Oltre il tabù: Il percorso umano e scientifico della procreazione assistita

Desiderare un figlio e non riuscire ad averlo è un dramma profondo, un dolore grande, consumato in silenzio da tantissime donne e uomini. Quando la diagnosi di infertilità irrompe nella vita di una coppia, non si tratta solo di una questione medica: è uno shock che scuote l’identità, la percezione del proprio corpo e la stabilità della relazione. «Ho avuto una diagnosi di infertilità a 34 anni. Uno shock, mi sentivo poco degna, poco accogliente. Mi sono sentita colpevole», racconta Loredana Vanini, autrice del libro Una delle tante. Queste parole danno voce a una sofferenza vissuta da migliaia di persone che decidono di intraprendere il percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

rappresentazione stilizzata del concepimento e della biologia della fertilità

L'impatto emotivo e la riscoperta di sé

Le coppie che si buttano nei percorsi di PMA affrontano viaggi lunghi e tortuosi, segnati da una fatica estenuante. La componente psicologica gioca un ruolo centrale, spesso sottovalutato da chi sta fuori dal cerchio intimo dei diretti interessati. È comune imbattersi in pregiudizi sociali che rendono il percorso ancora più difficile: «Sentivo frasi del tipo: "se la natura non ti aiuta ci sarà un motivo", "se non ti rilassi non arriva"». Questi commenti, spesso dettati da ignoranza, feriscono chi sta già combattendo contro un senso di fallimento.

Marcello, che ha affrontato questo cammino insieme alla moglie Sara, descrive l’esperienza attraverso tre pilastri: «Scienza perché abbiamo avuto fiducia negli specialisti; resilienza perché è una grande prova psicologica, di vita; fede perché per me, come uomo, è stato un momento di scoperta e di affidamento totale». La sfida non riguarda solo la medicina, ma la tenuta del legame: si entra nel vivo della carne della relazione tra un uomo e una donna, dove ogni fallimento - e le statistiche ricordano che il 63% di PMA in donne oltre i 43 anni non va a buon fine - viene vissuto come una ferita personale.

La prospettiva medica e l’evoluzione della fertilità

Daniela Galliano, chirurga specializzata in Ginecologia, Ostetricia e Medicina della Riproduzione, spiega come il ricorso alla PMA sia diventato in qualche modo la risposta a un’evoluzione mancata: «Le nostre ovaie non hanno seguito l’evoluzione del ruolo della donna nella società contemporanea. Oggi si cerca una gravidanza nell’età in cui la fertilità è già in declino. Vedo molte donne stupite perché purtroppo vittime di un pregiudizio: sono convinte che la fertilità duri fino alla menopausa. Non è così: già dopo i 35 è in declino».

Questo scollamento tra il tempo biologico e il tempo sociale spinge molti a informarsi su tecniche come il social freezing, il congelamento degli ovociti. Come sottolinea la dottoressa Galliano, «questa tecnica è un’opportunità che la scienza ci offre, ma non può e non deve sostituirsi al welfare». Non si tratta di incitare a ritardare la maternità, ma di prendere atto che, nella società odierna, le condizioni ideali per una gravidanza tra i 20 e i 30 anni sono spesso un miraggio per molte donne.

grafico che illustra il calo della riserva ovarica in relazione all'età

Documentare il desiderio di maternità e paternità

L’esigenza di raccontare queste storie ha portato alla nascita di numerosi progetti, dai libri ai film, che cercano di rompere il muro di silenzio. Il film VITA NOVA, ad esempio, nasce dall’esigenza di Laura e Danilo di filmare i mesi che precedono il loro primo tentativo di PMA. Essendo regista lei e produttore lui, hanno deciso di lasciare una traccia di quello che stavano vivendo: «VITA NOVA è un film che parla del sogno di diventare genitori, del miracolo della vita come fatto assolutamente non scontato e della moderna condizione di coppia in cerca di un figlio».

