Nel contesto di una situazione internazionale in rapido mutamento, la propaganda russa dimostra una sorprendente flessibilità nella definizione e nella rappresentazione del proprio nemico. L'analisi di queste dinamiche non è solo un esercizio accademico, ma un passo fondamentale per decifrare le complesse strategie di influenza che il Cremlino impiega sia a livello interno che nel panorama globale. La comprensione dei metodi e degli scopi di questa propaganda è essenziale per fornire al lettore gli strumenti minimi necessari per riconoscerla e cercare di neutralizzarla all'interno del proprio ambiente informativo.
La Flessibilità del Nemico: Un Bersaglio in Continuo Mutamento
Fino a poco tempo fa, i principali media russi ripetevano che gli Stati Uniti erano il nemico numero uno, da annientare “fino alla cenere nucleare”. Uno degli esempi più eclatanti di questo repentino cambiamento di rotta è l’atteggiamento del giornalista e conduttore televisivo russo Vladimir Solov’ëv, figura chiave della propaganda di Stato russa. Un tempo dichiarava con isterica aggressività: «Nessun rispetto per gli americani». Oggi, invece, Solov’ëv si esprime in modo completamente diverso, con toni pacati e persino concilianti: «In realtà, tra America e Russia non c’è alcun conflitto». Questa nuova linea retorica è stata immediatamente ripresa dai media statali. In un attimo, i nemici diventano alleati, mentre gli ex partner si trasformano nel bersaglio di attacchi mediatici. Questa capacità di mutare rapidamente l'identità del nemico è una delle caratteristiche più salienti dell'apparato propagandistico russo, un tempo sovietico, quando il Cremlino lo ritiene necessario.
Mentre i propagandisti russi modificano radicalmente il loro tono nei confronti degli Stati Uniti, la nuova “nemica” designata è l’Europa. I funzionari russi accusano sempre più spesso i Paesi europei di essere responsabili dell’escalation del conflitto in Ucraina. Il Comitato Investigativo russo ha dichiarato che gli Stati europei sono i principali fornitori delle armi più pericolose a Kiev. La propaganda russa insiste sul concetto che senza il sostegno degli Stati Uniti, né l’Ucraina né l’Europa sarebbero in grado di opporsi alla Russia. I canali televisivi statali descrivono apertamente l’Ue e Kiev come “deboli”, affermando che “il nemico naturale della Russia è l’Europa unita” e che “senza l’appoggio americano, la Russia potrebbe spazzare via l’Europa”. Nei canali Telegram filogovernativi, addirittura, iniziano a circolare fantasie su una possibile spartizione dell’Europa tra Mosca e Washington.
Un’attenzione particolare è riservata al presidente francese Emmanuel Macron, presentato come il leader che vuole assumersi la responsabilità dell’intera Ue. La principale agenzia di stampa statale Tass e altri media russi dipingono le dichiarazioni di Macron come irresponsabili e provocatorie. Particolare enfasi viene data alla sua affermazione secondo cui la Francia potrebbe estendere il proprio deterrente nucleare a tutta l’Europa. La propaganda cerca anche di alimentare un contrasto tra Macron e Trump. Ad esempio, viene citata questa dichiarazione del vicepresidente Usa J.D. Vance: «La principale garanzia di sicurezza è la cooperazione economica con l’America». A quanto detto da Vance, i propagandisti aggiungono una Chiosa: «non 20mila soldati di un Paese qualsiasi che non ha combattuto guerre negli ultimi 30 o 40 anni». Il cambiamento della retorica si riflette anche nelle pubblicazioni della Tass. Sempre più spesso, i suoi articoli sottolineano il concetto secondo cui l’Europa è ormai isolata, mentre la Russia starebbe diventando un partner più conveniente per gli Stati Uniti. In una delle ultime analisi pubblicate, si legge: «Nel comunicato finale dell’ultimo vertice europeo, per la prima volta dopo molti anni, non viene menzionato il ruolo degli Stati Uniti». Altri analisti vicini al Cremlino promuovono tesi ancora più radicali. Un commentatore della Tass afferma che la situazione attuale rappresenta «una spartizione dell’Europa, una lotta per l’eredità dell’Unione Europea» e che, in questo contesto, Washington potrebbe persino fare concessioni alla Russia: «Gli Stati Uniti potrebbero allentare in modo mirato alcune sanzioni contro la Federazione Russa per ripristinare il proprio accesso alle risorse russe più strategiche, mentre i partner europei non avrebbero lo stesso privilegio».

