L'osservazione delle essenze spontanee che troviamo nei campi ci offre tante indicazioni sul tipo di terreno in cui crescono. Possiamo quindi ricavare empiricamente indizi sulla natura dei terreni grazie all’osservazione delle piante prevalenti. Le piante selvatiche, da molti erroneamente considerate solo infestanti, sono in realtà una grande risorsa dell’erboristeria e dell’alimentazione, costituendo in periodi storici diversi, in particolare durante le carestie, il fulcro della nutrizione e di molte ricette della tradizione.

Il suolo come organismo vivente e le piante indicatrici
Non bisogna limitarsi a osservare zone particolari, ma considerare l’adattabilità delle infestanti. Le tecniche colturali influenzano le condizioni: la prevalenza di alcune specie su altre dipende non solo dalla natura del terreno, ma anche dalle diverse tecniche colturali adottate. Dove si praticano le minime lavorazioni, ad esempio, il suolo assume una struttura diversa rispetto alle condizioni di lavorazioni profonde, e questo favorisce la crescita di alcune piante invece che di altre.
I motivi sono legati soprattutto all’intervento dell’uomo in termini di lavorazioni: un terreno non lavorato tende a mantenere la propria stratigrafia, i propri equilibri microbiologici e in certi casi si compatta molto, soprattutto se ha una tessitura argillosa. Noteremo quindi che una volta avviato un orto, le specie spontanee tenderanno a cambiare nel tempo rispetto a quando lo stesso appezzamento si trovava allo stato naturale.
L'agricoltura biodinamica sostiene che ogni erba abbia la sua ragione di vita nell’esistenza terrestre. Le infestanti sono, quasi sempre, il sintomo che qualcosa nel suolo non va: sono piante indicatrici. La presenza di erbe infestanti nei pressi delle colture crea competizione idrica ed alimentare a causa della sottrazione di molti elementi nutritivi, specie se le erbe riescono a montare a seme, impoverendo il suolo.
Analisi empirica del terreno attraverso la flora
Per capire di cosa ha bisogno il nostro suolo, senza spendere un centesimo, possiamo osservare le piante bioindicatrici. Ecco alcuni esempi significativi:
- Sorghetta (Sorghum halepense): Molti terreni incolti si riempiono di questa specie molto invasiva e tenace. Cresce generalmente nei terreni che anticamente erano paludi, su terreni di riporto o su terreni uccisi dal diserbo chimico. È la mancanza di humus e di ossigeno, abbinata a forti piogge, che ne favorisce la crescita.
- Equiseto (Equisetum arvense): Un terreno ricco di equiseto è tendenzialmente umido, ma di tessitura limosa o sabbiosa. È una pianta con il 90% di silicio. La troviamo dove vi siano ristagni di acqua in profondità; il suo scopo è quello di portare con le sue lunghe radici l’ossigeno e la luce in profondità.
- Farinaccio e Amaranto: Sono due tra le specie più presenti negli orti, soprattutto se il terreno viene lavorato costantemente e arricchito di sostanza organica (compost e letame). La loro presenza ci indica una buona struttura e fertilità del suolo.
- Convolvo (o Vilucchio): Predomina nei terreni dove vengono eseguite lavorazioni sbagliate, come le fresature, e indica un suolo molto compatto.
- Stoppione (Cirsium arvense): È facilmente distinguibile grazie alle sue foglie pungenti e alla radice fittonante. Cresce dove vi siano dei compattamenti a media profondità.