Esistono anche approcci più leggeri, come nel cinema spagnolo, dove il regista Juan Macías ha saputo unire l’ironia alla narrazione della crisi dei 40 anni, esplorando anche le difficoltà di chi cerca un bambino da anni e finisce per mettere a rischio i propri equilibri familiari. Queste opere normalizzano l’esistenza di diversi tipi di famiglia e aiutano il pubblico a comprendere che, dietro ogni statistica dell’Istituto Superiore di Sanità - che conta quasi 80mila coppie italiane rivoltesi a un centro PMA nel 2018 - c’è un’esperienza umana unica e irripetibile.

Procreazione Assistita: E se non riesci ad avere figli? (FIVET e IUI) | #TELOSPIEGO

Sfide legislative e turismo procreativo

Uno dei tasti più dolenti riguarda le limitazioni legislative. In Italia siamo ancora legati alla Legge 40 del 2004, che, nonostante alcune aperture giurisprudenziali - come la sentenza della Cassazione del 2014 sulla fecondazione eterologa - mantiene vincoli severi. «Finché non si supererà il pregiudizio, l’atteggiamento ideologico e punitivo dietro i vincoli ancora imposti dalla legge, si rischiano ancora casi come quello della coppia volata in Moldavia per avere un figlio», avverte la dottoressa Galliano.

La cronaca ci racconta purtroppo vicende drammatiche di viaggi procreativi all’estero finiti in tragedia, causati proprio dalla necessità di cercare altrove ciò che nel proprio Paese è ancora proibito o fortemente ostacolato. La lotta contro l'infertilità diventa dunque anche una battaglia per i diritti civili e per una medicina che sia vicina alle reali necessità delle persone, superando una visione che talvolta appare più punitiva che protettiva.

La scienza al servizio dell'individuo

La fecondazione assistita rappresenta un’opportunità straordinaria. Dalle prime intuizioni scientifiche avvenute nei laboratori, come quelli del Kershaw’s Cottage Hospital dove le donne offrirono i loro ovuli per la ricerca sulla moltiplicazione cellulare, siamo giunti a una varietà di metodi studiati sul singolo individuo. Oggi possiamo contare su tecniche avanzate che permettono di personalizzare l'approccio terapeutico.

Il progresso tecnologico ci permette persino di visualizzare lo sviluppo umano, come ha fatto il fotografo e pittore americano Alexander Tsiaras con le sue avanzate tecnologie di visualizzazione medica, capaci di mostrare la vita intrauterina con una precisione che un tempo era inimmaginabile. Anche il percorso di chi affronta la fecondazione eterologa, inizialmente difficile da accettare, si trasforma spesso in un atto di amore consapevole: «Non accettavo che mio figlio fosse figlio di un’estranea. Ma ora so che ci sono tanti modi di essere genitori: la donazione di quella cellula è un dono d’amore», confessa Loredana Vanini.

illustrazione di una struttura di laboratorio moderno dedicato alla riproduzione assistita

Verso una nuova consapevolezza

Il superamento del tabù passa attraverso la condivisione. Ascoltare testimonianze di successo, ma anche di fallimento, permette alle coppie di non sentirsi sole. Come consiglia Sara, una delle testimoni, la scelta del centro medico è fondamentale: «Io consiglio a tutti di scegliere con cura il medico e il centro giusto. Che ti fa sentire motivata e sicura. Credo di aver parlato con le mie cellule a un certo punto, per riuscire a farcela!».

La strada da percorrere è ancora lunga, non solo dal punto di vista scientifico - per migliorare i tassi di successo - ma soprattutto da quello culturale. La società deve imparare a guardare alla PMA non come a un’anomalia, ma come a una delle tante strade possibili verso la genitorialità, un percorso che richiede coraggio, scienza e, soprattutto, il rispetto per la dignità di chiunque decida di affrontarlo per realizzare il proprio desiderio di vita.

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