La figura di Saverio Tutino, giornalista, scrittore e intellettuale profondamente calato nelle vicende del suo tempo, emerge con una nitidezza sorprendente attraverso le pagine di "La parte della memoria", la biografia scritta da Stefania Marongiu. Questo volume, nato da un'intuizione di Luciano Marrocu in quel lontano giorno del 2014, che chiese: “Perché non scrivi una biografia su Saverio Tutino?”, si è concretizzato in un'opera edita da Alcatraz editore, nella collana “Labirinti”. La presentazione milanese del libro, in occasione del “Book Pride”, fiera dell’editoria indipendente, ha offerto un palcoscenico per esplorare la storia privata e pubblica di un uomo che ha attraversato e narrato i momenti cruciali del Novecento, dal dopoguerra italiano alle grandi crisi internazionali, dalla guerra fredda alla tragedia degli anni di piombo, con una prospettiva sempre critica e spesso "anomala". Stefania Marongiu, autrice nata a Cagliari, con un liceo classico al Siotto Pintor e una specializzazione in Geografia all'Università di Torino, insegna oggi questa materia in una scuola superiore del capoluogo sardo, e la sua passione per l'insegnamento si riflette nella chiarezza e profondità della sua ricerca. Il suo lavoro consente di addentrarsi nella complessa tessitura di una vita dedicata all'osservazione e alla narrazione, seguendo il percorso di Tutino "da Kennedy a Moro", e oltre, fino alla sua singolare eredità.
L'Inizio di un Percorso: La Formazione nella Resistenza e il Primo Contatto con il Mondo
La “prima delle sue vite”, come l’ha definita la figlia Barbara, prese forma nell’Italia martoriata della Seconda Guerra Mondiale. Alla notizia dell’armistizio tra il governo Badoglio e gli Alleati, resa pubblica l’8 settembre 1943, Saverio, appena ventenne, era animato da una gran voglia «di fare qualcosa». Il contesto era drammatico: in breve Milano, dove era rientrato con la famiglia, fu occupata dai tedeschi. Intorno a loro «si era fatto il deserto. Tutti quelli che potevano scappare, andavano a rifugiarsi in campagna o al Sud». Anche la famiglia Tutino organizzò un rifugio fuori città per i figli, ma pochi giorni dopo Saverio scelse di varcare il confine svizzero. Prima fu al campo di smistamento di Gudo, a Locarno, e poi, alla fine di settembre 1943, raggiunse Lugano. Qui, entrò in contatto con vari esponenti dell’antifascismo italiano, un’esperienza formativa che segnò profondamente la sua visione del mondo e la sua vocazione alla libertà.
Il suo spirito, nonostante la crudeltà del tempo, manteneva viva la speranza, un animo buono e un desiderio di bene che riteneva ancora salvi. Egli stesso si interrogava: «È ancora salvo l’animo buono, il desiderio di bene? Penso di sì, anzi sono certo di sì, quando vedo il popolo, tutto questo popolo, amarci come unici figli, amarci dolorosamente - nel sangue - e appassionatamente. Tuttavia una fine di tutto questo, un definitivo: basta! alle mille furie scatenate, di tutte le specie - quando verrà sarà davvero, un vivo avvento di pace». L'esperienza partigiana non fu priva di pericoli mortali, come testimoniano i suoi diari, dove si legge di momenti in cui, ad un “alto là, chi va là” di una mattina nebbiosa, la risposta era: “Brigata nera!”. In tali circostanze, si tirava una sventagliata di mitra, mentre loro rispondevano con una bomba a mano, e poi tutti a scappare tra i boschi, con il fiato che congelava la faccia, partigiani di qua, brigatisti neri di là. Una chiara distinzione che non ammetteva ambiguità, poiché, pur riconoscendo che di tutti ragazzi italiani si trattasse, le brigate nere avevano combattuto insieme all’esercito tedesco, aiutandolo nel rastrellare i disertori e fucilando «chi prestava loro aiuto», per lo più un piatto di minestra, senza distinzioni tra donne, vecchi e bambini. Essi li aiutavano anche a «scovare gli ebrei», italiani pure loro, ma destinati ai treni inchiodati verso i campi di sterminio, seguendo un Duce che avrebbe marciato con Hitler sino a Piazzale Loreto. Il 25 aprile, sfilando nei paesi liberati vicino Biella, quelle popolazioni evocate «ci applaudono, ci buttano addosso i fiori. La gente ride, acclama, grida è pronta allo scatto finale di entusiasmo. Noi versiamo qualche lagrima di commozione». Ancora qualche giorno di combattimento e il 3 maggio entrava a Ivrea, tra «Abbracci, festa».
