Inizio Svezzamento: Comprendere le Sfide, Evitare gli Errori e Promuovere la Salute del Bambino

Il percorso che porta un bambino dal solo nutrimento liquido all'introduzione dei cibi solidi, comunemente definito "svezzamento", è in realtà un momento di "alimentazione complementare". Questo termine è preferibile, poiché non si tratta di togliere alcun “vizio”, ma piuttosto di integrare e ampliare le abitudini alimentari del piccolo. Molte sono le domande, i dubbi e a volte le preoccupazioni che i genitori si trovano a fronteggiare in questo delicato e particolare momento. La fase dell’avvio dell’alimentazione complementare non corrisponde, dunque, a un percorso rettilineo, anzi. Spesso ci sono brevi periodi di arresto che si possono manifestare attraverso una temporanea inappetenza del bambino o un parziale rifiuto del cibo.

All'inizio, il seno (o il biberon) rappresentano il legame fortissimo che il piccolo ha ancora con la sua mamma, e la poppata è un momento molto gratificante, ricco di sensazioni piacevoli. Il seno è morbido e caldo, mentre il cucchiaino è freddo e rigido, e il movimento che il bimbo deve imparare per ingoiare il cibo solido è del tutto diverso. Questo passaggio inaugura una serie di successivi cambiamenti evolutivi che porteranno il bambino ad affrontare nuove sfide, come le transizioni pannolino-vasino, lettone-lettino e così via; in ciascuno di questi momenti si ripropone sia un particolare vissuto di separazione sia un incontro con il nuovo. Lo svezzamento rappresenta quel graduale percorso di introduzione di cibi prima semi-solidi e poi solidi che porterà il bambino a una nuova relazione con l’alimentazione. Questo passaggio ha insito il concetto del “cambiamento” e non riguarda soltanto le abitudini alimentari del bambino. Infatti, durante lo svezzamento si elabora una nuova relazione tra genitore e figlio, soprattutto tra madre e figlio se il bambino è stato allattato al seno sino a questo momento, e si tratta, comunque, di un processo di separazione-allontanamento, che può risultare difficile sia al piccolo che alla sua mamma.

Bambino al seno e biberon a confronto con un cucchiaino

Il Timing Ideale: Ascoltare il Bambino, Non il Calendario

Per abituare il bambino ad avere un rapporto equilibrato con il cibo, il primo passo è imparare ad ascoltarlo e a rispettare le sue esigenze, fin dall’inizio. Sì, quindi, all’allattamento a richiesta, sia con le poppate al seno sia con il biberon, ma senza l’ossessione della bilancia. È sufficiente pesarlo una volta alla settimana, tenendo conto che nei primi mesi di vita dovrebbe crescere almeno 500 grammi al mese, che corrispondono circa a un incremento settimanale di 120-130 grammi. Il peso, però, è solo uno dei criteri affidabili per capire che un bambino sta assumendo tutto il latte di cui ha bisogno. È fondamentale procedere per gradi con lo svezzamento, senza alcuna fretta.

Lo svezzamento non andrebbe fatto prima dei sei mesi, minimo. Di questa cosa se parla dal 1994, quando OMS e UNICEF hanno lanciato l'allarme sui danni causati dallo svezzamento precoce. È stato scoperto, infatti, che i primi 1000 giorni di vita determinano lo stato di salute del bambino a vita attraverso un processo epigenetico. Ma, a prescindere da ciò che dice il pediatra, la suocera o chiunque altro, il bambino va svezzato quando è pronto! Ed è questo dettaglio che le mamme dovrebbero comprendere ed interiorizzare: è il bambino che decide, non il mondo esterno. O almeno così dovrebbe essere. Questo concetto è valido per l'uso del pannolino (la madre può decidere di toglierlo, ma se lui non è pronto…), è valido per il camminare, parlare, ma per lo svezzamento spesso non lo si applica. Non è detto che sia esattamente a sei mesi per tutti. Non siamo bambolotti prodotti in una fabbrica, tutti uguali, ma ognuno di noi ha una sua individualità, con un proprio grado di maturazione del proprio corpo, ognuno è pronto con i suoi tempi! È giusto che ogni singola mamma proceda secondo i tempi del suo bambino.

