I versi scritti da Trilussa all’inizio della prima guerra mondiale, precisamente nell’ottobre del 1914, e cantati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, conservano ancora oggi un’attualità sconvolgente, un’eco profonda e necessaria. Un secolo fa, poeti e artisti dimostravano di avere una chiara comprensione del funzionamento del mondo e la capacità di mettere il proprio talento al servizio dell’umanità, offrendo una lente critica sulla realtà. Attualmente, mentre venti di guerra soffiano gelidi sull’umanità e il mondo si avvita talvolta nella spirale del fanatismo e dell’odio razziale, la poesia "La ninna-nanna de la guerra" di Trilussa si impone come un testo che attraversa il tempo, continuando a interrogare la coscienza di chiunque vi si accosti.
La Genesi di un Canto Antimilitarista: Trilussa e il Contesto del Primo Conflitto Mondiale
Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, diede vita a questi versi, l'Europa si trovava alle soglie di un conflitto che avrebbe irreversibilmente modificato la storia e la percezione stessa della guerra. Scritta nell'ottobre del 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, la composizione di Trilussa precede di alcuni mesi l'entrata dell'Italia nel conflitto, offrendo una premonizione lucida e disincantata degli orrori a venire. Questo componimento non è un semplice esercizio poetico; è una vera e propria invettiva che si discosta significativamente dal consueto stile ironico e bonario del poeta romano, assumendo toni di denuncia acuta e impietosa. La poesia, in un clima culturale dove alcuni intellettuali, come Filippo Tommaso Marinetti o Gabriele D’Annunzio, esaltavano il conflitto come una forza rigeneratrice e capace di rinnovare il mondo, manifestava la scelta di Trilussa per una posizione radicalmente diversa: quella dell'antimilitarismo.
La poesia entrò successivamente a far parte della raccolta "Lupi e agnelli", pubblicata nel 1919, sebbene composta negli anni della guerra. Il titolo stesso della raccolta, "Lupi e agnelli", richiama una dinamica semplice ma universale, quella eterna e immutabile tra chi esercita il potere e chi lo subisce, anticipando la profondità della critica che il poeta avrebbe espresso nei suoi versi. La ninna-nanna ebbe un successo immediato, trasformandosi rapidamente in una canzone popolare, specialmente nella città di Torino, a testimonianza della sua risonanza emotiva e della sua capacità di veicolare un messaggio potente e largamente sentito.

La Forma Paradossale: La Dolcezza della Ninna Nanna e la Crudeltà della Realtà Bellica
Trilussa, con una scelta che spiazza e disorienta, utilizza la forma più dolce e rassicurante che esista, quella della ninna nanna, e la accosta alla realtà più dura e brutale: la guerra. È proprio in questo contrasto stridente, quasi ossimorico, che la poesia acquista una forza dirompente. Una voce, apparentemente tenera, culla un bambino, invitandolo a dormire, a non vedere le atrocità che lo circondano. Non alza il tono, non cerca effetti retorici grandiosi o facili indignazioni; è proprio questa semplicità e questa pacatezza apparente a rendere il messaggio ancora più penetrante. E così, senza bisogno di riferimenti espliciti o specifici ai conflitti del momento, la poesia rimane incredibilmente vicina anche al presente. Questo accade perché ogni volta che il mondo si trova di fronte a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation militari, tornano inesorabilmente gli stessi interrogativi fondamentali e ricorrenti: chi decide? Chi guadagna realmente da questi conflitti? E, tragicamente, chi perde tutto?
La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo, una voce familiare, quotidiana, quella tipica di una ninna nanna destinata a far addormentare un bambino, con un ritmo che rassicura e avvolge. Ma già nei primi versi, qualcosa inizia a incrinarsi, a rivelare la sua vera natura. Figure lontane, come ombre minacciose, vengono trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca quasi fossero parte di un mondo irreale, ma la cui minaccia è palpabile. Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione, spostando il focus. Non si limita più soltanto a cullare, a proteggere il sonno innocente del bambino, ma introduce una prima, scomoda verità: è meglio dormire, perché restare svegli significa inevitabilmente vedere. Vedere le "infamie", i "guai", ciò che accade davvero nel mondo, ciò che la guerra porta con sé in termini di sofferenza e distruzione. È un passaggio decisivo, in quanto la ninna nanna non si limita più a proteggere fisicamente il bambino, ma lo allontana attivamente dalla consapevolezza, lo ciela alla cruda realtà.
Quando la poesia di Trilussa entra nel cuore della descrizione della guerra, il linguaggio rimane deliberatamente semplice, quasi infantile, ma il contenuto si fa progressivamente più netto, più incisivo e più amaro. Il poeta parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea astratta, per qualcosa che in realtà non si vede né si tocca. La fede, la razza, la patria: queste diventano parole, etichette usate per giustificare l'ingiustificabile, per coprire la verità, per celare le reali motivazioni che muovono il conflitto. È qui che emerge una delle intuizioni più forti e dolorose della poesia: la guerra non è semplicemente uno scontro tra popoli, un conflitto di ideali o di confini, ma un meccanismo complesso e perverso in cui il potere si protegge, si auto-legittima e si rafforza attraverso la violenza.
