L’Alchimia del Cibo e del Cielo: Significati tra Poesia e Esistenza

Tutto è disposto come all’inizio delle cose, perché tutto accada, la rara alchimia, un quarto di ramaiolo di brodo, giochi floreali e lumachine. La sorprendente esplorazione dei luoghi tangibili del racconto, galloni e pinte, calici e imbuti, il salmì delle carni, immense navi di zucchero, in qualche modo finisce per dare un pregustamento dell’intraveduto ripieno delle cose, ora che nel voluttuoso abbraccio sentiamo una vertigine di sogno, il volto di schiuma d’uovo verso l’esausto contenitore di storie, il debordante magnificentissimo intricato deposito di tropi e figure.

La Fisiologia del Piacere e il Banchetto di Gonzalo

La variopinta fisiologia delle portate, i medaglioni dei brasati, gli ingegnosi edifici di amalgame ovoidali, i marmi di franose torri di meringhe, i delicati cartigli di budini, parlano al commensale del piacere solleticante, saliva cerimoniale goccia a goccia, che deriva dalla certezza di ficcare lo sguardo su un mondo che mostra l’incombenza degli odori e ne adduce un succolento riscontro. Passa del cibo nominato nel banchetto di Gonzalo Pirobutirro (un episodio della sua vita alimentare riportato dal Gaddus): è ancora un piacere di pura rappresentazione, avvertito soltanto da un goloso, o lo scrittore cerca di avanzare pretese nei territori del cibo? Ce lo vedete il signor Gaddus che va in giro armato di penna, piuttosto che di forchetta e cucchiaio, a riconoscere e indicare a se stesso i cibi che poi utilizzerà come autore? La parola serve come il commentario del cibo che non mangiamo, sta lì all’altezza del desiderio che non riusciamo ad esaudire, della brama che non soddisfiamo. Certo, è pur vero che il racconto, misteriosa polpa del tempo, conchiglia di parole, fornisce sempre con stomaco brontolante le apposite nozioni delle cose, la sequenza ordinata dei fatti.

rappresentazione stilizzata di un banchetto barocco con dettagli di cibi elaborati

Fra i molti modi di combattere la noia e il dolore del vivere, oltre allo scrivere, il mangiare non è sollievo da poco, e non assolve funzione dissimile da quella delle altre discipline, perché richiede dedizione, buoni nervi, un controllo del palato e perizia nelle scelte. Sacerdote devoto, Giove delle tavole, Gonzalo esibisce la magica voracità di uno stomaco totale, onnivoro, pantagruelico. Mangia come un dio gastrico in una cucina posta in cima ad una torre d’avorio così bianca e accecante che è appena possibile distinguerla dall’etere silenzioso in cui è immersa. Gonzalo ha dieci dita per mano, e sfrutta le eccedenze per afferrare più cibi nella metà del tempo rispetto agli altri pentadigiti; ma ingurgita i piatti col devoto rispetto che germoglia da un animo teso e stimolato dal lavoro dell’arte, profondamente diligente verso la materia trattata. Pare come un farnetico lemure, una scimmia dorata, mentre cava da certi cartocci barbòzzole di granelli finissimi, quando taglia con due coltelli burrose carni, nel boccalesco influsso dei vini, nell’ininterrotto vagolare delle sue dita pepemaneggianti sui ponti a schiena d’asino dei coperchi sbuffanti.

Geometrie del Gusto e la Tavola come Scacchiera

L’atmosfera insieme nebbiosa e ventilata, odorosa e fradicia, da cui si stacca e cade un numero incalcolabile di gocce di vapore che si squama in argentate bollicelle di grasso, in questa nebbia umida, una volta dentro, il mondo esterno sembra completamente dimenticato. La prima impressione che Gonzalo prova a starci dentro, in quel reame di mortificazione e di gloria, è di armonia: ogni cosa gli pare al suo proprio posto, come se quel posto ne fosse stato da sempre occupato. Forse il suo occhio riesce a vedere in quella stanza fumosa un universo di forme coniche, cubiche, piramidali.

schema geometrico di una tavola apparecchiata vista dall'alto

Quando inizia a mangiare, Gonzalo avverte un senso nuovo dell’avventura, si sente un po’ come un Cristoforo Colombo sulla tavola del Mare Oceano, veleggiando verso cose inusitate o emerse da una marea oscura. Le navi-derrate si preparano per quella morte rituale che è il pasto, private del loro significato originario di elementi appartenenti ai regni vegetale e animale vanno a finire negli abissi, nel fondo, nel buio. Ora, Gonzalo guarda la tavola, osserva con cautela i piatti di portata, i taglieri, le scodelle: le forchette gli sembrano come piccole barche d’argento sonnolente nella baia. I piatti fondi sono mura d’avorio che cingono i sentieri della vita e vanno verso montagne e laghi, verso castelli e fabbriche di porcellane. Il cerchio merlato della corona del bicchiere sanguina, tanto il tempo è consumato che non consente di vedere il taglio originario.