Dopo la guerra, la sua strada lo portò verso il giornalismo, una scelta che si rivelò non solo una professione, ma una vera e propria vocazione. Saverio Tutino, che nasce in una famiglia di piccola borghesia milanese ed era destinato a studi di giurisprudenza, finì per diventare un giornalista, e di quelli molto bravi. Le sue prime esperienze professionali lo videro nella redazione de «l’Unità» di Roma. Nell’estate del 1950, Enrico Berlinguer gli propose di aggregarsi come giornalista a una delegazione della Federazione giovanile comunista che si sarebbe recata in Cina in occasione del primo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, un viaggio che segnò il suo primo approccio con il mondo comunista internazionale al di fuori dell'Europa. Nel 1958, tornato a «l’Unità», fu inviato come corrispondente dalla Francia, una «seconda patria» per Saverio, rievocando i suoi anni adolescenziali, quando la famiglia Tutino si era trasferita a Parigi per il lavoro del padre. Questa fase iniziale della sua carriera fu cruciale per sviluppare quella sensibilità internazionale e quella capacità di analisi che lo avrebbero reso un osservatore privilegiato degli eventi successivi.
L'Occhio del Militante: Cuba, tra Rivoluzione e Contraddizioni (L'Era Kennedy)
Una svolta importante nella «seconda vita» di Saverio Tutino avvenne quando fu nuovamente a Roma e scoppiò «un evento che sembrava potesse avere conseguenze apocalittiche: la crisi dei missili di Cuba». Quando fu annunciato il blocco all’isola da parte di Kennedy, «l’Unità» decise di mandarlo quale inviato speciale. Saverio rimase a Cuba fino alla fine del 1968, e da «giornalista militante» fece conoscere ai lettori italiani Cuba, la sua storia e i suoi cambiamenti.

Le sue impagabili corrispondenze da Cuba, rilette anni dopo anche per "Repubblica", già da quando iniziò a frequentarla, presentarono tutte le contraddizioni politiche che ancora oggi non si sono dipanate. Lui, comunista iscritto al Partito e già cronista all’«Unità», seppe cogliere le sfumature di una realtà complessa. Chiunque abbia avuto la fortuna di visitarla, anche per poco tempo, come l'autore delle note biografiche, ha potuto constatare come rispetto a ogni paese dell’America latina, Cuba sia un esempio di come andrebbero trattate le persone: tutti i ragazzi vanno a scuola, i migliori all’università, praticamente gratis, la sanità è gratuita per tutti e la ricerca scientifica raggiunge punti di eccellenza che a casa nostra ci sogniamo. Non a caso, Cuba ha sviluppato da sola i vaccini per il Covid e ha vaccinato pressoché tutta la sua popolazione, registrando pochi morti per la pandemia. Tuttavia, esiste una sorte di distribuzione di generi di prima necessità, come riso, olio, carne di pollo, che fa sì che nessuno sia realmente costretto a chiedere la carità, ma la gran parte della popolazione è davvero povera.
