Storia e Significato del Termine "Casalinga" e "Casalingo": Tra Ruoli Sociali e Riconoscimento Linguistico

Come sempre, la storia e l’evoluzione delle parole si intreccia strettamente con la storia della società e degli usi linguistici che i parlanti mettono in atto nelle loro interazioni quotidiane. In particolare, l’aggettivo "casalingo", ma ancor più le forme sostantivate che ne sono derivate, ci mettono di fronte a trasformazioni sociali profonde che, negli ultimi decenni, hanno inciso nella definizione e rappresentazione linguistica dei ruoli di uomini e donne nelle professioni e nel lavoro domestico. Queste evoluzioni sono fondamentali per comprendere la maturazione del termine e il suo significato contemporaneo, riflettendo un percorso di consapevolezza e riconoscimento. Per approfondimenti in questo ambito, si può fare riferimento a studi come "Trasformazioni del lavoro nella contemporaneità. Gli uomini dei lavori “non maschili”" di Margherita Sabrina Perra ed Elisabetta Ruspini.

Radici Linguistiche: L'Origine e le Sfaccettature di "Casalingo"

Partiamo dall’origine dell’aggettivo "casalingo", derivato sulla base "casa" con l’aggiunta del suffisso "-ingo" (e interfisso "-al-"). Questo suffisso, di provenienza germanica, indica in genere uno stato, una condizione. Di conseguenza, "casalingo" ha quindi il significato di 'attinente alla casa, domestico' e anche 'che ama stare in casa'. Si tratta di un suffisso molto raro e non più produttivo nella lingua italiana, che ritroviamo in un numero limitatissimo di aggettivi, tra cui "guardingo", "ramingo", "solingo", oltre che in altri pochi derivati con la variante "-engo" di origine settentrionale, come ad esempio il piemontese "balengo". Questa variante è rappresentata nella lingua letteraria da parole come "camarlengo" e "maggengo".

L'etimologia del suffisso -ingo e la sua origine germanica

C’è, tuttavia, qualcosa di più profondo nella parola "casalingo". Guardandone il profilo, si nota subito la parola ‘casa’, e così viene da cascare subito nei suoi significati consueti, scavati come aggettivo o sostantivo. Ma notare lo strano, che pure è evidente, non è così semplice. Quella ‘l’ è strana. Denuncia che non si tratta di un derivato diretto di ‘casa’, ma piuttosto di ‘casale’. Lungo la via che porta dal "casalingo" al "domestico" c’è uno scossone, uno squassamento: il "casalingo" non è ciò che è relativo alla casa, solito nella casa, presso al focolare, in un’aura generica, ma porta la tinta del casale. Il che è naturale. La dimensione del casale, rispetto a quella della casa, e la sua posizione, evocano attività che hanno tutta un’altra caratura d’industriosità, uno zelo aziendale, un’autonomia padrona.

Il lavoro casalingo, interpretato in questa luce, non ha il respiro striminzito di uno spolverare col piumino, ma di un ordinare una realtà vitale. Una torta casalinga non viene semplicemente eseguita in civile abitazione, ma chiama a raccolta le energie di una linea di tradizione al fine di creare qualcosa di autentico, genuino, orchestrando una filiera scelta d’ingredienti, assumendosene la responsabilità. Una vita casalinga non è un oblomovismo senza orizzonti trascinato in pantofole fra letto, frigo e divano, ma è una vita abitudinaria, appartata, come quella che scandisce l’efficienza del casale. La cura, la tranquillità, la frugalità del "casalingo" non sono implicate dalla 'casa'; sono implicate dal 'casale'. Anche quel suffisso ‘-ingo’ è strano. Non dà frutti ricchi, le parole che lo includono si contano sulle dita di una mano: "solingo", "ramingo", "guardingo". Ha un sapore germanico, descrive uno stato. Ed ecco il ritrovato dell’osservazione di queste piccole stranezze che non si fanno notare: il "casalingo" ci racconta in scorcio la qualità di una situazione da casale. Una parola molto più netta e precisa del "domestico", e molto più ruspante, energica.

