Il Mistero delle Pietre della Vita: Dai Riti Ancestrali di Calimera al Ròch ëd Santa Brìgida di Moncalieri

Fin dalla notte dei tempi, l'umanità ha cercato di decifrare il senso della vita, della morte e della rinascita, spesso ponendo un raffronto con tutto ciò che ci circonda e di conseguenza attribuendo una correlazione con i meccanismi del creato. Fin dalle origini, i nostri antenati, da grandi osservatori della natura e ancora privi di comunicazione verbale strutturata, raffiguravano nella pietra il proprio bene più prezioso: la capacità di donare la vita, un fatto che ci rende vivi e simili al creatore. Questa profonda connessione tra l'uomo, la terra e la pietra ha dato origine a culti millenari, in particolare quelli legati alla fertilità, che ancora oggi risuonano in tradizioni e monumenti sparsi in tutta Italia. Le pietre, con la loro perenne presenza e la loro immutabile forma, divennero simboli tangibili di una forza vitale inesauribile, capaci di propiziare l'abbondanza e la continuità della stirpe.

Le Radici Antiche del Culto della Fertilità e il Simbolismo della Pietra

La pietra, elemento primordiale e durevole, ha rappresentato per millenni un fulcro per la spiritualità umana, in particolare per i riti volti a propiziare la fertilità. Ancora oggi, in molte regioni italiane, si conservano i preistorici menhir, rocce di forma allungata conficcate in maniera verticale nel terreno. Ne esistono diversi, in Sardegna, in Liguria e nel sud Italia, spesso situati in importanti luoghi di antichi culti che propiziavano la fecondità. La tradizione popolare voleva che la pietra di forma fallica, irrorata dai raggi solari, elemento maschile del Sole, avrebbe così fecondato la Terra, elemento naturale femminile, rendendola prospera. Questo concetto si fonda su una comprensione primordiale della riproduzione, dove l'energia maschile (il sole) e la recettività femminile (la terra) si combinano per creare nuova vita. Giovanni Lilliu, parlando di simili tradizioni in Sardegna, afferma che "cerimonie a sfondo magico e religioso dovevano effettuarsi presso i menhirs, gli dei di pietra al naturale… qui si celava lo spirito fecondatore". Il culto della Dea della Fecondità, del resto, veniva rappresentata con oggetti di culto come alberi, pilastri, animali, pietre e figure femminili con grossi fianchi e seni sporgenti, per simboleggiare abbondanza e gravidanze.

Le pietre della fertilità, dette anche scivoli della fertilità o scivoli delle donne, sono rocce di origine naturale o megalitica utilizzate in un rito di fertilità preistorico. La pietra della fertilità è scelta badando alla sua inclinazione e alla sua taglia; menhir, pilastri dei dolmen, massi erratici e rocce montonate potevano rivelarsi adatte allo scopo. La tradizione popolare, presente in tutta Europa, vuole infatti che le giovani spose o le donne che desideravano avere un figlio strofinassero i loro ventri contro queste pietre. Le regioni maggiormente interessate dal fenomeno in Italia sono il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, la Toscana, l'Abruzzo, la Sardegna e la Puglia, testimoniando la diffusa presenza di questi culti.

Mappa delle pietre della fertilità in Italia

Queste rocce possono essere chiamate in modi diversi a seconda della regione e della cultura. Oltre a quelli già citati, a titolo aneddotico, alcune denominazioni in francese includono "poli pygien anthropique", "pierre à glissade", "pierre glissoire", "pierre à glisser", "pierre écriante" e "pierre à érusser". In tedesco troviamo i termini "Rutschstein", "Rutschfels", "Rutschplatte", "Heidenrutsche" e "Kindlistein", ciascuno evocante l'atto di scivolare o il legame con la nascita. Il termine stesso "pagano", a proposito, deriva dalla radice latina "pagus", che significa villaggio. Quando il Cristianesimo riuscì finalmente ad approdare a Roma, gli abitanti dei villaggi rurali ancora praticavano culti precristiani legati all’adorazione di divinità spesso afferenti al mondo della natura, confermando come queste pratiche fossero profondamente radicate nel tessuto sociale e culturale delle comunità agricole.

