L’accusa di mangiare i bambini è stata ed è ancora l’invenzione in assoluto più fortunata della propaganda anticomunista. Non si tratta solo di una semplice diceria, ma di un costrutto complesso che ha attraversato il linguaggio politico del Novecento italiano, radicandosi nell’immaginario collettivo fino a diventare quasi un modo di dire comune. Per comprendere come un'immagine così estrema sia riuscita a permeare la coscienza pubblica, occorre destrutturare l'idea dei comunisti «mangiatori di bambini» nei suoi possibili aspetti costitutivi, individuando il «brodo di coltura» in cui tale leggenda ha potuto prosperare.

Le radici della leggenda: tra fame storica e costruzione ideologica
L’origine di questa narrazione va cercata in pratiche cannibaliche fiorite in Unione Sovietica tra gli anni Venti e Trenta, in coincidenza con le terribili carestie che devastarono la regione. È importante sottolineare che il cannibalismo, in quel contesto, non fu effetto diretto dell'ideologia, ma una tragica conseguenza della fame estrema: fu povera gente affamata a mangiare altri esseri umani. Migliaia di casi si registrarono sotto il regime di Stalin, e fenomeni analoghi si verificarono durante la seconda guerra mondiale: sul fronte, in situazioni di disperazione estrema, si verificarono episodi di cannibalismo tra soldati di diverse nazionalità, inclusi tedeschi, giapponesi e persino italiani.
Tuttavia, la propaganda seppe trasformare queste tragedie in uno strumento di lotta politica. Le notizie vere sul cannibalismo costituirono l'aspetto angosciante di una narrazione a cui si sovrapposero quelle inventate, costruendo la leggenda come prodotto di una ideologia che «divora» l'infanzia. Le tragedie provocate dalla fame vennero presentate come pratiche connaturate all’uomo «nuovo» creato dalla Rivoluzione d’Ottobre, al pari della fedeltà al partito o della professione di ateismo. Così elaborata, la storia si depositò nel senso comune, trasformando i russi in comunisti e i comunisti in divoratori dell’infanzia, creando una trasposizione di senso che identificava il sistema staliniano con l’immagine di un satrapo asiatico dai tratti somatici di Gengis Khan.
Il Novecento come secolo del fanciullo: il controllo dell'infanzia
La leggenda mette al centro dell'attenzione il protagonista indiscusso del Ventesimo secolo: il bambino. Non a caso, il Novecento è stato definito il secolo del fanciullo. Il secolo proietta sulla scena sociale il mondo dell’infanzia, accelerandone i processi di socializzazione attraverso la mobilitazione di massa. La Prima Guerra Mondiale, con i suoi orfani e i figli dei mutilati, aveva già posto le basi per un'attenzione spasmodica verso i minori.
Questa attenzione divenne però terreno di scontro ideologico. L'accusa di mangiare i bambini ha le sue radici nella battaglia che nel Novecento la politica ha iniziato a condurre in merito all’infanzia e al suo controllo: una sfida che vide contrapporsi, già a fine Ottocento, la Chiesa e lo Stato laico, per poi trasformarsi, nel secondo dopoguerra, in uno scontro frontale tra organizzazioni cattoliche e comuniste. Il comunismo, cessando di essere una minaccia lontana, divenne una presenza reale all’interno della società italiana, capace di competere con le tradizionali agenzie di formazione dei fanciulli per ciò che atteneva alla morale condivisa e al comportamento nella vita associata.
La Propaganda Di Hitler - RAI Storia
La manipolazione del consenso: l’orco bolscevico
L’efficacia dello spauracchio dell’«orco» comunista raggiunse il suo apice durante la Seconda Guerra Mondiale. Un caso emblematico, analizzato dallo storico Stefano Pivato, è quello della notizia della deportazione di migliaia di bambini siciliani in Urss, diffusa dalla propaganda di Salò negli ultimi mesi del conflitto. Si trattava di una «falsa notizia»: mai nessun bambino italiano fu portato in Unione Sovietica, né alcun soldato sovietico mise mai piede sul suolo italiano.
Mentre si agitava lo spettro del mostro bolscevico che rapiva i fanciulli per portarli in collegi «bolscevizzatori» o sottoporli a esperimenti di genetica, la realtà storica era ben diversa: le deportazioni dei fanciulli avvenivano dai ghetti ebraici di tutta Europa verso i campi di sterminio a opera dei tedeschi. Non per essere mangiati, ma per morire di fame o nelle camere a gas. Tuttavia, questa verità drammatica non circolò, mentre la leggenda del cannibalismo comunista alimentava suicidi di intere famiglie, che preferivano la morte al consegnare i figli al presunto nemico.

Persistenza e metamorfosi del mito
La capacità di questa leggenda di resistere al tempo è sorprendente. Persino oggi, che il comunismo in Europa non esiste più, l'espressione continua a circolare. L'anticomunismo politico ha continuato a inserirla tra i motivi di una propaganda in cui i comunisti venivano assimilati ai cannibali con una voracità tutta speciale nei confronti dell’infanzia. Un esempio recente è rintracciabile nell'episodio del 2006, quando il fondatore di Forza Italia, nel corso di un convegno, affermò che nella Cina di Mao i bambini «li bollivano per concimare i campi», provocando le vibrate proteste del governo di Pechino.
L'operazione di decostruzione compiuta da studiosi come Stefano Pivato dimostra che, sebbene il mito sia nato in contesti di guerra e carestia, esso è sopravvissuto grazie alla capacità della politica di fare appello a timori ancestrali e perturbanti. Il successo del libro di Pivato, che raccoglie testimonianze, fonti giornalistiche e letterarie, conferma come il bisogno di esplorare queste «false notizie» sia ancora vivo. La storia dei comunisti mangiatori di bambini è dunque, in ultima analisi, la storia di come una propaganda efficace, basata su una distorsione sapiente della realtà, possa radicarsi nella mente collettiva al punto da diventare una verità indiscutibile per generazioni, ben oltre la fine del contesto storico che l'aveva originariamente generata.