Il sistema politico a partito unico, che in pratica tutto governa, fa sì che le merci che si vendono nei supermercati appaiano o scompaiano con una loro logica, di cui non è dato sapere. Chi ha la fortuna di avere parenti a Miami che spediscono alla famiglia anche solo 50 dollari al mese è un uomo ricco. All'epoca della sua visita, un amico che insegnava all’università dell’Avana aveva uno stipendio di 10 dollari al mese, mentre un mojito alla “Boteguita del Medio”, il bar preferito da Hemingway, ne costava due. Non stupisce dunque che ogni turista dotato di carta di credito sia universalmente riconosciuto come «ricco da spennare» e che a questo sport si dedichino un po’ tutte le ragazzine cubane, dai quindici anni in su, capaci di far girare la testa a qualsivoglia «gringo», e di «fidanzarsi» sera dopo sera con uno diverso. Eppure, se si ha la fortuna di parlare in loco con qualsiasi sud-americano, sia guatemalteco che messicano che honduregno, tutti ti diranno che Cuba, se paragonata allo squallore delle favelas (innumerevoli) e alla violenza della criminalità organizzata nei loro paesi, è un vero e proprio paradiso sociale. Un paradiso però, da dove ancora oggi non sono pochi i giovani che se ne vogliono scappare via, per raggiungere gli agognati «States» e provare le sorti del turbocapitalismo «yanqui». A questi giovani, non resta che augurare buona fortuna.
Saverio Tutino, che di queste contraddizioni ha riempito le sue cronache dall’isola, passava in Italia per «comunista cubano», troppo sentimentale. Lui, poi, che si innamorava a ogni piè sospinto e perdeva di vista il fine ultimo di ogni rivoluzione, che era naturalmente la presa del potere da parte della «classe operaia». Bisognava essere accecati dall’idea di «rivoluzione permanente» di un «Che Guevara» per riconoscere nei contadini boliviani i rivoluzionari pronti a prendere il fucile se solo fossero stati opportunamente indottrinati. Tutino era a Cuba quando il «Che» fu ucciso e reso martire per sempre per ogni cubano che si rispetti. Era lì quando Nikita Krusciov aveva in animo di mettere missili nucleari sovietici nel giardino di casa di J.F. Kennedy, e di tutto ciò ne fece cronache che dovrebbero essere studiate nelle scuole di giornalismo. Era lì e parlava con Fidel Castro. Insieme a Dacia Maraini e Alberto Moravia, si recò a intervistare Salvador Allende, un altro leader destinato a un tragico destino. La sua esperienza cubana e l'attenzione ai movimenti rivoluzionari latinoamericani furono elementi centrali della sua formazione intellettuale e del suo modo di interpretare la politica internazionale.
Gli Anni Oscuri d'Italia: Tra Sessantotto, Brigate Rosse e Servizi Segreti (Verso l'Affaire Moro)
Dopo il lungo periodo cubano, Tutino fece ritorno in Italia. Pajetta lo volle qui per tutto il periodo sessantottino di pseudo-rivoluzione europea, e Saverio si portò dietro una moglie cubana, dalla quale si separò presto. Quella fase segnò l'inizio di una nuova immersione nelle vicende nazionali, un periodo che avrebbe lasciato segni indelebili sulla società italiana. Vivrà in prima persona tutte le vicende chiaro-oscure degli anni ’70 italiani: le azioni delle Brigate rosse, il rapimento di Aldo Moro, le stragi fasciste con bombe in banche e treni, e stazioni ferroviarie. Era un tempo di grande tensione, dove la violenza politica si manifestava in molteplici forme, lasciando una scia di sangue e incertezza.
Gli anni Settanta si presentarono per Saverio complessi e difficili, soprattutto sul piano politico. Egli avvertiva di essere un «diverso», un «marziano», in quanto, da una parte, vedeva scemare l’entusiasmo per la realtà cubana e, dall’altra, il Partito comunista italiano gli chiedeva di fare «un’autocritica». Nonostante il suo approccio critico, non mancarono le Brigate rosse di avvicinarlo, attraverso «operatori clandestini dei quali non ho mai saputo il vero nome», alcuni con «l’aria di cospiratori così esplicita da indurre alla prudenza». Saverio pensò bene di prospettare diversivi «per togliermeli di torno», dimostrando una lucidità e una fermezza che lo distinguevano da molti intellettuali dell'epoca.
