrebbe in un miglioramento significativo dell'idratazione profonda della pelle e del suo turgore, conferendole un aspetto più pieno e levigato.
Questa azione combinata e multifattoriale renderebbe l'estratto di placenta un alleato potenzialmente utile nei casi di pelle segnata da rughe, che appaiono come espressione visibile dell'invecchiamento, o da perdita di elasticità, e nei casi di disidratazione cronica, che può compromettere la barriera cutanea e l'aspetto generale dell'epidermide. È importante notare che l'effetto di questi trattamenti non è considerato immediato. Al contrario, con l'uso costante e prolungato nel tempo, la pelle dovrebbe apparire progressivamente più tonica, vitale e radiosa, manifestando i benefici in modo graduale e cumulativo. Tuttavia, nonostante queste promettenti teorie e i risultati preliminari, l'effettiva penetrazione e attività di questi componenti attraverso la complessa barriera cutanea rimane un aspetto scientificamente controverso e non ancora completamente dimostrato in modo conclusivo.
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Modalità e Momenti d'Uso del Siero alla Placenta
L'utilizzo dell'estratto di placenta in formulazioni cosmetiche e dermatologiche richiede particolare attenzione alla qualità del prodotto selezionato e alle condizioni di conservazione a cui è sottoposto, data la natura intrinsecamente biologica del principio attivo. La notevole variabilità che può riscontrarsi nella composizione degli estratti e nei complessi processi di produzione rende fondamentale per il consumatore scegliere prodotti provenienti da fonti affidabili. Queste fonti devono essere in grado di garantire controlli di qualità rigorosi e trasparenza nella composizione, elementi essenziali per assicurare sicurezza ed efficacia. Inoltre, è consigliabile consultare un dermatologo prima di iniziare l'uso di tali prodotti, soprattutto per valutare in modo obiettivo se esistano alternative più consolidate scientificamente che possano aiutare a raggiungere i medesimi obiettivi estetici o terapeutici con una maggiore sicurezza e un'efficacia comprovata.
L'estratto di placenta si trova commercialmente disponibile in formulazioni che sono tendenzialmente limitate e principalmente distribuite in mercati specifici. Tra queste si annoverano i sieri rigenerativi concentrati, che sono spesso destinati ad applicazioni mirate su aree specifiche della pelle che necessitano di un trattamento intensivo. Si trovano anche in creme anti-age specializzate, formulate per contrastare i segni dell'invecchiamento cutaneo. Le maschere intensive rappresentano un'altra tipologia di prodotto, pensate per trattamenti occasionali ma ad alta concentrazione di principio attivo. Non mancano le lozioni tonificanti, destinate a migliorare l'aspetto generale e la vitalità della pelle, e persino integratori topici, che mirano a fornire un supporto nutritivo direttamente alla cute.
Per quanto riguarda i momenti di utilizzo, l'estratto di placenta può essere applicato al mattino, con l'intento di migliorare il tono e l'idratazione della pelle durante il giorno. In alternativa, o in combinazione, può essere impiegato alla sera, un momento in cui la pelle è spesso considerata più ricettiva ai trattamenti rigeneranti, potendo beneficiare delle sostanze attive durante il riposo notturno. Questo principio attivo è indicato anche come supporto intensivo dopo periodi prolungati di stress, in seguito ad esposizioni ambientali intense che possono danneggiare la pelle, o dopo trattamenti estetici che richiedono un nutrimento supplementare e un processo di riparazione accelerato. Per sfruttarne al meglio i benefici e per mantenere nel tempo i risultati ottenuti, è fondamentale la costanza d'uso, che dovrebbe essere unita a una routine di cura della pelle equilibrata e all'impiego quotidiano di protezione solare, un gesto irrinunciabile per la salute cutanea.