La "Pietra Forata" di Calimera: Un Simbolo di Rinascita nel Salento

Nel cuore del Salento, a Calimera (LE), ci troviamo di fronte alla pietra "complementare" del menhir, il monolite o "Men-ân-Tol", ovvero la pietra forata. Questa leggenda ha luogo a Calimera, a due passi da Lecce, uno dei paesini facenti parte della Grecìa Salentina, un'enclave linguistica e culturale del basso Salento che ancora oggi reca tracce indelebili della presenza bizantina in zona. Non a caso, in greco "Kalimera" significa proprio "buongiorno", un saluto che evoca accoglienza e un nuovo inizio. La “Pietra forata” è un monolite calcareo che emerge direttamente dal pavimento ed ha il diametro esterno di circa un metro, con al centro un foro di circa 30 centimetri. Al centro della navata centrale della chiesetta di San Vito si trova questo monolite, sicuramente di origine precristiana, che a detta di tutti sarebbe la pietra della fertilità. Il monolite presenta un foro centrale, di circa 40 cm.

Questo “monolite” appartiene ad epoca precristiana, quando attorno ad esso si svolgevano precisi rituali pagani legati a propiziare la fecondità, perché oltrepassarlo avrebbe trasmesso alla persona il potere fertile della Terra, ricreando l’uscita dall’utero femminile al momento del parto. Colui che lo oltrepassa, secondo il culto cristiano, verrebbe purificato, rinascendo a nuova vita, dimostrando una chiara assimilazione dei riti ancestrali. Sembra che diverse donne, desiderose di ricevere il dono della fertilità dalla pietra, abbiano tentato di attraversare il monolite.

Ci sono diverse leggende popolari che ruotano attorno alle origini di questo monolite. La più curiosa racconta che la “pietra forata” originariamente fosse situata al centro del paese di Calimera e che gli abitanti del vicino paese di Martano cercarono di rubarla, caricandola di notte su un carro trainato da buoi. La leggenda tramandata da generazioni riguarda la costruzione della chiesa intorno alla pietra forata: essa narra di un cacciatore che si perse nel bosco e si rivolse a San Vito per essere protetto dall'assalto dei lupi, promettendogli la costruzione di una cappella in suo onore se fosse riuscito a superare il pericolo. Un'altra leggenda narra di un contadino, di nome Vito, che si inoltrò nel bosco per raccogliere della legna; egli venne chiamato ripetutamente da una voce proveniente da una pietra, che gli disse di essere San Vito, chiedendogli di edificare una chiesetta in suo onore. In quello stesso punto poi venne costruita attorno alla pietra forata la chiesa dedicata a San Vito, segno dell'assorbimento e dell'adattamento dei culti pagani da parte del Cristianesimo. Ad ogni modo, il monolite, nonostante rievochi una serie di credenze e di usanze precristiane e pagane, è ancora lì, all'interno della chiesa. Una scelta forse dettata dal desiderio di non rompere del tutto con le tradizioni preesistenti e precedenti alla diffusione del Cristianesimo.

La chiesetta di San Vito, della quale si parla per la prima volta in un documento datato 6 marzo 1468, un atto notarile del notaio Gabriele Gaetano di Otranto, è dedicata a San Vito, protettore degli animali. La chiesa aveva tre porte, due delle quali oggi murate; all’interno aveva tre altari ed il più grande in pietra era posto sotto una cupola affrescata. Lo spazio con l’altare era separato da quello dei fedeli. Alla chiesa appartenevano poi diversi appezzamenti di terre, coltivati dal custode che ebbe l'obbligo di piantare olivi e dividere il ricavato di raccolta e molitura delle olive con la Chiesa. All'inizio dell'Ottocento, la chiesa e i suoi terreni furono assegnati alla Parrocchia di Depressa della Diocesi di Castro, per rafforzare economicamente la Diocesi ormai povera e quindi per evitare la sua soppressione. Il popolo di Calimera ebbe sempre a cuore la cappella, ciò è deducibile dai diversi interventi di restauro realizzati per migliorare la chiesa.

