Il 23 marzo 1919, in una Milano ancora febbrile per le conseguenze del primo conflitto mondiale, si tenne un incontro che avrebbe segnato un punto di svolta nella storia italiana. Nel salone del Circolo dell’Alleanza industriale e commerciale, in piazza San Sepolcro, un giovane Benito Mussolini si rivolse a una platea di poco più di cento persone. L'evento, preannunciato con entusiasmo da alcuni articoli del giornale "Il Popolo d’Italia", segnò la nascita dei Fasci di Combattimento, un movimento destinato a ridefinire il panorama politico e sociale del paese.
Le Premesse Storiche e il Contesto Post-Bellico
La Prima Guerra Mondiale aveva lasciato l'Italia in una situazione tutt'altro che rosea. Le spese belliche avevano prosciugato le casse dello Stato, generando un profondo malcontento e un inasprimento delle tensioni sociali. La speranza di un futuro migliore, nata all'indomani della vittoria sul nemico austriaco, aveva lasciato spazio a un cupo realismo. Al tavolo della pace, l'Italia, pur tra i vincitori, non sembrava ottenere il riconoscimento sperato, e le rivendicazioni territoriali, promesse nel Trattato di Londra, si rivelavano mere chimere. In questo clima di disillusione e precarietà economica, le classi lavoratrici, ridotte alla fame e allo stremo, guardavano con crescente interesse a modelli politici radicali, con un occhio attento a quanto stava accadendo in Russia.
La guerra aveva prodotto effetti destabilizzanti non solo sul piano geopolitico, con la fine dell'Impero Asburgico e la Rivoluzione Russa, ma aveva anche innescato profondi cambiamenti sociali. Si assisteva a un inasprimento delle tensioni sociali, come dimostrava lo sviluppo dei sindacati e la nascita di importanti partiti di massa, quali il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo (1919) e il Partito Comunista d'Italia, fondato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga nel 1921. In questo contesto, molti reduci della Grande Guerra, delusi dalla "Vittoria mutilata" e dalle promesse non mantenute, si sentivano emarginati e cercavano un nuovo spazio politico.

La Fondazione a Piazza San Sepolcro
La fondazione vera e propria dei Fasci di Combattimento avvenne ufficialmente il 21 marzo 1919, con la costituzione del "Fascio primigenio" di Milano nei locali dell'Associazione Commercianti ed Esercenti in piazza San Sepolcro 9. La riunione del 23 marzo, inizialmente prevista per il prestigioso Teatro Dal Verme, capace di 2000 posti, fu ripiegata nel più modesto Circolo dell’Alleanza industriale e commerciale a causa delle adesioni inferiori alle aspettative. Solo poche centinaia di persone si iscrissero inizialmente.
Il simbolo scelto dai fondatori fu quello del fascio, un emblema non originale, già adottato dalla Rivoluzione francese e dai movimenti carbonari ottocenteschi, e che aveva ispirato anche il movimento popolare dei Fasci siciliani (1891-1894). Il fascio littorio, simbolo della storia romana, sarebbe poi divenuto centrale nell'iconografia fascista. La sede milanese dei Fasci, affittata dall'Associazione lombarda degli industriali presieduta da Cesare Goldmann, era caratterizzata da simboli degli Arditi, come il pugnale, il gagliardetto e il teschio.

Il Discorso di Mussolini e il Manifesto
Nel corso della mattinata del 23 marzo, Mussolini delineò tre dichiarazioni che sarebbero state approvate dall'assemblea. Nel pomeriggio, tenne un secondo discorso, caratterizzato da un tono "demagogicamente operaistico", come sottolineato dallo storico Renzo De Felice. Non si trattava di un programma politico definito, che sarà stilato e reso pubblico solo nel giugno successivo, ma di una serie di riferimenti alle rivendicazioni delle classi lavoratrici, ponendo il neonato movimento in prima linea.
Mussolini identificò chiaramente il principale nemico dei Fasci di combattimento: il Partito Socialista. "Non è il partito socialista quello che può mettersi alla testa di un’azione di rinnovamento e di ricostruzione," affermò, deludendo alcuni nazionalisti presenti che si aspettavano un'impronta meno "proletaria". La sua proposta era quella di un "antipartito", una sorta di "terza via" tra la destra "misoneista" e la sinistra "distruttiva". Il Manifesto dei Fasci italiani di combattimento, pubblicato il 6 giugno 1919 su "Il Popolo d'Italia", avanzò numerose proposte di riforma politica e sociale, sviluppandosi nell'ambito delle teorie moderniste sull'"uomo nuovo".