L’improvviso cambio di rotta della propaganda russa potrebbe disorientare anche gli analisti politici più esperti, per non parlare dei cittadini comuni, che per anni hanno percepito gli Stati Uniti come un nemico giurato. In una sua ultima opera è stata creata una grafica che raccoglie le frasi chiave delle relazioni russo-americane degli ultimi 100 anni: NOI! RUSSI! CON NOI!L’AMERICA! CONTRO! L’esempio dimostra chiaramente quanto possa essere flessibile la propaganda russa, un tempo sovietica, quando il Cremlino lo ritiene necessario.
Le Radici Storiche e le Nuove Armi dell'Information Warfare
L’uso della propaganda come strumento di politica estera è noto da secoli. Nell’epoca contemporanea è servito in particolare a giustificare guerre e interventi militari. Nel caso della Russia - che nell’attuale fase di restaurazione politica interna ha visto la ripresa del controllo dello Stato da parte di una classe politica già in possesso per un settantennio delle leve del potere e una consistente continuità amministrativa - questo strumento, rivitalizzato da un quindicennio, è stato sottovalutato nelle analisi dei political scientists occidentali. Le tecniche di Information Warfare (IW) sono state perfezionate e si sono moltiplicate dai tempi della creazione di una fake façade della realtà sovietica. I nuovi media hanno fornito formidabili strumenti per la rinata potenza politico-militare, che non agisce solo per consolidare un proprio soft power, ma utilizza i metodi della “strategia indiretta” del passato, trasformata in agitazione politica e ricerca di supporter riuniti in network per l’influenza e l’azione politica in Occidente e nelle Repubbliche ex sovietiche indipendenti.
Gli strumenti vanno dall’uso di media tradizionali alla creazione di canali televisivi all’estero (media-offshoring), a quello di internet con interi uffici dedicati alla disinformazione e all’orientamento dell’opinione pubblica e dei governi, di troll factories che agiscono con centinaia di addetti nei social media, nei blog e nei forum, diffondendo commenti pilotati, false informazioni e utilizzando le tecniche più sofisticate della guerra psicologica. Non sono state abbandonate le tradizionali pubblicazioni disorientanti, basate su documenti artefatti, presentati parzialmente o sulla de-contestualizzazione storica. In alcuni casi tali pubblicazioni sono apparse solo all’estero, così come film e documentari prodotti in grande quantità dal 2005 e finalizzati a influenzare l’opinione pubblica internazionale.Le tecniche sono ancora quelle studiate in passato, in campo politico-militare, descritte ad esempio dall’analista americano T. L. Thomas: il discredito, l’inganno degli oppositori e il disorientamento dell’opinione pubblica (si pensi alla martellante retorica dei “fascisti” in Ucraina o nei Paesi Baltici). Si servono poi della “distrazione” (creazione di minacce immaginarie per fornire obiettivi inconsistenti e indurre la paralisi), dell’invio ai nemici di una grande quantità di informazioni contraddittorie, dell’esaurimento delle forze, inducendo a impiegarle per obiettivi inutili o fittizi, dell’inganno, provocando la concentrazione dell’attenzione e delle forze su temi e obiettivi irrilevanti, del divide et impera, inducendo fratture nel campo avverso (UE, NATO, partiti politici o coalizioni, anche mediante finanziamenti selettivi per influenzare elezioni e durante cicli elettorali), della deterrenza, creando l’impressione di un’insormontabile superiorità, della provocazione, al fine di indurre azioni a sé favorevoli, della suggestione, offrendo informazioni che colpiscano la legalità, moralità, ideologia, i valori del nemico (ad es. con una “guerra culturale” fra “valori tradizionali cristiani” e “liberalismo” occidentale, a volte utilizzando contraddittoriamente la storyline dell’“età d’oro” del regime sovietico). Si fa poi uso del discredito di interi paesi o classi politiche agli occhi della popolazione o dell’opinione pubblica internazionale mediante tesi complottiste. Gli esempi di applicazione recenti sono innumerevoli. La disinformazione serve a preparare l’opinione pubblica prima di operazioni militari, come si è visto nella campagna crimeana o nel Donbas.
