Le Pietre della Fertilità: Il Culto della Dea Madre e i Menhir in Sardegna

L’archeologia sarda si presenta come un immenso libro di pietra, le cui pagine sono scritte non solo con l’inchiostro, ma con la materia viva della roccia, scolpita e conficcata nel suolo millenni fa. Tra le testimonianze più affascinanti di questo passato remoto si distinguono i menhir, spesso indicati in sardo come perdas fittas ("pietre conficcate"), monumenti che rappresentano ponti silenziosi tra il mondo terreno e l’aldilà, tra la dimensione umana e quella del sacro. Il termine di “Dea Madre” si riferisce ad una divinità femminile arcaica, adorata sin dagli inizi del Neolitico (7000 a.C.) o forse anche prima se attribuiamo ad essa certe figure presenti nel Paleolitico. La sua iconografia è tutt’ora presente come lo era in passato. Considerata, da sempre, mediatrice tra mondo terreno e divinità: le veniva attribuito l’onere di intercedere direttamente con gli dei.

Panorama archeologico della Sardegna con menhir isolati

La Dea Madre: Genitrice e Nutrice dell'Umanità

Il concetto di "Dea Madre" incarna aspetti fondamentali della vita umana: la fertilità, la generazione, e la terra nella sua capacità di produrre cibo e acqua. Fin dal lontano Paleolitico le popolazioni umane condividevano un sistema di credenze che hanno trovato rappresentazione nelle numerose statuette, per lo più femminili, ritrovate in tutta l’Europa continentale e nel bacino del Mediterraneo. L’aspetto principale di questo culto è il suo carattere fortemente legato alla terra. La Terra, infatti, da sempre incarna l’aspetto femminile e sacro della divinità, perché genera le piante, produce i frutti e permette alla vita di perpetuarsi. Nel suo aspetto scuro e umido, ricorda il grembo, l’utero nel quale la vita viene generata.

In Sardegna sono state trovate 133 statuine di varia tipologia, materia e cronologia: 126 sono femminili, 5 sembrano essere maschili. Provengono da tombe, grotte e ripari, villaggi e santuari. Dai dati emerge che queste figurine avevano una destinazione funeraria e comunque legata al sacro. Ne consegue che anche in Sardegna, in sintonia con quanto avviene in Europa e nel vicino Oriente, è attestato inequivocabilmente il culto della Dea Madre, che rappresentava una divinità primigenia, genitrice e nutrice, colei che poteva alleviare l’evento traumatico della morte e assicurare la vita, la rigenerazione, oltre la morte stessa.

Il Paesaggio Sacro: Dalle Grotte alle Domus de Janas

La cultura preistorica non è solo statuaria; essa è profondamente radicata nel territorio. Un esempio magistrale è rappresentato dalle "Domus de Janas" o dai vari altari preistorici modellati dalla natura e perfezionati dall'uomo. Accanto alla domus di Borbore, nello splendido scenario del Monte Ortobene in quel di Nuoro, troviamo un altare preistorico. Trattasi, a mio modesto parere, di una raffigurazione della dea madre. Dalle sembianze materne e corpulente ha quasi l’aspetto di una comoda poltrona. Essendo, a mio avviso, la dea madre, quale doveva essere il rito sacro ad essa legato? E dunque, quale miglior luogo per poter fare benedire il nascituro se non tra le sue braccia? In effetti, la dea, sul davanti è stata modellata a tal punto da avere creato un piccolo giaciglio che pare proprio adatto, come dimensioni, per poter accogliere piccole creature; in poche parole pare una vera e propria una culla. Qui i fanciulli, una volta deposti sulla superficie, venivano consacrati alla vita se vivi, o fatti purificare se si trattava di piccoli giovani passati a miglior vita; tramite dei riti sacri venivano purificati per poter intraprendere il viaggio verso l’ignoto.

La Dea Madre in Sardegna - 1a parte

Tre ipogei per tre distinti massi, ecco, queste sono le Domus di Puttu Iscia o di su Romasinu. Avendo ogni masso una sua propria forma, anche l’ipogeo scolpito nel proprio ventre ha una foggia diversa. Per semplicità si distinguono in Domus 1, 2, 3. La prima è in un masso con forme molto movimentate e con linee morbide; il suo ingresso mi ricorda la sagoma di una Dea Madre. La numero due è più piccola ed anche l’ingresso è minuto, seppur dotato di cornice. All’interno si evince quel che io amo definire un sole scolpito. Trattasi di una cupola convessa con dei solchi in discesa che simboleggiano (a mio modesto parere) un sole con i suoi raggi. Un voluminoso spuntone di roccia caratterizzato da un enorme ingresso costituisce la terza domus. Osservandola a distanza essa pare un animale mitologico con una grande bocca ed un solo occhio laterale. Gli ingressi di tutte e tre le domus sono a padiglione con accenno di corridoio. Si trovano in un ambiente naturale e protetto, qual è il Demanio Forestale di Su Filigosu, nel territorio di Oschiri.