Quando un bambino è pronto ad essere svezzato paleserà i tre segni tipici tra cui:

  1. Capacità di mantenere la posizione seduta autonoma: Il bambino manifesta la capacità di mantenere in modo autonomo la posizione seduta, con il corpicino abbastanza forte da sorreggere il peso del capo senza cadere lateralmente.
  2. Perdita del riflesso di estrusione della lingua: Questo è quel riflesso per cui, se si mette un cucchiaino di pappa nella bocca del bambino, tira fuori la linguetta e sputacchia tutto quanto. Questo riflesso istintivo è importantissimo, perché indica prima di tutto che il bambino allunga la lingua in avanti per accogliere la mammella della mamma, unico cibo di cui si dovrebbe ancora nutrire. Inoltre, la natura ha messo a punto questo riflesso proprio per far sputare ai bambini il mangiare solido o la pappetta, che ancora non sono pronti a digerire.
  3. Interesse attivo e autonomo nei confronti del cibo: Il bimbo manifesta interesse autonomo nei confronti del cibo, con tentativi attivi di afferrare il cibo e portarselo in bocca, senza bisogno che la madre lo imbocchi, o peggio, lo "ingolli".

Solo quando questi tre segnali sono rispettati si può procedere con lo svezzamento, che può essere classico o auto-svezzamento. È importante ricordare che non esiste nessuna validità scientifica che avvalori la logica dello svezzamento classico. Gli schemini presentati dai medici nello svezzamento classico non hanno alcun senso, infatti sono diversi da un paese all'altro. Quindi non è detto che bisogna iniziare con le pappette di riso o con la frutta o i benedetti brodini vegetali. Ricordo, inoltre, che il latte è il principale alimento del bambino, fino all'età di circa 2 anni (in formula o materno che sia).

I tre segni di prontezza allo svezzamento: seduta, riflesso di estrusione, interesse per il cibo

I Pericoli dello Svezzamento Precoce: Una Questione di Salute a Lungo Termine

Le linee guida internazionali e nazionali sono chiare riguardo al momento ideale per iniziare l'alimentazione complementare. Il Ministero della Salute, l'OMS e l'UNICEF concordano nel dire di svezzare dai sei mesi in poi. Nonostante ciò, si osserva spesso una discordanza nella pratica quotidiana. Quando il pediatra suggerisce di svezzare a 4 mesi, un terzo del tempo prima rispetto alle linee guida, anche se spesso non ha mai studiato nutrizione, molte madri lo ascoltano. Ciò non significa che non bisogna dar retta ai medici. Anzi, è fondamentale farlo per quanto riguarda l'ambito medico. Tuttavia, se si vuole un piano alimentare non si va dal medico di base, e allora perché con il pediatra si esige che sia un tuttologo? Se poi lui o lei, sollecitato dai mille quesiti, ripete a memoria le linee guida degli anni '90, la colpa di chi è? Quante sono coscienti che il medico non studia nutrizione all'università? Lo fa solo se prende la specializzazione in tale ambito, che dura due anni. Tutti continuano a studiare una vita e si aggiornano, ma non tutti iniziano a studiare da zero la nutrizione. Il nutrizionista pediatrico studia 7 anni per definirsi tale (5 anni sulla nutrizione generica più 2 di specializzazione); tanto è il mondo che c'è da sapere dietro a un argomento che sembra alla portata di tutti. Quindi, fidarsi del medico sempre, ma delle linee guida ministeriali o degli specialisti un po' di più!

Lo svezzamento precoce predispone a una maggiore incidenza di allergie e infezioni ricorrenti, a disbiosi intestinali e ad alterata permeabilità intestinale. Non solo, ma può anche portare a deficit nutritivi. Ci si domanda, infatti, come possa assimilare qualcosa per cui non è pronto. Sono state riscontrate anche malattie metaboliche come obesità, con un rischio più che raddoppiato, diabete, colesterolo alto, steatosi epatica non alcolica e ipertensione. Si sospettano perfino deficit cognitivi, poiché il neonato, che ha una crescita rapidissima, necessita di specifici nutrienti che non sono presenti negli alimenti per neonati, ma sono contenuti nel latte, materno o in formula.