Controindicazioni ed Effetti Collaterali dell'Estratto di Placenta
Prima di considerare seriamente l'uso di prodotti contenenti estratto di placenta, è assolutamente essenziale valutare attentamente diverse controindicazioni significative che potrebbero presentarsi. Tra queste, particolare attenzione deve essere posta alle allergie preesistenti a proteine animali o a prodotti di origine biologica in generale, dato che l'estratto deriva da tessuti animali. È altresì importante considerare una storia pregressa di reazioni avverse a prodotti biologici complessi, poiché ciò potrebbe indicare una sensibilità aumentata. Patologie autoimmuni sono un'altra categoria di controindicazioni, in quanto potrebbero essere influenzate negativamente da fattori di crescita presenti nell'estratto, con il rischio di peggiorare la condizione. Condizioni cutanee infettive o infiammatorie acute rappresentano un'ulteriore controindicazione, poiché l'applicazione di tali prodotti potrebbe aggravare l'infiammazione o favorire la diffusione di infezioni. Infine, l'estratto è sconsigliato in caso di immunodeficienze o terapie immunosoppressive, e per soggetti con ipersensibilità accertata a conservanti o eccipienti comunemente utilizzati nelle formulazioni cosmetiche e dermatologiche.
Gli effetti collaterali associati all'uso dell'estratto di placenta possono essere significativi e manifestare una considerevole variabilità tra gli individui. Questa imprevedibilità è dovuta principalmente alla natura biologica complessa del principio attivo stesso e alla variabilità nella composizione specifica dei diversi prodotti disponibili sul mercato. Tra le reazioni più comuni che sono state riportate, si annoverano irritazioni cutanee localizzate, caratterizzate da arrossamenti, prurito e sensazioni di bruciore. Questi sintomi possono emergere immediatamente dopo l'applicazione del prodotto oppure svilupparsi in maniera più graduale con l'uso continuato nel tempo.
Data l'origine biologica intrinseca dell'estratto, esiste un rischio teorico, sebbene da valutare attentamente, di reazioni allergiche che possono variare da lievi a severe. Questo rischio è particolarmente rilevante per soggetti che sono già predisposti ad allergie o che manifestano una sensibilità nota a proteine animali. Alcuni utilizzatori hanno anche riportato ulteriori alterazioni cutanee, tra cui alterazioni temporanee della pigmentazione della pelle, che possono manifestarsi come discromie. Altri effetti osservati includono un ispessimento localizzato della pelle o la formazione di piccole eruzioni cutanee, che possono essere un segno di reazione avversa. La mancanza di una standardizzazione rigorosa negli estratti di placenta disponibili sul mercato significa che la stessa persona potrebbe reagire in modo diverso a prodotti provenienti da marche differenti, rendendo la tollerabilità cutanea un fattore imprevedibile e soggettivo.
La Placentofagia Umana: Una Pratica Controversa tra Storia, Celebrità e Scienza
Al di là dell'uso topico in cosmetica, esiste una pratica ancora decisamente di nicchia ma che sta godendo di una crescente popolarità: la placentofagia. Questa scelta, che implica l'ingestione della placenta, sia essa cruda, cotta, essiccata in capsule o frullata, si è diffusa, in particolare negli ultimi anni, anche grazie all'adesione e alla promozione da parte di personaggi noti al grande pubblico. Tra questi, figure come Nicole Kidman, Claudia Galanti e persino alcuni padri, come Tom Cruise Holmes, hanno contribuito a dare visibilità a questa tendenza. A guidarli vi è la convinzione radicata di presunti benefici che spaziano da miglioramenti per la pelle e l'umore, fino al rafforzamento del rapporto con il neonato. Queste credenze si basano sull'ipotizzata presenza e su una conseguente "iniezione" di ormoni, minerali, vitamine e amminoacidi che la placenta dovrebbe contenere anche dopo il parto.

