L'esperienza del nido rappresenta per un bambino un momento importante di separazione dalla figura di accudimento abituale. Quando un bambino piange, si isola o manifesta malessere al momento dell'inserimento, non sta semplicemente "facendo i capricci". Spesso, noi adulti facciamo di tutto per forzare i passaggi di crescita dei bambini, li vogliamo indipendenti, autonomi, vogliamo che imparino a “camminare sulle loro gambe” quando ancora non sono pronti. È fondamentale comprendere che, dietro ogni segnale di disagio, esiste una richiesta profonda di accoglienza e sicurezza.

Il vissuto emotivo della separazione precoce
La separazione precoce in questa fase creerà una ferita dentro di lui. Non ero un’educatrice alle prime armi quando è successo questo episodio e quell’evento è rimasto nella mia memoria perché ha segnato un passaggio nella mia vita. Quella bambina era entrata al nido alcuni mesi prima e ancora non si era adattata. Nonostante cercassi di coccolarla e coinvolgerla piangeva quasi tutto il giorno e quando non piangeva stava in un angolo e mi guardava con uno sguardo tristissimo con il suo ciuccio in bocca. Quel giorno che ricorderò tutta la vita: dopo mesi di tentativi non riusciti, una parte di me ha ceduto e ho pianto anch’io, empatizzando con il suo dolore, impotente di fronte a lei.
Da quel momento ho saputo che quel lavoro non faceva più per me. Non l’ho saputo a livello razionale, ma tutte le cellule del mio corpo, piangendo con quella bambina, stavano urlando: “Questo non è il posto adatto a lei e non è il posto adatto a te”. Io ho potuto scegliere di andarmene da quell’ambiente, ma ai bambini non viene permesso, nella maggioranza dei casi. Ringrazio quella bambina che ha risvegliato in me il desiderio di contribuire a rafforzare il legame di attaccamento fra genitori e figli, invece di contribuire alla loro separazione.
Il mito dell'indipendenza forzata: "È troppo mammona"
Purtroppo nella nostra testa macinano tante convinzioni dettate dai nostri condizionamenti culturali in cui la donna non può fare “solo la madre”, i genitori hanno bisogno dei loro spazi, devono lavorare e i bambini prima o poi si devono staccare perché non è bene che siano troppo “mammoni”. In effetti la mamma di quella bambina aveva giustificato la scelta di iscriverla al nido proprio dicendomi: “E’ troppo mammona”. Aveva un anno di vita! Credo che in tutto questo ci sia qualcosa che non va.
Il bambino fino a tre anni non è in grado di socializzare davvero, è in una fase ancora fortemente egocentrica che gli rende impossibile condividere i giochi e giocare insieme alle altre persone. Fino a tre anni il bambino è ancora impegnato a costruire la sua identità, necessita di una relazione individualizzata con un adulto amorevole, attento e presente. Se i bambini vengono buttati nel mondo con un calcio nel sedere, quando ancora non sono pronti, non si rafforzano, ma si induriscono.
Teoria dell´attaccamento
Stress, cortisolo e impatto sullo sviluppo cognitivo
Forse non sapete che anche se i bambini al nido sembrano tranquilli hanno alti tassi di cortisolo, l’ormone dello stress. Lo dice uno studio del 2005 svolto all’Università di Cambridge i cui risultati sono allarmanti. Secondo questo studio i bambini, dopo cinque mesi dall’ingresso al nido, venivano percepiti come ben inseriti dal momento e non manifestavano segnali di disagio, ma i loro livelli di cortisolo erano comunque molto più alti dei bambini della stessa età che stavano a casa.
L’attaccamento è un bisogno biologico innato che si sviluppa nel primo periodo della vita e influenza la capacità di formare relazioni intime nel futuro, di sviluppare autonomia, indipendenza e relazioni di fiducia negli altri nella vita adulta. L’indagine bolognese “La meglio infanzia” ha evidenziato come la frequenza del nido in età 0-2 anni abbia effetti negativi sul quoziente intellettivo dei bambini nel medio termine. Una possibile interpretazione è che i bambini che frequentano il nido in giovanissima età hanno minori interazioni 1:1 con gli adulti. Queste interazioni sono particolarmente rilevanti per lo sviluppo cognitivo nei primi anni di vita.
Fattori ambientali e gestione operativa dello stress
Non tutti i fattori che causano stress dipendono dall'ambiente educativo. Possiamo distinguere in maniera operativa le cause di stress per i bambini di asilo nido a seconda di quanto dipendano dalle educatrici o di quanto le educatrici possano ridurle o mitigarle.