Siamo il primo paese in Europa per bambini sovrappeso e obesi, con punte al sud che raggiungono il 62% di bambini sovrappeso, con gravissime conseguenze. Il diabete si presenta sotto i 40 anni. I problemi epatici prima della pubertà. Le alterazioni metaboliche già in adolescenza, che si ripercuotono poi in maggiori incidenze di disturbi del comportamento alimentare (DCA) e un deterioramento della salute a 360 gradi.

Avete mai visto un cucciolo di mammifero, che neanche regge il peso della sua testa, venire ingollato come un'anatra all'ingrasso francese? Avete mai visto un cane o un gatto sdraiati passivamente, mentre la madre gli spinge cibo giù per la gola? Questo è ciò che si rischia di fare ai figli svezzandoli a 3-4 mesi: li si tratta come i maialini dell'allevamento intensivo, che vengono ingozzati di cibo invece che lasciati con la madre nutriti con il latte. Questi sono toni forti, ma la rabbia è giustificata dal fatto che siamo in Europa il primo paese per bambini sovrappeso e obesi, con adolescenti che mostrano problemi tipici di quarantenni e madri che sembrano cadere dal pero. Il cucciolo che si è messo al mondo è una responsabilità, ed è una responsabilità crescerlo correttamente, cercando di preservare il suo stato di salute.

CIBI ALLERGIZZANTI in SVEZZAMENTO nella DIETA del BAMBINO: COME INTRODURLI e ACCORGERSI di ALLERGIE

Superare i Falsi Miti e le Pressioni Esterne

Spesso, i consigli sbagliati arrivano proprio dal pediatra, spesso anziano e non aggiornato. Il problema principale è che, nonostante le direttive chiare di enti autorevoli come il Ministero della Salute, l'OMS e l'UNICEF, che suggeriscono lo svezzamento dai sei mesi in poi, molte famiglie ascoltano suggerimenti diversi. Questo crea una contraddizione in termini.

Questo articolo, colmo di frustrazione e rabbia, è per tutte quelle mamme che aggrediscono le altre donne chiamandole esagerate se attendono i 6 mesi, senza mettersi in dubbio che forse sono loro rimaste negli anni '80, ovvero mezzo secolo fa. Paladine del "si è sempre fatto così," combattenti vestite alla marinara che colpiscono a colpi di cristallo del "a 4 mesi va bene", facendosi vanto a chi li ha svezzati prima. Si sta sbagliando. Si stanno crescendo bambini che pagheranno la superficialità dei genitori. Non è un vanto; il conto arriverà a loro. È necessario prenderne coscienza perché i dati lo dimostrano.

Non vantatevi dello svezzamento precoce, i bambini pagheranno l'arroganza. È solo questione di tempo, ma l'epigenetica non dimenticherà un imprinting del genere. Sono 30 anni che le linee guida allertano sui pericoli perché ora si stanno vedendo le conseguenze degli orrori del passato. Molti genitori, prima o poi, vedranno il conto dei propri errori. Ma fingeranno di avere il prosciutto sugli occhi come fanno ora, del resto. L'importante è partorire; crescerli in modo sano preservando il loro futuro è sopravvalutato da ciò che si legge in molti gruppi. Prendete coscienza che se si svezza precocemente non si è "ganze anticonformiste". Aver partorito non dà una laurea. Se si è esagerati, è per quei figli che si dice di amare, ma che si gestiscono con disarmante superficialità quando si tratta di salute. E non attaccate con: "il mio sta bene e a 3 mesi mangiava la parmigiana frullata", perché se no si sembra persone che non comprendono il testo. Le esperienze personali, anche di chi ha cresciuto 3, 5, 7 figli, non contano nulla rispetto ai grandi numeri. Ad esempio, lo studio presente sul Ministero della Salute, chiamato "Okkio alla Salute," ha considerato migliaia di dati.

Le Sfide Comuni e i Segnali di Regressione

Talvolta, svezzamento già avviato o addirittura concluso, il rifiuto dei cibi solidi ha il significato di una regressione. Alcuni bambini improvvisamente desiderano nutrirsi solo di latte o poco più. Non c’è niente di male nell’assecondare queste richieste, l’importante è cercare di capire qual è il motivo di questo voler “tornare piccoli”. Può capitare in concomitanza di un cambiamento, ad esempio con l’arrivo di un fratellino, ma anche di un trasloco, o dell’inizio della scuola materna. Tornare a questi “cibi coccole” significa per il bimbo rassicurarsi, recuperare le energie per poi riprendere a crescere. Si tratta solo di una fase passeggera, che difficilmente dura più di due o tre settimane.

