Il Potere Sacro della Creazione: Miti Maya, Archetipi Femminili e Simbolismo della Fertilità

Se esiste un potere in grado di avvicinare l’essere umano a dio - qualunque sia il nostro personale rapporto con la spiritualità - questo è quello di portare nuova vita nel mondo. Questa forza primordiale ha permeato le culture di ogni epoca e latitudine, trovando espressione in figure divine che incarnano il ciclo incessante della nascita, della vita e della fine.

rappresentazione stilizzata dell'albero della vita e del ciclo delle stagioni

Ne è un esempio la figura di Gea, o Gaia, divinità primordiale, essenza stessa della Terra che, senza alcun intervento maschile, emerse dal caos e generò il cielo, dando vita a tutto ciò che conosciamo. Secondo Esiodo, prima di Gea esisteva solo il Caos: l’oscura e indistinta confusione del tutto. Gea nasce spontaneamente e dà vita a molte divinità legate agli elementi naturali o entità mostruose. In primo luogo, come la Luna cresce fino a mostrarsi in tutto il suo splendore e poi, poco alla volta, si ritrae nell’oscurità del novilunio, l’immagine della donna portatrice di nascita è da sempre affiancata a ciò che della nascita è l’opposto: la morte, rappresentata dal buio e dal declino che conduce alla fine.

L'Archetipo Femminile nella Preistoria e nel Mondo Antico

Il corpo femminile è stato oggetto di venerazione sin dalla preistoria. Nell’intera area mediterranea e fino alla regione danubiana sono state ritrovate testimonianze risalenti alle età della pietra - pitture, reperti o statuette - di divinità con fattezze di donna che raccontano di come, dato il suo intrinseco legame con la vita, la donna fosse ritenuta capace di mutare in animale. Esseri per metà donna e per metà pesce o uccello, rappresentazioni di labirinti sacri assimilabili all’idea dell’utero materno, ma anche idoli dalle eleganti fattezze di cigno raccontano del potere sacro conferito alla donna.

Vale anche per culture al di là dell’oceano: tra i Nativi Americani, la donna era associata all’immagine del bisonte, creatura fortemente connessa al concetto di abbondanza, ma anche di spiritualità, poiché si credeva che i bisonti fossero originari di un mondo sotterraneo ed emergessero direttamente dalla terra.

Facciamo un salto avanti di diversi millenni e spostiamoci nell’Antico Egitto. L’antica cultura del Nilo imponeva severe norme di purificazione alle donne mestruate, ma rivestiva di attenzioni e cure le donne gravide, il cui corpo veniva unto con oli benefici in segno di buona sorte. In particolare, le donne prossime al parto invocavano la protezione della dea Tenenet, che veniva rappresentata con un utero bovino sulla testa e che era associata all’idea di nascita sotto diversi punti di vista. Spostandoci nel cuore dell’Africa, raggiungiamo il popolo Igbo, particolarmente devoto alla dea Ale, divinità della fertilità connessa con il mondo spirituale e con la capacità di donare la vita e di toglierla. Bestemmiare insultandone il nome era un tabù severamente punito.

Nel Sud dell’Asia ci confrontiamo, invece, con il pantheon induista, dove le leggende sulla fertilità femminile sono legate a Lakshmi, dea benevola e saggia, custode del destino. La celebre festività del Diwali, la festa delle luminarie che accende di luci ogni angolo delle città, è dedicata proprio a Lakshmi, divinità a cui i fedeli chiedono di far visita alle proprie case per benedirle. Nella mitologia shintoista, religione animista e politeista del Giappone, Izanami è la dea legata alla creazione insieme al dio Izanagi.

Il Mito Maya e la Dea Ix-Chel

L’immagine iconografica di Ix-Chel, una delle divinità più complesse dei Maya, è strettamente legata all’Isola delle Donne (Isla Mujeres), al largo della costa orientale del Messico. Se fate ricerche su questa divinità dei Maya probabilmente troverete classificazioni del tipo: “dea lunare”, “dea della fertilità”, “moglie del dio del sole”.

