Il Dramma di Varese: Una Storia di Coraggio, Terrore e Ricerca di Giustizia

Il 6 maggio, una data che risuona con il lutto e il coraggio, marca un evento che ha scosso profondamente la comunità di Varese e oltre. Era il 6 maggio 2024 quando Fabio Limido, un geologo di 71 anni, intervenne eroicamente per difendere la figlia Lavinia dall'aggressione del suo ex marito, Marco Manfrinati, pagando questo disperato atto con la propria vita. Questo tragico episodio ha rivelato una storia di terrore protratto, di denunce inascoltate e di una famiglia costretta a vivere sotto la costante minaccia di una violenza incombente, culminata in un sacrificio supremo. La figura di Marta Criscuolo, moglie di Fabio Limido e madre di Lavinia, emerge come testimone e protagonista di questa vicenda straziante, portando avanti con incredibile forza la battaglia per la memoria e per una giustizia che possa prevenire future tragedie.

Ritratto di Marta Criscuolo

Un anno dopo, il 6 maggio 2025, il gesto di Fabio Limido ha trovato un'eco significativa a Palazzo Estense. In questa cornice istituzionale, una cerimonia commovente, organizzata da "La Varese Nascosta" e "Anemos", ha voluto onorare il coraggio e l'amore paterno di Fabio, conferendo un premio alla sua memoria. Questo tributo, come è stato chiarito, non intende celebrare unicamente chi è caduto, ma anche sottolineare la resilienza e la forza di chi, nonostante il dolore immenso, ha trovato la capacità di rialzarsi e di lottare per un futuro migliore. La breve ma intensa cerimonia, introdotta dall'assessora Rossella Dimaggio, è stata condotta con sensibilità dal direttore di Rete55, Matteo Inzaghi, evidenziando il desiderio della comunità varesina di offrire una risposta umana e culturale a una tragedia che ha lasciato segni indelebili.

La Tragedia del 6 Maggio: Un Sacrificio Paternale e una Brutale Aggressione

Il tragico evento si è consumato in via Menotti a Varese, in un lunedì che si è trasformato in un incubo per la famiglia Limido. Marco Manfrinati, un uomo di 40 anni, si è presentato sotto la casa dell'ex moglie Lavinia. L'aggressione è stata di una brutalità inaudita: Manfrinati ha sfregiato Lavinia con un coltello. Nel tentativo disperato di proteggere sua figlia, Fabio Limido, l'amorevole padre, è intervenuto. Il gesto altruistico di Fabio gli è costato la vita: è stato colpito mortalmente con un coltello da Manfrinati. Le dinamiche dell'accaduto sono state chiaramente delineate, con l'ex genero che ha agito con una ferocia tale da non lasciare scampo al suocero.

Marta Criscuolo, in una testimonianza sconvolgente rilasciata a "Pomeriggio Cinque", ha ricostruito quei momenti di terrore che rimarranno impressi nella sua memoria. "Ho visto mio marito riverso dietro ad una siepe e poi venirmi incontro in barella ed ho capito che era già morto", ha raccontato con una lucidità straziante. Davanti a una scena così orribile, la reazione di Marta è stata di profonda disperazione e consapevolezza: "Ho detto agli infermieri che lo stavano soccorrendo di lasciarlo stare in pace, che ormai non c’era più". La sofferenza non si è fermata qui, poiché ha poi testimoniato le condizioni gravissime della figlia: "Poi ho visto mia figlia in ambulanza, la vicina di casa le teneva stretta la giugulare che l’assassino le aveva tagliato". Nonostante la gravità delle ferite di Lavinia, c'è stato un barlume di speranza nello sguardo materno: "Dal suo sguardo ho capito che ce l’avrebbe fatta".

