Storicamente, nelle famiglie contadine più o meno facoltose, vigeva un criterio selettivo che impegnava il futuro dei propri figli: se erano svegli, perspicaci e intelligenti, studiavano e veniva loro assicurata la carriera di medico, avvocato, ingegnere o, se aveva la vocazione, ad alto prelato. Chi non aveva “testa” o difficoltà ad applicarsi, restava in campagna, a curare e gestire la proprietà agricola. Così, nel tempo, si sedimentò e consolidò nel settore agricolo l'equazione lavoratore agricolo uguale poco cultura. E ciò ha contribuito, non poco, a marginalizzare l'agricoltura e relegarla tra le attività neglette, la cenerentola. Ma vi è di più. Quando poi furono istituite le scuole di agraria e l'agronomia elevata a dignità professionale, molti giovani, nel rifuggire i corsi di studi più impegnativi, non trovarono di meglio che sfruttare i facili approdi messi a disposizione dal fertile ingegno di Arrigo Serpieri. Tra ironia e leggenda, di certo la realtà è molto più complessa. E gli accenni volutamente paradossali, non hanno alcun intento nel mancare di riguardo verso tecnici e agricoltori con cui intercorrono rapporti di fattiva collaborazione e profonda stima. Tuttavia, è innegabile che nella storia e nella cultura dominante, la campagna e, in genere, la ruralità sono stati termini quasi da esorcizzare, etichette infamanti, un vissuto da cui fuggire il più lontano possibile, nella stolta convinzione che la vita agreste equivalesse sempre e comunque a fame, miseria ed ignoranza e che dietro il “rurale” si celasse il populismo reazionario, l’infido interclassismo.
La Terra Come Supporto Fisico: La Perdita della Ruralità
La nobiltà e la borghesia hanno a lungo utilizzato le tenute agricole quali occasione d’investimento, produzione, prestigio, residenza di piacere, fino a che i conflitti di classe nelle campagne e la rivoluzione industriale non ne modificarono radicalmente sia l’assetto sociale che produttivo. Agli inizi degli anni '70, il prof. Corrado Barberis dell’Istituto di Sociologia Rurale osservava come il processo di integrazione della produzione agricola-alimentare all’interno dell’economia nella società industriale provocava, parallelamente e costantemente, il divorzio, la scissione netta tra agricoltura e ruralità, ovvero si delineava sempre più una agricoltura senza… campagna. Che cosa ne è rimasta della nostra vecchia fertile terra? Un mero supporto fisico, un semplice ancoraggio! E gli interventi colturali? Così l’attività e le produzioni agricole sono sempre più influenzate, anzi condizionate, dal mercato globale che ne modella il paesaggio, segnato ormai dalla monotonia della monocultura e consegna la campagna come appendice, semplice segmento, della complessa filiera agro-industriale!

Allevamenti Intensivi: Un Legame Sottile con l'Agricoltura
Osservate, per un istante, gli allevamenti zootecnici intensivi: vengono catalogati come agricoli per ovvia convenienza fiscale. Ma ci siamo chiesti che nesso mantengono con l’agricoltura? Arrivano camion carichi di mangimi e foraggi e ne escono con liquame destinato ad alimentare centrali di biogas o concimi quasi chimici (digestati e trattati). E il latte? Quasi un prodotto secondario. Eppure, alcuni interventi di politica comunitaria, in linea di principio, sull’onda di emergenze ambientali e sanitarie, avevano posto la giusta attenzione ad un processo di “ruralizzazione” della nostra agricoltura onde favorire principi di qualità, rispetto dell’ambiente, difesa del paesaggio e del patrimonio agricolo eccetera. Ma come al solito, rischiano di finire nel vecchio tran - tran di aiuto alle imprese e a quelli di trasformazione agro-industriale di agricoltura convenzionale. Il sostegno alla vera “ruralità“ viene vanificata dalla imposizione di adempimenti burocratici o da pretestuosi parametri pseudo -economici che relegano i piccoli produttori in posizione di sicuro svantaggio.
