La plastica fa parte da molto tempo della nostra vita quotidiana, con una storia lunga e ricca di invenzioni. Come abbiamo già visto, infatti, non esiste un solo tipo di plastica e dall’Ottocento a oggi sono tanti gli avvenimenti legati a essa. Le materie plastiche, chiamate comunemente plastica, sono materiali organici a elevato peso molecolare detti polimeri, prodotti dall’uomo. Esse vengono utilizzate per la realizzazione di tantissimi prodotti come giocattoli, elettrodomestici, apparecchi e collegamenti per comunicazioni, mezzi di trasporto e imballaggi. Nate come imitazione di costosi materiali naturali come legno, metalli, vetro, ceramica, negli anni le plastiche si sono sostituite rapidamente a essi grazie alla economicità e alle migliori proprietà. La sua caratteristica principale risiede nel fatto che è modellata per effetto del calore o della pressione, ma quando si raffredda mantiene la forma voluta. La plastica è composta da polimeri, cioè macromolecole, ed è "costruita" mediante l’impiego di idrocarburi: petrolio, gas naturale, carbone.
Le Origini e i Primi Passi: L'Ottocento
Anche se la plastica come la conosciamo oggi ha origini più recenti, la storia dei materiali polimerici nell'esperienza umana affonda le radici nell'antichità. L’uomo, infatti, utilizza fin dall’antichità i polimeri naturali, come l’ambra e il caucciù, per modellare oggetti di uso comune e monili. Sin dalla notte dei tempi, l’uomo utilizzava dei veri e propri “polimeri naturali” come l’ambra, il guscio di tartaruga o il corno per modellare sostanze naturali. Questo dimostra una propensione intrinseca dell'ingegno umano a manipolare e trasformare i materiali disponibili per soddisfare le proprie esigenze.
La vera e propria nascita della plastica moderna, tuttavia, si colloca nel XIX secolo, un periodo di fervente innovazione scientifica e industriale. Tutto ha inizio nel 1861, o più precisamente tra il 1861 e il 1862, quando l’inglese Alexander Parkes, sviluppando gli studi sul nitrato di cellulosa, isola e brevetta il primo materiale semisintetico. A questa nuova sostanza, Parkes dà il nome di parkesine, un materiale che sarà poi conosciuto anche come xylonite. La Parkesine segnò un passo fondamentale, essendo la prima materia di questo tipo considerata una plastica semisintetica. In principio il materiale era utilizzato per la produzione di manici e scatole, ma anche per i polsini e i colletti delle camicie, dimostrando fin da subito la sua versatilità e le sue potenziali applicazioni pratiche.
Un evento catalizzatore per l'ulteriore sviluppo di materiali innovativi si verificò in questo stesso periodo, alimentando la ricerca di alternative più economiche a risorse naturali preziose. Un’azienda di New York, infatti, offrì una cospicua somma, 10 mila dollari, a chi fosse riuscito a inventare un materiale più economico e sostenibile dell’avorio. L’azienda produceva biglie per il biliardo, che fino a quel momento erano composte da avorio, un materiale estremamente raro e costoso, la cui estrazione aveva anche un impatto etico e ambientale significativo.
Qualche anno dopo, nel 1869, la soluzione a questa sfida e un progresso significativo nel campo dei materiali arrivò dal tipografo John Hyatt. Hyatt inventò la celluloide, un'invenzione più importante rispetto alla parkesine. Nello specifico, lo statunitense John Wesley Hyatt perfezionò la parkesina e, con l'aggiunta di azoto, brevettò il nitrato di cellulosa, appunto la celluloide. Il materiale ebbe subito molto successo e fu concepito inizialmente per costruire palle da biliardo, rispondendo direttamente alla necessità dell'azienda di New York. La sua prima vera affermazione si ebbe nel 1870, quando sostituì il costoso e raro avorio nella produzione delle palle da biliardo.
