La Crociata dei Bambini del 1212: Storia, Fatti e Mito di un Evento Enigmatico

Ottocento anni fa, nell’estate del 1212, una moltitudine di fanciulli attraversava le campagne francesi e i boschi della Germania con canti di giubilo e inni sacri, suscitando ovunque stupore e sconcerto. Molti di loro indossavano una croce di colore rosso o si fregiavano del simbolo del tau: la loro meta, proclamavano, era Gerusalemme, il loro scopo liberare la Terra Santa dal dominio musulmano. Si trattava, insomma, di una crociata. Questa vicenda straordinaria e inquietante è passata alla storia come la "crociata dei bambini" o "la crociata dei fanciulli", ma resta ancora oggi uno degli avvenimenti più oscuri dell'epopea delle Crociate e in generale del XII-XIII secolo. Nonostante le molte testimonianze, infatti, non è facile ricostruire con chiarezza cosa sia realmente accaduto. Le fonti, sebbene talvolta frammentarie e contraddittorie, narrano di due movimenti principali, uno in Francia e l'altro in Germania, entrambi guidati da giovani carismatici che promisero di compiere un miracolo divino.

Mappa delle rotte delle Crociate dei Bambini

Le Origini di un Movimento Inatteso

Il periodo in cui si inserisce la Crociata dei Bambini era caratterizzato da un fervore crociato pervasivo e da una profonda inquietudine sociale e religiosa in Europa. Già dal 1209, Papa Innocenzo III, che aveva passato i cinquant’anni, era preoccupato che i nemici della sua Chiesa potessero distruggerla. A suo avviso alcuni di essi la danneggiavano dall’interno, come gli eretici catari del sud della Francia. Altri la minacciavano dall’esterno, come avveniva in Terra Santa, dove nel 1187 i musulmani avevano sbaragliato gli eserciti crociati occupando Gerusalemme e impossessandosi della reliquia della vera croce su cui era morto Gesù. Più vicino, a sud dei Pirenei, la gigantesca ombra del califfato almohade si proiettava sui cinque regni cristiani della penisola iberica.

Innocenzo non era rimasto impassibile di fronte al pericolo. Nel 1204 aveva organizzato una crociata per recuperare Gerusalemme, ma gli avidi partecipanti avevano preferito conquistare la ricca Costantinopoli piuttosto che dirigersi verso la Città Santa. Nel 1209 ne aveva avviata un’altra contro i catari, che s’impantanò nelle terre del conte di Tolosa, presunto protettore degli eretici. E nel 1211 aveva chiamato a una nuova crociata, questa volta contro gli almohadi. La primavera del 1212 vide Innocenzo ravvivare quel fervore battagliero ordinando che si organizzassero predicazioni, processioni e litanie per promuovere la partecipazione alle crociate contro i catari e gli almohadi. A Roma tali cerimonie si svolsero il 16 maggio, mentre in Francia ebbero luogo intorno al 20 dello stesso mese, come accadde per esempio a Chartres.

La predicazione ebbe una conseguenza del tutto inattesa nelle regioni settentrionali della Francia e della Germania, che ormai da un secolo erano una fucina di volontari per le crociate. Fino ad allora erano stati dei soldati di professione ad assumersi il compito di contenere i nemici della cristianità e riconquistare i luoghi santi. Ma avevano fallito dove faceva più male: a Gerusalemme. Ora, tra lo stupore generale, a incaricarsi della missione sarebbero stati quegli individui che sembravano i meno adatti a un tale compito: una moltitudine di ragazzi (pueri) e ragazze (puellae) il cui obiettivo non era né la Spagna né il sud della Francia, bensì Gerusalemme. Si riteneva che la purezza e l'innocenza dei fanciulli potessero ottenere un intervento divino negato agli eserciti tradizionali, visti come corrotti e peccatori. Le autorità comunali, infatti, nella lotta per il potere imperiale si erano apertamente schierate a favore del sovrano tedesco Ottone IV, suscitando l’anatema di papa Innocenzo III che a quel tempo sosteneva invece Federico II di Svevia, evidenziando un clima di forte tensione e divisione all'interno del mondo cristiano.