Le modalità di consumo della placenta sono varie e riflettono una certa creatività nelle pratiche post-parto. C’è chi la mette nel ragù, trasformandola in un ingrediente culinario insolito, e chi la fa arrosto, trattandola come un taglio di carne. Per alcuni, è considerata migliore frullata con ingredienti aggiuntivi come banane, latte di cocco, zenzero e limone, creando una bevanda nutriente. Per altri, la via più pratica e meno invasiva consiste nel liofilizzarla e ingoiarla sotto forma di capsule, un metodo che ricorda l'assunzione di integratori. Non c’è limite alla fantasia nel “ricettario” che alcune neo-mamme utilizzano per mangiare la placenta subito dopo il parto. Questo gesto, che le fa sentire un po’ leonesse nell'istinto primordiale e un po’ cannibali nella scelta alimentare, viene compiuto nella ferma convinzione di combattere la depressione post-partum e di favorire l’allattamento. Qualcuna dichiara di ispirarsi al mondo animale, dove la placentofagia è un comportamento comune, mentre altre guardano alla medicina tradizionale cinese, che include la placenta tra i suoi rimedi. Sta di fatto che questa moda, con un tocco un po’ New Age, nata negli anni Settanta, ultimamente ha ripreso a spopolare sulle riviste di cronaca rosa, grazie al "coming out" di personaggi famosi sia d’Oltreoceano che di casa nostra.
In Italia, per esempio, è bastata la foto postata dalla modella Claudia Galanti, che la ritraeva intenta a bere placenta, a destare scalpore e a scatenare non poche polemiche su Instagram, evidenziando il dibattito culturale intorno a questa pratica. Eppure in America, ingerire placenta, spesso sotto forma di capsule, è diventato un vero e proprio trend, quasi al pari di una bevanda energetica. Una madrina d’eccezione di questa pratica è Kim Kardashian, la quale ha rivelato di ingerire la sua placenta da quando ha dato alla luce il figlio Saint. La sua motivazione era quella di giocare d’anticipo e prevenire i baby blues, confidando ai suoi followers quanto queste pillole, per lei, rappresentassero un vero e proprio concentrato d’energia. I numerosi sostenitori di questa pratica ritengono infatti che la placenta - che per tutta la durata della gravidanza ha nutrito il feto, scambiando sostanze nutritive e ossigeno - trattenga ancora alcuni di quei nutrienti che ha trasportato al feto, continuando ad essere utile alla madre se ingerita. Si ritiene che, consumandola, possa aiutare a combattere la depressione e a fornirle sostanze importanti, come il ferro, migliorando di conseguenza il tono dell’umore e il livello di energia.

La Scienza Demolisce i Miti: Mancanza di Evidenze Concrete e Rischi Nascosti
In tutto ciò, però, emerge una realtà cruciale: non c’è nulla di vero scientificamente provato a supporto di queste convinzioni. Mangiare la placenta - una pratica introdotta nella medicina cinese e, come si è visto, diffusa in molti mammiferi - che per nove mesi ha posto una futura mamma in rapporto vitale con il nascituro, non assicura alcun beneficio dimostrabile alla salute umana e, al contrario, potrebbe nascondere dei rischi che finora sono rimasti largamente sconosciuti. La notizia di questa assenza di benefici concreti giunge con chiarezza dalle colonne di Archives of Women’s Mental Health, una rivista scientifica di prestigio. Su questa pubblicazione, un gruppo di ricercatori della Northwestern University - osservando come la consuetudine stesse prendendo piede in particolare negli Stati Uniti - ha pubblicato una recensione approfondita dei dieci studi presenti in letteratura scientifica sul tema della placentofagia.
La conclusione di questa revisione è stata tranchant e inequivocabile: «Nonostante la pratica goda di una buona eco attraverso il web e i social media, non c’è alcun lavoro scientifico che attesti un effetto positivo per il corpo e per la mente umana». Le evidenze scientifiche a supporto di una tendenza che ha portato le protagoniste a parlare di riduzione del dolore post-parto, aumento delle forze e dell'energia, miglioramento della produzione di latte materno e del quantitativo di ferro in circolo nel sangue, o un presunto miglioramento dell’elasticità della pelle, sono quasi nulle. Oltre a questi aspetti fisici, le attenzioni si sono spostate anche sull'aspetto psicologico, con l'affermazione di uno sviluppo facilitato del rapporto tra madre e figlio e un allontanamento della sindrome del terzo giorno. Quest'ultima, uno stato di inquietudine e malinconia nei confronti del neonato che spesso è il preludio della depressione post-partum, non ha trovato riscontro positivo negli studi analizzati.