Il "Giro de Quatrini" e la Logica della Guerra: Un Sistema di Interessi
Trilussa, con una lucida visione, mette in discussione e smaschera le giustificazioni più ricorrenti che vengono addotte per spiegare e nobilitare la guerra. Egli mostra impietosamente come le idee, la fede religiosa, la razza, il senso di patria o di appartenenza nazionale, possano essere strumentalizzate e usate come mere coperture per decisioni che, in realtà, hanno radici molto più concrete, venali e materiali. Il "Sovrano macellaro" che emerge dai versi non è una figura lontana e astratta, un semplice simbolo retorico; rappresenta la personificazione di un potere crudele e indifferente alla sofferenza umana, un potere che manipola le masse e le spinge al massacro per i propri scopi.
Il poeta non si ferma all'aspetto puramente ideologico o militare del conflitto. Quando nella poesia compaiono i versi sul "giro de quatrini", la narrazione cambia ancora una volta profondità, svelando un ulteriore, fondamentale livello di comprensione. Tutto ciò che era stato raccontato e suggerito fino a quel momento - le idee, le fedi, le appartenenze - trova una spiegazione aggiuntiva, spesso più cinica e brutale. Non è sufficiente parlare soltanto di ideali, di valori o di presunte difese. C’è anche, e soprattutto, un sistema economico sottostante che si muove dietro le quinte, che alimenta incessantemente la macchina della guerra, che la rende profondamente conveniente, se non addirittura necessaria, per qualcuno: "pe li ladri de le Borse" - i speculatori, gli arricchiti della guerra, coloro che traggono profitto dal caos e dalla distruzione.

Questo sistema non è soltanto un'astrazione economica. La "Ninna nanna de la guerra" evidenzia un aspetto ancora più amaro e desolante, che riguarda ciò che accade inevitabilmente dopo la fine delle ostilità. Chi ha contribuito attivamente allo scontro, chi ha orchestrato le manovre e le decisioni che hanno portato alla violenza e alla distruzione, torna, alla fine, a parlarsi, a ricostruire relazioni apparentemente normali, a pronunciare parole di pace e di riconciliazione come se nulla fosse successo. I potenti si ritrovano, stringono nuove alleanze e ristabiliscono "li rapporti personali" e le loro connessioni, spesso familiari, come nel caso dei "cuggini": Francesco Giuseppe e Vittorio Emanuele II di Savoia, per esempio, erano doppiamente cugini di secondo grado, avendo in comune quattro bisnonni. L'espressione "cuggini" si riferisce anche al fatto che il re d'Inghilterra fosse cugino, attraverso la nonna regina Vittoria, del kaiser e della zarina e, attraverso il nonno Cristiano IX di Danimarca, dello zar, il quale, a sua volta, e il kaiser avevano un bisnonno e un trisavolo in comune. Questa rete di parentele illustra come le figure al vertice del potere, pur contrapponendosi in guerra, spesso fossero legate da legami di sangue che trascendevano i confini e le ostilità, riaffermando i loro legami personali e dinastici una volta cessato il massacro.
L'Amaro Epilogo e la Rivelazione di una Logica Inesorabile
Nel finale del componimento di Trilussa, il tono si fa ancora più amaro, intriso di una disillusione profonda e di un cinismo lucido. Dopo il "macello", dopo la carneficina e la devastazione che ha travolto milioni di vite, tutto sembra, per i potenti, tornare esattamente come prima. I regnanti e gli oligarchi che avevano orchestrato il conflitto si ritrovano, si parlano nuovamente, ristabiliscono i loro rapporti diplomatici e personali, come se la guerra fosse stata una mera parentesi, un incidente di percorso facilmente superabile. La guerra, che per la stragrande maggioranza della popolazione è stata una perdita totale - di vite, di affetti, di beni, di speranze - per altri, per coloro che detengono il potere, si trasforma rapidamente in un episodio chiuso, superato, un capitolo da archiviare senza troppi rimorsi. La ninna nanna, dunque, torna al suo punto di partenza, ma non è più la stessa; la sua innocenza è stata irrimediabilmente perduta, sostituita da una consapevolezza dolorosa e crudele. Non è più solo un canto ingenuo e consolatorio per far dormire un bambino. È diventata un mezzo per mostrare con quanta facilità la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile, persino normalizzata, agli occhi di chi non vuole o non può vedere.
Trilussa, con questa sua opera, non invita realmente a chiudere gli occhi, a distogliere lo sguardo dalla realtà, né a rifugiarsi nell'ignoranza. Al contrario, il suo intento è diametralmente opposto: in questo movimento, così semplice nella forma ma così preciso e potente nel contenuto, la poesia riesce a compiere qualcosa di raro e prezioso. Non si limita a descrivere la guerra nei suoi aspetti esteriori e più evidenti; fa molto di più. Ne svela il funzionamento umano, profondo e intrinseco, quello che rimane tristemente uguale anche quando cambiano i tempi storici, i nomi dei contendenti, le armi utilizzate per distruggere. La logica che la rende possibile, una logica spietata e calcolatrice, si ripete inesorabilmente nel corso della storia, cambia il suo linguaggio esterno e le sue manifestazioni superficiali, ma non la sua sostanza più intima e brutale.