Il discorso di Mussolini del 23 marzo evidenziò anche una visione nazionalista e interventista della guerra. Egli difese la partecipazione italiana al conflitto, definendola una scelta non imposta ma voluta, un segno di grandezza intrinseca della nazione. La guerra, secondo Mussolini, aveva portato vantaggi sia negativi (la fine del dominio delle case regnanti europee) sia positivi (l'avanzata verso una maggiore democrazia politica ed economica). Sottolineò l'importanza dell'espansione coloniale come fondamento della vita per ogni popolo che tende ad espandersi, paragonando l'Italia a potenze come l'Inghilterra e la Francia, dotate di vasti imperi coloniali. Riguardo alla Società delle Nazioni, Mussolini espresse un certo scetticismo, vedendola potenzialmente come uno strumento delle nazioni ricche per mantenere il proprio dominio sulle nazioni proletarie.
Un Inizio Difficile e la Reazione della Stampa
Nonostante l'importanza storica dell'evento, l'adunata di piazza San Sepolcro venne sostanzialmente ignorata dalla stampa italiana. "Il Corriere della Sera", nella rubrica "Le conferenze domenicali", dedicò poche righe a un evento che, anni dopo, il regime fascista avrebbe esaltato come epocale. L'Italia, uscita da poco da un conflitto estenuante, era assorbita da problemi interni e dalla disillusione post-bellica. In questo clima, la figura che più di ogni altra riusciva a intercettare il senso di umiliazione e il sentimento nazionalista degli ex combattenti era Gabriele D'Annunzio, non Benito Mussolini.
Nei giorni e nelle settimane successive alla riunione di San Sepolcro, la fioritura di altri fasci nelle varie città italiane fu decisamente scarsa, in netta controtendenza alle aspirazioni di Mussolini. Il futuro leader del Fascismo era deluso dalla scarsa adesione al suo progetto, ancora ancorato a un programma percepito da molti come troppo di sinistra, una "brutta copia" del Partito Socialista.

Le Elezioni del 1919 e la Crisi Iniziale
L'obiettivo di Mussolini per l'estate del 1919 erano le elezioni politiche dell'autunno. Il neonato movimento dei Fasci partecipò con una propria lista, ma solo nel collegio elettorale di Milano. I risultati furono disastrosi: nessuno dei candidati fascisti venne eletto. Profondamente deluso da quel popolo italiano che credeva di aver conquistato, Mussolini medità persino di lasciare la politica.
La scarsa partecipazione iniziale e i risultati elettorali negativi evidenziarono le difficoltà del movimento nelle sue prime fasi. I Fasci di Combattimento, fin dai loro esordi, raccolsero uno scarso consenso, ma si fecero subito notare per il loro stile politico aggressivo e violento. Non a caso, i fascisti furono protagonisti del primo grave episodio di guerra civile dell'Italia postbellica: lo scontro con un corteo socialista avvenuto a Milano il 15 aprile 1919, che si concluse con l'incendio della sede del giornale socialista "Avanti!".
L'Evoluzione del Movimento e la Crescita dello Squadrismo
Bisognerà attendere la metà del 1920 per vedere una crescita significativa dei Fasci di Combattimento in tutta Italia. Il Biennio Rosso (1920-1921) fu un periodo caldo di lotte operaie, caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche e dalle rivendicazioni dei contadini. In questo contesto di forte conflittualità sociale, il movimento fascista trovò un terreno fertile per la sua espansione.
In Val Padana e in Puglia, dove la lotta contadina era più accesa, proprietari terrieri ed esponenti dei Fasci di combattimento si allearono, ricorrendo sistematicamente alla violenza dello squadrismo. Azioni punitive di gruppi fascisti contro Camere del Lavoro, Case del popolo, sedi di partiti e cooperative divennero all'ordine del giorno, spesso con la complicità o l'inerzia delle forze dell'ordine. Nel 1921, il capo del governo Giovanni Giolitti, non considerando il fascismo una minaccia per lo Stato, permise ai candidati fascisti di partecipare alle elezioni all'interno dei "blocchi d'ordine" costituiti dai liberali, vedendo nei fascisti un alleato nella lotta politica contro socialisti e popolari. L'influenza fascista crebbe, e gli squadristi iniziarono ad agire impuniti anche nei centri industriali, con la borghesia e il ceto politico che consideravano il movimento facilmente arginabile una volta esaurita la sua utilità.
Carta animata - La diffusione dello squadrismo in Italia
Dalle Promesse del 1919 alla Marcia su Roma
Nel 1922, Mussolini abbandonò due premesse fondamentali dei Fasci di combattimento: il repubblicanesimo e l'anticlericalismo. Presentò il fascismo come l'unica alternativa valida al comunismo, sia sul piano politico che ideologico, attaccando il Partito Popolare per la sua apertura ai socialisti. Accanto all'azione propagandistica e politica, continuarono le azioni squadriste, mirate a colpire i punti di riferimento delle lotte popolari.