La psichiatra Crystal Clark, autrice dello studio menzionato, ha spiegato che «Molte donne riferiscono di aver avuto benefici da questa pratica, ma quello che abbiamo sono solo valutazioni soggettive». Ha inoltre sottolineato con enfasi che «Non esiste alcuna ricerca che abbia valutato sistematicamente i benefici e i rischi dell’ingestione della placenta», evidenziando la grave lacuna nella letteratura scientifica.
Distinzione tra Baby Blues e Depressione Post-Partum
È opportuno, in questo contesto, fare una distinzione chiara tra il fenomeno del baby blues e la depressione post-partum, due condizioni che spesso vengono confuse ma che presentano caratteristiche diverse. Il baby blues descrive una condizione piuttosto comune di preoccupazione, stanchezza e spesso tristezza, che accompagna molte donne nei giorni immediatamente successivi al parto. Tuttavia, si tratta generalmente di una situazione transitoria, che tende a risolversi spontaneamente entro i primi dieci giorni dalla nascita del bambino.
La depressione post-partum, invece, è una condizione clinica più seria e persistente. È caratterizzata da un complesso mix di sbalzi d’umore e sentimenti profondi di inadeguatezza, solitudine e inquietudine, che solitamente iniziano 3-4 giorni dopo il parto, ma che si protraggono per un periodo più lungo, spesso per diverse settimane o mesi. Chi ne soffre potrebbe ritrovarsi a ridere fragorosamente in un momento e poi piangere in maniera inconsolabile un minuto dopo. Come spiega il Family Doctor, «Molte donne possono sentirsi un po’ depresse, avere difficoltà di concentrazione, perdere l'appetito o scoprire che non riescono a dormire bene, anche quando il bambino dorme». Riconoscere i sintomi della depressione post-partum non è così facile come potrebbe sembrare, e purtroppo, molto spesso, molti di quei segnali vengono semplicemente ignorati, provocando un grande disagio e sofferenza nella donna che ne è affetta.
I Rischi Microbiologici e le Controversie Sull'Igiene
Accanto alla mancanza di benefici comprovati, ci sarebbero, infatti, anche dei rischi concreti legati al consumo di un estratto della placenta, sia esso assunto sotto forma di centrifuga o di capsule. Finora, un aspetto critico spesso trascurato è che nessuno si è preoccupato adeguatamente di valutare le possibili ripercussioni microbiologiche legate alla pratica della placentofagia. Questo rappresenta una lacuna significativa nella comprensione della sicurezza della pratica.
Durante il corso della gravidanza, la placenta agisce come un sofisticato filtro tra la madre e il feto. Non solo secernendo ormoni essenziali e rifornendo il nascituro di ossigeno e sostanze nutritive indispensabili per il suo sviluppo, ma anche eliminando attivamente scarti e composti potenzialmente tossici che potrebbero nuocere al bambino. Di conseguenza, il “setaccio” che è la placenta, una volta terminata la gestazione, è tutt’altro che sterile. Al contrario, potrebbe essere un veicolo di microrganismi patogeni, inclusi batteri pericolosi come lo stafilococco aureo, noto per essere uno dei batteri oggi più resistenti agli antibiotici.
A questo rischio intrinseco si aggiunge quello legato al momento del parto. La sua uscita dal canale vaginale, infatti, è un altro passaggio estremamente rischioso per quanto concerne le potenziali contaminazioni da parte di batteri ambientali o residenti nella flora vaginale. Questi sono rischi le cui conseguenze sono ancora tutte da esplorare in termini di salute materna e neonatale, e di cui molte donne che scelgono la placentofagia potrebbero essere all’oscuro. «Se avessi appena partorito e fossi colpita dalla depressione post-partum, cercherei trattamenti di provata efficacia, come quelli proposti dalla medicina moderna», ha affermato Rebecca Baergen, responsabile del dipartimento di patologia ostetrica e perinatale al Weill Cornell Medical Center di New York, in un’intervista rilasciata in precedenza a Scientific American, ponendo l'accento sulla preferenza per interventi con base scientifica solida.