La Cultura di Ozieri: L'Epoca d'Oro della Preistoria

La "Cultura di Ozieri", nota anche come "Cultura di San Michele", rappresenta il momento più elevato della preistoria sarda, diffondendosi in tutta l’isola tra il 4000 e il 3200 a.C. È questo il periodo del culto dei “Menhir“, dei “Dolmen“, del “Dio Toro” e della “Dea Madre” … ed è sempre in questo periodo storico che fioriscono le “Domus de Janas“, le “Tombe a Circolo” e le “Allèes Couvertes“. Insomma si ha un vero e proprio progresso nello stile di vita. Tutto questo florido periodo e, se mi permettete, aggiungo di “modernità”, viene sottolineato nella ceramica. In essa troviamo le supellettili ed i primi utensili da cucina. La ceramica è finemente elaborata con uno stile decisamente raffinato dovuto ad una grande abilità e ad un grande gusto estetico. In essa troviamo tazze carenate, vasi a pisside e a tripode, vasi a cestello incisi e spesso colorati com’era in uso nella moda dell’egeo. Pasta bianca o rosso ocra dove venivano incisi i simboli che caratterizzano questo periodo, come le spirali e le corna taurine.

Le Grotte di San Michele: Una Testimonianza Saccheggiata

Non fu una grande idea quella che, nei primi anni 50, portò alla distruzione della prima e più ampia sala della “Grotta di San Michele“, per la realizzazione di un campo sportivo. Eppure non è successo in un periodo in cui non si aveva la coscienza archeologica, anzi … ma il fatto di poter avere un nuovo campo sportivo superò qualsiasi “credo” conservativo sino ad allora esistente nell’animo degli ozieresi, e purtroppo non fu l’unico caso. Conosciute da sempre, nell’800 vi furono recuperati i primi reperti storici; ma solo nel 1914 raggiunsero la dovuta notorietà, quando vennero scavate, indagate e studiate dall’insigne archeologo “Antonio Taramelli“. Un tempo, vicino alle grotte, era presente un santuario dedicato a S. Michele; questo sino al XVIII secolo. Si dice che l’ingresso originario della spelonca era posto leggermente in alto rispetto all’attuale ingresso ed anche che alcuni menhir erano presenti davanti all’entrata (ora spariti). Le Grotte non sono dotate di una eccezionale bellezza, ma il loro fascino raggiunse la fama mondiale, soprattutto grazie ai favolosi reperti custoditi per millenni al suo interno.

Reperti in ceramica della Cultura di Ozieri

Menhir: I Giganti di Pietra come Simboli di Fertilità

I menhir sono una tipica espressione della cultura megalitica: si tratta di monumenti costituiti da una pietra allungata di forma irregolare, infissa nel terreno a mo’ di obelisco, rinvenuti in buona parte dell’Europa, ma anche in Asia e Africa. Isolati o raggruppati in file e in circoli, i menhir secondo gli studiosi risalirebbero all’età eneolitica e del bronzo, la cui funzione non è ancora stata ben individuata. In Europa è la Francia a detenere il record di menhir presenti sul suo territorio, ma anche in Italia si trovano vari esempi di menhir, soprattutto in Sardegna, terra ricca di monumenti di età preistorica.

Tra i menhir sardi più celebri c’è sicuramente Genna Prunas di Guspini. Risalente alla Cultura di Ozieri e rappresentante la Dea Madre, questo menhir raggiunge un’altezza di 1,70 metri e presenta una base larga 60 cm, ma la sua particolarità sono le oltre 30 coppelle realizzate sulla superficie basaltica, che ricoprono tutti i lati del monumento. I menhir sono riconducibili alla cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.) e rappresentano la Dea Madre e il Dio Toro, simboli caratteristici di altri monumenti preistorici sardi. Il menhir più alto (2 metri e 60 centimetri) è chiamato in sardo Sa Sennoredda ("la signorina") e rappresenta la Dea Madre. Rispetto all'altro risulta tozzo ma ha curve più dolci e arrotondate compresa la sua sommità. Il secondo menhir, dell'altezza di 1 metro e 80, rappresenta il Dio Toro; ha forma più slanciata del primo e con l'estremità superiore più appuntita.

Sa Perda Pintà: Il Mistero del Granito

La "Perda Pintà", detta anche la Stele di Boeli, è una grossa statua-menhir di granito (alt. m 2,67; largh. m 2,10-1,30; spess. m 0,57), situata all’interno di un cortile d’una abitazione privata a Mamoi

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