La Spirale dei Costi: Fertilizzanti, Energia e Geopolitica
Una distesa di sacconi bianchi accatastati, l’odore acre di ammoniaca nell’aria e il display digitale del fornitore che, da una settimana all’altra, cambia di riga e di prezzo. In una cooperativa del Basso Piacentino, un responsabile acquisti mostra sullo smartphone il preventivo di urea: sette giorni fa un valore, oggi +11%. Domani? “Chi può dirlo”. Il grido d’allarme arriva da Confagricoltura: i prezzi dei fertilizzanti e i costi energetici stanno correndo oltre il sostenibile, spingendo i costi di produzione a livelli che molte aziende non possono più assorbire. A inasprire la traiettoria, la nuova fiammata geopolitica in Medio Oriente: tra fine febbraio e i primi di marzo 2026, il conflitto si è esteso colpendo rotte energetiche e logistiche chiave. Il prezzo dell’energia è il primo moltiplicatore. La produzione di fertilizzanti azotati dipende dal gas naturale: ogni oscillazione sul TTF si riflette, poche settimane dopo, sulle offerte di ammoniaca e urea. Con l’ennesimo scossone del 2-3 marzo 2026 - quando i future olandesi sono balzati fino a +40-50% in poche ore - gli operatori hanno immediatamente rivisto i listini.

La guerra in Medio Oriente aggiunge il secondo moltiplicatore. La rotta attraverso lo Stretto di Hormuz è vitale per LNG, petrolio e una quota non trascurabile di derivati dell’azoto. Nel giro di pochi giorni, in vari hub internazionali l’urea ha mostrato scatti a doppia cifra.
Impatto Climatico e Strategie di Difesa
Nel Nord Italia, l’inverno prolungato e le piogge persistenti hanno lasciato i suoli saturi d’acqua, limitando l’accesso ai campi. Nel 2025, segnali analoghi avevano già bloccato le lavorazioni in Emilia-Romagna, con Confagricoltura Emilia-Romagna a denunciare trattori fermi e preparazione del letto di semina in ritardo. Qui si innesta la spirale dei costi: pagare fertilizzanti più cari per applicazioni meno efficienti è un doppio colpo. Sul tavolo non c’è solo la guerra. Confagricoltura chiede da tempo che l’Europa garantisca approvvigionamenti a prezzi equi e ha sollecitato prudenza nell’introdurre oneri che, senza contromisure efficaci, finirebbero per gravare su agricoltori e consumatori. In concreto: meno import in una fase di domanda stagionale crescente significa più tensione sui prezzi degli input, soprattutto dell’azoto. Fare i conti è brutale ma necessario. Se la pioggia costringe a entrare tardi o a cambiare formulazione (più azoto a copertura, meno a fondo), i quintali/ha possono risentirne.
- Gas naturale TTF: è il riferimento europeo; la sua volatilità si trasmette ai costi di ammoniaca e urea.
- Stretto di Hormuz: snodo marittimo strategico per LNG, petrolio e, indirettamente, per la logistica dei fertilizzanti.
- Urea e ammoniaca: pilastri dell’azoto agricolo. Prezzi sensibili a gas, trasporti e geopolitica.
- Concimazione di fondo: intervento agronomico chiave per colture primaverili (mais, soia, sorgo).
Nel 2025, il Nord aveva già sperimentato lavorazioni bloccate dalla pioggia e, in alcune aree, perfino la necessità di ricorrere a droni per interventi di concimazione e diserbo su superfici inaccessibili. Il combinato disposto di meteo e prezzi obbliga a strategie di difesa: chi può, investe in drenaggi, sistemazioni idraulico-agrarie, magazzini per acquisti programmati e coperture finanziarie su input critici. Rinviare la gestione di questa crisi al post-raccolto sarebbe un errore di prospettiva. La tenuta delle scorte alimentari europee, la stabilità dei prezzi al consumo e la continuità delle filiere agroalimentari passano per decisioni prese nelle prossime 4-8 settimane, quando si definiscono le dosi di azoto a fondo e le strategie di semina. La probabilità di rese inferiori rispetto agli scenari ottimali aumenta se non si presidiano concimazione e tempistiche. L’urgenza, oggi, è trasformare l’allarme in azioni. Non sarà la prima volta che l’agricoltura italiana dovrà fare i conti con un “doppio shock” - geopolitico e climatico - ma per evitare che diventi l’ennesimo capitolo di perdite diffuse serve un patto operativo tra istituzioni, filiere e territori. Con un obiettivo semplice e misurabile: fare in modo che, tra aprile e maggio 2026, le concimazioni e le semine possano avvenire in condizioni economicamente e tecnicamente sensate. È lì che si decide buona parte del raccolto d’autunno. In sintesi: senza interventi rapidi su approvvigionamenti, energia e regole, molte aziende saranno costrette a scegliere tra spendere di più per produrre meno o rinunciare a parte del raccolto.