Il comportamento di Manfrinati immediatamente dopo l'omicidio e il tentato omicidio è stato oggetto di ulteriore orrore e sgomento. Dopo aver assistito a tali atrocità, Marta Criscuolo ha incrociato lo sguardo dell'aggressore, e la sua descrizione è raccapricciante: "Rideva", ha detto, ricordando la macabra sfida dell'uomo, che le chiedeva "come sta tuo marito?". La sua condotta sprezzante non si è fermata qui: "Volete togliermi il bambino? Ecco cosa è successo. E continuava a chiamarmi tr* e put** con fare sprezzante e disgustoso". Queste parole, pronunciate in un momento di tale gravità, hanno lasciato "esterrefatte" le persone presenti, che hanno assistito attonite a una scena di pura malvagità. Persino mentre saliva sull'auto delle forze dell'ordine, Manfrinati "continuava a ridere", mostrando un distacco e una freddezza che hanno profondamente turbato chiunque fosse presente. Manfrinati è stato arrestato immediatamente dopo i fatti e ora è accusato di omicidio e tentato omicidio, con la successiva convalida dell'arresto in carcere.

Varese, Marta Criscuolo ricorda il marito Fabio Limido

Un Terrore Quotidiano: Le Denunce Inascoltate e la Vita Sotto Assedio

La tragedia del 6 maggio 2024 non è stata un fulmine a ciel sereno, ma l'epilogo di un lungo periodo di terrore, minacce e stalking che aveva logorato la vita della famiglia Limido-Criscuolo. Le parole di Marta Criscuolo rivelano una vita vissuta sotto scacco, segnata da una paura costante e da tentativi incessanti di protezione che, purtroppo, non sono stati sufficienti a prevenire l'irreparabile. "Voleva uccidere Lavinia, il figlio, me e poi suicidarsi", ha dichiarato Marta, descrivendo il piano omicida che Manfrinati aveva più volte palesato. Questa minaccia reiterata aveva spinto Lavinia a prendere una decisione drastica: "Mia figlia è fuggita il 2 luglio 2022 perché l'avrebbe uccisa", una fuga motivata dalla chiara consapevolezza che "Lui glielo diceva sempre che avrebbe ucciso tutti".

La famiglia, consapevole del pericolo, aveva adottato misure estreme per garantire la sicurezza di Lavinia e del bambino. "Assoldammo una guardia del corpo e le comprammo una parrucca bionda", ha raccontato Marta Criscuolo, evidenziando gli sforzi disperati per camuffare l'identità della figlia e proteggerla. "Avevo organizzato tutto per metterla in salvo, lei e il bambino". Il livello di persecuzione di Manfrinati era tale da manifestarsi anche in atti vandalici ripetuti: "Marco ha tagliato le gomme dell'auto di mia figlia otto volte", un dettaglio che rivela l'ossessività e la metodicità delle sue azioni intimidatorie.

Il terrore si estendeva anche a Marta Criscuolo stessa. "A marzo scorso voleva uccidermi", ha rivelato, "Me la sono scampata". Questa dichiarazione sottolinea come la minaccia non fosse limitata a Lavinia, ma si estendesse all'intera famiglia, costretta a vivere in un perenne stato di allerta. "Negli ultimi anni abbiamo vissuto con spray al peperoncino, non uscivamo dall'auto prima che il cancello si chiudesse ma per mio figlia avrei fatto questa vita per dieci anni". Queste parole dipingono il quadro di una quotidianità fatta di vigilanza estrema, di piccole e grandi precauzioni che diventano la norma in un clima di paura. Un cane da difesa, di una razza utilizzata dall'esercito, era stato acquistato e addestrato proprio per questo scopo, dimostrando l'intensità della minaccia percepita. "Dopo quanto avvenuto lo terrò per affetto", ha aggiunto, sottolineando come anche un mezzo di difesa possa diventare un simbolo di un amore incondizionato.

Il percorso legale della famiglia è stato costellato di denunce e tentativi di ottenere protezione, spesso frustrati o vanificati. "Abbiamo avuto avvocati eccezionali, abbiamo ottenuto un divieto [di avvicinamento] eccezionalmente per maltrattamenti", ha affermato Marta. Tuttavia, in un passaggio che suscita grande interrogazione, ha aggiunto: "Non si sa perché questa misura è stata revocata, tanto che lui è andato all'asilo a prendere il bambino e lo ha tenuto per tre giorni". La revoca di una misura protettiva, in un contesto di così gravi minacce, rappresenta una "falla" nel sistema che la famiglia ha pagato a caro prezzo.