Egli aveva, dicono, la fissazione di vedere la CIA dietro ogni vicenda poco chiara. Questa sua convinzione non era frutto di mera congettura, ma derivava da una profonda conoscenza delle manovre occulte dei servizi segreti che aveva osservato in diversi contesti internazionali. La sua esperienza lo portava a un'analisi critica delle dinamiche politiche, specialmente quando si trattava di colpi di stato, delle coperture di cui aveva goduto per anni l'estremismo fascista e dei disegni del terrorismo rosso nella democrazia bloccata del nostro Paese. Un amico degli anni liceali a Milano, Oreste Del Buono, scrittore, critico letterario, intellettuale tra i più prolifici e tra i meno etichettabili, divenuto direttore del mensile «Linus», gli propose di collaborare con articoli «sui grandi avvenimenti di politica estera, visti con un occhio non conformista». Accettando la collaborazione, Saverio offrì «una carrellata di avvenimenti ripresi in una chiave insolita», contribuendo a un dibattito pubblico spesso polarizzato con una voce originale e informata.
C'era una volta ALDO MORO: cronaca di una congiura di Stato
Le sue analisi contribuirono a delineare un quadro storico e politico di grande complessità, come dimostra la sua opera "Da Kennedy a Moro", pubblicata nel 1979 da Studio Tesi. Questo volume raccoglie una serie di articoli del giornalista e scrittore, apparsi sulla rivista "Linus" e il suo inserto "L'Uno" tra il 1974, dopo il golpe cileno, e il periodo successivo all'affaire Moro (1979). Nella sua rubrica mensile, Tutino, esperto di politica internazionale, ricostruiva con dati storici e ipotesi veridiche la «vera storia degli ultimi vent’anni», offrendo una prospettiva unica sulle vicende di uno scenario mondiale in cui si erano incrociati colpi di stato, manovre occulte dei servizi segreti, i disegni del terrorismo rosso e le coperture di cui aveva goduto per anni l'estremismo fascista nella democrazia bloccata del nostro Paese. La sua capacità di scavare a fondo e di connettere eventi apparentemente disgiunti lo rese una delle firme più autorevoli e controcorrente del giornalismo italiano in quel periodo tormentato.
"La Repubblica" e il Mondo Che Cambia: Un Osservatore Instancabile
Verso la fine del 1975, «qualcuno mi avvertì che stava per nascere un nuovo giornale, diretto da Eugenio Scalfari». Mercoledì 14 gennaio 1976, nelle edicole uscì il primo numero de «la Repubblica», e Saverio Tutino ne divenne una «firma» importante. Egli continuava a occuparsi di America Latina e, soprattutto, riprendeva a viaggiare, arrivando sui luoghi caldi degli eventi. Mi sento di dirlo senza forzature di sorta, perché, nel periodo che fece a “Repubblica”, quella di Scalfari, quella che metteva in prima pagina ogni magagna dell’allora presidente del consiglio Berlusconi Silvio, che continuamente ribadiva lo scandalo mondiale di un conflitto di interesse mostruoso: un imprenditore, padrone di partito politico e di tre reti televisive che avevano ripetitori in tutta la penisola, che era in grado di condizionare le nomine dei dirigenti Rai, che quando il tribunale gli ha imposto che avrebbe dovuto vendere almeno uno dei suoi quotidiani… l’ha venduto al fratello. Insomma, in quello che allora è stato di gran lunga il miglior giornale italiano (la Repubblica di oggi, neanche lontana parente), Saverio Tutino era una «firma» importante.
Durante questo periodo, compì qualche viaggio nella Spagna del dopo-Franco, ma soprattutto l’America Latina e i suoi continui sommovimenti continuarono ad attrarlo irresistibilmente. Nel luglio 1979, fu in Nicaragua, dove la guerriglia sandinista aveva conquistato il potere, testimoniando un altro momento storico di cambiamento radicale. Nel marzo del 1980, corse a Bogotá, dove una trentina di guerriglieri avevano sequestrato diciotto ambasciatori e il nunzio apostolico, trovandosi ancora una volta al centro di una crisi internazionale. Tornò in Argentina, nell’aprile 1982, in seguito alla Guerra de las Malvinas (o Falklands War) contro il Regno Unito, un conflitto che scosse profondamente l'intera regione. Raggiunse l’Uruguay e, «mentre tentavo di capire come si sarebbe trasformato il potere dei militari», Saverio si sentì male. Questi viaggi non erano semplici reportage, ma immersioni profonde nelle realtà politiche e sociali, guidate dalla sua instancabile curiosità e dal desiderio di comprendere le dinamiche sottostanti agli eventi. La sua capacità di analisi e la sua onestà intellettuale lo resero un punto di riferimento per chi cercava una comprensione più profonda degli scenari internazionali, al di là delle narrazioni ufficiali.