Le finalità perseguite da un’autentica geopolitics of information (A. Grigas, G. Csurgai) sono manifeste e/o latenti. Fra le prime vi è il dichiarato contrasto al soft power occidentale, visto come “guerra non lineare” e alle sue “mire di destabilizzazione dello Stato russo” e del suo “cortile di casa” (near abroad) mediante “rivoluzioni colorate”. L’uso della propaganda a fini di politica estera non è certo una prerogativa della Russia di Putin. Tuttavia, gli strumenti usati e i metodi per conseguire precise finalità di politica estera ne fanno un uso fra i più efficaci al mondo.
Dalla Realtà Alternativa alla Manipolazione Profonda: I Nuovi Pilastri della Propaganda Russa
È necessario distinguere due tipologie di propaganda: alternate reality propaganda, avente lo scopo di proiettare un’immagine falsa e coerente del mondo, e manipulation of reality propaganda, la quale mira invece a distorcere i meccanismi di analisi e comprensione degli individui su ciò che li circonda. La propaganda utilizzata in URSS rientra nella prima categoria: il regime comunista sottoponeva ai suoi cittadini informazioni intenzionalmente false ma coerenti fra loro, destinate a costruire l’immagine di un mondo perfetto che non esisteva. I campi di erbacce diventavano così pieni di girasoli, e se qualcuno affermava il contrario interveniva un organo essenziale per il funzionamento di questo schema, ossia la polizia politica (KGB in URSS, STASI nella DDR…), attore che si preoccupava di mantenere un clima di terrore costante tra i cittadini per cui era inevitabile credere (o quantomeno affermare di farlo) alla verità proposta dal regime.
Questo tipo di propaganda non è tuttavia più efficace, in quanto in seguito alla caduta dell’URSS la sua popolazione si è perfettamente resa conto delle reali e disastrate condizioni in cui versavano l’economia e la società, soprattutto confrontandole con quelle occidentali. Al giorno d’oggi, infatti, il Cremlino ha optato per il secondo modello, ottenendo una propaganda molto più subdola e complessa da identificare, a meno che non si conoscano molto bene gli schemi con cui opera, riassumibili in quattro pilastri.
Come ogni modello socio-economico, la propaganda russa si fonda su alcuni assiomi essenziali sottostanti, riconducibili alle teorie che il filosofo britannico Bernard Williams ha espresso nell’opera ‘Genealogia della verità’. Egli scriveva, all’inizio degli anni 2000, che vi sono due correnti di pensiero predominanti nella cultura e nel pensiero moderno, diametralmente opposte ma collegate: la ricerca continua della verità, al di là delle parole o dei comportamenti, e il dubbio dell’esistenza della verità stessa; il primo conduce all’altro, in quanto la continua ossessione per la veridicità e per il non voler essere ingannati ha innescato un meccanismo di critica che indebolisce la certezza di una verità sicura o dichiarabile in modo qualificato, non solo relativa ad alcuni messaggi. Questo è il punto di partenza della propaganda russa, che si articola sui seguenti principi:
- Dubbio circa l’esistenza di una verità assoluta: minando la fiducia nella possibilità di raggiungere una verità oggettiva, si apre la strada a narrazioni alternative.
- Rinuncia all’impegno per la coerenza: a differenza della propaganda sovietica, non si cerca una coerenza interna tra i messaggi, permettendo narrazioni contraddittorie che confondono e disorientano.
- Priorità alla quantità sulla qualità: una mole enorme di informazioni, spesso superficiali e contrastanti, satura l'ambiente informativo, rendendo difficile distinguere il vero dal falso.
- Inizia con qualcosa che già motiva, non con qualcosa che dovrebbe motivare: la propaganda si aggancia a sentimenti, paure o preferenze preesistenti nel pubblico, anziché tentare di imporre nuove ideologie.
