L'abbattimento del feudo: il declino dell'estetica criminale e la riconquista del territorio

La storia recente di Roma è stata segnata da un punto di svolta fondamentale, un momento in cui la legalità ha ripreso possesso di spazi sottratti alla collettività. C'è la mano del Municipio VII dietro la maxi operazione avviata martedì 20 novembre in via del Quadraro. L'operazione ha la regia dell'ente di prossimità. Il Municipio VII ha infatti stanziato, circa 10 mesi fa, seicento mila euro per contrastare gli abusivismi presenti nel territorio. In realtà i semi dell'operazione erano stati gettati ancora prima, nel lontano 1997. A quella data infatti risalgono le determine dirigenziali che prevedevano l'abbattimento di cinque villette. L'amministrazione di prossimità ha deciso di chiudere l'iter amministrativo, ottenendo le determine dirigenziali mancanti. La scelta di procedere all'abbattimento è motivata dal fatto che gli otto edifici sono stati realizzati in un'area soggetta a vincolo archeologico, paesaggistico e ferroviario.

veduta aerea dell'area del Quadraro con l'acquedotto Felice

L'estetica del potere: tra sfarzo e cattivo gusto

Nelle dimore dei boss, tutto doveva essere sfarzoso, compreso l’arredamento per le camere dei più piccoli, anche queste ammobiliate all’insegna del cattivo gusto. C’è anche una culla ricoperta d’oro tra gli arredi in stile Luigi XVI, a metà tra lo sfarzoso e il kitsch, che adornavano le otto villette sequestrate ad alcuni membri del clan dei Casamonica a Roma. Nell'inventario dei beni sequestrati dai vigili, oltre a quadri, statue d’oro, tigri di porcellana, cucine intarsiate e letti a baldacchino, c’è anche un lettino che assomiglia ad un vero e proprio trono, con imbottitura di raso e decori in legno placcato d’oro.

Le villette, costruite negli anni '90, sorgevano in via del Quadraro 110, adiacente all’acquedotto Felice, in una zona sottoposta a vincoli di tipo archeologico, paesaggistico e ferroviario. Sotto le arcate di un tratto di acquedotto, gli abitanti abusivi avevano costruito delle opere in legno e muratura. All’interno delle otto villette sequestrate, gli agenti hanno rinvenuto statue dorate di cavalli, leopardi e tigri e una culla in stile imperiale. Lo sfarzo e gli abusi, simbolo dell'illegalità, della pericolosità, dell'arroganza e della prepotenza del clan mafioso dei Casamonica, sono venuti tutti giù.

Lotta al clan: al via la demolizione di otto ville dei Casamonica (2)

L'operazione di sgombero: una sfida logistica e simbolica

Per completare l'operazione, che impegnerà complessivamente seicento agenti della Polizia Locale, ci vorrà del tempo. Almeno un mese e mezzo, tra la demolizione ed il conferimento in discarica di tutto il materiale di risulta. ROMA - Dalle primissime ore dell’alba, sono stati impiegati seicento agenti della Polizia municipale di Roma Capitale e 20 mezzi all’opera per lo sgombero e la confisca di otto villette del clan Casamonica al Quadraro, nella periferia est di Roma. Il blitz è partito dal Centro carni in via Palmiro Togliatti, dove è iniziata l’operazione alla fine di via del Quadraro 110, nell’area cosiddetta “borghetto del Quadraro”.

Le operazioni di sgombero, secondo quanto ha dichiarato il comandante della Polizia Locale, Antonio Di Maggio, sono andate avanti a lungo. Negli edifici erano presenti circa 35-40 residenti, compresi anche minori, alcuni sorpresi mentre dormivano. “Abitiamo qui da 50 anni” hanno protestato gli occupanti allontanati dalla Polizia, che pensavano che si trattasse di una perquisizione. Qualcuno di loro è rimasto di stucco. “E noi abbiamo ricordato - spiega la Polizia di Stato - come loro stessi avessero già preso in notifica i provvedimenti”. Alcune case avevano persino inglobato interi tratti dello storico acquedotto Felice.

Dalla malavita alla rinascita: un nuovo futuro per il Quadraro

Dopo l'abbattimento, si pone il problema di come utilizzare quello spazio. A piazza di Cinecittà, dove ha sede il Municipio VII, piace l'opzione di convertirlo in un'area giochi. Una scelta poco impattante sul piano urbanistico ed anche funzionale, per la presenza di una scuola a poca distanza dall'ex feudo dei Casamonica. Occorre però verificare se la natura dei tre vincoli presenti consenta questo tipo di intervento. Alle 17 in punto l'ultimo colpo di benna. Un rumore sordo e poi la polvere. È caduto così l'ultimo tramezzo rimasto in piedi. Quello della villa di Massimo "er cinese" Casamonica.