Verso gli otto mesi può arrivare un momento critico. C’è una tappa delicata dello svezzamento in cui si può mettere in conto una piccola regressione. Intorno agli otto mesi, è frequente che il bambino vada incontro a un calo dell’appetito, in coincidenza con il periodo della dentizione. Inoltre, acquistando sempre più autonomia nel movimento, perde un po’ di interesse per il cibo perché tutta la sua attenzione è rivolta alla scoperta delle sue nuove abilità motorie. Il suo gusto in questo momento si sta affinando, ed è importante che la mamma riesca a stimolarlo proponendo via via sapori nuovi per stuzzicare la sua curiosità e il suo appetito.

Bambino che gioca con i cibi

Creare un Ambiente Sereno e Rispettoso: Evitare Forzature e Ricatti

Già dallo svezzamento, si devono evitare pressioni perché il piccolo mangi controvoglia. Mai fargli sentire di essere approvato e amato soltanto se “dà soddisfazione alla mamma", svuotando sempre il piatto che gli viene offerto. Non mettergli in bocca tutto il cucchiaio con tanta pappa nella speranza che “qualcosa vada giù”: all’inizio il bambino deve imparare a succhiare il cibo. Non porgergli il cucchiaio dall’alto, perché può essere vissuto come un’imposizione; per lo stesso motivo, non cercare di distrarlo per imboccarlo a sorpresa. Non trasformare il cibo in un’arma di ricatto, offrendogli una ricompensa se mangia: crescendo, finirà per chiedere sempre qualcosa in cambio di quello che fa. Non sentirsi “respinti” se rifiuta il cibo e non pensare che questo significhi che non vuole la mamma o quello che fa per lui.

Durante lo svezzamento il bambino apprende nuove consistenze e nuovi sapori e scopre un modo di alimentarsi che è prima ulteriore poi completamente autonomo rispetto all’allattamento, ovvero al succhiare il latte dal seno materno o dalla tettarella. Questo significa che il bambino svezzato fa esperienza di un nuovo ambiente in cui alimentarsi, incontrerà elementi a lui sconosciuti come il seggiolone, il vassoio, il piatto, la pappa che da semi-liquida diventa sempre più solida implicando la masticazione competente, gusti nuovi, la manipolazione e l’uso degli utensili. In questa fase è compito dell’adulto stimolare l’interesse del bambino verso il cibo e più in generale verso il momento del pasto. È consigliabile creare un’atmosfera serena, ove necessario, abbassando anche le aspettative.

I bambini possono vivere momenti di sana ribellione oppure possono esprimere atteggiamenti aggressivi, reazioni di rabbia o di protesta che si concretizzano talvolta nel rifiuto di masticare: in questi casi, è importante che chi si prende cura del piccolo li riconosca, li tolleri e dimostri incoraggiamento e sostegno. L’insistenza genera maggiore resistenza: spesso i “no” del bambino sono direttamente proporzionali all’insistenza degli adulti sul cibo. È consigliabile che gli adulti evitino usi impropri del cibo. Il rischio, infatti, è quello di fare dell’atto con cui ci si nutre uno strumento di potere. Sono poco produttivi, anzi, dannosi, gli interventi intimidatori, ricattatori o che utilizzano logiche affettive: «Se non mangi tutto, chiamo il vigile che ti porta in prigione!», «Se non finisci la pappa, non andiamo al parco!», oppure «Se non mangi, la mamma è triste e piange!».

Il Ruolo della Convivialità e della Famiglia

All’inizio avviene un cambiamento di “posto” che è emblematicamente rappresentato dal passaggio dall’abbraccio dell’allattamento alla seduta frontale sul seggiolone: dal piacere di essere accolto e contenuto nel ricevere, il bambino passa a una nuova posizione. La seduta frontale è, in fondo, quella tipica dello stare a tavola insieme e propone, quindi, al bambino un modo di alimentarsi più rituale, meno intimo rispetto all’allattamento, che inaugura l’ingresso del piccolo nella convivialità.