Si può osservare che questi punti sono esattamente opposti a quelli usati dal regime comunista, che tanto si impegnava per creare un’immagine coerente e ben strutturata di un mondo basato su ideali che dovevano essere condivisi in quanto ritenuti virtuosi. Vlad racconta che a scuola era costretto a dire che ammirava Lenin, più ancora dei suoi genitori, che il socialismo era giusto e che l’esercito sovietico era forte. Nella propaganda russa odierna non accade nulla di tutto ciò: viene infatti fornita un’enorme mole di messaggi, volutamente contraddittori tra di loro, partendo dai gusti/dalle preferenze che una persona già possiede, che vengono messe in discussione con il fine di manipolarne le volontà. Il metodo è molto più raffinato, riconducibile a tecniche vere e proprie di ingegneria sociale: si prendono di mira eventi, emozioni, sentimenti già esistenti in un gruppo di persone specifico e si cerca di gonfiarli in modo che queste smettano spontaneamente di resistere al regime, litighino tra loro, arrivino a dubitare dei loro leader, gli uni degli altri, persino di sé stessi, fino alla convinzione che nulla può essere ottenuto e non vale nemmeno la pena provare.
Casi di Studio della Manipolazione: Dalla Bielorussia all'Occidente
Nel 2020 sono scoppiate numerose proteste contro l’ennesimo mandato del presidente bielorusso Lukashenko, in quanto le elezioni erano state legittimamente vinte dalla leader dell’opposizione liberal-democratica Svetlána Tichanóvskaja. La propaganda bielorussa derivava direttamente da quella sovietica (alternate reality propaganda: veniva semplicemente narrata e difesa la legittimità del potere di Lukashenko), infatti come quest’ultima si dimostrò del tutto inefficace. Così, Vladimir Putin inviò a Minsk dei propagandisti russi che riuscirono a stravolgere l’esito delle proteste. Lo youtuber bielorusso Maxim Catz ha realizzato un’ottima analisi degli eventi, riassunta di seguito e suddivisa in 3 principali momenti, avvenuti in successione temporale:
- Cambiare il focus principale dell’informazione: se prima il messaggio principale promosso dal regime era ‘Lukashenko è il presidente legittimo, è uno statista, è bravo…’, i propagandisti di Putin hanno spostato l’attenzione sull’inadeguatezza della Tichanóvskaja nel condurre il Paese, riconoscendo che ‘è una casalinga, è sconosciuta, non può occuparsi di politica..’. In questo modo, i russi hanno sfruttato i sentimenti di frustrazione e di impotenza, comuni nell’ex blocco sovietico, per infrangere la volontà dei manifestanti.
- Iniziare procedimenti penali di massa per gli oppositori: questa mossa ha avuto lo scopo di saturare l’ambiente informativo tramite le numerosissime notizie su arresti e processi, togliendo così spazio ad altri argomenti e dando inoltre la parvenza che le rivolte si stavano spegnendo, demoralizzando ulteriormente i dissidenti; il fatto di neutralizzare o ridurre tramite il carcere questi ultimi non era di per sé l’obiettivo cercato da Mosca.
- Inondare i social media con un mix di messaggi contraddittori e mal assortiti utilizzando post e commenti: esempi includono messaggi come ‘l’opposizione è impazzita, è in inferiorità numerica e circondata dai nemici, se avesse successo la Bielorussia perderebbe i legami commerciali vitali con la Russia, se la rivoluzione vincerà la Bielorussia diventerà un burattino degli Stati Uniti e perderà la lingua russa…’. Questi messaggi non avevano il fine principale di agire direttamente sul morale dei protestanti, come si potrebbe intuire, bensì di creare conflitti interni ai vari movimenti grazie alle argomentazioni e ai dibattiti con bot e troll, in modo da stroncarli definitivamente.
Come affermato nell’introduzione, il Cremlino ha sfruttato questi metodi per infiltrarsi nelle democrazie occidentali, riuscendo ad influenzare numerosi eventi politici, i cui più rilevanti sono le elezioni presidenziali del 2016 in USA e il voto sulla Brexit in UK. L’obbiettivo principale di Mosca non è, come genuinamente accade spesso, sostenere un certo candidato perché se ne condividono gli obbiettivi o gli ideali, bensì semplicemente creare destabilizzazione nelle democrazie occidentali, politica chiave al Cremlino da diversi anni. Trump, ad esempio, era favorito a Hillary Clinton in quanto avrebbe creato la maggior quantità di tensioni, tossicità e, in una certa misura, avrebbe minato la fiducia nelle istituzioni democratiche americane, nonostante l’altra candidata sarebbe stata più prevedibile sul piano internazionale.