Le Prime Declinazioni Semantiche: Dal Famiglio alla Donna di Casa

Dall’aggettivo "casalingo" sono derivati i nomi sostantivati con significati diversi a seconda del periodo storico e del genere. La forma maschile sostantivata "casalingo" era anticamente utilizzata nel significato latineggiante di ‘famiglio, servitore della casa’. Questa accezione è registrata già con la crux delle parole desuete nel Tommaseo-Bellini, dove si legge: “† Casalingo, Sost., per Famiglio, Servitore della casa. Bibb. Ezech. 44. Saranno (li Leviti) nel mio santuario li casalinghi e li portieri e li ministri della casa”. Questo uso denota un legame con la servitù domestica, un ruolo ben diverso da quello attuale.

Il plurale "casalinghi", in contesti antichi e in forma letteraria, indicava 'gli dèi Penati, della casa', figure divine protettrici del focolare domestico. In epoca più recente, il medesimo plurale ha assunto un significato più prosaico, riferendosi a 'gli oggetti per la casa e il negozio di articoli casalinghi'.

Immagine di antichi dèi Penati o di utensili casalinghi storici

Infine, la forma sostantivata "casalinga", inizialmente soltanto femminile, si è affermata per riferirsi a ‘donna che si occupa delle faccende domestiche senza esercitare altra professione’. Questa definizione è attestata dal 1868-69, come riportato da ArchiDATA. La precoce sostantivizzazione della forma femminile è un chiaro segno della storica “necessità” di riferire il lavoro domestico quasi esclusivamente alle donne, riflettendo una divisione dei ruoli di genere radicata nella società per lungo tempo.

La Nascita del "Casalingo" Moderno: Un Percorso Inverso

Per arrivare a spiegare la formazione e la diffusione del sostantivo "casalingo" nell’accezione attuale di ‘uomo dedito esclusivamente alle faccende di casa’, registrato da pochi anni e soltanto da alcuni vocabolari, dobbiamo partire proprio dalla forma femminile, la prima ad essersi sostantivizzata e simbolo di una cultura che per secoli ha associato il lavoro domestico alle donne.

Il processo linguistico per cui un sostantivo passa da un genere all’altro in rapporto al sesso del referente si chiama tecnicamente "mozione". Questo processo prevede il cambiamento del morfema grammaticale in fine di parola. Per i nomi di agente, e oggi molto frequentemente per quelli di professione e di cariche fino a pochi anni fa riservate soltanto agli uomini, la mozione in italiano opera nella stragrande maggioranza dei casi a partire dal maschile da cui si ottiene il corrispondente femminile: così abbiamo "ministra" da "ministro", "sindaca" da "sindaco", "ingegnera" da "ingegnere", e così via.

Con il sostantivo "casalingo" ci troviamo di fronte a uno dei rari casi, analogo a quello di "ereditiero" (riferito a una persona che riceve un'eredità, ma usato anche per descrivere un "giovane di buona famiglia", originariamente da "ereditiera"), di mozione sulla base di un nome femminile. Questo è un fenomeno peculiare, per di più simbolo di una cultura maschilista che ha visto per secoli la donna come unico soggetto dedito alla casa e alla cura della famiglia. Come si può ricavare dalla esemplare trattazione del fenomeno di Anna M. Thornton ("Mozione", in Grossmann-Rainer 2004, pp. 218-227), "casalingo" rientra in un limitatissimo gruppo di parole, tutte riferibili alla sfera sessuale e dall’evidente connotazione discriminatoria, che dalla forma femminile ha subìto la flessione al maschile. Gli esempi sono davvero “parlanti”: «casalingo, femmin(i)ello “uomo omosessuale fortemente effeminato, per lo più (ma non necessariamente) travestito e dedito alla prostituzione”, mammo “padre che sostituisce, di fronte al proprio figlio, la madre” (Q), nuoro “partner di un figlio gay, dal punto di vista della madre di quest’ultimo” (De Santis, R., Il nuoro, Ventimiglia, cooperS editrice, 1996), puttano, prostituto, sirenetto “uomo che posa in costume da bagno”» (p. 220).