Educare alla convivialità: è prezioso promuovere un avvicinamento dei bambini al significato e alla storia culturale che da sempre accompagna il pasto. Lo stare seduti a tavola è un percorso fatto di esplorazione, scoperte, odori, colori, profumi, suoni e sapori nuovi e non deve seguire tabelle prefissate. Per questo è importante che il bambino impari fin da subito, cioè non appena è in grado di mantenere la schiena diritta, a stare alla tavola dei grandi, all’inizio come spettatore e dopo qualche mese come attore protagonista. Il bambino fino ad ora non ha riconosciuto altro se non la tetta e/o il biberon. Per facilitare l’incontro con i nuovi alimenti e favorirne l’autonomia è fondamentale fargli toccare il cibo, farlo sporcare, giocare, farlo diventare parte attiva di questa nuova esperienza. Familiarizzare con consistenze, colori e odori è il primo passo che trasporterà il bambino verso quello che sarà l’impegno e il piacere di tutta la vita: mangiare.

Durante il divezzamento non sono solo due i personaggi della rappresentazione. Il papà ha un ruolo essenziale di sostituzione della mamma, soprattutto nel caso in cui la relazione mamma-bambino è troppo intima. Con la sua presenza il papà mostra che ci si può alimentare in modo diverso, rassicura la mamma sul suo operato, rafforza la sua relazione con il bambino ristabilendo il giusto equilibrio tra le parti all'interno della famiglia.

Quando il "No" del Bambino Non È un Rifiuto della Mamma

“Se il bambino rifiuta il cibo, non bisogna scoraggiarsi, ma anzi è importante chiedersi il perché. Attraverso il cibo passano molti sentimenti, cibarsi significa attingere dal mondo, relazionarsi con chi ci offre il nutrimento e con chi lo consuma insieme a noi. Dinnanzi allo svezzamento, però, noi adulti spesso dimentichiamo tutto ciò che il cibo rappresenta e, suggestionati dal binomio salute-appetito, così come ossessionati dalla paura che il bambino mangi troppo poco o che non sia abbastanza autonomo per mangiare da solo, incominciamo ad oggettivare i cibi traducendoli in peso, quantità, apporto nutritivo e persino tempo speso a far mangiare nostro figlio."

Il famoso movimento della lingua che nei primi mesi si porta fuori potrebbe dare l’impressione che il piccolo rifiuti il cibo. Infatti, è tipico dei primi tempi il movimento ripetuto di raccogliere la pappa che fuoriesce dalla bocca per offrirla nuovamente. Potrebbe essere che il bambino non apprezzi il gusto salato o il dolce diverso dal latte. È questa una situazione frequente che richiede solo perseveranza. Non bisogna arrendersi, una sospensione di alcuni giorni, lontano da pappe e cucchiaini, potrebbe essere utile. Naturalmente anche il gusto del piccolo si deve gradualmente formare attraverso ripetuti assaggi. Il passaggio da un contatto strettissimo con il corpo della mamma a una visione frontale nella somministrazione della pappa potrebbe essere un trauma per il piccolo che da sempre ha associato il cibo alla mamma. È buona norma rassicurare il bambino con sorrisi e ancora sorrisi e poi carezze e sguardi che gli facciano sentire che la mamma è lì e che non è cambiato nulla nella loro relazione.

Un esempio delle difficoltà che i genitori affrontano è la situazione di Peppino, per cui lo svezzamento non sta andando bene. Già da più di un mese mangia la frutta con il cucchiaino volentieri, ma con le pappe, dopo qualche cucchiaino, inizia a lamentarsi e a piangere disperato. La pediatra aveva suggerito di continuare a provare e, eventualmente, di mettere la pappa nel biberon. Oppure il caso di Ferry, che dopo pochi cucchiaini smette di aprire la bocca, e i tentativi di distrazione o di mettere il brodo nel biberon sono inutili. O ancora, Puccio, che a 6 mesi sputa tutto e dopo aver giocato un po' con le pappe, si mette a piangere indicando le tette della mamma. C'è Mimmi, che a 6 mesi e mezzo non ne vuole sapere del cucchiaio, né con frutta, né verdura, né pappe lattee. Apre la bocca la prima volta e poi più niente, o sputa tutto. Queste sono le storie di mamme che cercano su Google “svezzamento disastro” o “non mi mangia le pappe”.