Rappresentazione di un divieto di avvicinamento

Le denunce non si sono limitate a questo episodio. "La denuncia per maltrattamenti è stata archiviata dalla Procura di Busto Arsizio, una denuncia di quindici pagine", ha spiegato la donna, evidenziando la mole di prove e testimonianze ignorate. Sebbene abbiano ottenuto "un ammonimento da parte della Questura", anche in quell'occasione Manfrinati ha dimostrato la sua pericolosità, chiamando la figlia e dicendole "di avere un martello con il quale avrebbe compiuto una mattanza". Questo episodio, unito alla rivelazione che "si è anche presentato con un martello davanti a casa", getta una luce inquietante sulla sottovalutazione del pericolo da parte di alcune istituzioni. "Non siamo stati protetti abbastanza", è la dolorosa conclusione di Marta Criscuolo, una frase che riassume l'impotenza di fronte a un sistema che non ha saputo intercettare e fermare la violenza prima che degenerasse.

Il Profilo dell'Aggressore: Tra Normalità Apparente e Minaccia Costante

La figura di Marco Manfrinati, l'ex genero, viene descritta da Marta Criscuolo con tratti inquietanti, che evocano il celebre archetipo del "Dottor Jekyll e Mr. Hyde". Inizialmente, l'uomo si era presentato sotto una luce ingannevole. "Una truffa", così Marta ha definito la percezione iniziale, spiegando che "Si è rivelato come dottor Jekyll e Mr. Hyde". Questa metamorfosi, da una facciata apparentemente normale a una personalità violenta e persecutoria, ha colpito profondamente la figlia Lavinia e l'intera famiglia. "Mia figlia diceva di aver sbagliato, io le dicevo che in realtà è stata truffata, come tutti noi siamo stati truffati", ha raccontato Marta Criscuolo, sottolineando come la manipolazione e l'inganno abbiano giocato un ruolo chiave nell'inizio della relazione e nel successivo deterioramento.

Le avvisaglie della sua natura violenta non erano mancate. "Nel 2020 Marco Manfrinati ha preso a pugni mio marito come farebbe un uomo rabbioso", ha raccontato Marta, descrivendo un episodio di violenza fisica che avrebbe dovuto destare seri allarmi. Di fronte a tale comportamento, la preoccupazione per la salute mentale di Manfrinati era emersa chiaramente. "Ho chiamato la madre per chiederle se avesse avuto bisogno di uno psichiatra", un gesto di preoccupazione e disperazione. La risposta ricevuta, tuttavia, fu disarmante: la madre "mi ha risposto che non ci sarebbe stato bisogno, perché gli avrebbero dato solo delle goccine. Ha aggiunto che il figlio aveva un carattere rigido e avrebbe bisogno di rilassarsi". Questa sottovalutazione della gravità della situazione da parte della famiglia d'origine di Manfrinati appare, a posteriori, come un ulteriore elemento di mancata protezione.

Nonostante le preoccupazioni espresse e i segnali evidenti, gli esami psichiatrici a cui Manfrinati è stato sottoposto non hanno evidenziato patologie. "Poi è stato sottoposto a un CTU, una consulenza tecnica d'ufficio, e a un Test di Rorschach eseguito dal dottor Zidolfi. Da questi esami non è stata riscontrata nessuna patologia", ha spiegato Marta Criscuolo. Questa assenza di diagnosi cliniche, in contrasto con il suo comportamento estremamente violento e persecutorio, solleva interrogativi sulla capacità degli strumenti diagnostici di cogliere la reale pericolosità di certi individui, specialmente quando manifestano una "grande lucidità" e un "distacco e freddezza", come osservato in aula.