Ma la celluloide non si limitò solo a questo campo. Trovò molti altri impieghi, dimostrando una sorprendente adattabilità. Fu usata per costruire pettini, stoviglie e, soprattutto, pellicole fotografiche. Il suo utilizzo per le pellicole cinematografiche fu rivoluzionario: grazie al nuovo materiale, alla fine del secolo nacque il cinema, aprendo nuove frontiere nel mondo dell'intrattenimento e della comunicazione visiva. Anche i dentisti cominciarono a utilizzarlo per le impronte dentarie, riconoscendone le qualità di modellabilità e leggerezza. Tuttavia, il materiale risultava facilmente infiammabile, una caratteristica che ne limitava alcune applicazioni e ne rendeva altre pericolose. Questo problema verrà superato nel Novecento con lo sviluppo dell’acetato di cellulosa, una variante meno infiammabile e adatta per rinforzare e impermeabilizzare le ali e la fusoliera dei primi aeroplani e, naturalmente, per produrre le pellicole cinematografiche in maniera più sicura. La nascita della parkesine e della celluloide ha gettato le basi per l'era dei polimeri, aprendo la strada a un'infinità di innovazioni che avrebbero ridefinito il ventesimo secolo.

Il Secolo della Plastica: Il Novecento e le Grandi Innovazioni
Il Novecento è stato indubbiamente il “secolo della plastica”, un periodo in cui il materiale, da curiosità scientifica, si è trasformato in protagonista della vita quotidiana globale. Durante il XX secolo ci sono state le invenzioni più importanti per la storia della plastica, che hanno visto la comparsa graduale di diversi tipi di materiali plastici, i quali sono poi diventati parte integrante della nostra quotidianità. Queste innovazioni hanno plasmato l'industria, la cultura e il modo in cui interagiamo con il mondo materiale.
Una pietra miliare fondamentale fu raggiunta nel 1907, quando il chimico belga Leo Baekeland ottenne in laboratorio la prima resina termoindurente interamente sintetica. A questo materiale, uno dei più diffusi e utilizzati, diede il nome di bachelite, brevettandolo nel 1910. La bachelite, che per alcuni decenni è stata la plastica più usata, si distingueva per la sua notevole resistenza al calore e agli agenti chimici. Dalla reazione derivava un prodotto resinoso che diventava plastico per riscaldamento al punto di poter essere compresso in stampi per ottenere oggetti di varia forma. Le sue proprietà la resero subito preziosa, trovando applicazioni immediate nell’industria elettrica, per isolanti e interruttori, e in quella automobilistica, per parti interne. La bachelite divenne rapidamente un simbolo di modernità, utilizzata anche per oggetti di design e telefoni.

Gli anni successivi videro l'introduzione di altri polimeri destinati a un futuro glorioso. Nel 1912 fu il momento del polivinilcloruro, meglio noto come PVC, che, sebbene scoperto in questo periodo, venne poi usato in modo massiccio solo anni dopo. Fritz Klatte scoprì il processo per la produzione del polivinilcloruro (PVC), che avrebbe avuto grandissimi sviluppi industriali solo molti anni più tardi, per esempio per la stampa dei dischi. Un ulteriore progresso per il PVC si ebbe nel 1926, quando Waldo Semon, della BF Goodrich, introdusse l'uso dei plastificanti per la sintesi del polivinilcloruro (PVC), partendo da esperimenti sul cloruro di vinile, effettuati ma mai perfezionati da Henri-Victor Regnault nel 1835 e da Eugen Baumann nel 1872. Questi plastificanti resero il materiale più flessibile e lavorabile, ampliandone enormemente le applicazioni.
Contemporaneamente, nel 1913, venne inventato il cellophane. Questo materiale, trasparente e impermeabile, si rivelò ideale per l’imballaggio degli alimenti, offrendo nuove possibilità per la conservazione e la presentazione dei prodotti.
Con gli anni ’30 e l'avvento della Seconda Guerra Mondiale, l'industria della plastica conobbe un'accelerazione senza precedenti, e nacque una vera e propria industria moderna della plastica. In questo periodo, il petrolio fu usato ufficialmente come principale materia prima, segnando una svolta cruciale nella produzione di polimeri sintetici. La guerra rappresentò un potente catalizzatore per l’industria dei polimeri sintetici, che furono impiegati in settori strategici.
Nel 1935, Wallace Carothers sintetizzò il primo nylon (poliammide), dando il via al successo delle “fibre sintetiche”. Dalle calze da donna ai paracaduti militari, il nylon dimostrò subito le sue molteplici applicazioni. Ancora oggi, se non sono di lana o di cotone, le calze in tutto il mondo sono in nylon. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il ruolo del nylon divenne anche politico, essenziale per la produzione di equipaggiamenti militari, dagli pneumatici agli stessi paracaduti. La produzione di nylon, insieme a quella di polietilene e PTFE, fu cruciale per l'aeronautica, l'elettronica e gli equipaggiamenti bellici.