La Crociata Francese di Stefano di Cloyes

Le fonti narrano che nella primavera del 1212 a Cloyes, un modesto villaggio della Loira, un pastorello di nome Stefano, di appena 12 anni, rivelò che Cristo stesso gli aveva affidato la missione di convincere il re di Francia a intraprendere una nuova crociata per riconquistare il Santo Sepolcro. Secondo il Chronicon Universale dell’anonimo di Laon, nel giugno del 1212 «un fanciullo di nome Stefano, pastore proveniente dal villaggio di Cloyes, nei pressi della città di Vendôme, disse che il Signore gli era apparso con le sembianze di un umile pellegrino e gli aveva dato del pane e delle lettere per il re di Francia». Probabilmente Stefano era andato a Chartres per partecipare alle cerimonie di predicazione della crociata promosse dal papa, visto che Cloyes apparteneva alla diocesi di Chartres e distava dalla città solo una settantina di chilometri. Secondo un’altra versione il Signore gli apparve in sogno e gli dettò la lettera.

Attorno a lui, nel cammino verso Parigi, ben presto si radunò una folla enorme di coetanei, trentamila, dice la Cronaca di Laon, che riconoscevano quel «santo fanciullo Stefano» come loro maestro e guida. L’arrivo del pastorello e dei suoi seguaci coincise con la fiera del Lendit, che si svolgeva a Saint-Denis ogni anno dal secondo mercoledì di giugno al 24 dello stesso mese e a cui partecipavano mercanti provenienti da tutta Europa. In quei giorni si registrava la maggior affluenza di pellegrini nell’abbazia, all’interno della cui basilica erano sepolti i re di Francia. Stefano si presentò in mezzo a quel trambusto «con la sua compagnia di pastori». Secondo la Barnwell Chronicle (Cronaca di Barnwell), i bambini dichiaravano di dover andare a recuperare la vera croce. Puntavano insomma a raggiungere Gerusalemme.

Si può immaginare lo stupore del monarca Filippo II Augusto di fronte a quella moltitudine di ragazzi esaltati che innalzavano sopra le loro teste centinaia di croci e bandiere cantando con Stefano: «Dio nostro Signore, glorifica la Cristianità! Dio nostro Signore, lascia che la vera croce venga a noi!». Ma il re non si fece impressionare. Non si sa se ricevette Stefano o lesse le sue lettere, di cui ignoriamo il contenuto. Tuttavia, secondo l’anonimo di Laon, il sovrano consultò i teologi dell’Università di Parigi in merito a «quella fiumana di bambini» e questi gli chiesero di rimandarli a casa. Così fece, e la vicenda si chiuse «con la stessa semplicità con cui era iniziata». Non stupisce la decisione dei teologi di respingere quella peculiare crociata: non era stata convocata dalla Chiesa e minacciava di sfuggire al suo controllo; era inoltre capeggiata da un pastore analfabeta che si riteneva il portatore di un mandato proveniente né più né meno che da Cristo. Molti dei cronisti ecclesiastici, che scrissero quando il movimento si era ormai spento, ritennero ovvio il fallimento proprio perché non era stato ispirato da Dio. I pueri vennero anzi sospettati di eresia, quando non di peggio: per il monaco Matthew Paris, che scrisse più di vent’anni dopo gli eventi, Stefano era un impostore, un messo di Satana responsabile di aver condotto quei fanciulli alla morte.