La tavola viene sistemata a dovere, ammannita, come si dice, a parte per lui, luogo riservato a persone di certa importanza, perché abitualmente non usato. In quel momento primario, cade un velo, come una patina, uno sputo del tempo, trasformando il bicchiere in un liquido oro pallido, un colore di acqua piovana gialla di muffe che trasforma le tessere delle viti in lamine d’oro fluente alla luce che cade come una potenziale orina meteorologica. La Fame gli fa cenno di avvicinarsi e di cominciare a bere. Pallido, gli occhi dorati di polvere, il vino adesso gli rivela un’inquietudine circolare.

L'Agone Culinario e le Metafore della Morte

La tavola assomiglia a una partita a scacchi con la Fame. Bordeggiano i quadrati ebano e avorio le omeriche dapi delimitate ognuna nel piatto di portata, svettano come pezzi sulle caselle nere e bianche e come sogni attendono la forchetta del giocatore, sporgono le loro masse morbide o croccanti, i loro intagli immobili e le loro terminazioni di criniere di fumo caldo in aria. Allora, Gonzalo guarda nel piatto e pensa alle mosse da fare e cosa lo aspetta e si chiede come incominciare, ma non conosce la tattica. Ogni pasto, una partita diversa. Egli si sorprende a studiare il collocamento dei pezzi come dissimulati fantasmi nell’aria grassa e blu delle pentole a sbuffo. I Cavalli Patate concubinano con le Regine Polpette davanti all’immaginario palazzo d’avorio e di sale del riso bianco, sporgono elmi fioriti e cimieri come cardi spinosi gli Alfieri Carciofi mentre nelle loro catafratte armature fanno corona di sé dalle paludi sugose in emersione.

Piatti tipici pugliesi - Sapori di Puglia 1967 - Rai Storia

Per combattere l’estremo pragmatismo, lo zelo industrioso e l’orribile tendenza della morte al conseguimento dei propri fini, Gonzalo sostiene che il metodo più acconcio sia quello di cucinare. Gonzalo è riconoscente alla morte, che lo guarda intensamente in viso mentre cucina e gli indica una via d’uscita: pare che voglia dirgli che lei è qualcosa di estraneo che tuttavia bisogna ugualmente accudire. Come da uno spioncino laterale della cucina, lo guarda mentre prepara frammenti neri di scarabei, granelli nel mortaio del tempo: tutto ciò che è nero per lui non è necessariamente mortuario. Il caviale è nero, ma il suo nero non è il nero della morte, ma è un bluastro di abissi fangosi e lutulenti di fiume, o è mogano, che è ben più violaceo.

La Memoria, la Sofferenza e il Senso del Cielo

Un tema di fondo: il raggiungimento della consapevolezza, l'appropriarsi della ragione che ci dà il potere di scegliere e di non essere di nessuno ("I'm ceded" che diventa "I choose"), e una serie di rivoli più o meno espliciti che richiamano alla maturazione dell'individuo. Avevo quarantacinque e vivevo con una ragazzina Giulia in un appartamento fuori Assisi dove ci eravamo trasferite da poco. Con gioia affrontavamo ogni giorno come se fosse il primo o l’ultimo della nostra vita. Le prime parole erano rivolte al nostro Signore per ringraziarlo di ogni bel giorno che ci donava. La colazione, le nostre tazze, le piantine, tutto aveva per noi molta importanza, come se fossero gioielli preziosi e in verità lo erano.

interno domestico sereno con una finestra che guarda verso un cielo limpido

Quando sopraggiungevano le emicranie, le cose cambiavano di colpo. Il male iniziava in sordina, ma poi diventava forte. Dovevo stare stesa a letto e muovermi il meno possibile. Anche la luce mi faceva male agli occhi, mentre tutto l’organismo incominciava a diventare teso, mi si chiudeva la bocca dello stomaco, non riuscivo più a mangiare, e gli acidi che si formavano aumentavano il malessere generale, finché non li vomitavo. Allora Giulia, preparava lei qualcosa di fresco, e si metteva accanto a me leggendo qualcosa, silenziosa, ma serena. Sapeva, nella sua giovane età che il male esiste su questa terra e che bisogna aver pazienza finché non passa. Mi commoveva tanto quel suo modo di fare. Le vere relazioni, si vedono davvero in certi momenti, nella sofferenza l’amore passa ancora di più.

Il tema del ricordo di chi non c'è più è presente in molte poesie di Emily Dickinson. "Guarda il cielo, fatti cullare da un angelo" diventa così una metafora del distacco e della ricerca di un senso trascendente. L'incertezza, il non sapere quanto durerà la separazione, e soprattutto se mai cesserà, è un tormento che somiglia a quello di un'ape-folletto, che ci ronza intorno ma non ha nessuna intenzione di dirci se e quando ci pungerà. Il cielo, che arriva inaspettato, magari annunciato da segni che nessuno di noi può decifrare, è la promessa che si fonde con la nostra finitezza. La "poetica" della vita quotidiana, fatta di piccoli gesti, di cibo, di dolore e di inaspettate epifanie, ci conduce verso la consapevolezza che, sebbene le "navi di zucchero" del nostro passato siano destinate a perire, la bellezza del guardare il cielo resta l’unica danza capace di rendere tollerabile il peso dell'esistere.

tags: #guarda #il #cielo #fatti #cullare #da