Il culmine di questa strategia fu la Marcia su Roma. Il 24 ottobre 1922, Mussolini radunò a Napoli migliaia di camicie nere, simbolo del movimento. Il Presidente del Consiglio Luigi Facta presentò al re Vittorio Emanuele III il decreto per la proclamazione dello stato d'assedio, ma il re si rifiutò di firmarlo, aprendo così la strada ai fascisti. Il 28 ottobre, le camicie nere entrarono a Roma. Temendo una reazione monarchica, Mussolini non partecipò alla marcia, attendendo a Milano l'evolversi della situazione. Una volta ottenuto l'incarico di formare il nuovo governo, composto da fascisti, liberali, popolari e indipendenti, Mussolini presentò un programma che soddisfaceva i conservatori, abbandonando la linea giolittiana che aveva colpito i profitti di guerra. Sciolse le amministrazioni comunali e provinciali guidate da socialisti e/o popolari, liquidò le cooperative e limitò le libertà sindacali.
Il problema della "normalizzazione" dello squadrismo rimase aperto, poiché i conservatori si aspettavano che il fascismo, una volta raggiunto il potere, rientrasse nei canoni della legalità. Mussolini, consapevole di dover il suo successo all'appoggio della monarchia e delle classi conservatrici, si impegnò in tal senso. Tuttavia, la corrente interna guidata da Roberto Farinacci si oppose al tentativo di moderazione. Per mantenere la leadership, Mussolini trasformò le squadre in Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e istituì il Gran Consiglio del Fascismo, che divenne rapidamente un organo costituzionale dello Stato.
Il Delitto Matteotti e la Consolidazione del Potere
Le elezioni politiche del 6 aprile 1924, caratterizzate da un clima di pesanti intimidazioni, videro la vittoria del "listone" fascista grazie a una legge elettorale maggioritaria. Nonostante le violenze, i partiti democratici ottennero risultati significativi, e la sperata normalizzazione dello squadrismo, ora ammantato di legalità, non si realizzò.
L'esponente socialista Giacomo Matteotti denunciò alla Camera i brogli elettorali e il clima di violenza. Nel suo discorso, fece anche il nome di un candidato emiliano assassinato dagli squadristi prima delle elezioni, con l'obiettivo di far invalidare le elezioni stesse. La storiografia recente ha inoltre evidenziato una motivazione affaristica dietro l'assassinio: Matteotti stava preparando un dossier sulla "convenzione Sinclair", che concedeva alla società americana il monopolio della ricerca petrolifera in Italia a condizioni svantaggiose per l'interesse pubblico, in cambio di notevoli finanziamenti al partito fascista.
Il 10 giugno 1924, Matteotti venne rapito e successivamente ucciso. Inizialmente, Mussolini attribuì l'assassinio ai suoi avversari politici, indignato come l'opinione pubblica. Lo scandalo mise in crisi il governo. I gruppi di opposizione, in segno di protesta, abbandonarono il Parlamento, dando vita alla "secessione dell'Aventino". Tuttavia, la mancanza di un programma unitario portò l'opposizione alla deriva.
Avvantaggiato dalla crisi dell'opposizione e forte dell'appoggio dei conservatori, dei clerico-moderati, degli ambienti militari e monarchici, Mussolini riprese in mano la situazione. Il 3 gennaio 1925, con un famoso discorso in cui si assumeva la responsabilità morale del delitto Matteotti, Mussolini attuò di fatto il colpo di Stato, segnando l'inizio della trasformazione del regime da movimento a dittatura.

L'Eredità dei Fasci di Combattimento
Il movimento dei Fasci di Combattimento, nato a Milano il 23 marzo 1919, rappresentò l'erede diretto dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria del 1915. I suoi primi aderenti furono denominati "sansepolcristi", fregiati di una fascia giallorossa, i colori di Roma. Il movimento si proponeva come un "anti-partito", formato da "spiriti liberi" che rifiutavano i vincoli dottrinari e organizzativi tradizionali. La sua ideologia propugnava una rivoluzione nazionale, con l'obiettivo di portare al governo una nuova classe dirigente, formata principalmente dai reduci della Grande Guerra.
Accanto a rivendicazioni radicali come il repubblicanesimo, l'antiparlamentarismo e l'anticlericalismo, i Fasci di Combattimento si caratterizzarono per le loro istanze irredentiste (Fiume e Dalmazia) e per la ferma contrapposizione al socialismo e al bolscevismo, che dominavano il panorama delle agitazioni operaie del Biennio rosso. Il messaggio fascista mirava a raccogliere consensi sia a sinistra, portando le istanze operaie all'interno dello Stato, sia tra i mondi non omogenei come interventisti di sinistra, futuristi, ex arditi, repubblicani e sindacalisti rivoluzionari.
Sebbene inizialmente poco numerosi - secondo un rapporto di polizia, non più di trecento persone intervennero di persona all'adunata fondativa - migliaia di persone avrebbero in seguito rivendicato l'onore di aver partecipato a quell'evento, ottenendo un riconoscimento ufficiale. La storia dei Fasci di Combattimento, e del fascismo che ne sarebbe derivato, fu profondamente influenzata dalle vicende storiche, dalle debolezze politiche del periodo e da una strategia di violenza e propaganda che ne segnò indelebilmente il percorso.