La Crociata dei Fanciulli: Il mistero dei 30.000 scomparsi

Non tutti i bambini obbedirono all’ordine del re. Quelli che rimasero fedeli alla missione di Stefano si misero in marcia verso Marsiglia. Stefano, sul suo carro, guidava la marcia dei bambini, proteggendosi dal sole con una tenda e circondandosi di giovani di classe nobile. Giunti a Marsiglia, Stefano e quella folla di bambini confidavano nella divina provvidenza per raggiungere la Terra Santa. L’aiuto di Dio parve materializzarsi in due mercanti, tradizionalmente conosciuti come Ugo il Ferreo e Guglielmo il Porco, che misero a disposizione dei bambini sette navi. I ragazzi s’imbarcarono entusiasti, solo per scoprire poco dopo gli orrori del mondo. Alberico racconta che due delle navi affondarono a causa di una tempesta vicino all’isola di San Pietro, di fronte alle coste della Sardegna, mentre i passeggeri delle altre cinque imbarcazioni furono consegnati dai due infidi mercanti ai pirati musulmani dell’Africa settentrionale. Le bambine e i bambini della Lorena finirono schiavi nei campi, nelle botteghe, nei palazzi e negli harem dei “nemici della fede”. Sull’isola di San Pietro c’è la chiesa dei Novelli Innocenti, edificata intorno al 1230 su ordine del Papa Gregorio IX per rendere omaggio proprio a quei fanciulli che morirono durante il loro viaggio in Terra Santa. Secondo le testimonianze le correnti portarono a riva i corpi dei bambini i quali furono conservati in una chiesa del luogo ed esposti ai pellegrini. I due mercanti erano in rapporti con i Saraceni presenti in Sicilia e tramavano contro l’imperatore Federico II. La vicenda non è chiara, ma probabilmente la maggior parte di coloro che partirono con Stefano se ne tornò a casa, anche se il seguito della vicenda non è del tutto certo.

La Crociata Tedesca di Nicola di Colonia

Nelle stesse settimane, in Germania, si era verificato qualcosa di assai simile. A Colonia, infatti, un altro adolescente, di nome Nicola, cominciò ad affermare che un angelo gli era apparso esortandolo a predicare una nuova crociata per liberare Gerusalemme. A dargli ascolto, anche in questo caso, furono soprattutto i più giovani, che, accorsi a migliaia, come un fiume in piena si portarono lungo il Reno per poi scendere verso l’Italia. Secondo gli annali dell’abbazia di Schäftlarn, «un fanciullo di nome Nicola radunò una moltitudine di bambini e donne con i quali un angelo gli aveva ordinato di recarsi a Gerusalemme per salvare la croce del Signore». I suoi seguaci affluirono a Colonia nei primi quindici giorni di maggio del 1212 muniti di bisaccia e bastone dei pellegrini. Portavano con sé delle croci, probabilmente simili a quella di Nicola: l’emblema del giovane pastore era la croce tau, oggetto di particolare venerazione da parte dei francescani in quanto associata alla povertà e all’umiltà caratteristiche del loro ordine.

Come nel caso francese, anche i pueri tedeschi venivano visti con profonda diffidenza dalle gerarchie ecclesiastiche: «Erano degli sciocchi che avevano preso la croce senza riflettere», si legge negli annali dell’abbazia di Marbach. Né la lontananza da Gerusalemme né le profondità del mare sembravano rappresentare un ostacolo per Nicola. Il ragazzo riteneva infatti che, quando avessero raggiunto le sponde del Mediterraneo, le sue acque si sarebbero aperte, com’era accaduto a Mosè durante la fuga degli ebrei dall’Egitto. Lui e i suoi seguaci avrebbero raggiunto Gerusalemme camminando sul fondale marino senza neppure bagnarsi i piedi.

Nicola si mise dunque a capo dell’enorme comitiva, la cui presenza fu registrata nella città renana di Spira il 25 luglio di quell’anno. Le tappe del viaggio dei pueri tedeschi verso il mare trovano infatti riscontro nella documentazione dell’epoca, a differenza di quanto avvenne ai loro contemporanei francesi. Da Spira i bambini marciarono verso sud e attraversarono le Alpi, in un’odissea le cui difficoltà rasentano l’inimmaginabile. Spossati dalla fame, dal caldo e dalla fatica, molti conclusero la loro vita in qualche tomba anonima sul ciglio della strada o decisero di tornare a casa. I superstiti raggiunsero Piacenza a fine agosto. Avevano percorso quasi settecento chilometri in un mese. Da Piacenza peregrinarono altri centocinquanta chilometri fino al porto di Genova, dove arrivarono in più di settemila. Qui il loro viaggio giunse al termine: nonostante le preghiere, infatti, il mare si rifiutò di aprirsi davanti a loro.