Diagramma sul processo linguistico della mozione di genere

Ma quando e in che misura ha cominciato a circolare "casalingo" nella sua accezione moderna? Una delle prime attestazioni che si possono reperire, ad esempio su Google Libri, è il titolo di un libro del 1928 di Domenico Giordani: "Domenico Giordani: avventure di un uomo casalingo raccontate da Giuseppe Raimondi in quattordici capitoli e una appendice" (illustrate da Leo Longanesi, Bologna, L’Italiano, 1928). In questo caso, però, "casalingo" mantiene ancora la sua funzione aggettivale (affiancato al sostantivo "uomo") e quindi non è interpretabile con certezza nel significato che stiamo trattando, cioè come sostantivo autonomo.

Abbiamo poi un esempio molto successivo, del 1966, speculare a questo, in cui troviamo una descrizione di un uomo con inclinazioni domestiche, denominato però come "uomo di casa": «Fatto sta che, nella nuova situazione, si trova benissimo. È un “uomo di casa”, ha la vocazione della pulizia domestica e della cucina, è meticoloso, un po’ maniaco: eccolo dunque fra pentole fiammanti, fornelli e lucidatrici…» (“Epoca”, volume 17, 1966). Questa descrizione cattura l'essenza di un "casalingo" moderno, pur non usando il sostantivo specifico.

Per arrivare a un’attestazione certa e soprattutto di sicura penetrazione nella società e nella lingua, dobbiamo far passare qualche altro anno e arrivare alla messa in onda, sul secondo canale televisivo nel giugno del 1971, della commedia "Il bambolotto" di Felicien Marceau. Devo questa segnalazione a Paolo D’Achille. Qui viene rappresentata una famiglia in cui i ruoli canonici sono invertiti, per cui le donne lavorano fuori casa, mentre gli uomini si occupano delle faccende domestiche e della cura dei figli. A partire dal tema dell’emancipazione femminile, tanto attuale e drammatico in quegli anni, il tutto viene trattato in forma paradossale al solo scopo di produrre un effetto comico che non arriva alla denuncia sociale. Dal punto di vista linguistico, quello che ci interessa è la presenza della forma "casalinghi" (al plurale, riferita ai protagonisti della commedia) in una recensione di Salvatore Piscicelli, dal titolo "Una famiglia alla rovescia", apparsa sul "Radiocorriere TV" (30 maggio - 5 giugno 1971): “Poiché i tre casalinghi si rifiutano di accudire alla nuova coppia e poiché non è possibile conciliare senza problemi lavoro e casa la donna decide di fare il grande passo e di trasformarsi in casalinga”. Veniva dunque rappresentato, nella struttura capovolta del film, il processo contrario a quello a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni per cui “il grande passo” di trasformarsi in casalingo lo hanno fatto alcuni uomini.

La ragazza di Bube 1969 [FULL MOVIE]

Il Riconoscimento del Lavoro Domestico: Una Battaglia Sociale e Istituzionale

Con la comparsa degli uomini casalinghi a tempo pieno, per quanto ancora infinitamente meno numerosi delle donne, si è fatta più forte la richiesta di un riconoscimento del lavoro domestico come professione parificata alle altre. Questa era una battaglia già avviata da anni dalle donne ma che, dopo un primo successo con la sentenza della Corte Costituzionale (n° 28 8 del 19/1/1995) in cui l’attività casalinga era stata definita “a tutti gli effetti un lavoro da cui l’intera comunità trae innegabili vantaggi”, ha assunto altre forme dettate dal diverso assetto familiare e sociale delle nuove generazioni.