- Temperatura elevata: I bambini risentono del caldo con conseguenze negative sul tono dell’umore (irritabilità, nervosismo), sul piano fisiologico (disidratazione) e cognitivo-comportamentale. Le educatrici possono intervenire regolando il termostato a circa 20 gradi °C in inverno, circa 22 gradi °C in estate.
- Umidità relativa dell'aria: L'aria troppo secca causa secchezza delle vie aree superiori e mal di gola. È importante arieggiare i locali costantemente.
- Rumore eccessivo: Il sovraffollamento durante routine come il pranzo o l'ingresso può diventare uno stressor critico, specialmente per i bambini più sensibili.
- Routine dissonanti: Orari di pranzo o riposo eccessivamente anticipati rispetto a quelli familiari possono creare un conflitto interiore nel bambino, portando a crisi di pianto o disturbi del sonno.
Il ruolo della competenza educativa e della rete relazionale
In qualità di esperienza separativa, il nido mette alla prova la capacità della diade di gestire le ansie collegate alla differenziazione e al distacco. È preferibile favorire un inserimento graduale, in cui il distacco dalla figura materna venga somministrato a piccole dosi. Il ruolo custodiale del nido viene legittimato dalla legge, ma la qualità del servizio risiede nella capacità di accogliere le emozioni del bambino.
Se il bambino manifesta crisi ingestibili, è opportuno avvertire la famiglia per chiederne l’intervento; è preferibile non forzare un distacco precoce o emotivamente non sostenibile. Anna Freud sosteneva che “se i giusti livelli di gestione egoica sono stati raggiunti, l’evento dell’inserimento all’asilo si mostrerà proficuo per il bambino; in caso contrario il piccolo si sentirà sopraffatto, letteralmente abbandonato ad una serie di angosce aggressive e persecutorie, in grado di destabilizzarne l’equilibrio interno e relazionale”.

Interpretare i segnali di disagio: non è sfida, è comunicazione
Quando un bambino a 30 mesi inizia a farsi la pipì addosso o rifiuta il cibo dopo un inserimento apparentemente riuscito, non sta facendo "dispetti". I bambini così piccoli non fanno dispetti! Si tratta di segnali chiari di un malessere che non sa tradursi in parole. Spesso, educatrici e genitori si aspettano troppo dai bambini, giudicandoli con il metro che si usa per gli adolescenti.
Se il bambino è irascibile, rifiuta il cibo o piange al solo sentire parlare del nido, ascoltate ciò che vi dice la “pancia”. Non attribuite mai a una volontà di punire gli adulti le sue intemperanze. È necessario che le educatrici siano formate a dare accoglienza a queste reazioni, non ad annullare dentro di sé quella parte sana e materna che con queste reazioni entra in empatia. La soluzione per conciliare le esigenze delle famiglie non sta nell’offrire nidi peggiori a tutti; sarebbe auspicabile pensare anche a servizi alternativi con rapporti adulti-bambino più elevati, come nidi famiglia o sussidi per assumere babysitter qualificate.
Pianificare il quotidiano: oltre la frustrazione del mattino
Per i genitori che vivono la difficoltà del risveglio mattutino, è importante ricordare che le motivazioni possono essere molteplici: sovraccarico, noia, difficoltà con i pari o semplice senso di inadeguatezza. Per favorire un andare a scuola senza ansie, è utile:
- Preparare in anticipo: Organizzare tutto la sera precedente evita di trasmettere fretta e ansia ai bambini.
- Routine chiare: Costruire una sequenza prevedibile di azioni al mattino aiuta il bambino a sentirsi sicuro.
- Coinvolgimento: Rendere i bambini protagonisti, offrendo scelte limitate ma gestibili, rafforza il loro senso di autonomia.
- Connessione relazionale: Dopo la separazione notturna, il bambino ha bisogno di sentirsi connesso ai genitori.
- Accettazione dell'imperfezione: Non tutte le giornate saranno perfette. Accettare che esistano momenti di difficoltà fa parte del processo educativo.
La fatica di bambini e bambine è di ordine emotivo. Quando faticano ad andare all’asilo, è perché temono di affrontare frammenti della giornata senza la loro base sicura. L'ascolto attivo e la sensibilità verso questi bisogni restano gli strumenti più potenti per garantire una crescita serena e rispettosa della natura profonda del bambino.