Pueri in cammino verso la Terra Santa

Il gruppo si disgregò: c'è chi coraggiosamente decise di tornare a casa e chi accettò di restare a Genova e vivere come servo presso le famiglie locali. Centinaia o migliaia di loro, delusi dal fallimento, non fecero mai più ritorno a casa. Gli artigiani e i commercianti di Genova, così come di altre dinamiche città industriali dell’Italia settentrionale, avevano bisogno di grandi quantità di manodopera a buon mercato e furono ben lieti di proporre ai pueri di fermarsi a vivere lì. La crociata tedesca dei bambini, che era iniziata come un movimento pregno di fervore religioso, si risolse in una prosaica migrazione di lavoratori. Molti di quei giovani pellegrini si stabilirono per sempre a sud delle Alpi. Forse qualcuno, spinto dal desiderio di raggiungere Gerusalemme, arrivò fino a Brindisi, dove però venne fermato dal vescovo. Altri ancora potrebbero essere arrivati a Roma ed essere stati ricevuti da Innocenzo III, che li avrebbe rispediti in patria.

Di Nicola non si seppe più nulla: secondo alcuni cronisti egli rientrò a Colonia di nascosto, per altri vagò in Italia, dimenticato da tutti. In Renania la rabbia e il dolore dei genitori, che non avevano potuto impedire alla loro progenie di andarsene, si sfogarono contro il padre di Nicola, che venne impiccato per aver incitato alla predicazione il figlio. Qualcuno giurò di averlo visto durante l’assedio di Damietta in Egitto, ormai ventenne, mentre lottava, da cavaliere crociato, contro gli infedeli.

"Pueri" o "Pauperes"? Un'Analisi Storiografica

La "Crociata dei bambini" resta ancor oggi uno degli avvenimenti più oscuri, con il mito della vicenda che ha attraversato i secoli, lasciando dietro di sé una ridda d’interpretazioni che, alla fine, hanno finito più col confondere le acque che col consentire la ricerca della verità. Le cronache che citano l’episodio sono una cinquantina, ma le informazioni sono spesso frammentarie. Il monaco benedettino britannico Matthew Paris (1200-1259) si limitò a dedicare all’avvenimento trenta righe nella monumentale «Continuatio Admuntensis», redatta fra i 24 ed i 50 anni dopo i fatti, definendola un «errore inaudito nei secoli». Ermanno di Altan, tra il 1240 ed il 1242, si espresse con poche parole: «…nell’anno del Signore 1212, verso il mare si dirigeva il cammino degli stupidi bambini…», senza spiegare chi fossero e dove andassero. Gli «Annali di Marbach» (redatti nel 1230) e gli «Annali di Laon» (1220-24) non offrono alcun supporto documentale esauriente. L’unico testo leggermente più ampio è quello di Alberico delle Tre Fontane, monaco cistercense, il cui pregio principale è di essere l’unica fonte sicuramente redatta fra il 1213 ed il 1215, quasi a ridosso degli avvenimenti.

La similitudine fra i due movimenti, francese e tedesco, fece sì che nelle cronache successive le due storie si fondessero. Secondo alcuni l'espressione "crociata dei fanciulli" deriverebbe dal fatto che nei documenti si usa il termine latino puer (fanciullo) intendendo in realtà pauper (povero); il fatto che poi si sia parlato di "fanciulli" deriverebbe da un'interpretazione errata. L'unico elemento presente in tutte queste frammentate documentazioni è l’inspiegabilità della quasi contemporanea partenza dei fanciulli.