Il lavoro femminile domestico e di cura resta una realtà molto consistente nel nostro paese e periodicamente istituti di ricerca e siti finanziari ci propongono calcoli con cui si cerca di tradurlo in prestazioni professionali riconosciute al pari delle altre e di “monetizzarlo”. Un esempio significativo di queste stime è quello che emerge da una ricerca del sito americano Salary.com, citata da Irene Maria Scalise in un articolo su “la Repubblica” del 27 gennaio 2014, intitolato “La busta paga virtuale delle casalinghe Il loro lavoro vale 7mila euro al mese”. L'articolo evidenzia come la figura della casalinga racchiuda in sé molteplici ruoli: Cuoca, autista, insegnante, psicologa, contabile, manager, addetta alle pulizie, operaia, lavandaia, babysitter. Dieci professioni in un corpo solo ma, ufficialmente, un non-lavoro: casalinga. Lo stipendio effettivo? Zero euro. La retribuzione teorica ai prezzi di mercato? Quasi 7mila euro al mese, circa 83 mila euro l’anno. Non una cifra a caso, ma il risultato di un preciso algoritmo, calcolato da Salary.com, che monetizza la rivincita delle "desperate housewives".

Infografica sul valore economico del lavoro domestico non retribuito

L’attività di casalinga è stata tradizionalmente, e purtroppo continua ad essere, un lavoro invisibile, senza alcun prestigio sociale in quanto non retribuito e ancora neanche riconosciuto come professione. A tutt’oggi, infatti, il ruolo di casalinga/o non compare nella classificazione delle professioni dell’Istat. Nella Rilevazione sulle forze di lavoro 2021, la dizione "casalinga/o" è parificata a quella di altre condizioni di ‘non impiegati’ come "disoccupato/a", "studente/essa", "pensionata/o", "donna in maternità". Tale classificazione è senz’altro fondata sul criterio della mancanza di produzione di reddito, che evidentemente porta a una distorsione nella resa dei dati, lasciando sotto traccia una consistente fetta di forza lavoro su cui si regge ancora buona parte delle famiglie italiane.

Gli Uomini Casalinghi Protagonisti del Cambiamento

Questa mancanza di rilievo sociale è stato il primo aspetto su cui si sono fatti sentire i "casalinghi" uomini. A partire dal “problema” di indicare il maschile "casalingo" come professione sulla Carta d’identità, una questione superata nel 2016 con l’avvento della carta d’identità elettronica in cui non è più richiesta la specificazione della professione, dai primi anni del 2000 si sono costituite associazioni di casalinghi con lo scopo di valorizzare il lavoro domestico fino a promuoverlo a professione vera e propria, socialmente riconosciuta.

Fiorenzo Bresciani mostra la sua carta d'identità con la professione

Un episodio emblematico di questa battaglia per il riconoscimento si è verificato il 15 gennaio 2003, a Pietrasanta (Lucca), quando Fiorenzo Bresciani ha fondato l’Associazione Uomini Casalinghi (AsUC). Sembra essere stato il primo a poter vantare la dicitura “professione casalingo” sulla carta d’identità. Come riportato da Federico Nenzioni e Francesco Baccilieri in "Se papà fa il casalingo" (Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 103-104): «sul computer è emerso che questa voce non era contemplata, essendo presente solo la versione al femminile. Al termine di un consulto con un collega d’ufficio, la gentilissima impiegata mi ha detto: “Ma lei è proprio sicuro di non essere un disoccupato?”. “Perbacco” ho risposto “come posso considerarmi tale se lavoro dalla mattina alla sera? Questo significa che le casalinghe sono tutte disoccupate? […] Alla fine, dopo aver coinvolto anche il capo ufficio, hanno deciso di intervenire direttamente sul computer per apportare la modifica necessaria e ora, finalmente, l’anagrafe della mia città contempla la voce “casalingo”».

