Il momento della nascita, evento cardine dell'esistenza umana, è da sempre avvolto da un velo di sacralità, mistero e, non di rado, timore. Questo carico emotivo e culturale si è riflesso profondamente nel linguaggio, dando origine a un ricco e variegato panorama di termini, espressioni e metafore per descrivere l'atto del partorire. Al di là del più comune verbo "partorire", la lingua italiana, nelle sue molteplici sfaccettature dialettali e regionali, offre scorci affascinanti su come questo processo sia stato storicamente percepito e nominato, intrecciando saperi antichi, evoluzioni semantiche e sensibilità sociali.
Un esempio eloquente di questa ricchezza si ritrova nel romanzo d’esordio "La levatrice" della scrittrice sarda Bibbiana Cau. L'opera, che ha conquistato il grande pubblico, immerge il lettore in uno scenario aspro e primordiale, popolato da figure femminili resilienti e depositarie di un sapere antico. La protagonista, Mallena, è una "levatrice empirica" che assiste le donne "dal concepimento fino al parto", diventando custode di un "sapere della mano", un sapere pratico antico, "intriso di conoscenze, empatia e mistero". Questo sapere, tramandato "di generazione in generazione", si contrappone spesso alla medicina ufficiale, incarnata dai medici che "tendevano a curare i ricchi, raramente varcavano le soglie delle case umili".

Il contesto della Sardegna della prima metà del Novecento descritto nel romanzo è quello di una "maternità ancora considerata una questione strettamente privata". In questo scenario, "sa levadora - la maestra di parto - si recava a casa della sa partera - la puerpera - per circa otto giorni dopo il parto, occupandosi di lavare e vestire il neonato". Era consuetudine offrirle un caffè e una piccola mancia, "poiché si credeva che, in mancanza di tale gesto, la levatrice si sarebbe astenuta dal formulare gli auguri di buona fortuna al bambino". La scena del parto domiciliare si configurava come un "momento centrale della vita comunitaria, ancora lontano dalla nuova società degli anni ’60 e dal progressivo processo di ospedalizzazione che avrebbe uniformato e medicalizzato l’evento nascita".
Mallena, pur svolgendo un operato "indispensabile per l’equilibrio e circolarità del paese", non riceveva alcun riconoscimento ufficiale. Esasperata, si rivolge alle autorità con dignità, chiedendo di essere pagata per il servizio svolto: «Be’, si può sapere cosa devo fare per essere pagata? Sono levatrice da sedici anni in questo paese e, svolgendo questo servizio, non posso dedicarmi ad altri lavori per mantenere la mia famiglia». Con queste parole, Mallena si fa voce di molte donne che, in un'epoca di profonde trasformazioni sociali, si trovarono a sostenere le famiglie e ad assumere responsabilità che trascendevano il semplice governo della casa. La sua figura incarna un "microcosmo femminile, fatto di sacrifici, resilienza e solidarietà", evidenziando la "centralità della figura femminile nella vita comunitaria del tempo". L'autrice, Bibbiana Cau, che è stata ostetrica per quarantadue anni, dimostra una profonda comprensione della "potenza della rete solidale che si crea non solo nei momenti di bisogno e di crisi, ma anche in quelli di grande importanza e trasformazione, come la nascita di un nuovo essere".
"Sgravare": un Viaggio Semantico dall'Alleggerimento alla Nascita
Al di là della narrazione letteraria, il linguaggio stesso offre prospettive interessanti sul tema del parto. Un verbo che suscita curiosità e a volte perplessità è "sgravare", utilizzato in alcune accezioni dialettali e letterarie per indicare "partorire". L'etimologia del verbo ci porta alla radice latina gravis, che significa "pesante". Il verbo "sgravare" si forma con il prefisso s- (che indica privazione o allontanamento) applicato a "gravare", derivato appunto da gravis. Il suo significato primario è quindi "alleggerire", "liberare da un peso".
La connessione semantica con il parto deriva dalla percezione della gravidanza come uno stato di appesantimento fisico. L'atto del partorire, quindi, rappresenta un "alleggerimento", un liberarsi da un carico che grava sulla donna. Questo è ben descritto dal Tommaseo-Bellini, che registra: "sgravarsi, parlandosi di donna, vale nell’uso di partorire". L'aggettivo latino gravĭdus, da cui discendono parole come "gravido" e "gravidanza", significa letteralmente "appesantito", rafforzando ulteriormente questo legame concettuale.
Il verbo "sgravare" presenta diverse sfumature d'uso. Può essere intransitivo, con ausiliare avere ("la donna ha sgravato"), o pronominale intransitivo, con ausiliare essere ("la donna si è sgravata"). Sebbene spesso usato in forma assoluta, il complemento, quando espresso, è introdotto dalla preposizione "di" ("sgravarsi di qualcosa"). Esistono anche usi transitivi, come "la mamma ha sgravato un figliolo", sebbene meno comuni e spesso percepiti come più popolari o dialettali.
Il Dizionario della Lingua Italiana di Gabrielli (GDLI) registra il significato di "liberarsi del feto con il parto, partorire" come dodicesimo punto, evidenziando come questo uso sia successivo al XVIII secolo. Le attestazioni letterarie sono numerose e includono autori come Iacopo Andrea Vittorelli, Alessandro Manzoni, Matilde Serao, Gabriele D'Annunzio e Luigi Pirandello. Ad esempio, Manzoni scrive: "Giovannina s’è sgravata felicemente, il 17, d’una bambina". Matilde Serao menziona: «Impazzita?» «Sì, alle donne che sgravano, talvolta questo succede».