Questa interpretazione ha trovato ampio consenso tra gli storici. Sembra difficile, infatti, immaginare trentamila bambini che si muovono liberi per l’Europa comandati da due dodicenni. Consideriamo anche che provenendo da diverse zone dell’Europa non parlavano la stessa lingua. Le fonti, inoltre, sono influenzate dal periodo storico. Una possibile risposta ci viene dagli “Annali piacentini” che registrano il passaggio in città di una moltitudine immensa che il cronachista descrive con le parole «…pueri…infantes….puellae…» aggiungendo significativamente, però, anche, «…mulieres et boni viri…». Insomma: c’erano anche donne e uomini. Del resto, bisogna considerare che il termine puer, che traduciamo con “ragazzo, fanciullo”, nel latino medievale aveva assunto un significato semantico più vago: se in età classica la locuzione si riferiva a soggetti alle soglie dell’adolescenza, nell’alto medioevo si utilizzava giungendo ad indicare giovani fino ai 18-20 anni, considerando che ragazzetti di 12-15 anni erano considerati già in età di matrimonio oltre che, da tempo, adibiti ai lavori agresti.

Peraltro, stando a Philippe Arés e George Duby, sembra che puer, soprattutto in campagna, era applicato ai lavoranti di più basso livello ed ai figli più giovani esclusi dall’eredità paterna, e, se ci si pensa, fino a non molto tempo fa anche in italiano si utilizzava la formula “ragazzo di bottega” per indicare l’apprendista, indipendentemente dall’età anagrafica. La folla che si riunì a Saint-Denis con a capo Stefano altro non era, per alcuni studiosi, che un normale pellegrinaggio in città in occasione della fiera di Lendit, un evento che attirava migliaia di mercanti e visitatori. La composizione eterogenea dei gruppi è confermata da alcune fonti che parlano di una folla composta da bambini ma anche ragazzi, ragazze, anziani e adulti. In alcune fonti sono menzionati come “stupidi bambini” o “sciocchi viandanti”. Un gruppo eterogeneo anche sul piano sociale. Sembra credibile l’ipotesi che si trattasse di persone provenienti dalle classi agricole perché secondo alcune fonti abbandonano gli aratri per imbracciare croci e insegne.

La "Crociata dei fanciulli" non può essere considerata una vera e propria crociata in quanto non fu il papa a convocarla, e non ebbe alcun sostegno da parte del clero e delle autorità costituite. Tuttavia, è innegabile che alcuni dei partecipanti avevano formulato i voti dei crociati, la cui validità era riconosciuta dalla Chiesa stessa. Ne è una testimonianza il fatto che nel 1220 papa Onorio III liberò da quei voti un «povero studente» di nome Otto. La Chiesa avrebbe inoltre utilizzato l’esempio della dedizione totale dei bambini per caldeggiare una nuova crociata, la quinta, che venne promossa a partire dal 1213. Come disse allora un predicatore parigino, la cristianità chiamata a prendere la croce era come una pianta irrorata dalla fede. Se ogni cristiano era parte di questa pianta nutrita dalla linfa vitale di Cristo, quelli più vicini alla terra (e a Cristo stesso) erano proprio «quei piccoli innocenti» che avevano preso la croce l’anno prima.

Una possibile spiegazione viene dal “clima” del momento. Già dal 1209 Papa Innocenzo III aveva lanciato l’ipotesi di bandire una nuova Crociata e, nel frattempo, aveva utilizzato proprio il termine “crociata” per indicare la dura repressione armata in atto contro gli eretici Catari ed Albigesi. Forse aveva influito su di loro la massiccia propaganda anti eretica che usava la locuzione “crociata”, esercitata da oratori viandanti, a volte improvvisati e particolarmente esaltati, che percorrevano in lungo e in largo Francia e Germania. Credibile, quindi, che il pericoloso “mix” creato dal “clima” parossistico anti ereticale, le attese legate alle marcate indecisioni papali ed i veti incrociati dei potentati laici, abbiano indotto settori particolarmente suggestionabili del popolino a tentare di muoversi da soli. Alcuni storici, peraltro, hanno fatto notare che in quello stesso lasso di tempo sembra sia intervenuta una grave siccità: fu forse un’altra delle ragioni che spinse ad abbandonare i lavori agricoli e ad incamminarsi verso la Terrasanta?