La festa si svolge ogni anno, in un particolare giorno, il “Lunedì dell’Angelo” (non a caso, giorno di una rinascita), nei pressi del piccolo tempio dedicato appunto a San Vito, dove tutti gli anni gli abitanti del vicino centro di Calimera celebrano i riti (pagani) della fertilità. Prima di dar sfogo al gioco, alle danze, al consumo di cibo e bevande, è d’obbligo oltrepassare la roccia forata per assicurarsi la grazia di essa: di aver ricca figliolanza e scongiurare i pericoli del parto ed augurarsi un anno di fertilità. Gli elementi rituali di questa festa sono l’attraversamento della pietra forata e l’atto del corteggiamento, che in questo giorno era considerato lecito e permesso. La festa quindi diviene una vera e propria tradizione pasquale legata alla religione cristiana, un sincretismo affascinante tra antico e nuovo. Dopo il rito si intraprendono i canti in dialetto grico accompagnati da balli tipici della Grecìa Salentina, le "pizziche", suonati con tamburelli tipici di quest'area, a testimonianza della vitalità e della continuità delle tradizioni locali.

Elio Paiano Pasolini a Calimera documentario

Il bosco di Calimera si trova attorno alla chiesa di San Vito e alla sacra roccia; esso influenzava e determinava l'economia di intere comunità: famiglie nobili, proprietari terrieri e semplici contadini. All'interno dell'attuale bosco vi sono alcune chiese rurali e rupestri che un tempo svolgevano una doppia funzione: erano sia luoghi di culto sia luoghi utilizzati per proteggersi dagli animali feroci e dalle intemperie. A nord, lungo il perimetro del bosco, è presente la chiesa di San Biagio, ulteriore segno della profonda religiosità e del legame con il territorio.

Il "Ròch ëd Santa Brìgida" di Moncalieri: Tra Geologia e Mito

Il Ròch ëd Santa Brìgida è uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi della collina di Moncalieri, rappresentando un punto di incontro tra geologia, folklore e antichi culti precristiani. Si trova nel cuore del borgo collinare, lungo Strada Santa Brigida (10024 Moncalieri), sul versante sud-est della collina torinese. Questo masso è collocato in una piccola area verde e l’ingresso è libero, rendendolo accessibile in qualunque momento della giornata, spesso tappa per passeggiate, ciclisti ed escursionisti. Per secoli le donne del territorio vi si sono recate per chiedere fecondità, protezione e buona salute, un'usanza che testimonia la sua importanza nel patrimonio culturale locale.

Masso erratico

L'origine del Ròch ëd Santa Brìgida è profondamente legata alla storia geologica del Piemonte: si tratta infatti di un masso di gneiss, originario del massiccio Dora-Maira. Nel corso di milioni d’anni - tra sollevamenti geologici, erosioni, glaciazioni e trasporti fluviali - il blocco è arrivato fino alla collina di Moncalieri. Non è chiaro se in epoca preistorica sia stato modellato manualmente o se la sua forma sia del tutto naturale. Tuttavia, la sua posizione isolata e prominente fa pensare a un uso rituale già in età protostorica. Come molte grandi pietre del Piemonte, il masso è stato considerato per secoli una “pietra della vita”, simile a quella più famosa di Oropa. Il Ròch ëd Santa Brigida, come mi raccontò Maria Maddalena Aghemo (classe 1921), era meta di molte donne che, speranzose per una futura gravidanza, sfregavano il basso ventre contro la pietra taumaturgica. La pratica è documentata fino alla seconda metà del Novecento negli stessi racconti degli abitanti della collina, confermando la longevità di questa tradizione.

La tradizione racconta che le donne del luogo vi si recassero per favorire la gravidanza, proteggere il bambino e migliorare la salute riproduttiva. Si sedevano o si sdraiavano sul masso, poggiando il ventre o il grembo sulla superficie levigata, un gesto che esprimeva una profonda connessione e una richiesta di grazia alla terra. Questo masso erratico preistorico con origine nel massiccio Dora-Maira è stato, per secoli, un luogo legato ai rituali di fertilità praticati fino al XX secolo, divenendo un simbolo identitario di Moncalieri.

Il luogo mantenne per secoli un valore spirituale anche in epoca cristiana. Nel Cinquecento sorgeva già qui una cappella dedicata a Santa Brigida. Nel 1540, poco più in basso, fu fondato il primo convento dei Cappuccini di Moncalieri, anch’esso intitolato alla santa. Il culto si sovrappose così ai riti precristiani, mantenendo il Ròch parte della vita religiosa della collina. Questo processo di sovrapposizione è un esempio classico di come il Cristianesimo abbia spesso inglobato elementi di culti preesistenti, attribuendo loro nuovi significati e integrandoli nella propria liturgia.