Le raffigurazioni di Ix-Chel ce la mostrano in almeno due aspetti. Nel primo è “La Signora Arcobaleno”, la forza che manda la pioggia a nutrire le piante e a dissetare le creature viventi. Periodicamente rovescia la sua giara-utero sul mondo per assicurare la vita e mantenere le acque correnti. A questo aspetto potrebbero appartenere le sue raffigurazioni come giovane donna seduta sulla luna crescente, abbracciata ad un coniglio: o, se la Signora Arcobaleno è la Madre archetipale, la luna piena, questa Ix-Chel potrebbe raffigurare la Fanciulla.

rappresentazione artistica della dea Maya Ix-Chel con simboli lunari

Il secondo aspetto, a volte chiamato “Lei dal volto pallido”, raffigura Ix-Chel da vecchia, con un serpente che le fa da tiara, a volte con un gonnellino composto da ossa incrociate e zampe di giaguaro al posto delle mani, in cui sovente tiene un fiore. E questi sono senza dubbio i segni della terza figura della triade, l’Anziana, connessa alla luna calante. In questo aspetto, Ix-Chel è la custode delle anime dei morti e viene chiamata anche “tessitrice”, colei che taglia i fili al termine della tessitura. La piena circolarità del suo potere, che va dal creare e nutrire la vita al dare la morte, è quel che la definisce come una delle grandi dee primordiali.

Ad ogni modo, le sue devote erano convinte che Ix-Chel abitasse il tempio sulla piccola isola a lei sacra, Cozumel, e che là, come maestra di medicina e magia, dispensasse cure particolari alle donne incinte e partorienti. Madri e figlie hanno compiuto pellegrinaggi all’isola, durante il sesto giorno seguente la luna nuova, sino a tempi recenti. Ma il vero motivo per cui si cita questa divinità è il suo collegamento ad un mito che quasi tutte le culture umane conservano, quello del diluvio universale. Anche i Maya lo avevano: in esso, Ix-Chel è raffigurata come la creatura che il diluvio non riesce ad abbattere. La Signora dell’Arcobaleno resta in piedi e i flutti si infrangono su di lei senza arrecarle danno. C’è chi perciò l’ha definita “dea della catastrofe”, ma essa può essere interpretata come simbolo di una donna che rifiuta di diventare vittima di oppressione.

La Società Maya e lo Status della Donna

La spedizione spagnola di Hernán Cortés nel XVI secolo provocò la distruzione della società Maya, nata fin dal 250 d.C. Cynthia Robin, professoressa di antropologia alla Northwestern University, sostiene che «una delle cose che sappiamo sulla società Maya è che prima della conquista spagnola non c’era per le donne quel soffitto di cristallo che invece sembra esserci nella nostra società». Dalle pitture, sculture e dalle iscrizioni nei geroglifici veniamo a conoscenza di oltre settanta donne aristocratiche Maya, ma di poche si hanno i dettagli biografici. Solitamente queste donne sono mogli o soprattutto madri di re e regnanti, i quali ne fanno menzione quando esse appartengano a una stirpe più nobile rispetto a quella del padre o quando la linea materna è più nobile e riconoscibile in generale.

Pakal il Grande, il più famoso re maya, afferma di aver ereditato il trono dalla madre Zac Kuk (che chiama Colomba Bianca, una divinità zoomorfa) nel 615, dopo tre anni di reggenza materna. Ma non esistono monumenti che attestino con certezza un periodo di governo da parte di Zac Kuk. Nonostante le narrazioni storiche, vi erano rituali estremi; ad esempio, i Maya sacrificano alle divinità le fanciulle, predestinate a morire fin dalla nascita, gettandole nel Cenote, una grotta carsica con un fiume sotterraneo. Appena nate, si schiaccia loro il cranio in modo da affusolarlo e appuntirlo, poi si fissa una pietra tra i due occhi e non viene tolta finché la bambina non diventa completamente strabica. I denti sono progressivamente levigati e resi aguzzi per incastonarvi pietre preziose. Quando raggiungono i quattordici anni, vengono preparate e vestite con pesanti e fastosi abiti adorni di diamanti e portate su un carro, fino al Cenote dove vengono scaraventate.