Un Nuovo Capitolo: La Malattia, l'Amore e l'Archivio dei Diari
La vita di Saverio Tutino, così intensamente vissuta tra fronti caldi e scenari politici complessi, subì una brusca frenata in Uruguay. Tre mesi dopo essersi sentito male in quel paese, in una clinica vicino Ginevra, fu sottoposto a un'operazione durata dieci ore durante la quale gli «avevano sostituito quattro passaggi delle coronarie con altrettanti pezzi della vena safena tolta dalla gamba destra. Quattro by-pass». Questa difficile prova fisica segnò un punto di svolta. Il giornalista «giramondo» dovette fermarsi a Roma, nell’appartamento in Trastevere.
Dopo essere sfuggito a vari scontri a fuoco in diversi paesi dell’America Latina, essere venuto a conoscenza di aver evitato una esecuzione brigatista, e aver superato una difficile operazione al cuore, Saverio Tutino, da poco sessantenne, decise di cambiare vita. Riprese un «contatto vitale» con le sue due figlie e, soprattutto, nel settembre 1984, incontrò Gloria Argelés, una scultrice argentina che abitava a Roma. Questo incontro diede inizio a un nuovo e importante capitolo della sua esistenza, fatto di affetti e di una ritrovata serenità.

Iniziò a soggiornare nella provincia aretina, un luogo dove Saverio trovò «luoghi adatti al mio carattere e anche alla mia età»: boschi, cervi, daini, caprioli, funghi e tartufi. Questa nuova dimensione, lontana dal clamore delle capitali e dagli scenari di guerra, lo portò a una decisione significativa: quella di lasciare il giornalismo come attività principale, decidendo di non «ritornare sul sentiero di guerra». Il rapporto con la provincia, la sempre maggiore attenzione per l’individuo, per la soggettività, lo spinsero «a essere meno parsimonioso negli affetti». Ma la sua filosofia del fare, che lo aveva sempre caratterizzato, lo condusse in un nuovo e singolare progetto: nell’Alta Valle del Tevere inventò e fondò l’Archivio dei diari.
Questo archivio rappresentava per lui la naturale evoluzione di un percorso di vita. «Niente mi è sembrato più vicino a quanto avevo fatto in tutta la mia vita (balilla, partigiano, giornalista militante nel comunismo internazionale), che andare verso la vita degli altri non più per offrire futuri paradisi collettivi, ma per consolidare l’identità individuale presente». Creare un archivio della memoria personale divenne per lui un gesto quasi riparatore, un modo per offrire pari opportunità a tutti quelli che volevano raccontare solo un pezzo della propria vita, giorno per giorno, oppure nella ricostruzione di un’epoca intera. Lui stesso, che diari ne aveva scritto per tutta la sua vita, aveva l’intento di non far spegnere la voce della «gente comune». Comunista particolare, alle «masse», preferiva le «persone» e di loro si innamorava continuamente, come testimonia la sua instancabile ricerca di storie individuali. Nella parte finale della sua vita, mise su questa sorta di biblioteca dei diari italiani anche con Lucio Demetrio, uno che avrà scritto almeno 50 libri e che condivideva con Tutino questa passione per la memoria personale.