E forse la parte più difficile da accettare, quella che genera maggiore disagio e riflessione, non è nemmeno la consapevolezza di questa logica inesorabile. È piuttosto il fatto che tutto questo, la violenza, la distruzione, la perdita umana, riesca a essere normalizzato nella società. Che si possa, in qualche modo, convivere con l’idea della guerra, commentarla con distacco, analizzarla strategicamente, persino giustificarla razionalmente, senza sentirne realmente il peso umano, il dolore lacerante che essa provoca.
La Ninna Nanna come Metafora della Normalizzazione della Violenza
La ninna nanna, in questo contesto, non è più soltanto un’immagine poetica suggestiva o un semplice tropo letterario. Essa si eleva a metafora potentissima, un simbolo eloquente del modo in cui una società complessa si racconta le cose, edulcora la realtà, per renderle sopportabili e digeribili, per permettere di continuare a vivere senza essere sopraffatti dal peso dell'orrore. Ma sotto quella voce che culla e apparentemente rassicura, resta, inalterato e ineliminabile, tutto il peso della tragedia. Restano i corpi martoriati, le vite spezzate e irrimediabilmente interrotte, le case perdute e ridotte in macerie, le esistenze distrutte in un istante. Per questo motivo, la voce di Trilussa continua a parlarci, con una chiarezza disarmante, attraverso i secoli. Non perché egli sia stato un profeta che abbia anticipato il presente in maniera letterale, ma perché la sua opera rivela una struttura profonda e quasi immutabile della condizione umana e della violenza, una struttura che si ripresenta con dolorosa regolarità.
Gigi Proietti "Ninna nanna della guerra" di Trilussa - Ballarò 17/11/2015
Allora, quella ninna nanna, che in origine era un semplice canto per far dormire un bambino, cambia radicalmente il suo significato, trasformandosi in una denuncia, in un monito. Essa diviene la chiave per leggere criticamente ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata, giustificata o presentata come una necessità inevitabile. La sua risonanza è universale, toccando le corde più intime della memoria personale e collettiva. Mamma diceva che me ne cantava una per calmarmi, ma credo ch’era il mare a cullarmi le orecchie in quella prima casa tra gli scogli. La stanza era la stiva di una nave sballottata. Le ondate mi fanno ancora l’effetto di sonnifero. Me l’ha cantata più tardi e così l’ho imparata, la ninnananna delle dodici mamme e dei loro figli morti in guerra. Penso a lei che mi cantava questa periodica tragedia materna cercando di stordirmi con la nenia. Era uno scongiuro? Che non le capitasse il figlio morto in guerra? O sapeva solo quella e allora avevano poco peso le parole per lei e nessuno per me. Tra le cose disperse dal sacco bucato della memoria ci sta la sua voce. Ricordo e ripeto le sue frasi ma senza il suono e la modulazione della sua cadenza napoletana. Le ho cantato canzoni al tempo che appoggiavo la chitarra sulle gambe. Ho smesso da parecchio. Nel ricordo capisco che ero io a sgranare per lei il sillabario delle ninnenanne. Alla fine succede che le canta il figlio.
Questa intima connessione tra il canto, la memoria e l'esperienza della guerra è ciò che rende "La ninna nanna della guerra", un inno antimilitarista composto dal poeta romano durante il Primo Conflitto Mondiale, ancora così potente. Esso ci ricorda con forza che anche in periodi tradizionalmente dedicati a feste e celebrazioni, c’è chi continua a soffrire le indicibili violenze e le privazioni più estreme causate dalla guerra, in un ciclo di dolore che sembra non avere mai fine. La chiave di accesso e di lettura della satira del Trilussa si trovò proprio nelle favole. Come gli altri favolisti, anche lui insegnò o suggerì profondi messaggi morali, ma la sua morale non fu mai generica e vaga, bensì sempre legata ai commenti, quasi in tempo reale, dei fatti concreti della vita e della società. Dopo 73 anni dalla sua scomparsa, i suoi messaggi rimangono incredibilmente attuali, capaci di parlare alle coscienze contemporanee.
La sintesi cruda ed efficace di questa denuncia si condensa in versi indimenticabili come: "Fa la ninna cocco bello/finché dura 'sto macello". Questi versi, uniti ad altri frammenti della composizione quali "mezzo giallo e mezzo nero", "ar Sovrano macellaro" e "pe li ladri de le Borse" che diventano "boni amichi come prima" ristabilendo "li rapporti personali", dipingono un quadro della guerra in cui le ideologie, i nazionalismi e le razze ("mezzo giallo e mezzo nero") sono solo pretesti per un gioco di potere e denaro, dove i veri responsabili alla fine si ricompongono e tornano alle loro posizioni privilegiate, lasciando il popolo a leccarsi le ferite.