Il risultato di queste tecniche, da anni applicate in vari Paesi occidentali, è l’esternalizzazione dei conflitti interni: problemi locali, che andrebbero risolti internamente alle democrazie, vengono attribuiti ad un’interferenza esterna legittimamente temuta. L’esempio italiano più appropriato è la caduta del Governo Draghi: il dubbio è stato posto da alcuni se sia stata dovuta a interferenze del Cremlino. Verosimilmente non c’entrano nulla, è tutto frutto di una classe politica inadeguata, che mira a soddisfare i propri interessi senza curarsi degli effetti delle scelte intraprese sul Paese. Le vittorie politiche in UK e USA sono quasi irrilevanti rispetto all’impatto di queste ultime due strategie, soprattutto considerando il risultato a cui stanno conducendo. Inoltre, è importante notare come numerosi politici in Occidente stiano utilizzando le tecniche manipolative russe nei loro discorsi, nella maggior parte dei casi appartenenti a partiti demagogici. Ad esempio, durante la pandemia Boris Johnson induceva le persone ad indossare le mascherine, ma senza dirlo in pubblico, dando luogo ad uscite simili a “beh, le mascherine sai, sono davvero fantastiche, ma non ne indosso una, non ne vedo la necessità, ma sono davvero fantastiche”. Questa è la propaganda russa, un innovativo e complesso metodo di lavaggio del cervello che mira ad annientare la razionalità degli individui.
Il Contro-Racconto: L'Analisi della Narrazione Pro-Cremlino attraverso l'Esempio di Alessandro Di Battista
Un esempio lampante di come la propaganda russa si manifesti nel dibattito pubblico occidentale è rappresentato dal libretto di Alessandro Di Battista, "La Russia non è il mio nemico". Il titolo richiama una recente campagna di manifesti pro-Cremlino, oggetto di interrogazioni parlamentari sul loro finanziamento, con conseguente rimozione da parte del Comune di Roma. Testa di ponte di quell’operazione nella capitale fu un ex dirigente del Movimento 5 Stelle romano. Quella campagna, nel professare sentimenti di amicizia con la Russia, metteva sullo stesso piano la fornitura di armi a Israele e Ucraina, lavando via i crimini degli “amici”. La stessa Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di cattura per Vladimir Putin, la ministra per l’Infanzia Maria Lvova Belova e due alti vertici militari russi; non ne ha mai richiesti né emessi verso esponenti del governo o dell’esercito ucraino. Mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha richiesto alla Russia il ritiro delle truppe. Il libretto di Di Battista è la prosecuzione ideale di quei manifesti, ma con altri mezzi espressivi. La brevità del testo e il suo ancorarsi rabbioso all’attualità farebbero pensare a un pamphlet. Una volta letto, la quantità di sciocchezze che riesce a condensare, unita alle manipolazioni di fatti piegati a tesi pre-confezionate, ne fa invece un testo utile a capire come funziona un certo tipo di propaganda, e quali danni può produrre per chi eleva certe figure a paladini di nobili cause. Del resto la vicinanza di Di Battista con il Cremlino viene da lontano, almeno da quando era nel Movimento 5 Stelle e fece parte della delegazione che incontrò Russia Unita.
Alessandro Di Battista costruisce "La Russia non è il mio nemico" come un contro-racconto. La tesi è che l’Europa è “bombardata” da un clima russofobico, perciò basterebbe conoscere la Russia “reale” per capirne la storia, le ragioni, perfino “quel che passa nella testa dei russi”. Nel libro questa promessa torna più volte: basterebbe conoscere la Storia per smontare l’allarme, riconoscere che un Occidente con la bava militarista alla bocca “provoca” e che le istituzioni internazionali applicherebbero due pesi e due misure.