CIBI ALLERGIZZANTI in SVEZZAMENTO nella DIETA del BAMBINO: COME INTRODURLI e ACCORGERSI di ALLERGIE

Purtroppo lo svezzamento spesso coincide con l’ingresso del piccolo al nido e l’allontanamento della mamma per il rientro al lavoro. Così scatta il pensiero più frequente: “se mi rifiuta la pappa come si alimenterà?” e “non mangia, si indebolirà”. Questo porta a insistere con le pappe, a forzare con il cucchiaino e a manifestare disappunto e preoccupazione. Invece, l’insistenza, e questo si può dire ad ogni età, genera maggiore resistenza. Il cibo non è visto dal piccolo come qualcosa di buono ma come ciò che fa arrabbiare la mamma e lo infastidisce. Quante volte con i bambini più grandicelli usiamo le espressioni: “se mangi ti faccio vedere il cartone”, “se fai il bravo ti dò una cosa buona”. Il cibo è usato con carattere intimidatorio e ricattatorio e questo spesso si fa anche durante lo svezzamento. “Purché mangi” è il pensiero di molti genitori che durante lo svezzamento distraggono il bambino dal cibo. Invece, il pranzo, a cominciare dal divezzamento, dovrebbe avere un momento tutto suo di serenità, condivisione e scoperta. Il bambino deve capire che “quando si mangia, si mangia e basta”.

Il Bambino Come Protagonista: Rispettare Fame e Sazietà

Lo svezzamento è una fase di passaggio e non è una gara a chi mangia di più, né più velocemente, men che meno rappresenta la definizione del carattere alimentare di una persona. I bambini mangiano perché rispondono a un bisogno vitale, e ogni bambino viene al mondo con una naturale competenza a riconoscere e gestire la sua stessa fame e sazietà. Ogni volta che un adulto costringe un bambino a mangiare tutto o un po’ di più rispetto al suo limite naturale, i segnali interni del piccolo vengono smentiti e confusi da una richiesta esterna intromissiva e innaturale.

Si pensa allo svezzamento come a un momento in cui quantità precise di alimenti devono essere assunte dal piccolo. Ma non è mai così. Durante questo periodo, che è molto diverso da bambino a bambino, le quantità sono molto variabili perché il piccolo continua ad assumere latte, che è un alimento a tutti gli effetti. Quindi, soprattutto quando prende il latte materno, non si deve insistere perché finisca tutta la pappa. Non si deve perdere di vista il fatto che questo periodo corrisponde a un passaggio graduale dal solo latte a quello con latte più alimenti solidi, per cui il bambino deve essere libero, e sappiamo che è in grado di farlo, di gestire il suo appetito. Il rispetto per il bambino e i suoi tempi sono la base di un divezzamento sereno. Quindi no forzature perché il piccolo potrebbe essere sazio. In particolare, ricordate che i bambini tenderanno ad esplorare il cibo non solo con le papille gustative, ma anche con la bocca, masticandolo e deglutendolo, pertanto è fondamentale permettere al bambino di toccare il cibo anche con le mani, tastandolo, sporcandosi e provando da solo a portarlo alla bocca. L’obiettivo dello svezzamento è creare una relazione sana tra bambino e cibo, ovviamente considerati il cambiamento e la diversa natura e il diverso modo di fruire del pasto rispetto al latte e al latte materno. È naturale che il piccolo non apprezzi subito tutti i cibi, come è normale che nella loro scoperta non riesca sin da subito ad aderire a uno schema rigido e precostituito. Qualche pasto potrà persino essere appena assaggiato, non a caso all’inizio del percorso di svezzamento c’è il latte a fare da supporto alla crescita del bambino. La pazienza deve essere il binario e il modus agendi dell’adulto. Restando nell’alveo delle indicazioni del Pediatra, il genitore non deve mai sovrastare o perdere di vista le necessità e i bisogni soggettivi per come espressi dal bambino. Posto il rispetto dei requisiti minimi, ovvero età e competenze motorie, un bambino può opporre resistenza allo svezzamento per una pluralità di fattori.

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