Il valore nutrizionale delle erbe spontanee
Il termine "erbe selvatiche" si riferisce a piante non coltivate dall’uomo, che contengono ancora l’intero spettro di sostanze vitali di una originale e potente pianta selvatica. Spesso sfidano lunghi periodi di siccità e cattive condizioni del suolo. Le erbe selvatiche sono quindi robuste, resistenti, piene di salute ed estremamente allegre. Tutte queste qualità invidiabili vengono trasmesse a chi le mangia.
Sebbene i valori corrispondenti siano stati finora determinati solo per alcune erbe selvatiche, esse superano spesso in nutrienti le erbe coltivate. Per esempio, le margheritine da campo (Bellis perennis) hanno quasi 3 volte il contenuto di potassio della lattuga comune. Anche per quanto riguarda la vitamina C, i primati appartengono alle spontanee: l'ortica fornisce 333 mg di vitamina C per 100g, contro i 114 mg dei broccoli.
Inoltre, le erbe selvatiche contengono concentrazioni di flavonoidi elevate. I tannini, presenti in molte specie, inibiscono l’infiammazione, neutralizzano le tossine e allontanano batteri e virus. Le mucillagini, come quelle contenute nella malva, regolano l’attività digestiva, inibiscono l’infiammazione e assorbono le tossine.
Il miracolo del seme: la vita che nasce
I semi si possono definire come la massima concentrazione di energia nel minimo di materia. Piccolissimi come quelli di prezzemolo, belli grossi come un nocciolo di avocado, i semi si presentano in molte forme e dimensioni, ma hanno sempre un aspetto dimesso. Non diresti mai, a vederli, cosa siano in grado di fare. Invece, quando li metti sotto un centimetro di terra umida, in una manciata di giorni possono fare sorprese incredibili.
Le prime due foglioline che emergono si chiamano cotiledoni e servono per nutrire la piantina nella fase di germinazione. Molto presto arrivano le foglie vere e proprie. Lo sviluppo, se le condizioni sono favorevoli, è piuttosto veloce. La pianta selvatica è una pianta cresciuta spontaneamente nel luogo in cui la troviamo, poiché in quel luogo si sono verificate le condizioni ottimali per la sua crescita. Si tratterà dunque di una pianta più in salute, anche dal punto di vista botanico: le piante spontanee crescono dal seme, a differenza delle piante coltivate che spesso crescono dalle talee.
Bean Time-Lapse - 25 days | Soil cross section
Guida alla raccolta consapevole (Foraging)
L'apertura nei confronti dell’alimentazione biologica ed ecosostenibile ha portato un rinnovato interesse verso il foraging. È importante, tuttavia, non improvvisarsi raccoglitori. È preferibile evitare di raccogliere le radici, perché altrimenti si va ad intaccare l’ecosistema e a pregiudicare la crescita di quella pianta in quella zona. Anche quando si raccolgono fusto e foglie, non bisognerebbe dunque estrarre tutta la pianta dalla radice ma tagliare alla sommità, in modo che la pianta possa ricrescere.
Quando è preferibile raccogliere? Per le piante che crescono in Italia i principali periodi sono la primavera e l’autunno. I fiori generalmente dovrebbero essere raccolti in estate, in quanto la pianta avrà raccolto tutti i suoi nutrienti che si troveranno proprio in questa parte, che espleta la funzione riproduttiva. Le erbe spontanee andrebbero raccolte al mattino presto, quando sono ancora bagnate dalla rugiada della notte ed hanno una maggiore vitalità.
Esempi di piante edibili comuni:
- Tarassaco (Taraxacum officinale): Indicatore di terreni ricchi di azoto. Le foglie, dal sapore amaro e ricche di ferro, sono eccellenti in cucina.
- Malva (Malva sylvestris): Una delle più conosciute, preziosa per le mucillagini che proteggono le mucose.
- Ortica (Urtica dioica): Ama i terreni fertili. È indicata per la preparazione di risotti e pasta. È importante cuocerla per eliminare il principio urticante.
- Amaranto (Amaranthus retroflexus L.): Spesso considerato infestante, è in realtà una pianta completamente edule; i semi possono essere utilizzati come cereali, le foglie cotte come gli spinaci.
- Borragine (Borago officinalis): Riconoscibile per i fiori blu, è un ottimo riequilibrante del sistema ormonale femminile.

Considerazioni sulla conservazione e normativa
La raccolta di erbe spontanee di campagna è disciplinata da regole ben precise. Per effettuarla, a meno che non venga fatta sul proprio terreno, è spesso necessario un patentino del raccoglitore. L’esistenza di queste normative non deve scoraggiare, ma tutelare la biodiversità. In caso non ci si voglia cimentare di persona, è possibile cercare in erboristeria piante ed erbe spontanee e selvatiche, con la certezza di stare acquistando un prodotto genuino, raccolto in zone protette e certificate.
In Italia è possibile richiedere l’autorizzazione a enti parco, enti regionali e forestale per effettuare la raccolta delle erbe commestibili in determinate zone protette per un determinato periodo di tempo. Questa pratica, se svolta con rispetto, ci riconnette ai cicli naturali della terra, permettendoci di nutrirci di alimenti la cui biodiversità non è stata intaccata da processi guidati di crescita, ma che hanno tratto forza dal suolo fecondo e dalla luce solare.