Alla fine dello stesso 2003, la Spontex, azienda di prodotti per la pulizia della casa, ha organizzato il primo Master per Home manager. Rigorosamente in inglese, il termine sembra voler dare maggior lustro anche alle “arti” casalinghe di spolverare, lavare e stirare. Il Master era rivolto “a sposine fresche d’altare, ma anche a single, neo-separate e, ovviamente, a uomini casalinghi”. L’obiettivo dichiarato era quello di fornire le competenze necessarie per una perfetta gestione della casa, insegnare i fondamenti di una professione tanto bistrattata quanto sconosciuta e offrire consigli e suggerimenti legati al benessere psico-fisico all’interno delle pareti domestiche.

Locandina o immagine promozionale del Master per Home Manager di Spontex

Con questi sviluppi, anche sui giornali cominciarono ad essere più frequenti le attestazioni di "casalingo/ghi", in articoli che alternavano toni ironici e dati di iscrizione all’Inail di migliaia di uomini casalinghi, sebbene ancora pochissimi a fronte dei milioni di donne. Gianni Messa, su “la Repubblica” del 15 ottobre 2004, scriveva in "Professione casalingo": «Maschi si nasce (come direbbe Tremaglia). E casalinghi si diventa. Frequentando il master per la fantomatica figura di home manager che dopo Milano, Verona e Lucca approderà nei prossimi mesi anche a Bari. L’idea è di una multinazionale che produce articoli per la pulizia della casa - un modo come un altro per farsi pubblicità, insomma - e comprende una sedicente lezione di stirologia: ovvero «l’arte di saper stirare», leggiamo testualmente».

Un altro articolo intitolato "Professione casalingo: un vero e proprio esercito" sulla "Gazzetta del lavoro" del 14 settembre 2009, si chiedeva: «Di cosa stiamo parlando? Della professione di casalingo: l’uomo che per scelta o per dovere si prende cura della casa. Secondo i dati dell’Istat nel 2008 in Italia, su un totale di oltre 8 milioni di casalinghe/i, gli uomini sono 49mila. Sempre nel 2008 l’Inail ha assicurato 24.259 uomini; il dato si riferisce alla fascia di uomini di età 18-65 anni e che svolgono lavoro gratuito e non occasionale finalizzato alle cure familiari e domestiche. È proprio il caso di dire che in tempi di recessione e crisi i maschi sembrano davvero adeguarsi». L'Ansa, nel 2019, ha poi riportato i dati Istat da cui emergeva il raggiungimento dei 100.000 casalinghi in Italia: «I casalinghi, uomini la cui ‘attività’ sta nel badare alla casa, hanno raggiunto quota 100 mila nella classe 15-64 anni, in cui rientrano le persone in età da lavoro. È quanto emerge dai dati Istat aggiornati al primo trimestre 2019» (Redazione Ansa, “Sono 100mila i casalinghi italiani”, 20 agosto 2019).

Dati Istat sull'aumento degli uomini casalinghi in Italia

Il "Fondo per le Casalinghe" e le Valenze Simboliche del Termine

Questo progressivo ampliamento della professione casalinga anche tra gli uomini ha determinato non solo la formazione del sostantivo "casalingo" alla forma maschile, ma la sua maggiore diffusione nell’uso, anche nella lingua dell’informazione, della politica e dell’economia. L'evoluzione del termine "casalinga" ha ricevuto ulteriore spessore e dibattito nel contesto delle politiche sociali. Lunedì 24 agosto 2020, da quando la ministra Bonetti ha lanciato nel decreto d’agosto il “Fondo per la formazione personale delle casalinghe” con una dotazione di 3 milioni di euro, la parola "casalinga", il suo significato e la specifica circa a chi vada attribuita tale qualifica e condizione, ha ripreso uno spessore che sa di antico, perché mai davvero chiarito. E così, tra consensi e polemiche, il tema si è riproposto all’attenzione dei media, ovviamente soprattutto femminili.