Un altro materiale che avrebbe trovato molta fortuna fu brevettato nel 1941: il Polietilen-Tereftalato (PET). Il 1941 è l’anno del polietilene tereftalato (PET), che nel dopoguerra avrebbe avuto un grande successo nella produzione di fibre tessili artificiali. Il tessuto noto come pile, per esempio, è ancora oggi in PET. Ma l’oggetto per cui tutti conosciamo il PET è sicuramente la bottiglia di plastica per le bevande, che ha rivoluzionato il settore degli imballaggi liquidi.
Il Novecento, quindi, non solo ha visto la nascita di una miriade di materiali plastici, ma ha anche assistito alla loro integrazione progressiva nella società. Gradualmente, la plastica entrò nelle case dei cittadini del mondo occidentale, sia pure in misura non paragonabile a quella odierna, preparandosi al boom che l'avrebbe resa onnipresente nel dopoguerra.
PICS - breve storia della PLASTICA
Il Boom del Dopoguerra e l'Era dei Consumi
Dopo la seconda guerra mondiale, la plastica è andata incontro a un vero e proprio boom, trasformando radicalmente la vita quotidiana e diventando un simbolo del progresso e del benessere. Tutte queste scoperte, molte delle quali nate per esigenze militari, si diffusero rapidamente tra la gente comune, riconvertendo le capacità produttive accumulate durante il conflitto ai consumi civili. La plastica rivoluzionò le case di tutto il mondo e divenne l'emblema del boom economico, incarnando l'idea di modernità e democratizzazione dei consumi.
Dal punto di vista scientifico, il dopoguerra fu un periodo di scoperte ancora più sorprendenti. Le innovazioni più importanti furono quelle del chimico tedesco Karl Ziegler, che nel 1953 perfezionò la produzione del polietilene. Quasi contemporaneamente, l’anno successivo, nel 1954, l’ingegnere chimico italiano Giulio Natta scoprì il polipropilene. Grazie a questa invenzione, Natta, insieme a Karl Ziegler, che aveva isolato il polietilene l’anno precedente, vinse nel 1963 il Premio Nobel. Questo riconoscimento sottolineò l'importanza delle loro ricerche per lo sviluppo dell'industria dei polimeri. Il polipropilene, prodotto industrialmente dal 1957 con il marchio “Moplen”, divenne uno dei simboli del “boom economico” italiano, diffondendosi in svariate applicazioni, dagli oggetti casalinghi ai componenti industriali.
Negli anni ’50, il boom della “Fòrmica” si fece sentire prepotentemente, con il suo utilizzo per produrre laminati per l’arredamento e stampare piatti e posate economici. Questo materiale, resistente e facilmente pulibile, contribuì a rendere gli interni delle case più moderni e accessibili. Contemporaneamente, le “fibre sintetiche” come il poliestere e il nylon, già affermatesi per usi militari, iniziarono a essere utilizzate come alternativa “moderna” e pratica a quelle naturali, rivoluzionando l'industria tessile.
La produzione globale di materie plastiche, che nel 1950 era di poco superiore ai due milioni di tonnellate, iniziò a crescere rapidamente. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, si verificò un vero e proprio boom produttivo e culturale della plastica. La produzione mondiale crebbe a ritmi senza precedenti, passando dai circa 25 milioni di tonnellate del 1970 a oltre 60 milioni nel 1980. La plastica si impose come simbolo di modernità e democratizzazione dei consumi: contenitori monouso, bottiglie leggere, tessuti tecnici e arredi di design trasformarono abitudini quotidiane e stili di vita. Con il passare del tempo, la plastica fu usata per produrre un numero sempre maggiore di oggetti, dalle radio ai giocattoli, dai casalinghi agli imballaggi, grazie alla sua economicità, versatilità e leggerezza.
Non a caso, Roland Barthes le dedicò una celebre pagina delle sue Mythologies (1957), definendola “un materiale miracoloso” capace di sostituire qualsiasi sostanza naturale. Questo periodo segnò anche l’inizio della cultura dell’“usa e getta”: prodotti a basso costo, pensati per un utilizzo breve, trovarono rapida diffusione, soprattutto negli imballaggi, contribuendo a un consumo di massa mai visto prima. Negli anni ’70, per esempio, furono realizzate le prime bottiglie in PET, oggi diffusissime, che hanno cambiato il modo di concepire la distribuzione e il consumo di bevande.