Il Ròch ëd Santa Brigìda è anche un luogo della memoria civile: qui fu ucciso Antonio Bordone il 4 novembre 1944. Nato a Moncalieri il 1° aprile 1926, figlio di floricoltori della zona di strada Scalette, Antonio viveva una quotidianità segnata dal clima di paura che seguì l’8 settembre 1943. Quel giorno un reparto di militi repubblichini raggiunse la collina in un rastrellamento contro i renitenti alla leva. Quando Antonio udì le voci vicino a casa, scappò lungo strada Scalette, ma venne inseguito e colpito a raffiche. Fu riportato a casa dai vicini e morì poco dopo, a 18 anni. Oggi una lapide presso il Ròch fissa il punto della tragedia e lo restituisce alla comunità, trasformando un antico luogo sacro anche in un memoriale storico.

Tra la fine del Novecento e i primi anni 2000 la pietra era stata abbandonata, ricoperta di scritte e danneggiata da auto e incivili. Tuttavia, un intervento comunale e l’impegno della comunità hanno permesso di ripulire il masso, ampliare l’aiuola di protezione e restituire dignità al sito. Oggi il Ròch è nuovamente riconosciuto come luogo identitario di Moncalieri, una piattaforma panoramica naturale sulla collina di Moncalieri, recuperato e valorizzato dopo un lungo periodo di degrado.

Altre Manifestazioni del Culto delle Pietre della Fertilità in Italia

Il fenomeno delle pietre della fertilità non è isolato ai casi di Calimera e Moncalieri, ma si manifesta in molteplici forme attraverso il territorio italiano, testimoniando la profonda e antica risonanza di questi culti.

Una delle rocce di fertilità più conosciute è presente nel Biellese, presso il Santuario di Santa Maria d’Oropa. Questo luogo è permeato di storia e leggenda: secondo la tradizione, in questo luogo si rifugiò Sant’Eusebio nel 369 per sfuggire alle persecuzioni religiose e ivi, sotto un masso erratico, nascose una statua in legno della Madonna che ancora oggi è venerata con le sembianze di una Vergine Nera. Questo masso è chiamato “roch dla vita”, cioè pietra della vita o della fecondità. Le donne che non riuscivano ad avere figli entravano nella stretta fenditura del masso e vi ruotavano all'interno battendo il ventre contro di esso, un rito che evoca un forte simbolismo di passaggio e rigenerazione.

In Piemonte, altre tradizioni simili si riscontrano in diverse località. A Pecetto Torinese è presente il masso detto “pera del Tesor”, sul quale la tradizione vuole che le donne sterili battessero il loro posteriore per sette volte per propiziare la loro fecondità, un gesto rituale la cui specificità numerica suggerisce una profonda credenza nella sua efficacia magica. Simile tradizione è presente a Cavour, dove, lungo i sentieri che conducono alla cima, si trova una roccia nota come "Pera d’la Pansa". Il termine è assunto a causa della sua forma che ricorda il ventre umano. Si tratta di una roccia sulla quale è inciso un grande cerchio che racchiude un'area in rilievo al centro della quale è collocata una grossa coppella. Essa costituisce un pregevole monumento di evidente tradizione megalitica, collegato ai riti della fertilità e del culto solare, ed utilizzata per rituali apotropaici, ovvero volti a scongiurare il male o ad attrarre la buona sorte.

Rappresentazione di una divinità della fertilità preistorica

Anche in Valle d'Aosta si conservano vari scivoli delle donne, tra i quali si ricordano la "guiata" in località Machaby, ad Arnad, nei pressi del Santuario di Notre-Dame-des-Neiges; lo scivolo in frazione Ussel, a Châtillon; quello del geosito archeologico di Bard; o ancora quello di Châtillonet, a Challand-Saint-Anselme, nei pressi della cappella di Sant'Anna. Questi esempi diversificati mostrano come il culto della fertilità legato alle pietre non fosse un fenomeno omogeneo, ma si adattasse alle specificità geologiche e culturali di ogni territorio, mantenendo però un nucleo di significato comune: la ricerca di vita, abbondanza e continuità della specie attraverso il contatto con le forze primordiali della terra. Queste pietre sacre curative se ne possono trovare molte altre in Piemonte e in Europa con qualità terapeutiche differenti, a dimostrazione della ricchezza e della complessità delle credenze popolari che hanno plasmato il paesaggio spirituale del continente per millenni.

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