L'avvocato della famiglia, Fabio Ambrosetti, ha sottolineato come i racconti dei testimoni nel processo in corso a Varese per atti persecutori abbiano "abbondantemente dimostrato il clima di terrore". Questo clima, ha specificato, "è chiaro e pacifico che il processo in corso in questi giorni a Varese sia per atti persecutori e che veda come parti offese Lavinia Limido e i suoi familiari". La prova della veridicità di tali testimonianze è che "i racconti dei testimoni in aula conducono inevitabilmente a quel fatto, ne fanno riferimento, e non potrebbe essere altrimenti: il processo penale non è un insieme di file su un computer o numeri di codici binari, ma riguarda persone reali". La condotta di Manfrinati anche in sede processuale ha continuato a destare sconcerto: "L’imputato ha mostrato grande lucidità: si è rivolto alla corte con fermezza, anticipando l’esito del colloquio riservato con il suo legale. Ha dichiarato che prima saranno ascoltati i testimoni della pubblica accusa e solo successivamente renderà il proprio esame". Questo "distacco e freddezza, che hanno caratterizzato quei pochi minuti di collegamento dalla casa circondariale di Busto Arsizio", rafforzano l'immagine di un individuo capace di manipolare e controllare la propria immagine anche in contesti giudiziari, rendendo ancora più complesso il suo inquadramento.

Il Crescendo della Violenza: Segnali Ignorati e Richieste di Arresto NegaTe

Il percorso giudiziario che ha preceduto la tragedia è costellato di segnali d'allarme che, secondo la famiglia Limido, non sono stati adeguatamente considerati o gestiti dal sistema. Secondo il procuratore della Repubblica di Varese Antonio Gustapane, il tragico accoltellamento di Fabio e Lavinia potrebbe essere il culmine di un "crescendo" di violenza. Le carte del processo in corso a Varese per "atti persecutori" descrivono una serie di azioni che "mettono i brividi": "appostamenti, telefonate minatorie, gomme dell’auto tagliate, litigi continui e telefonate registrate". Questi elementi, ripetuti e sistematici, componevano un quadro di persecuzione che la famiglia aveva tentato in ogni modo di denunciare.

Un episodio particolarmente significativo, evidenziato dalle registrazioni, è avvenuto quando Manfrinati ha appreso che l’ex moglie aveva avanzato la richiesta dell’affidamento esclusivo del figlio della coppia. In risposta, l'uomo l'aveva chiamata con una minaccia agghiacciante: "Qui qualcuno finisce al cimitero, o in terapia intensiva, hai capito?". Queste parole, cariche di una violenza esplicita e premonitrice, sono state documentate e testimoniavano un intento omicida che avrebbe dovuto innescare misure di protezione immediate e severe.

Marta Criscuolo, che quelle carte le conosce profondamente, si è fatta portavoce di un interrogativo cruciale che affligge la sua famiglia e molte altre vittime di violenza: "Il pubblico ministero aveva chiesto l’arresto, che è stato negato". Questa decisione, la negazione dell'arresto nonostante la richiesta della Procura di fronte a un quadro così grave di minacce e atti persecutori, rappresenta un punto dolente nel percorso giudiziario. La donna ha affrontato una giornata difficile recandosi in Procura per conferire con il PM che segue le indagini, un momento di confronto intenso e doloroso. Gli stessi scalini della Procura, percorsi tra "una selva di colleghi avvocati che non le lasciavano fare neppure un metro di strada senza fermarsi e abbracciarla, stringerla forte, e quasi proteggere anche lei da quel clima di terrore", hanno simboleggiato il peso di una lotta che va oltre il singolo episodio. Il fatto che l'ex genero sia ora in carcere con l’accusa di tentato omicidio e omicidio volontario aggravati, e che la convalida dell’arresto in carcere sia avvenuta, conferma la gravità delle sue azioni e, implicitamente, la fondatezza delle preoccupazioni della famiglia.

Bilancia della giustizia

Le condizioni di Lavinia Limido dopo l'aggressione sono state critiche. "Non sono riuscita a parlarle. È sedata in ospedale", ha detto Marta Criscuolo nei giorni immediatamente successivi. Tuttavia, la madre ha riconosciuto il coraggio e la lucidità della figlia nel fuggire da una relazione tossica: "Mia figlia ha salvato la vita sua e di suo figlio, scappando di casa il 2 luglio del 2022, allontanandosi da quell’uomo che ci ha reso la vita impossibile". Questo gesto di auto-conservazione, l'allontanamento da un uomo violento, si inserisce in un contesto più ampio di misure difensive adottate dalla famiglia, che includevano non solo lo spray al peperoncino e una guardia del corpo, ma anche l'addestramento di un cane da difesa, tutto per contrastare un "clima di terrore" che permeava ogni aspetto della loro esistenza.