Svelare l'Uomo: La Biografia di Stefania Marongiu
La complessa figura di Saverio Tutino, un uomo che ha vissuto in prima linea gli eventi più significativi del suo tempo, ha trovato una narrazione profonda e penetrante in Stefania Marongiu, autrice di "La parte della memoria". La genesi del libro è un aneddoto significativo: si legge a pag. 157 sotto “Ringraziamenti”: «Grazie a Luciano Marrocu, per moltissime ragioni, ma sopratutto per avermi detto, in quel lontano giorno del 2014: “Perché non scrivi una biografia su Saverio Tutino?”. E oggi il libro c’è, l’ha scritto Stefania Marongiu». Quel Luciano Marrocu, nato a Guspini nel primo dopoguerra e poi allontanatosi come l'autore delle note, ha insegnato materie storiche alla “Sapienza” di Roma e poi Storia contemporanea all’università di Cagliari, ricoprendo dal 2005 al 2009 anche il ruolo di assessore alla Cultura dell’omonima Provincia. Nel frattempo, ha scritto miriadi di saggi e libri “importanti”, come “Storia popolare dei sardi e della Sardegna” per Laterza, e parecchi altri “minori”, tra cui una serie di “gialli” che vedono a protagonisti due ispettori che operano in periodo fascista, uno dei quali è un sardo “emigrato” dall’isola. Luciano, cui l'autore delle note dà del tu come si fa tra compaesani, prima di incontrarlo di persona, aveva letto e scritto di molti dei suoi libri. È lui stesso a Milano per il “Pride” a dire: «Stefania è come fosse mia figlia, la figlia che mia moglie Alessandra Piras ha avuto in un precedente matrimonio. A pag. 157 anche per lei i sentiti ringraziamenti: “mi ha dato in eredità la capacità di seguire ciò che ci appassiona anche quando ci fa paura”». Non stupisce, visto chi sia codesto “padre putativo”, che il soggetto trattato nel libro sia un giornalista, comunista anche se anomalo, che nell’incoscienza dei suoi vent’anni se ne è andato in montagna coi partigiani, a rischio della vita.

Stefania Marongiu è riuscita a scrivere un libro che in molti avrebbero ritenuto impossibile: circoscrivere la vita di un uomo così sfaccettato in una cornice definita. Per farlo, ha intrapreso un’operazione di scrittura magistrale, utilizzando i diari di Tutino, che lui scriveva sin dal periodo partigiano, e andando a intervistare le persone che lo avevano conosciuto bene, da Mario Dondero a Luciana Castellina, sino alla sua ultima compagna di vita Gloria e Barbara, la sua prima figlia, con la quale non aveva un buon rapporto con la sua identità, a quanto pare. Ciò che sorprende è la sua capacità di identificazione, sorprendente per una giovane donna quale è, che niente ha potuto vivere davvero di quei tempi così perigliosi per la nostra democrazia. Tanto che molte delle pagine del libro paiono essere scritte da Saverio in persona, e il flusso di pensieri che lei mette in testa al suo «eroe» non sembrano frutto di un’immaginazione davvero al di sopra dell’ordinario, ma quelli che Tutino non avrebbe che potuto davvero esprimere.
È un libro pensato, scritto in punta di penna perché le pagine si susseguano senza apparenti scossoni, un fiume che sbatte su pietre d’inciampo che hanno nomi incisi sui testi di storia: i Sukarno d’Indonesia e i milioni (sì, milioni) di comunisti uccisi con l’aiuto indispensabile degli USA, e Ben Barka, il marocchino di Rabat rapito in piena Parigi da mercenari francesi. Pierre Mulele, il congolese che andò in Cina a «imparare la rivoluzione» e quando tornò in patria per metterla in pratica con un pugno di «invasati», fu catturato, torturato e ucciso, il suo corpo gettato in un fiume, magari il maestoso Congo da cui prende il nome il paese.
Ossessionata dalla verità, come le dice bene Norberto Fuentes, scrittore cubano di fama: «Ti complichi troppo la vita con le parole, la vita è un’altra cosa». Eppure, la sua ricerca della verità ha prodotto un ritratto autentico. Quando Sergio Vivaldi, che cura la collana di Alcatraz, le chiede cosa le è rimasto dentro del libro che ha scritto, Stefania risponde: «Ho seguito un flusso interiore e individuato temi che mi interessavano, tutto è nato in maniera intuitiva, ho trovato chi intervistare attraverso il passa-parola. Anche se dinanzi a questi “mostri sacri” della politica ho sempre avuto un senso di inadeguatezza. Scrivere di Saverio è stato utile e terapeutico allo stesso tempo. In lui sentivo qualcosa che mi apparteneva. E ho sempre invidiato la sua vocazione alla libertà». La biografia di Marongiu non è solo un resoconto cronologico, ma un’indagine emotiva e intellettuale che restituisce Saverio Tutino in tutta la sua umanità, le sue contraddizioni e la sua incrollabile ricerca di libertà e giustizia.