Dagli anni ’60 in poi, la plastica si affermò come materiale legato alla vita di tutti i giorni e le sue potenzialità vennero esplorate nel campo della moda, del design e dell’arte, dando vita a creazioni innovative e iconiche. La sua capacità di essere plasmata in forme diverse e di assumere una vasta gamma di colori la rese un materiale prediletto per l'espressione creativa e l'innovazione estetica. Nel 2000, la produzione globale di plastica superava i 200 milioni di tonnellate annue: quasi 100 volte quella di cinquant’anni prima, testimoniando un'espansione esponenziale che avrebbe continuato a definire il nuovo millennio.

La Scienza della Plastica: Composizione, Proprietà e Tipi
Per comprendere appieno la storia e l'impatto della plastica, è fondamentale approfondire la sua natura scientifica. Le materie plastiche, chiamate comunemente plastica, sono materiali organici a elevato peso molecolare, detti polimeri. I materiali polimerici sono generalmente il risultato della reazione di polimerizzazione di una quantità di molecole base, chiamate monomeri, che si uniscono per formare catene anche molto lunghe. Un materiale polimerico è in genere composto da macromolecole costituite dallo stesso tipo di unità ripetitiva, ma il numero di unità ripetitive varia per ciascuna macromolecola, per cui le macromolecole che costituiscono un materiale polimerico hanno diversa lunghezza. Questa variazione nella lunghezza delle catene polimeriche contribuisce alla diversità delle proprietà meccaniche e fisiche dei vari tipi di plastica.
Le plastiche possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi o cariche varie. Alla base polimerica vengono aggiunte svariate sostanze ausiliarie, note come "cariche", additivi e plastificanti, in funzione dell'applicazione cui la materia plastica è destinata. Tali sostanze hanno la funzione di stabilizzare, preservare, fluidificare, colorare, decolorare e proteggere dall'ossidazione il polimero, migliorandone le prestazioni e la durata. Le plastiche cosiddette caricate, ad esempio, sono composte dalla matrice, ovvero il materiale plastico prescelto, all'interno della quale sono annegate fibre di carbonio, di vetro, di kevlar o anche di legno, per conferire maggiore resistenza o altre proprietà specifiche. Dal punto di vista pratico, in genere si sfruttano opportune mescole, costituite da uno o più materiali polimerici con l'aggiunta di additivi, per ottenere le caratteristiche desiderate.
Le caratteristiche vantaggiose delle materie plastiche rispetto ai materiali metallici e non metallici sono molteplici e spiegano la loro ampia diffusione. Tra queste si annoverano la grande facilità di lavorazione, che permette la produzione di oggetti complessi e di massa, e l'economicità, rendendo i prodotti accessibili a un vasto pubblico. Altre proprietà includono la colorabilità, che consente una vasta gamma di estetiche, l'isolamento acustico, termico, elettrico e meccanico (per le vibrazioni), la resistenza alla corrosione e l'inerzia chimica, che le rende adatte a contenere diverse sostanze senza reazioni indesiderate. L'idrorepellenza e l'inattaccabilità da parte di muffe, funghi e batteri completano il quadro dei vantaggi, specialmente in applicazioni igieniche e durature.
Non esiste, però, un solo tipo di plastica. Al contrario, le materie plastiche possono essere suddivise in base a numerosi parametri. La suddivisione più importante concerne la reazione al calore, per la quale si distinguono due macrocategorie principali:
Termoplastiche: Questi materiali possono essere fusi e rimodellati più volte. Sono di questo tipo i materiali usati per l’imballaggio degli alimenti, le bottiglie, gran parte degli oggetti domestici e moltissime altre applicazioni. La loro capacità di essere riciclate attraverso la fusione le rende particolarmente interessanti per le strategie di economia circolare. Esempi noti di termoplastiche includono:
- LDPE (polietilene a bassa densità): È la plastica più leggera, sensibile al calore ma resistente agli agenti chimici. Utilizzato per sacchetti e film estensibili.
- PET (polietilene tereftalato): Consente di ottenere fogli sottili e leggeri, ampiamente usato per le bottiglie di bevande e fibre tessili.
- PVC (polivinilcloruro o cloruro di polivinile): È la plastica più utilizzata, grazie alla sua versatilità e costo contenuto, impiegata in edilizia, tubazioni, finestre e imballaggi.
- PP (polipropilene): È resistente al calore e agli agenti chimici, comune in contenitori alimentari, parti automobilistiche e tessuti tecnici.
- PA (poliammide), noto anche come nylon: Una delle prime plastiche sintetizzate, celebre per calze, tessuti e componenti meccanici.