L'Esperienza Svizzera: Una "Terza Via" tra Convenzionale e Biologico?
Un recente intervento su STORIEDELBIO è dedicato all’iniziativa svizzera di riduzione dell’utilizzo di pesticidi, e è accompagnato da un articolo apparso a questo proposito su una piattaforma elvetica di informazione. Il progetto, iniziato nel 2019, e promosso dall’associazione dei contadini che praticano l’agricoltura integrata (IP-Suisse), è sostenuto dalla grande catena di supermercati Migros, che assicura prezzi superiori (del 30%) a quelli normali, e dal governo federale, che garantisce dei pagamenti diretti (un tot a ettaro, diverso per le varie colture, e per la limitazione di impatto scelta) agli agricoltori che accettano di non utilizzare erbicidi e/o insetticidi e fungicidi. I suoi promotori lo presentano come un’alternativa all’agricoltura biologica, o comunque una terza via tra essa e l’agricoltura convenzionale, interessante sia per i coltivatori, in quanto meno esigente e laboriosa, che per i consumatori, per i prezzi inferiori rispetto al bio. E insomma, come una strada meno difficile e “più elastica” (per la possibilità di ottenere delle deroghe, e per la possibilità di aderire all’iniziativa anche per una sola coltura di una rotazione, e decidendo annata per annata), alias una scorciatoia, per mirare a risultati sostanzialmente analoghi a larga scala. Ma è davvero così?
Per quanto riguarda i prodotti fitosanitari e i diserbanti, nell’agricoltura convenzionale vige in generale il (tacito) principio della massima efficacia, riferita alla quantità e alla valutazione di mercato del prodotto: si preferisce trattare molto, e massicciamente, per essere sicuri del risultato. Per ragioni prima di tutto economiche, perché si mira al massimo delle rese, e perché per molte colture il minimo difetto dei raccolti comporta un drastico deprezzamento, se non l’impossibilità di smercio. Qualsiasi iniziativa seria per ridurre il loro (eccessivo) impiego rappresenta quindi uno sforzo estremamente positivo, e va caldamente incoraggiata. Si può forse fare un parallelo con la salute umana e animale, che ci è forse più famigliare: con una somministrazione indiscriminata, o anche preventiva (utilizzata nella maggior parte degli allevamenti, fuori dall’Europa), di medicinali si ha la massima sicurezza riguardo alle singole patologie. La differenza capitale è che se si perde una parte del raccolto riducendo gli insetticidi, gli antifungini o i diserbanti, non muore nessuno. E anzi, molti organismi utili, che sono vittime collaterali, possono trarne vantaggio, con una maggiore “salute generale”, misurabile in particolare in termini di biodiversità, di resistenza alle avversità della coltura, e di una minore esposizione degli operatori. E questo a scala aziendale, ma anche planetaria, a dispetto degli allarmismi che agitano strumentalmente la bandiera della fame, visto che produciamo di più di quello che consumiamo. Il danno può quindi essere meno grande di quanto sembra, o anzi nascondere un guadagno, facendo una contabilità economica che include anche i costi ambientali, presenti e futuri. Quest’ultimo modo di valutazione non è però quello dell’agricoltura industriale, il cui unico diktat è che le singole aziende producano il più possibile, in modo che i loro bilanci siano, nell’immediato, i più favorevoli. In ogni caso non basta porre degli obiettivi di impieghi più moderati, bisogna che gli agricoltori, che sono i diretti interessati, ci credano e si sentano accompagnati in questo percorso, che per loro è più complicato - ci vogliono più attenzioni - e non certo privo di rischi, a fronte di margini economici più spesso ridottissimi. Hanno bisogno in altre parole di garanzie di smerciabilità, di compensazioni economiche nel caso le rese risultino inferiori, di un efficiente supporto tecnico. Qualsiasi seria iniziativa che vada in questo senso, come quella svizzera, va quindi considerata molto positivamente, e caldeggiata.