La Russia di Di Battista è una Fantasylandia dove tutti sono felici e il male è una forza esterna. Le descrizioni paesaggistiche sembrano prese da un sito turistico a basso budget. Vorrebbero suscitare meraviglia e fratellanza, ad esempio evidenziando che Mosca ha sette colli, proprio come Roma. Una sciocchezza che lava via invasioni e pulizie etniche compiute dalla Russia e dall’Unione Sovietica. Una sciocchezza che però viene dritta dritta dalla propaganda del Cremlino: nel 2022 il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, disse in un’intervista alla TV di Stato che “La Russia non ha mai attaccato nessuno nel corso della sua storia”. Di Battista annacqua la versione del Cremlino, la localizza per il pubblico italiano. Qualcosa la Russia ha invaso, ma c’erano di mezzo popolazioni russe, quindi era un’invasione giustificata; l’unica eccezione, l’Afghanistan invasa dall’Unione Sovietica, ha fatto passare la voglia di sgarrare a suon di 25mila morti. E questa convinzione è ancora più forte in virtù dei fallimenti registrati quando, in epoca sovietica, i russi hanno messo piede in territorio straniero. Anche annacquata, l’opera di revisionismo resta tale.

L’Europa non ha ragione di avere paura della Russia, che da sempre non cerca altro, talvolta in maniera troppo brusca e scomposta, certo, che un modo di essere invitata a tavola e non essere schiacciata. La “fantasylandia” si vede bene anche nel modo in cui il libro racconta lo sguardo del Sud globale. Nelle pagine sulla RUDN (l’Università russa dell'amicizia tra i popoli) gli studenti congolesi diventano prova vivente che l’imperialismo russo sarebbe una paranoia europea: “nessuno di loro ritiene la Russia un paese spiccatamente imperialista”. Il “non imperialista” viene raccontato mentre si prepara un copione già visto altrove, dove l’offerta di sicurezza e addestramento apre la porta all’influenza politica e all’accesso alle risorse. Ma se lo fa la Russia, par di capire, smette di essere colonialismo e diventa rivoluzione.
Nonostante Di Battista concioni come uno Jacopo Ortis del campismo, la lettura essenzialista del popolo russo ha come proseguimento naturale l’identificazione con il leader. Senza uno sguardo critico, la Russia non può che coincidere con le cerimonie ufficiali sorte per riscrivere la storia, come nel caso della Grande Guerra Patriottica e nell’occultamento delle complicità sovietiche. Il Mamaev Kurgan è un luogo sacro per tutti i russi, non soltanto per i nostalgici dell’Unione Sovietica, per i nazionalisti più estremi o per i sostenitori di Putin, i quali, piaccia o meno, sono la maggioranza. Al Mamaev Kurgan salgono i giovani, gli anziani, gli ultimi veterani. C’è chi porta i bambini, magari pronipoti di un eroe o di un’eroina di guerra. A Stalingrado furono migliaia le donne che si distinsero in battaglia; non erano solo staffette e infermiere, erano cecchini, carristi, fanti, aviatori. I cerimoniali di regime e il consenso per il leader sono dati naturali. Se quest’ultimo è presentato in negativo, è per responsabilità altrui: “Basterebbe conoscere la Storia della Russia, quantomeno la storia degli ultimi due secoli, per capire che le continue provocazioni da parte occidentale […] non fanno altro che compattare il popolo russo intorno ai suoi leader”.
In questa cornice, i russi che non coincidono con la mistica popolo-Madre Patria-Leader spariscono. Siti come Mediazona, creato dalle co-fondatrici delle Pussy Riot, giornali come Novaya Gazeta. Le pagine di Anna Politkovskaja su Putin e la Cecenia, o il dossier del politico di opposizione Boris Nemcov sulle intenzioni del regime di invadere l’Ucraina. L’organizzazione Memorial, costretta all’esilio e presente anche in Italia. Nella Russia reale, cioè quella verificabile tra le maglie della censura e dei dati difficilmente reperibili, questi campioni di verità e giustizia esistono o sono esistiti. In quella “amica” di Di Battista no. Come si può “capire quel che passa nella testa dei russi” e allo stesso tempo cancellare sistematicamente quei russi che non entrano nell’identikit popolo-leader?
Immaginate un Alexandre Di Baptiste che dalla Francia scrive un libro sull’Italia, adottando solo e soltanto la prospettiva del governo attualmente in carica. Filtrando quindi eventi storici come il colonialismo, il fascismo o il terrorismo nero alla luce di cosa pensano i vari Meloni, Gasparri o La Russa; attraverso quel revisionismo sulle foibe volto a presentarci come vittime da riscattare durante la Seconda Guerra Mondiale; ignorando completamente ogni organizzazione o voce autorevole della società civile. Cosa pensereste di un autore così? Si direbbe come minimo che è un pennivendolo.