La collinetta del Quadraro ora è tornata com'era: un pezzo di agro romano, con le mura dell'acquedotto costruito ai tempi dell'impero. Senza più quei marmi, quegli stucchi veneziani a decorare tramezzi e soffitti. Senza quei troni laminati in oro. Adesso lì c'è solo silenzio e polvere. Terminata la rimozione dei laterizi si passerà alla fase di rinascita della collina: un'area verde che sarà collegata col parco di Tor Fiscale e quello degli Acquedotti. La fine di un incubo, l'inizio di un sogno.

mappa concettuale del progetto di riqualificazione dell'area Quadraro

Le radici del clan e l'evoluzione del contrasto mafioso

Le origini del clan Casamonica risalgono agli anni Settanta quando famiglie di etnia Sinti, provenienti da Abruzzo e Molise, si stabilirono nei quartieri periferici di Roma, tra cui la Romanina e Morena. Inizialmente dediti al commercio di cavalli, i Casamonica diversificarono presto le loro attività entrando nella criminalità organizzata. Seguendo il modello della Banda della Magliana, si strutturarono in nuclei familiari autonomi guidati da capi. Il clan consolidò la propria immagine attraverso intimidazioni, lusso ostentato e un’apparente impunità.

Nel cuore della Romanina, là dove un tempo il clan dei Casamonica dettava legge con violenza e paura, oggi risplendono il coraggio e la rinascita: un centro per persone con autismo e un Parco della legalità. La villa situata in via Roccabernarda 16, un tempo simbolo dell’arroganza e del potere ostentato dai Casamonica, nel 2018 è stata confiscata e successivamente affidata all’Angsa Lazio. Questo bene, un tempo dominato dall’illegalità, è stato trasformato in un simbolo di giustizia sociale, grazie al coraggio e alla determinazione di una rete di associazioni e istituzioni locali.

Negli ultimi anni, la lotta contro il clan Casamonica ha subito una significativa accelerazione, segnando un netto cambio di passo rispetto ai decenni precedenti, caratterizzati da una certa tolleranza e sottovalutazione del fenomeno. A partire dal 2015, la regione Lazio ha giocato un ruolo cruciale nel contrasto alla criminalità, pubblicando il report annuale “Mafie nel Lazio”, che ha messo in evidenza il radicamento dei Casamonica nella capitale. Anche il VII Municipio e il comune di Roma hanno adottato un approccio deciso, concentrandosi sulla demolizione di strutture abusive legate al clan.

Uno degli episodi più emblematici nella lotta contro il clan è stato il caso del Roxy Bar, un locale situato nel cuore di Romanina, diventato un simbolo di resistenza. Il 1° aprile 2018, Antonio Casamonica e Alfredo Di Silvio aggredirono brutalmente un dipendente e un cliente del bar, colpevoli di non aver servito velocemente le loro ordinazioni. L’episodio, ripreso dalle telecamere di sicurezza, mostrò un uso spudorato della violenza per affermare il loro dominio. La reazione istituzionale è stata rapida. Nel 2019, la Corte d’Appello di Roma ha confermato le condanne a 6 anni e 4 mesi per i due responsabili, riconoscendo l’aggressione come un atto di matrice mafiosa. La società civile ha giocato un ruolo fondamentale. Il caso ha scosso profondamente la comunità, spingendola a reagire. Il movimento “Quelli del Roxy Bar” è nato come risposta collettiva, organizzando presidi, incontri pubblici e iniziative per sensibilizzare i cittadini sulla necessità di opporsi alla criminalità organizzata.

infografica che mostra la cronologia delle confische e demolizioni nel territorio del VII Municipio

Archeologia, tesori nascosti e il futuro della legalità

Durante le prime operazioni di demolizione, i vigili trovarono alcune botole e casseforti murate sotto le mattonelle del pavimento che lasciano pensare come al loro interno venissero custodite ed occultate armi, droga, denaro contante e gioielli. Tra le ruspe che scavano ancora per rimuovere i calcinacci e il rumore dei treni che sfrecciano sulla ferrovia sottostante, gli agenti della polizia locale hanno trovato una giara simile ad un'anfora romana di inestimabile valore archeologico. I Casamonica la utilizzavano come un secchio della spazzatura.

Nei prossimi giorni, sulla collina del Quadraro la polizia municipale inizierà le ricerche di quello che viene considerato il tesoretto del clan. Questa scoperta sottolinea il paradosso di un'area che, sebbene violata da costruzioni abusive, conserva ancora le tracce di un passato imperiale che ora, finalmente, può essere restituito alla città. La trasformazione di questi luoghi, da feudi dell'illegalità a spazi di aggregazione, come il Parco della Legalità inaugurato nel 2019, rappresenta una vittoria per la cittadinanza attiva. Come dichiarato da Marco Genovese, referente provinciale di Libera: «Per anni si è voluto far credere che la mafia a Roma non esistesse. Questo ha permesso ai gruppi criminali di agire indisturbati. Essere qui oggi significa dimostrare che è possibile cambiare le cose, partendo proprio dai luoghi simbolo della lotta alla mafia».

La strada verso la piena legalità è ancora lunga, ma l'impegno costante delle istituzioni e la partecipazione dei cittadini hanno creato un precedente indelebile. Ogni mattone rimosso, ogni villa demolita e ogni spazio restituito alla comunità segna la fine di un'epoca in cui l'arroganza e la prepotenza del clan mafioso sembravano inattaccabili. La riconquista del territorio non è solo un atto formale, ma un processo di rigenerazione urbana e sociale che mira a restituire dignità e sicurezza ai quartieri della periferia romana, trasformando i simboli del degrado in punti di riferimento per la crescita civile e culturale.

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