Radici nel futuro: prospettive e sfide per l'agricoltura dopo il 2027
L'Europa e le Strategie per Ridurre i Pesticidi
In realtà, anche la Germania, sulla base di trentennali esperienze spontanee precedenti, ha avviato nel 2023 un programma governativo similare, e anche qui gli agricoltori che aderiscono (sempre su base volontaria, e anche per singoli appezzamenti), ottengono una compensazione a ettaro. Lungi dal rappresentare progetti marginali, nei due casi si stima che potrebbero essere convertite superfici notevolissime: 40-70% delle terre arabili (nel 2027) in Svizzera, e 11% (nel 2030) in Germania. L’errore del Green Deal dell’Unione Europea, era proprio questo: fissare degli ambiziosi e ben precisi obiettivi (la strategia “Farm to fork” mirava a un decremento del 50% dei pesticidi entro il 2030) senza promuovere coerenti misure che aiutassero a raggiungerli. Una delle ragioni delle recenti proteste degli agricoltori è proprio questa, e quindi l’obiettivo è stato cassato, anche se si continua a ritenerlo molto auspicabile, sulla base dell’opinione unanime di tutti gli esperti dell’ambiente. Ma pure il piano francese “Ecophyto”, lanciato già nel 2008, e finalizzato anch’esso a diminuire della metà l’uso dei pesticidi (il termine, inizialmente fissato al 2018, è poi slittato al 2030), anche qui senza contropartite, è stato quest’anno prima congelato, sempre a causa delle proteste degli agricoltori, e poi riavviato svuotandolo di fatto di ogni possibile efficacia.
Oltre la Semplificazione: La Complessità delle Pratiche Colturali
Il nocciolo del problema è però un altro: fino a che punto si può spingere questa oculatezza delle somministrazioni, quanto si possono diminuire gli utilizzi dei prodotti chimici nocivi, mantenendo immutate le tecniche di coltivazione, o insomma con variazioni relativamente limitate? Per rispondere in modo serio bisognerebbe analizzare le varie colture nei vari ambienti, ascoltando quello che ne dicono i relativi conoscitori (non solo quelli succubi dei potentissimi - anche proprio nell’orientare i modi di pensare e i dibattiti - colossi che producono i pesticidi), gli agroecologi e gli studiosi dell’ambiente e della biodiversità, e naturalmente i coltivatori. Ma certo, parlando in generale, c’è del margine. E in qualche caso molto, in particolare per la cerealicoltura: non a caso queste esperienze partono da quella. Soprattutto se davvero si introducono alcuni cambiamenti nelle pratiche colturali che facilitano le cose (in Svizzera i promotori dell’iniziativa auspicano che si possa agire sulle rotazioni, che rendono gli attacchi meno intensi, sulle varietà resistenti, il controllo meccanico delle infestanti…). E se si accetta la contropartita di contenute diminuzioni delle produzioni, che vanno appunto rapportate con i minori costi economici indiretti riguardanti l’ambiente e la salute. E se la grande distribuzione e i consumatori sono pronti a accettare prodotti esteticamente meno perfetti. Certo, però, grandissimi e maggioritari comparti dell’agricoltura industriale - senza parlare della frutticoltura e delle colture orticole - non possono e non potranno fare a meno di un impiego massiccio di pesticidi. Proprio perché si basano solo su quelli, e non su strategie complessive (ecologiche) di coltivazione ben più delicate da mettere a punto e da mettere in atto, perché presuppongono la presa in conto dei complicati e soprattutto molto vari funzionamenti della natura nei singoli ambienti. Per risolvere i problemi, che ora nessuno più nega, si fa un grande affidamento sulle tecniche di precisione spaziale, sull’intelligenza artificiale, su prodotti innovativi non tossici per la difesa delle colture e di stimolazione della crescita, ma i reali apporti sono ancora da venire, e tutti da dimostrare (mentre i costi sono molto elevati, impensabili per le agricolture povere). Gli stessi miglioramenti delle varietà con tecnologie genomiche, dei quali si fa un gran parlare, e sui quali si conta moltissimo, non hanno dato finora un grosso aiuto in questo senso, o insomma i vantaggi sono prestissimo scomparsi. Se si trattasse solo di agire su una o due leve, se la soluzione fosse così semplice (senza parlare dei costi economici e/o energetici), come le agroindustrie per interesse fanno credere (vendono loro gli strumenti che permettono di manovrarle), le enormi difficoltà dell’agricoltura attuale sarebbero presto accantonate.