Se la storia russa è manifestazione del suo destino, tutto ciò che osa opporsi a essa è un’aberrazione. Naturale quindi che, lontano dal leaderismo e senza nemici utili alla causa, il popolo per Di Battista meriti diffidenza o disprezzo, senza autonomia di azione. Ecco quindi che l’Ucraina è un paese corrotto, nazista, e le rivolte del 2014 sono “un golpe”. Sono andati al potere i militari, è stata riscritta la Costituzione con i fucili puntati? No, si sono avute elezioni regolari. Ma Viktor Yanukovych era un leader filo-russo, e tanto basta. Ci sono stati morti?
Una terza chiave di lettura riguarda gli episodi “opachi”, dove l’incertezza nell’attribuire responsabilità è parte integrante della strategia d’azione, come per la guerra ibrida e le azioni di sabotaggio. Qui la retorica sfocia nel gaslighting: se un episodio non è dimostrato al 100% nell’immediato, allora la sua sola menzione sarebbe propaganda; e se un’istituzione prende una decisione nel dubbio (per sicurezza, deterrenza o prudenza), quella decisione diventa “russofobia”. Gli errori sono ovviamente la pistola fumante per poter dire “visto? Avevo ragione”. Così le interferenze del GPS sull’aereo di Ursula von der Leyen, o gli sconfinamenti di droni del 10 e 13 settembre 2025 diventano fake news create per giustificare la corsa al riarmo. Pazienza se i casi attribuiti dal 2022 sono circa un centinaio, tra cui l’uccisione di un disertore e il tentato avvelenamento di una giornalista russa rifugiatasi in Germania per evitare persecuzioni. Pazienza per gli allarmi delle agenzie di intelligence di almeno dieci paesi europei: poiché non ci si può fidare di loro, essendo parte di una cospirazione al riarmo, quegli allarmi vanno ignorati. Il suo scetticismo viene meno quando deve infatti denunciare non le responsabilità, ma il male incarnato dall’Ucraina e dall’Occidente.
Il sabotaggio del Nord Stream è presentato come un’azione compiuta da ucraini “supportati presumibilmente dai servizi segreti occidentali a cominciare dalla CIA”. Per il momento però, le ricostruzioni più attendibili, tra cui una del Wall Street Journal, non menzionano affatto questo coinvolgimento; a dare responsabilità piena agli Stati Uniti fu l’inchiesta fuffa di Seymour Hersh, che è stata proprio smentita dalle indagini successive. Il WSJ fa inoltre presente che tanto la CIA quanto Zelensky avrebbero provato a fermare il piano. In realtà questa domanda è aperta sulla pagina, ma ampiamente chiusa nella storia degli ultimi decenni. La Russia ha potuto infatti invadere paesi, abbattere aerei civili come il volo MH17, compiere o tentare assassini in territorio europeo, e l’ha fatta sostanzialmente franca. Le prime timide reazioni si sono avute nel 2014, con l’invasione della Crimea.
Il trattamento del diritto internazionale nel libro è coerente con lo schema visto finora: non viene usato come una grammatica comune di civiltà, ma come arma comparativa. Un tropo antisemita di lungo corso. Israele incarna quindi un male metafisico (ancora l’essenzializzazione) e le foto di bambini morti o denutriti ne sono il tratto manifesto, non il prodotto di azioni umane per cui esistono responsabili che devono risponderne. Perciò l’accusa di genocidio è evocata come sintomo del male e delle passioni che deve suscitare, non come una possibilità di giustizia attraverso la civiltà del diritto.