Personalmente, ritengo che al di là delle polemiche e opinioni tra favorevoli e contrari, non sia scandalosa una misura che comunque, ben articolata nelle norme attuative, potrebbe rispondere a esigenze formative di molte donne che per obbligo, necessità o scelta si occupano dei lavori di casa, di cura e non solo. Esigenze che, seppur con superficialità del pensiero, viene spontaneo possano trovare in prima posizione una formazione utile nella scelta di incrementare l’abilità informatica, risolvendo problemi da casa. Quella informatica è una conoscenza che, se praticata, può permettere di snellire un'infinità d’impegni, quelli che i libri di economia domestica (materia che si studiava a scuola non troppi anni fa) avrebbero definito "capacità amministrative" e io aggiungo "relazionali". Si tratta di innumerevoli adempimenti che vanno dai conti della gestione familiare alla banca, dalla posta alla sanità fino al rapporto con istituzioni varie, ecc. In sostanza, sembra ci siano due possibili distinte direzioni e filoni da seguire in termini formativi.

Fatte queste brevi considerazioni, che considero dovute visto il decreto da cui tutto prende spunto per i miei pensieri, mi pare che l’iniziativa della ministra Bonetti, nella scelta della definizione del provvedimento che ha circoscritto ad una specifica condizione di lavoro - definita dal termine "casalinga", mentre molte altre parole potevano essere scelte - e tenendo conto di quanto pesino i concetti dietro e dentro i termini del linguaggio e la loro storia ”politica“ (spesso mai risolta compiutamente nel suo significato, come nello specifico), ha aperto, per non dire scatenato, un dibattito che stimola a riprendere il tema e le sue valenze simboliche e oggettive. Ed è allora, all’interno di questo ragionamento, che come mi capita spesso mi viene spontaneo ripartire da me domandandomi: ma io sono una casalinga? E se lo sono, a quale categoria appartengo? Nel tentativo di darmi qualche risposta, la prima che la parola "casalinga" richiama, senza se né ma, sono i lavori di casa. E io quelli li faccio e li ho sempre fatti. E tanti sono stati i lavori di cura che posso dire che non mi siano mancati. Tutto questo l'ho gestito mentre, parallelamente, stavo lavorando fuori casa, tanto da vivere oggi garantita dalla pensione frutto di quell’impegno. E qui mi fermo nuovamente a pensare se abbia mai trovato una risposta esauriente la domanda se fare la casalinga sia definibile come tale, appunto: un lavoro seppur non pagato?

Forse una volta per tutte penso che dovremmo dire che non ci sono dubbi. Forse che quello a pagamento è immediatamente definito lavoro perché esonerato o sgomberato dall’ansia, dalle preoccupazioni e da tutte quelle emozioni che lo accompagnano se è per la tua famiglia, casa, ambiente, quindi se è intrecciato all’affettività? Un riproporsi della chiamata a casa delle donne, subdola e strisciante, che un momento particolare come quello del coronavirus, con tutte le condizionalità, novità in itinere e la notevole preoccupazione occupazionale, può divenire realisticamente una minaccia riportando alla ribalta la pressione oggettiva di ricacciare le donne a casa per risolvere molti problemi e risparmi sociali. Ed è dunque proprio quanto sta accadendo che potrebbe rendere interessante, e forse utile, tornare sul tema che la parola "casalinga" sintetizza, impastando implicazioni affettive, di responsabilità e differenze di età, condizioni oggettive e soggettive che possono fare la differenza, anzi che la fanno sicuramente nell’affrontare il tema a vantaggio delle donne tutte.

Vivere la condizione di "casalinga" come limitazione coatta ad esprimersi in altri ambiti della società è una vera violenza. Limitare la categoria di "casalinga" ai soli lavori di casa, interpretarla come cura, trovo sarebbe interessante da riapprofondire, rivisitare aggiornando o cancellando persino il linguaggio sin dal vocabolario e dai modi di dire. Un esempio interessante viene dall’aggettivo "casalingo" che comporta e qualifica nel suo uso il senso, oltre al lavoro, dell’accoglienza, del cibo, di comportamenti calorosi e piacevoli, dei manufatti fatti in casa (non professionali, magari imperfetti pur se intrecciati di attenzione per il meglio, che ne garantiscono il plusvalore).