- Nitrato di cellulosa e/o celluloide: La prima plastica in assoluto, sebbene con problemi di infiammabilità.
Plastiche termoindurenti: Questi materiali, a contatto con il calore, subiscono modificazioni permanenti e non possono quindi essere rimodellate o riciclate una volta che si sono solidificate. Ne fanno parte i materiali usati per le prese di corrente, gli interruttori, alcune parti di aerei e scafi, i serbatoi, i manici di pentole e altri oggetti che richiedono elevata resistenza al calore e stabilità dimensionale. Esempi significativi includono:
- Bachelite: La prima resina termoindurente sintetica.
- Resine poliuretaniche: Dure e colorate, usate in isolamenti, schiume e vernici.
- Resine epossidiche: Offrono eccellente adesività, resistenza al calore e resistenza chimica, utilizzate in adesivi, rivestimenti e compositi.
Le materie plastiche si classificano con il sistema americano SPI (Society of the Plastics Industry), che aiuta a identificare i diversi tipi di polimeri e ne facilita il riciclo. Questa classificazione è fondamentale per la gestione e il recupero dei rifiuti plastici.

Tecniche di Lavorazione della Plastica
La straordinaria diffusione della plastica è strettamente legata alla sua facilità di lavorazione, che ha permesso la produzione di una vasta gamma di oggetti con forme e funzioni diverse. Esistono diverse tecniche di formatura, ciascuna adatta a specifiche esigenze e tipologie di materiali.
La lavorazione più usata per produrre in serie oggetti in plastica è lo stampaggio ad iniezione. Questa tecnica prevede che il polimero, allo stato fuso, venga iniettato ad alta pressione all'interno di uno stampo, dove si raffredda e solidifica assumendo la forma desiderata. È un processo altamente efficiente e preciso, ideale per la produzione di grandi quantità di pezzi identici, da componenti di elettronica a giocattoli.
Un'altra tecnica fondamentale è la formatura per estrusione. In questo processo, il materiale plastico, riscaldato fino a diventare viscoso, viene spinto grazie a una vite attraverso un'apertura sagomata, detta filiera. Il risultato è un prodotto a sezione costante, come tubi, profili, fogli o filamenti. Questa tecnica è anche utilizzata per produrre corpi cavi, come bottiglie, fustini e bombole, attraverso un processo chiamato estrusione-soffiatura. Questo consiste nel dilatare una certa porzione di resina di forma cilindrica, una preforma, con un getto d'aria sotto pressione, fino a farla aderire alle pareti di uno stampo. La produzione di oggetti cilindrici è realizzata facendo precedere la fase di soffiatura da una fase di estrusione per la realizzazione del tubo di alimentazione alla soffiatura.
Per la produzione di pellicole, in particolare quelle di polietilene, un metodo diffuso è l'estrusione in bolla. Consiste nel far passare il polimero scaldato dall'estrusore attraverso una filiera circolare posta in posizione orizzontale o verticale. Il materiale estruso forma una bolla tubolare che viene gonfiata con aria per allargarla e assottigliarla. Il film ottenuto è poi raffreddato e fatto passare attraverso una calandra di traino che chiude il sistema, consentendo di ottenere film sottili e resistenti. Per aumentare il volume del sistema, viene anche inserita dell'aria, gonfiando ciò che assomiglia molto ad un pallone prima che il film venga appiattito e avvolto.
Per le plastiche termoindurenti, che come abbiamo visto non possono essere rimodellate dopo la solidificazione, la tecnica generalmente utilizzata per la loro lavorazione è lo stampaggio a compressione. In questo caso, il materiale plastico pre-riscaldato viene posto nello stampo aperto, che viene poi chiuso con forza. Il calore e la pressione all'interno dello stampo attivano la reazione di reticolazione del polimero, portando alla formazione di un prodotto solido e stabile. Con questa tecnica si producono oggetti che richiedono elevata resistenza al calore e rigidità, come sedie e alcune parti di mobili, interruttori elettrici e componenti industriali.
Queste tecniche, insieme ad altre meno comuni, rappresentano il fulcro dell'industria della plastica, permettendo la trasformazione delle materie prime in innumerevoli prodotti che definiscono la nostra vita moderna.