La Visione Globale dell'Agricoltura Ecologica
Già nella prima parte del secolo passato, gli agronomi più validi e più illuminati - e l’ottima scuola italiana, che abbiamo dimenticato, era all’avanguardia - si sono invece resi conto che non si poteva agire su una sola leva (come fa l’agricoltura convenzionale), o su poche leve (come preconizzano queste nuove impostazioni). Che bisogna avere una visione globale dei campi coltivati, partendo dal suolo e dal suo funzionamento, e coltivare rispettando il più possibile i meccanismi naturali degli agrosistemi - che quindi vanno studiati - assecondandoli il più possibile, approfittando delle loro particolarità per piegarli alle nostre necessità. Questo è il solo e unico fondamento comune dell’agricoltura biologica e di ogni forma ecologica di coltivazione (permacoltura, agricoltura biodinamica..), le quali contrastano i “nemici” delle colture con più armi, prima di tutte la prevenzione, e strategie adatte alle varie situazioni messe a punto con gli stessi coltivatori, e valutate per tutti i loro effetti (e le tante interazioni). Un secolo di esperienze, e di costante crescita del comparto biologico, hanno dimostrato che è possibilissimo coltivare in questo modo, producendo cibi sani e abbattendo drasticamente i danni all’ambiente.
Il Suolo Italiano: Una Crisi Silenziosa ma Devastante
Il 47% del suolo italiano è insalubre. "L'uso non sostenibile delle risorse naturali dell'Ue, in particolare il degrado e l'inquinamento dei suoli, è uno dei principali motori delle crisi climatiche e della biodiversità", scrive la Commissione europea. "In particolare, il degrado del suolo è già costato oltre 50 miliardi di euro all'anno a causa della perdita dei servizi essenziali che fornisce", continua Bruxelles. "I suoli degradati riducono la fornitura di servizi ecosistemici come alimenti, mangimi, fibre, legname, ciclo dei nutrienti, sequestro del carbonio, controllo dei parassiti o regolazione dell'acqua. Inoltre, i suoli degradati intensificano la pressione sui restanti suoli sani." Proprio l’agricoltura è indicata come il principale fattore di rischio per il suolo in Italia: l’80% dei terreni coltivabili è in cattivo stato di salute. Pesano la gestione insostenibile del territorio, la perdita di carbonio, l’impermeabilizzazione, la contaminazione da metalli come il rame o da azoto (causato per esempio dagli allevamenti intensivi). Sull’azoto, i problemi maggiori vengono riscontrati in Lombardia, che è tra le regioni più colpite da questo fenomeno nell’Ue insieme a quelle del Belgio e dell’Olanda, oltre alla Bretagna (Francia) e alla Catalogna (Spagna). Stando allo studio della Commissione, l’Italia non è certo l’unica ad affrontare la perdita di terreni sani. In Germania il 59% del suolo è insalubre, in Olanda addirittura l’89%. Un obiettivo ambizioso, che la Commissione vorrebbe raggiungere attraverso un’altra proposta, la legge sul ripristino della natura, che prevede di riportare a una condizione di salute almeno il 20% dei terreni europei entro il 2030.
L’Italia, un tempo patria di paesaggi fertili e biodiversità agricola, sta affrontando una delle crisi ambientali più gravi e silenziose: la perdita di suolo. Oggi oltre il 30% dei terreni agricoli ha già perso fertilità. Sotto ai nostri piedi non c’è solo terra: c’è un intero ecosistema. Un grammo di suolo sano contiene miliardi di microrganismi, una rete sotterranea di scambi, decomposizione, respirazione, equilibrio. È in questo spazio invisibile che si costruisce la fertilità. È lì che il seme trova ciò che gli serve per crescere. Ma questo equilibrio si è spezzato. In pochi decenni, l’agricoltura intensiva ha trasformato un suolo vivo in una polvere sterile: lavorata, compressa, impoverita. Abbiamo interrotto i cicli naturali. Abbiamo smesso di restituire ciò che togliamo. Tra le perdite più gravi c’è quella del carbonio organico, la sostanza che costituisce il cuore pulsante di un suolo fertile.
- Il carbonio nel suolo: proviene da residui vegetali, radici, letame, foglie morte; si accumula sotto forma di humus, lo strato scuro e soffice che dà alla terra il suo profumo; trattiene acqua, rilascia nutrienti, protegge dalle erosioni. È una vera e propria banca naturale di energia per le piante. Quando il carbonio organico è presente, la terra è viva.