Echi e Leggende: L'Impatto Culturale della Crociata dei Bambini

Al di là della ricostruzione storica e delle sue incertezze, l'evento ebbe un impatto profondo sull'immaginario collettivo, permeando leggende e opere letterarie. Tra le sue probabili origini, la Crociata dei Bambini si annovera come possibile fonte d'ispirazione per la fiaba del Pifferaio Magico di Hamelin dei fratelli Grimm. La fiaba narra che il pifferaio, dopo aver liberato la città dai ratti, non fu pagato dalla gente del posto. Per vendicarsi, durante la notte, riprese a suonare e attirò tutti i bambini della città portandoli via. Centotrenta bambini lo seguirono in campagna e vennero rinchiusi dal Pifferaio in una caverna o condotti verso una grande montagna che si aprì per inghiottirli.

Illustrazione del Pifferaio Magico

La crociata dei fanciulli si può ascrivere nel gruppo delle cosiddette “crociate popolari”. Infatti non è né la prima né l'ultima nel suo genere. Abbiamo testimonianze di una “Crociata dei pastori” e una “Crociata dei pezzenti”. La vicenda, sommariamente ricostruita, fa parte di quel complesso, e ancor poco studiato fenomeno, rappresentato dalle cosiddette “crociate popolari”. Non sarà neppure l’ultima, nel suo genere, se si pensa che nel 1251 si svilupperà una “Crociata dei pastori” e nel 1320 una “Crociata dei pezzenti”, entrambe con qualche singolare e misterioso punto di contatto con quella dei fanciulli del 1212. Le ultime due, però, saranno segnate da gravi episodi di violenza, mentre, invece, è indubbio che la “Crociata dei fanciulli” del 1212 ebbe un carattere assolutamente pacifico e segnato, a tratti, da forti tendenze mistiche legate alla religiosità popolare. Nessun segno, poi, di attese millenaristiche, né di antigiudaismo da parte delle due colonne guidate da Stefano e Nicola. Probabilmente, a meno che non emergano documenti sinora sconosciuti, non sapremo mai come realmente si svolsero i fatti, ma l’unica cosa certa che ci è consentito desumere dalle scarne fonti esaminate è che la “Crociata dei fanciulli” può essere assunta a paradigma unico ed irripetibile d’una genuina, persino ingenua, religiosità popolana e popolare che non si ritroverà più nei successivi casi.

In epoca moderna, l'evento ha continuato a stimolare la riflessione. Marcel Schwob nel suo "La crociata degli innocenti" (1972) ricostruisce questa mirabile irruzione dell’innocenza nella storia dando voce a meravigliati testimoni e agli stessi fanciulli crociati. Il vero significato delle crociate, suggerisce Schwob, è forse da ricercare in quelle storie di dimenticati e marginali che non si inseriscono mai perfettamente nel grande racconto dell’umanità. Per assicurare la trasmissione della memoria, che altrimenti rischierebbe di sprofondare in un oblio irreversibile, Schwob riprende e reinventa le testimonianze che il discorso ufficiale non ha potuto evocare per comporre una sinfonia poetica che canta il ricordo di un fatto storico leggendario, e dai contorni imprecisi: la peregrinazione di settemila bambini in viaggio verso il Sepolcro di Cristo durante l’epoca delle crociate.

La Crociata dei Bambini è anche il titolo alternativo del romanzo di Kurt Vonnegut Mattatoio n. 5. Nel fumetto Uccidete Nathan Never, Nathan Never recupera il libro La crociata dei bambini e il suo fedele amico Sigmund ne narra la storia. Questi riferimenti contemporanei mostrano come l'evento sia diventato un simbolo, spesso utilizzato per esplorare temi legati all'innocenza perduta, alla manipolazione e alla violenza. L’infanzia, infatti, è spesso sopravestita di innocenza: raramente si accetta di svelare l’autentica carica d’odio che le appartiene, una volta spogliata della sua mitologia. "La guerra non fa che riprodurre su scala colossale le brutture rimosse e la carica di odio dell’infanzia", scrive a proposito James Hillman. Si è più vicini anche a comprendere i peggiori comportamenti in guerra, dove tutti i freni della civiltà sono allentati e noi possiamo agire con la libertà assoluta del bambino sovreccitato. Gli americani, per quanto brutale o vuota possa essere stata nei fatti la loro infanzia, adorano l’idea dell'infanzia. La mente e il cuore americani trovano così irresistibili sia l’infantilismo sciocco (condannato dalla Bibbia) sia l’innocenza fanciullesca (esaltata dalla Bibbia), che è lì che finiscono per rimandare tutti i problemi, alla ricerca della loro immaginaria origine e della loro risoluzione. La violenza e la crudeltà della guerra sono la ripetizione di crudeli pratiche educative. La guerra non fa che riprodurre su scala colossale le brutture rimosse e la carica di odio dell’infanzia. Facciamo ad altri quello che è stato fatto a noi, e due, tre volte dì più, perché tanto a lungo l’abbiamo tenuto dentro.