Ricerche più approfondite su Google Libri rivelano occorrenze risalenti al Cinquecento e Seicento, come in François Coster ("sentendo il ventre sgravato del peso") e in un epitafio a Giuseppe Toppi del 1683 ("morta nello sgravarsi del primo parto"). Tuttavia, i corpora dell'italiano antico (OVI) e il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO) non registrano questo significato, concentrandosi piuttosto sull'accezione di "alleggerire da un peso" o "liberare da una colpa". È solo nella seconda metà dell'Ottocento che il significato di "partorire" riaffiora in testi letterari e paraletterari, come in Edmondo De Amicis ("un bambino di sesso maschile di cui s’è sgravata la signora…") e in Emilia Nevers ("sua moglie si è felicemente sgravata di un maschio. Madre e bimbo stanno bene.").
Nel Novecento, l'uso di "sgravare" con il senso di "partorire" sembra diminuire nella stampa quotidiana, venendo forse percepito come volgare o triviale se riferito agli esseri umani. Tuttavia, testi recenti, come quelli di Mario Lunetta, Camilla Salvago Raggi e Barbara Montesi, ne testimoniano la persistenza, talvolta in forma transitiva, riecheggiando usi popolari o dialettali.
"Sgravidare" e Altre Espressioni Dialettali
Un verbo strettamente correlato, "sgravidare", presenta attestazioni ancora più antiche, risalenti al Quattrocento. Un esempio significativo si trova nella Bibbia tradotta da Diodati: "là dove quella che t’ha partorito s’è sgravidata di te." Il confronto con altre traduzioni bibliche evidenzia come i due verbi, "partorire" e "sgravidare", potessero avere significati affini, utilizzati forse per ragioni stilistiche di variatio.
Il dizionario Devoto-Oli 2021 registra "sgravidare" come assente, "sgravare" con la marca "popolare", mentre "partorire" è il termine comune e privo di etichette sociolinguistiche. Questo suggerisce che "sgravidare" sia caduto in disuso, mentre "sgravare" sopravvive in contesti più informali o familiari.
Oltre a "sgravare", il panorama linguistico italiano è costellato di espressioni regionali e dialettali per riferirsi all'atto del parto, spesso metaforiche o eufemistiche. Un esempio interessante proviene dal Veneto, dove il verbo "comprare" (o "accattare" in alcune varianti) può assumere il significato di "partorire". Frasi come "Me fioea ea ga comprà un puteo" ("mia figlia ha partorito un bambino") o "a l'ha catà 'n cit" (in Piemontese) illustrano questa peculiarità. L'origine di questo uso è dibattuta: alcuni lo collegano all'idea di evitare riferimenti diretti al sesso o alla fisicità del parto, suggerendo che i bambini siano "acquistati" in un'ottica quasi commerciale, come alternativa alle fiabe tradizionali della cicogna o del cavolo. Questo uso, tuttavia, sembra limitato agli esseri umani, rafforzando l'idea di un eufemismo legato alla specificità dell'evento nascita. L'espressione si estende anche ad altre aree, come la Lucania e le comunità italiane in Venezuela, dove "andare a comprare" un bambino indica il parto.
La Lingua del Parto: Tra Medicina Popolare e Terminologia Scientifica
Il contrasto tra il sapere empirico delle levatrici tradizionali e la crescente medicalizzazione del parto è un tema ricorrente, ben rappresentato nel romanzo di Bibbiana Cau. Mallena, con la sua profonda conoscenza delle piante e degli ingredienti naturali, prepara unguenti e medicamenti, dimostrando una sapienza che si colloca "costantemente a cavallo tra sacro e profano". La sua competenza botanica è tale che persino il farmacista del paese, il dott. Decortes, le chiede consiglio. Mallena rivendica con fierezza la sua sapienza empirica: «Mi piacciono le erbe e le conosco pure. Anche se non le ho istudiate nei libri, so preparare rimedi con decotti, ammisture e impiastri».
La figura della levatrice tradizionale, come Mallena, incarna un potere e un sapere femminile all'interno della comunità. La nascita, in questo contesto, non è solo un evento biologico, ma un "momento di passaggio carico di potenziale e, al tempo stesso, di pericolosità", scandito da riti e gesti che accompagnano la partoriente, alleviandone paure e angosce. Questo approccio eminentemente umano, fatto di supporto psicologico fondamentale, si contrapponeva talvolta alla freddezza della medicina ufficiale, che bollava il sapere tradizionale come "insufficiente, antiscientifica e superstiziosa".
Con l'avvento delle scuole di ostetricia nel XIX secolo, le "levatrici empiriche" si trovarono spesso in conflitto con la medicina ufficiale. L'accusa principale era la "commistione tra conoscenza empirica e ritualistica, ritenuta inopportuna e rischiosa per la madre e per il nascituro". Nonostante ciò, gran parte dell'efficacia di queste donne risiedeva proprio nella loro capacità di offrire un accompagnamento umano e profondamente radicato nella cultura locale.
Il confronto tra tradizione e modernità, tra il sapere antico incarnato da Mallena e la nuova professionalità scientifica rappresentata da Angelica, un'ostetrica diplomata assunta dal Comune, è centrale nel romanzo. Angelica, "istrangia" perché parla italiano e non comprende il dialetto locale, rappresenta il cambiamento. Tuttavia, l'autrice sembra descriverle in modo complementare: entrambe, pur da prospettive differenti, contribuiscono alla stessa missione di "dare vita e di prendersi cura", testimoniando la continuità del sapere femminile.
Le sfumature linguistiche del parto, da "sgravare" a espressioni dialettali come "comprare", rivelano come la necessità di nominare un evento così intimo e potente abbia portato a una stratificazione di termini. Questi vocaboli, carichi di storia, cultura e percezioni sociali, ci offrono uno specchio dei tempi e delle comunità che li hanno generati, ricordandoci che il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma un vero e proprio archivio vivente di esperienze umane.
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