Le donne indossano solitamente l’huipil, una sorta di blusa lunga e larga, il quechquemitl, un lungo cappuccio che copre il capo e il petto, e la corte, un pezzo di tela avvolto sui fianchi come una gonna. Ai piedi calzano sandali di pelle intrecciata, tenuti assieme da fibre di canapa. Sono ampiamente praticati, soprattutto dalla vita in su, tatuaggi colorati, effettuati tramite aguzzi denti di animale.

L'ARTE DELL'ABBIGLIAMENTO - LE FIBRE TESSILI

Cacao: Seme di Vita, Morte e Rinascita

Il cacao, come già anticipato nei pannelli della mostra, ha storicamente una forte connessione con il ciclo della vita: nascita, morte e rinascita. Questa dimensione resta ancor oggi viva in molte comunità maya, chol, chontal e zoque di Tabasco e Chiapas. Se infatti il Codice Vidobonensis, un documento del XIV secolo, richiamava il matrimonio, suggellato dal cacao, tra il dio della pioggia e la dea dell’ostetricia, è interessante notare che questa tradizione si è perpetrata in alcune comunità fino al XXI secolo.

Il francescano Diego de Landa descrisse una cerimonia che gli parve simile a un battesimo di bambini e bambine che venivano circondati da quattro uomini anziani che rappresentavano il dio della pioggia Chac. Un sacerdote maya impugnava un osso che intingeva in una tazza ricolma di una bevanda di cacao con fiori. In alcune comunità chol della sierra di Oxolotán, le parteras, ostetriche e incaricate della salute dei neonati, tagliano il cordone ombelicale e lo danno ai genitori da seppellire nella terra. Al contempo ripongono un seme di cacao nell’ombelico del neonato, per fasciarlo. L’operazione viene ripetuta in tutta la prima fase dello svezzamento. Il cacao stretto sull’ombelico è concepito come un atto curativo e al contempo propiziatorio.

Questa pratica si ritrova anche in alcune comunità chontal. Anche l’uso del cacao e del pozol come medicina è ancora diffuso in diverse aree indigene, grazie in particolare alle proprietà ossidanti e ad alcune caratteristiche precipue dei flavonoidi presenti nelle fave. A Cupilco, villaggio nahuatl, circondato da comunità zoque e chontal, la cabossa morta del cacao è chiamata mizqui e assume un valore simbolico rituale di accompagnamento alla fine della vita, in attesa della rinascita del prossimo raccolto. In particolare, però il cacao ritorna prepotentemente nelle celebrazioni dei morti, sui famigliari, sulle tombe nei cimiteri e vengono portate in processioni rituali.

La Tradizione Inca e la Coya

Contrariamente a quello che si pensa, presso gli Inca, la civiltà che ha la sua culla nel Perù, la donna ha un ruolo abbastanza rilevante. Chi onora la donna adora la Madre Terra. Nelle leggende della tradizione religiosa andina, che da sempre vengono tramandate oralmente, si narra che il primo essere umano apparso sulla terra fosse una donna. Nell’antico impero c’è una scuola di alto livello per le donne, l’akllawasi, gestita dalle mamakuna, donne sagge che sono il fiore all’occhiello della società Inca. Esse insegnano alle donne arte, alimentazione, pedagogia, creatività, etica, religione, sviluppo dell’intuito, difesa della vita.

Fin dai tempi più antichi, le donne godono di una certa autonomia economica e libertà sessuale, praticano la medicina, l’agricoltura, modellano il vasellame e oggetti di uso religioso, e svolgono attività agricole. Nell’elezione del governo le donne hanno il diritto di veto: basta il “no” di una sola donna per fermare una candidatura. Accanto al sovrano, il Qhapaq, siede sempre la coya, la regina, la prima delle donne del regno. Il matrimonio ufficiale del sovrano viene celebrato all’atto della sua incoronazione, ed è necessario per l’ascesa al trono regale. È inconcepibile per gli Inca un sovrano senza consorte, così come non può esistere il cielo senza la terra o il Sole senza la Luna.