Prima di terminare, sento come doveroso un utile richiamo, che scaturisce dalle esperienze del mio lavoro nel mondo agricolo, anche in particolare con le donne, e che cito perché mi sembra sia un ulteriore spunto per riflettere sulla "casalinga" e il suo lavoro. Le contadine, in nome di quanto il loro lavoro familiare (quindi "casalingo") di sostegno al lavoro agricolo fosse importante, anzi decisivo, furono le mosche nocchiere nella conquista e approvazione dell’impresa familiare (art. 230 bis) che fu inserita nel così detto “Nuovo diritto di famiglia" approvato nel 1975. L’articolo, che si estese al mondo dell’artigianato e del commercio, riconosceva e riconosce pur in una situazione tanto cambiata il diritto a mantenimento, utili e opinione nei cambiamenti aziendali ai familiari partecipanti, ma è noto che volesse riconoscere, in primis, il contributo femminile, senza dimenticare altri. Fu un grande riconoscimento e conquista di dignità e parità, quando il lavoro che faceva capo alla casa aveva nelle imprese un enorme valore aziendale e ottenne un riconoscimento davvero ante litteram. Quanto a me, tornando alla domanda personale, non so definirmi e dare una risposta. Certo pur se da "casalinga" a intermittenza, nella mia vita sono sicura di esserlo stata, "casalinga", e di esserlo tuttora.

Donne contadine al lavoro nel contesto di un'impresa familiare

L'Evoluzione Lessicografica e la Penetrazione nell'Uso Comune

Non è facile quantificare la penetrazione nella lingua comune del sostantivo maschile "casalingo/ghi", e una ricerca con Google, condotta per avere almeno un dato indicativo sui grossi numeri ad oggi, risulta molto disturbata dalla sovrapposizione con il corrispondente aggettivo. Ho quindi impostato la ricerca su alcune stringhe che potessero eludere, almeno in parte, il rumore altrimenti presente nella restituzione dei dati (pagine in italiano al 20 novembre 2021):

  • “professione casalingo”: 3.560 occorrenze / “professione casalinga”: 3.360 occorrenze (al femminile fa meno notizia e, come si accennava prima, la nobilitazione del mestiere si è affermata proprio con l’ingresso degli uomini);
  • “fare il casalingo”: 6.200 occorrenze / “fare la casalinga”: 174.000 occorrenze (meno riconoscimento, numeri più alti al femminile);
  • “casalingo a tempo pieno”: 4.760 occorrenze / “casalinga a tempo pieno”: 19.000 occorrenze.

Un’importante conferma dell’affermazione della forma maschile ci viene dai dizionari, che, dopo una tradizione di registrazione soltanto del sostantivo femminile, peraltro all’interno della voce dedicata all’aggettivo, hanno iniziato a contemplare anche il sostantivo "casalingo". La situazione attuale è ancora differenziata anche sulla base delle edizioni più o meno recenti dei dizionari sincronici. Per esempio, il GRADIT (Grande Dizionario Italiano dell'Uso) ha la voce "casalingo s.m.", ma rimanda a "casalinga" con definizione ed esempi solo al femminile: “donna che si dedica esclusivamente alle faccende domestiche, senza esercitare altro mestiere o professione: mia madre è casalinga”. Il Vocabolario Treccani, invece, ha soltanto la voce femminile "casalinga" e non cita la forma maschile. Il Devoto-Oli, nella sua ultima edizione del 2022, ha inserito, oltre a "casalinga", anche la voce "casalingo" con la definizione “s.m (f. -a) Uomo che svolge le facende di casa o che ama stare in casa (anche scherz.)”, mostrando così una progressiva, seppur ancora non uniforme, accettazione lessicografica. Questa evoluzione testimonia la lenta ma inesorabile maturazione del linguaggio per riflettere i cambiamenti dei ruoli sociali e la ricerca di riconoscimento per tutti coloro che si dedicano al lavoro domestico.

Comparazione delle definizioni di

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