Negli ultimi 50 anni: il 75% dei suoli agricoli italiani ha perso fino al 60% del proprio carbonio organico (FAO/JRC, 2021). Questo carbonio non è scomparso: è stato rilasciato nell’atmosfera come CO₂, contribuendo all’effetto serra e al cambiamento climatico. Un suolo senza carbonio non trattiene l’acqua. Basta un temporale per eroderlo, basta un’estate calda per seccarlo. Senza carbonio, le piante sono più deboli. Richiedono più fertilizzanti, più pesticidi, più energia.

La buona notizia? Il suolo si può rigenerare. Non è una rivoluzione teorica. È una pratica concreta, ettaro dopo ettaro.
La Lombardia e la Salvaguardia del Suolo Agricolo
La Regione Lombardia riduce la previsione di produzione da fotovoltaico da 12 a 10 GW. Nella applicazione lombarda, l’obiettivo ufficiale è ridurre il consumo di suolo: gli impianti fotovoltaico su terreni agricoli sono infatti segnalati come uno dei fenomeni che incidono sull’erosione del suolo fertile, un tema quasi drammatico in Lombardia, nel suo intervenire su territori già compromessi (come Basso Varesotto o Alto Milanese) o aree a forte vocazione agricola (come Lomellina, Sud Milano, Bresciano). «Regione Lombardia - ha sottolineato l’assessore Maione - punta a bilanciare lo sviluppo delle fonti rinnovabili con la tutela del territorio». La motivazione della scelta della Giunta regionale non convince però Legambiente: «Una motivazione che fa sorridere, in una regione che è rimasta impotente a guardare la proliferazione di poli logistici e di data center che hanno distrutto migliaia di ettari di suolo agricolo», dicono dall’associazione del cigno verde. «Gli impianti fotovoltaici, anche quelli ancorati a terra, sono strutture rimovibili che, realizzate e gestite con criterio, a fine uso possono essere rimosse per restituire il suolo all’uso agricolo, e fintanto che sono in operazione possono essere una fonte di reddito integrativo per le aziende agricole. Lo stesso non può accadere con logistiche e data center», che danneggiano irrimediabilmente lo strato di terra fertile (che non si rigenera), al pari di tante infrastrutture di trasporto, strade e ferrovie. «Alla luce degli scenari di guerra e di instabilità dei prezzi petroliferi, in questo momento dovremmo raddoppiare gli sforzi per rendere la Lombardia meno dipendente dalle fonti fossili, altro che ritoccare al ribasso» dice Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia. Ogni giorno ci “mangiamo” il suolo che dà da mangiare.
Lavorazioni Conservative e il Futuro dell'Agricoltura
La carenza di sostanza organica nei terreni agricoli è una delle più preoccupanti emergenze ambientali che coinvolgono i suoli coltivati di mezzo mondo, e quindi anche dell’Italia. La misura che prevede la riduzione dei passaggi di aratura, erpicatura ed estirpatura per portare il suolo a quell’affinamento tipo “tavolo da biliardo” è stata varata, e sarà confermata anche nella prossima Pac, non certo perché ai funzionari di Bruxelles stiano antipatici gli aratri. Al contrario, la motivazione sta proprio nel danno provocato da decenni di lavorazioni intensive dei terreni agricoli. Molti contadini non vogliono vedere zolle, erba e residui colturali in superficie, quasi fossero il diavolo! Alla maggior parte degli agricoltori, interrare con l’aratura il residuo colturale appare il modo migliore per tesaurizzarlo, perché lo si toglie dalla superficie e quindi si evitano i processi di ossidazione. Si espone all’aria una grande massa di terreno, quella con un po’ più di humus, provocandone l’ossidazione e quindi una perdita inevitabile di fertilità. Non c’è dubbio che l’aratura sia la panacea annuale per tutti i mali, in particolare nei terreni costipati, pieni di profonde ormaie e calpestati senza alcun riguardo. Con un bel passaggio di aratro, si annullano tutti i difetti e si volta pagina.

Con la riduzione quasi certa del valore dei pagamenti diretti Pac a partire dal 1° gennaio 2022, agli agricoltori che non lo hanno ancora fatto, non rimarrà che fare bene i conti, sfruttando al meglio le misure dei Psr che continueranno a premiare coloro che adottano le lavorazioni conservative, le cover crops e l’agricoltura di precisione.