L'Omaggio della Comunità e la Ricerca di una Riforma

La commozione e la solidarietà della comunità varesina hanno offerto un importante conforto alla famiglia Limido-Criscuolo. La risposta della città è stata tangibile, un abbraccio collettivo che ha cercato di lenire il dolore di una perdita inestimabile e di un trauma profondo. "Una città intera ci è stata vicina, fiori, regali, telefonate, pensieri, messaggi, in centinaia ci hanno dispensato amore ed attenzioni", ha raccontato Marta Criscuolo, sottolineando l'importanza di questo supporto. "Non sanno quanto ci ha fatto bene tutto ciò". Questo affetto dimostrato non è stato solo un gesto di vicinanza, ma un riconoscimento del sacrificio di Fabio Limido e della sofferenza della sua famiglia.

Il 6 maggio 2025, a un anno dalla tragedia, Varese ha voluto onorare Fabio Limido con una targa, consegnata in municipio alla moglie Marta Criscuolo e alla figlia Lavinia. L'omaggio, organizzato dalle associazioni Anemos Italia e La Varese Nascosta, recava un'incisione toccante: "Nel gesto più estremo la forza più pura. Dove c’è amore nasce il coraggio. In ricordo di Fabio Limido". Queste parole catturano l'essenza del sacrificio del padre, che "ha fatto da scudo a sua figlia" e "ha pensato per tutta la vita alla sua famiglia", pagando con la vita un atto di incondizionato amore. Marta Criscuolo, con "occhi asciutti" e "parole taglienti", ha mantenuto "un contegno incredibile" durante la cerimonia, testimoniando la sua forza d'animo. Ha ricordato con precisione la brutalità dell'aggressione: "27 coltellate a mio marito e una ventina a mia figlia, anche vicina ad un millimetro dal midollo spinale", un dettaglio che sottolinea la crudeltà dell'attacco e la miracolosa salvezza di Lavinia. La gratitudine della famiglia si è estesa ai "vicini che l’hanno soccorsa e i medici dell’Ospedale di Circolo che le hanno salvato la vita".

Da questa tragedia personale e familiare, Marta Criscuolo auspica che possa nascere qualcosa di più grande, un cambiamento in grado di aiutare coloro che si trovano in situazioni simili. Con una determinazione instancabile, ha annunciato un'iniziativa significativa: "Insieme al patrocinio di un noto imprenditore ho costituito un pool di studiosi che analizzerà il percorso che la nostra vicenda ha fatto". L'obiettivo è chiaro: identificare e correggere le criticità del sistema. "È di tutta evidenza che ci sono delle falle, sia nel sistema giudiziario che nel sistema di soccorso", ha affermato con fermezza. Ha citato come esempio un ritardo incomprensibile: "la polizia per percorrere 300 metri ha impiegato dodici minuti trovando mio marito già morto e mia figlia in fin di vita".

La ricerca di giustizia per Marta Criscuolo non si ferma alla punizione del colpevole, ma si estende a una profonda riflessione sulle responsabilità sistemiche. Il pool di studiosi "studierà i motivi per cui a fronte di dieci denunce circostanziate ed anche documentate, alcuni giudici non hanno ritenuto mia figlia credibile anche alla luce dell’omicidio e del tentato omicidio, il loro operato, le loro responsabilità". Questa analisi critica è volta a una proposta concreta: "Tutto questo porterà ad una proposta di legge che possa scongiurare eventi di questo genere". L'iniziativa di Marta Criscuolo si configura come un monito e un impegno per trasformare il dolore in un motore di cambiamento, affinché il sacrificio di Fabio Limido non sia vano e che altre famiglie non debbano affrontare la stessa inaccettabile tragedia. Il suo obiettivo è dare voce a chi non ce l'ha, garantendo che le denunce vengano ascoltate e che il sistema di protezione delle vittime di violenza funzioni efficacemente.

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