Questa relativizzazione la vediamo in un passaggio del libro sugli atleti israeliani, russi e bielorussi, partendo dal 2014. Nel 2014, quando Soči ospitò i XXII Giochi olimpici invernali, fu la Russia, con trenta medaglie, ad arrivare prima nel medagliere. I progressi in tal senso da parte degli atleti russi non potranno essere valutati nei prossimi giochi olimpici. Il 21 ottobre 2025, infatti, la FIS (Federazione internazionale sci) ha deciso di escludere gli atleti russi e bielorussi dalle Olimpiadi di Milano e Cortina. Non potranno gareggiare neppure a titolo neutrale (senza bandiera per intenderci) come avvenne a Parigi 2024. Gli atleti israeliani, anche quelli che hanno fisicamente partecipato al genocidio a Gaza o quelli che hanno inneggiato pubblicamente allo sterminio dei palestinesi, gareggiano ovunque e sotto la bandiera con la Stella di David. Israele per Di Battista non è oggetto di analisi: è un dispositivo retorico e un’incarnazione del male. Serve a produrre due effetti simultanei: 1) spostare il fuoco morale (“guardate il doppio standard”), 2) ricollocare Russia e Bielorussia sul lato delle vittime (“russofobia”), fino a far discendere da quella presunta ingiustizia perfino la credibilità interna di Putin. Non c’è nessun interesse per tutelare o rafforzare quelle istituzioni per cui dovrà per forza di cose passare qualunque processo volto ad assicurare giustizia, se mai sarà possibile averla. Ciò è in linea con gli amici della Russia, che proprio in questi giorni hanno condannato in contumacia a 15 anni di carcere Rosario Aitala: è il magistrato della Corte Penale Internazionale che aveva chiesto il mandato di arresto per Putin. Al suo lettore Di Battista chiede un patto morale che è fondato sull’amicizia con la Russia - altrimenti si è “russofobi” - e sulla demonizzazione (e non per modo di dire) di Israele. Non c’è rischio di antisemitismo in questo caso, poiché si tratta di un odio moralmente giusto; e se nel mondo si verificano attentati antisemiti, si può sempre puntare il dito contro Netanyahu e lo “Stato genocidia”.
Su quale sistema di valori si fonda questo patto? Non sull’orrore per il delitto, né su valori universali. Altrimenti le fosse comuni di Bucha e Izyum, così come le macerie di Mariupol, ci obbligherebbero a odiare la Russia e a razionalizzare attentati contro cittadini russi. Di Battista scrive: “la verità è che i vertici della Nato e dell’Unione europea utilizzano lo spauracchio russo (…) per giustificare (…) la più grande operazione di speculazione finanziaria della storia recente”. E ancora: “principali investitori istituzionali delle principali fabbriche di armi del pianeta sono tutti fondi finanziari”. Questa costruzione ha un problema di fondo: sostituisce la discussione (regole, trasparenza, conflitti d’interesse, controlli democratici) con una condanna morale a priori. Nega l’importanza stessa del concetto di difesa. Come se, per contrastare le speculazioni dell’industria farmaceutica, ruberie o irregolarità, si cercasse di bloccare in toto la produzione di medicinali. Viene inoltre negata qualunque autonomia decisionale a paesi come Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, alle loro mire (come Taiwan o Corea del Sud) e ai complessi dell’industria militare non riconducibili al discorso critico sull’occidente. È prima di tutto un difetto di campo di osservazione. Qui si vede il nucleo propagandistico di Di Battista. Secondo uno schema che abbiamo già visto nel Movimento 5 Stelle delle origini (e di cui conosciamo gli effetti disastrosi, ormai) l’informazione diventa una lotta tra “inermi cittadini” ed “élite” che manipolano, i fatti diventano sospetti in base a chi li espone, l’etica diventa appartenenza (“noi” puri contro i pennivendoli, i servi, i bellicisti, i russofobici). È una struttura che chiede al pubblico di riconoscersi e usa le emozioni e i nemici come tratto identificativo.
L'Antidoto alla Manipolazione: Il Metodo Scientifico e la Consapevolezza Critica
L’antidoto a queste complesse strategie di manipolazione risiede nell'adozione di un approccio critico e metodologico all'informazione. Analizzare il mondo con il metodo scientifico significa porsi domande, confrontare varie fonti e soprattutto studiare, perché solo attraverso la comprensione dei fenomeni, scientifici o sociali che siano, si può riuscire a delineare una chiara e netta linea che divide i fatti dalla propaganda. La capacità di discernere la verità dalla manipolazione richiede un impegno costante nella verifica delle informazioni e nel rifiuto di narrazioni preconcette o ideologicamente orientate.