Le Sfide Attuali e il Futuro della Plastica: Impatto Ambientale e Innovazione
Dagli anni Ottanta in poi, la crescita della produzione di plastica si è ulteriormente accelerata, raggiungendo cifre impressionanti: 187 milioni di tonnellate nel 2000, 265 milioni nel 2010, 348 milioni nel 2017 e oggi eccede le 450 milioni di tonnellate all’anno. Il tasso di crescita annuo previsto per il periodo 2020/2027 è circa il 3,2%, indicando una continua espansione dell'uso di questo materiale. Secondo le stime più accreditate, dal 1950 al 2017 sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di plastica, di cui 6 miliardi di tonnellate sono state convertite in rifiuti di plastica.
La plastica oggi, pur avendo contribuito a migliorare e a rendere più comoda la nostra vita grazie alla sua leggerezza, economicità e versatilità, che ci consentono di disporre su larga scala di beni che, se prodotti con altri materiali, avrebbero avuto costi proibitivi, crea seri problemi di inquinamento. La stessa durabilità che aveva decretato il successo industriale e tecnologico della plastica è oggi la causa della sua criticità ambientale. Una volta disperse, le plastiche non si degradano in tempi brevi, ma si frammentano progressivamente in micro- e nanoplastiche, invisibili ma pervasive.
Il riciclo della plastica, del resto, è ancora poco diffuso e insufficiente a fronteggiare l'enorme volume di rifiuti generati. I dati sono chiari e preoccupanti: secondo l'OCSE, nel 2019 la produzione globale ha raggiunto i 460 milioni di tonnellate, ma solo il 9% è stato riciclato in fine, mentre il 19% è stato incenerito e circa il 50% è finito in discariche controllate. Una quota significativa, il 22%, è stata smaltita irregolarmente, aggravando l'impatto ambientale. Bruciando materiali plastici negli inceneritori si possono generare diossine, una famiglia di composti tossici, anche se questo avviene solo per i polimeri che contengono nella molecola atomi di cloro, ad esempio, il PVC.
Questi rifiuti hanno impatti significativi sulla fauna marina e sugli habitat costieri, rappresentando una minaccia per gli ecosistemi globali. Si stima che circa il 50% dei rifiuti di plastica siano finiti in discariche controllate, mentre un quarto (il 22%) sia smaltito irregolarmente. A queste problematiche si aggiunge un sesto accumulo nel Mediterraneo, un mare semichiuso che concentra circa il 7% delle microplastiche globali. Qui le densità raggiungono valori paragonabili ai grandi vortici oceanici, con punte particolarmente elevate nel Santuario dei Cetacei, tra Liguria, Toscana e Corsica, anche se, a causa dell’alta variabilità delle correnti, non si generano accumuli “stabili”. Nel Mediterraneo, i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) collaborano a programmi internazionali di monitoraggio che integrano osservazioni dirette, dati satellitari e modelli numerici per comprendere meglio e affrontare questa problematica.

La parabola storica della plastica racconta il paradosso di un materiale nato per alleviare la pressione sulle risorse naturali e divenuto una delle principali fonti di inquinamento globale. La grande crescita tecnologica e le sue applicazioni sempre più sofisticate, grazie allo sviluppo dei cosiddetti “tecnopolimeri”, portano l’industria della plastica a evolversi sempre più. La sfida attuale più importante è quella di unire l’innovazione della lavorazione della plastica all’attenzione per il riuso e il riciclo della stessa, in un’ottica di economia circolare. Affrontare questa contraddizione significa integrare ricerca scientifica, politiche internazionali e innovazione tecnologica per ridurre la dispersione, promuovere il riciclo e sviluppare biopolimeri più sostenibili.
In questo contesto, un'innovazione più recente è lo sviluppo delle bioplastiche, che includono due grandi gruppi: le plastiche create a partire da elementi “naturali”, cioè di origine organica, e le plastiche biodegradabili, cioè che possono essere “degradate” dall’azione di microorganismi. Sono considerate bioplastiche anche le materie che presentano entrambe le caratteristiche. La loro diffusione, fatti salvi alcuni precedenti, è avvenuta soprattutto negli anni Duemila, quando si è sviluppata una nuova sensibilità sui problemi ambientali. Tuttavia, i costi di produzione delle bioplastiche sono elevati e ne limitano la diffusione: oggi solo l’1% circa delle materie plastiche prodotte globalmente appartiene al genere “bio”. Inoltre, il loro impatto sull'ambiente è oggetto di discussioni e non è certo che siano meno inquinanti della plastica "normale", ponendo ulteriori sfide alla ricerca e all'innovazione.