In una civiltà cristiana, la cruda realtà della guerra ricompone l’immagine completa dell’Agnello, che include la sua Ira, rendendo la guerra ancora più intollerabile per i cristiani, perché essa rivela la presenza di Ares al fondo della loro fede. La “agghiacciante simmetria” di Tigre e Agnello, Ira e Amore, Satana e Cristo, Vendetta e Giustizia, Violenza e Redenzione diventa ipocrisia se viene adorato soltanto l’Agnello, mentre la sua Ira è ignorata. Che è ciò che avviene. Richiesti di indicare la caratteristica che meglio descrive il loro Dio, sette americani su dieci scelgono “l’amore”. L’ipocrisia dell’ignoranza volontaria ratifica la violenza innocente e l’innocenza violenta.

Il tema dei bambini in guerra o coinvolti in movimenti di massa non è estraneo nemmeno ai nostri tempi. Smolny, nove anni, parla guardando in camera: “È stata una mia decisione”. Si riferisce al campo estivo del battaglione Azov. Lo vediamo cantare di fronte a un fuoco una canzone, insieme ad altri bambini: “Giovani aquile, ragazzi! C’è un’atletica dell’igiene, un atletismo vigoroso che viene allenato - ed eccitato - attraverso le immagini, attraverso un insieme di discipline militari e scolastiche. Lo sport è anche metafora per trasmettere e comunicare il conflitto, costituendo intrinsecamente una “interfaccia culturale attraverso cui la guerra entra nella vita civile”. Pagine di Захист вітчизни (Proteggi la tua patria): libro di testo distribuito nelle scuole ucraine, all’undicesima classe (corrispondente circa ai 16 anni), mostrano come la guerra si nutra di immaginazione ed è alimentata dall'immaginazione. Molto prima della chiamata alle armi, il terreno è preparato dalle immagini della propaganda bellica e dai giochi dei bambini. E quando è finita, la guerra diventa letteratura e cinema; anzi, già mentre infuria è rivestita di immagini in poesie, racconti e riflessioni. Allo stesso tempo l’innocenza del bambino resta un attributo da sbandierare nel conflitto mediatico: egli è armato della propria impotenza, della propria indisponibilità a partecipare ai discorsi dei grandi, da cui resta escluso pur essendovi gettato.

Eppure, tale indisponibilità è fittizia: “per secoli, nella società occidentale i bambini sono stati immaginati come intrinsecamente cattivi e perversi, tanto da rendere necessaria ogni sorta di riti e misure disciplinari per traghettarli dal loro stato di ribelle selvatichezza alla condizione civile”. Il militainment è il neologismo che, dal 2003, risulta nei dizionari anglofoni per indicare una “forma di intrattenimento che prende in considerazione, o celebra, l’esercito”. Non è un caso che Jamie, 19 anni, giocatore assiduo di Call of Duty, senza alcun addestramento ufficiale, arruolatosi come foreign fighter, si sia recato al fronte ucraino, volando con un passaporto da minore. A commento, si giustifica: “Non c’entra il combattere, volevo mettere un sorriso sulla faccia di qualcuno”. Il sismografo del mondo oscilla, la terra è già da tempo allarmata per questa nuova crociata, che ripropone, in contesti diversi, le eterne questioni legate all'innocenza, alla fede e alla violenza.

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