La psicologa Cynthia Coyle della Northwestern University di Chicago, e prima autrice di una ricerca pubblicata sulla rivista Archives of women's health, ha ribadito che «Le donne che optano per la placentofagia devono innanzitutto controllare bene tutto ciò che ingeriscono nel corso della gravidanza e devono essere consapevoli del fatto che stanno introducendo nel proprio organismo qualcosa che non porta vantaggi per la salute, ma che, al contrario, potrebbe esporre anche a qualche rischio». La stessa Jill Rabin, del Women's health programs, parte del North Shore-LIJ health system di New Hyde Park, ha sollevato dubbi e preoccupazioni sui potenziali rischi connessi alla placentofagia, commentando: «È vero che non mancano nel mondo animale esempi di placentofagia, ma ciò non significa che questa sia una pratica adatta e sicura anche per l'uomo». L'esperta ha proseguito, affermando: «Non dimentichiamo che la placenta ha il ruolo di nutrire il bambino e funge da filtro per evitare che il piccolo entri in contatto con sostanze pericolose». Ha concluso con una nota di prudenza, riconoscendo che «I rischi probabilmente sono minimi, ma semplicemente al momento non li conosciamo», sottolineando l'incertezza e la necessità di ulteriori ricerche.
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Nonostante l'argomento sulla "naturalità" della pratica, è fondamentale comprendere che, per quanto “naturale”, la placenta non è completamente esente da pericoli per la salute. Innanzitutto, è bene ricordare che questo organo a forma di disco, che unisce il feto all’utero materno attraverso il cordone ombelicale, ha la capacità di accumulare germi, sostanze tossiche e farmaci. Durante la gestazione, infatti, agisce proprio come un filtro attivo per proteggere il feto da queste minacce, diventando quindi un contenitore potenziale di tali elementi nocivi al termine del suo compito.
Il Business della Placenta e le Testimonianze Soggettive
Se per molte persone l'idea di placentofagia rimane solo un’affascinante, o talvolta disgustosa, teoria, c’è chi ne ha fatto persino un vero e proprio business. Un esempio lampante è Nikki Welling, una donna di 34 anni del Norwich, che in un recente passato ha lanciato 'Cherished Placentas', un’attività specializzata nella produzione di smoothie alla placenta. Forte della propria esperienza positiva personale, Nikki è stata tra le prime a testimoniare pubblicamente gli effetti benefici che, a suo dire, la placenta avrebbe avuto sulle neo mamme. Questo l'ha portata a viaggiare attivamente tra l'East Anglia e Londra, con l'obiettivo di raccogliere le placente, ridurle in pillole e, successivamente, restituirle sotto forma di frullato, sapientemente mixate con frutta fresca per renderle più gradevoli. «Posso onestamente dire, con la mano sul cuore, che la mia guarigione dalla nascita della mia secondogenita è stata incredibile grazie al consumo della mia placenta» afferma Nikki, fornendo una testimonianza personale che alimenta ulteriormente il dibattito. Insomma, a quanto pare, questo rappresenta un modo come un altro per diffondere “il verbo” di questa pratica e tentare di aiutare sempre più donne a superare e, idealmente, prevenire i problemi derivanti dalla depressione post-partum.
Tuttavia, tornando alla questione dell'efficacia, è cruciale ribadire che, sebbene tutto ciò possa sembrare molto bello e promettente, manca solo un dettaglio fondamentale a rendere perfetto il quadro: la sua efficacia non è stata dimostrata da studi scientifici rigorosi. Non esiste, infatti, ancora una letteratura scientifica consolidata a riguardo e non sono state stabilite chiare linee guida che possano sostenere in modo incontrovertibile la sicurezza del consumo di placenta per la salute umana. Questo aspetto solleva interrogativi importanti sulla validità e sulla prudenza di tale pratica, nonostante la sua crescente visibilità. In risposta a questa mancanza di prove scientifiche, alcuni sostenitori della placentofagia argomentano che, sebbene non si abbiano prove scientifiche concrete, gli animali l’hanno sempre fatto come qualcosa di spontaneo e fisiologico. Seguendo questa logica, essi sostengono che, se la natura stessa "docet", allora prima ancora della scienza, forse si dovrebbe fare riferimento all’istinto. Questo richiamo all'istinto naturale, pur suggestivo, contrasta con le rigorose esigenze della medicina basata sull'evidenza.