La sovrana gode della maestà propria del suo consorte e vive con la stessa magnificenza. Presenzia alle funzioni religiose e riceve l’omaggio di tutti i sudditi, anche dei più nobili. Non meno importanti sono i compiti di natura politica. Come riferiscono le antiche cronache spagnole, consiglia il consorte nella conduzione del regno, e spesso prende insieme a lui le decisioni più importanti. Durante le numerose assenze del sovrano, perennemente impegnato in campagne militari, assume lei le funzioni di capo dello Stato. Pare che in alcune parti dell’impero inca, come nelle regioni costiere, ci siano donne curaca, simbolo evidente di un antico matriarcato.

mappa delle antiche civiltà precolombiane e diffusione dei culti femminili

Ci sono poi le acllas, ovvero le “vergini del Sole”, donne che fin da bambine vivono in speciali monasteri e si occupano esclusivamente del servizio dei templi. Tutte devono mantenersi caste e vergini vita natural durante; se infrangono il voto di castità perpetua sono sepolte vive. L’archeologo tedesco Max Uhle ha ritrovato molti cadaveri di donne sepolte nei pressi del tempio del dio sole, Inti, nella costa del Perù, e tutte con evidenti tracce di strangolamento.

Miti Europei: Maia e la Fertilità Popolare

La figura di Maia, nella mitologia romana e greca, rappresenta un diverso aspetto della fertilità. Figlia del dio Atlante e di Pleione, una ninfa dell’oceano, Maia è parte del gruppo divino delle Pleiadi. Maia è ricordata anche per essere la mamma di uno degli dei più importanti del pantheon greco-romano: Mercurio o Ermes.

A Roma, Maia era creduta anche madre e moglie di Vulcano, il fabbro degli dei. In questa veste ricopriva un ruolo distruttivo, ma allo stesso tempo le venivano attribuiti anche aspetti positivi, come quello della fertilità e del nutrimento dei campi. Non a caso il mese di Maggio sembra derivare proprio dal nome della dea alla quale era dedicato tutto il mese. Proprio il primo giorno di questo mese, a Roma veniva celebrata una cerimonia particolare, in cui per ingraziarsi il favore della dea veniva sacrificato un maiale. In latino questo animale veniva definito con il termine sus e il dono sacrificale di questa cerimonia prendeva il nome di sus maialis.

Che dire dei miti nostrani? Superstizioni e leggende sulla fertilità arricchiscono anche il patrimonio di cultura popolare del nostro Paese, con siti sacri e rituali che ancora ci affascinano. Altra abitudine comune è indossare una lunga collana con un campanello durante la gravidanza - il cosiddetto richiamo degli angeli - perché il suono da essa prodotto attiri la protezione di entità benevole. Al contrario, comprare regali e dare feste di benvenuto prima dell’effettiva nascita del piccolo è considerato di cattivo auspicio.

In ambito religioso, non si può non menzionare la figura di Maria, madre di Cristo la cui gravidanza avviene senza l’intervento maschile ma per intercessione stessa di Dio, rendendo la figura della Madonna, non solo portatrice di vita, ma anche simbolo di purezza incontaminata. Ma la superstizione di origine religiosa più nota è probabilmente il rito di sedersi sulla cosiddetta Sedia della Fertilità, nella chiesa di Santa Maria Francesca a Napoli.

Esistono molti metodi per scoprire il sesso del bambino durante la gravidanza. Si ritiene che il calendario Maya abbia avuto origine da studi statistici condotti dagli stessi Maya. In ogni caso, prima di fare qualsiasi previsione, è importante tenere presente che questo metodo non è scientificamente provato, quindi non ci sono prove della sua efficacia. L'anno del concepimento e l'età della madre sono dati da considerare per prevedere il sesso del bambino secondo il calendario Maya. Dunque, dovrai sapere quanti anni avevi quando sei rimasta incinta (al momento del concepimento) e il mese in cui hai concepito il tuo bambino. Poi dovrai solo consultare questa tabella per sapere quale sarà il sesso del tuo futuro bambino.

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