
Il 23 maggio dello scorso anno la funivia del Mottarone cedeva causando la morte della famiglia di Eitan, unico superstite della strage. Ad un anno dalla tragedia del Mottarone, dove morirono 14 persone tra cui la famiglia di Eitan Biran, unico superstite e simbolo di questa sciagura, il piccolo potrà avere finalmente giustizia. Il bambino, infatti, dopo aver perso entrambi i genitori, ha dovuto subire un'infinita diatriba, fatta di litigi e minacce, tra i parenti materni e quelli paterni per contendersi l'affido del piccolo. Da qualche tempo, però, sembra che il bambino abbia ricominciato a vivere la sua età cercando di dimenticare tutto ciò che ha passato.
La tragedia della funivia del Mottarone
Il 23 maggio del 2021 la funivia 3 che percorre Stresa-Alpino-Mottarone precipitò nel vuoto a pochi metri dall'ultima stazione, lasciando senza vita i corpi di 14 persone sparpagliati nel bosco. La fune traente si spezzò a pochi metri dall’arrivo. Quella mattina di una domenica della primavera post Covid, nella cabina della morte Eitan era con il fratellino, la madre, due bisnonni, il papà e altre 9 persone. Quando la fune traente si spezzò a pochi metri dall’arrivo e la cabina rossa prese a correre impazzita per 400 metri perché i freni di emergenza non potevano entrare in funzione visto che erano stati irresponsabilmente bloccati con i forchettoni, il terrore si impossessò dei 15 passeggeri fino allo schianto a terra.
Eitan: l'unico sopravvissuto
L'unico sopravvissuto fu Eitan, un bambino di 5 anni, figlio maggiore di una giovane coppia israeliana che viveva da anni a Pavia. Il padre gli salvò la vita: con il suo corpo ammortizzò il colpo proteggendolo dalla caduta. Eitan si salvò miracolosamente, riportando solo gravi fratture. «Lasciatemi stare» continuava a ripetere durante il suo arrivo in ospedale, al Regina Margherita di Torino dove fu operato per stabilizzare le fratture multiple al femore, alla tibia e all’omero. La sua ripresa costituì all'epoca «un barlume di speranza» nella tragedia che vide ben 14 vittime. «Il risveglio è partito, la risposta del bambino è positiva. Comincia a dare i primi segnali di risveglio con colpi di tosse e alcuni momenti di respiro spontaneo».

I medici iniziarono a procedere con un «cauto risveglio del bambino», dopo che il direttore generale della Città della Salute Giovanni La Valle comunicò che «la risonanza magnetica non ha evidenziato danni neurologici sia a livello celebrale sia a livello del tronco encefalico». Condizioni che portarono Giorgio Ivani, direttore del reparto di rianimazione, a parlare di «un cauto ottimismo». «Teniamo conto di due fattori - ha aggiunto La Valle - una forte debolezza fisica perché gli interventi fatti per la stabilizzazione delle frattura hanno inciso in maniera notevole. E c'è anche un problema psicologico perché riportiamo il bimbo nel mondo reale e quindi bisogna fare attenzione». Dopo il messaggio dei Vigili del Fuoco, rivolto al piccolo nella giornata di ieri, continuarono ad arrivare auguri di guarigione per il bambino. Il Consiglio Regionale della Lombardia si aprì con la commemorazione delle vittime della tragedia della funivia di Mottarone, dieci delle quali vivevano in Lombardia. Il presidente del Consiglio Regionale, Alessandro Fermi, visibilmente commosso, disse che «questo incidente ha umanamente coinvolto ogni cittadino lombardo. Oggi è il tempo del lutto e della memoria non c'è spazio per nient'altro. Non ci sono parole. Oggi è il momento del ricordo di queste 14 persone». «All'interno di questa tragedia, abbiamo un barlume di speranza grazie ad Ethan, il bambino unico superstite della tragedia, ricoverato a Torino e salvato dall'abbraccio di suo papà. Solo questa immagine, questo gesto, ci fa immaginare quei momenti che sono umanamente difficilissimi» aggiunse.

La famiglia di Eitan: un dramma nel dramma
Da quel momento, però, il bambino perse non solo i genitori ma con loro anche il diritto ad una vita tranquilla. Tom, il fratellino di Eithan di 2 anni, morì sul colpo quando la cabina precipitò al suolo da un’altezza di venti metri. È il racconto di una famiglia felice quello che traspare sulle pagine social di Amit e della moglie Tal, con tante foto loro e dei bambini e un post messo in occasione del loro sesto anniversario di matrimonio. Il papà, Amit Biran, 30 anni, era un addetto alla sicurezza delle comunità ebraiche e della scuola che frequentavano i figli. A Pavia, Amit Biram aveva studiato Medicina e Chirurgia, poi si era sposato in Israele e aveva convinto la moglie Tal, 27 anni, a trasferirsi in Italia. In Israele era tornato con la moglie in occasione dei parti dei due figli. Amit e Tal erano profondamente legati, anche dalla fede religiosa e si erano sposati in Sinagoga. Una fede che per la coppia rappresentava anche un impegno, tant’è che Amit Biram aveva accettato l’incarico di addetto alla sicurezza della comunità ebraica di Milano. Un messaggio di cordoglio apparve anche sul sito dell'università di Pavia per ricordare Amit, «studente di Medicina, coinvolto, con la sua famiglia, nella tragedia sulla Funivia del Mottarone». Dopo l’incidente, il bimbo era stato affidato alla zia paterna che vive a Pavia.
La contesa per l'affido: il rapimento e la battaglia legale
Dopo la tragedia, infatti, il nonno materno Shmuel Peleg ne rivendicò l'affido, nonostante il parere contrario dei parenti paterni e dopo varie liti l'uomo rapì il bambino dalla casa della sorella del papà, Aya, portandolo in Israele. Gli zii materni di Eitan reclamarono l'adozione del bambino e il suo trasferimento affinché potesse essere educato con i principi ebraici. "Eitan è tenuto in ostaggio in Italia da una famiglia che non gli era vicina in alcun modo. Il suo diritto è che dovrebbe avere una casa dove i suoi genitori volevano che crescesse; come ebreo in una scuola ebraica, e non in una scuola cattolica in Italia. È tenuto prigioniero", sostennero gli zii Gali e Ron Perry. Tra le due famiglie iniziò una battaglia dentro e fuori l'aula del tribunale.
Eitan Biran: il bambino conteso tra due famiglie - Storie italiane 16/09/2021
Quando Eitan fu portato in Israele dal nonno stava seguendo un percorso di riabilitazione, con il supporto degli psicologi, che lo seguivano fin da quando era stato ricoverato in ospedale. La paura più grossa, in quel momento, era che tutto il lavoro venisse perso e che il bambino, già molto fragile, potesse traumatizzarsi maggiormente. Per questo motivo il nonno venne accusato di sequestro di persona e sottoposto agli arresti domiciliari. Con lui venne indagata anche la moglie, Etty Peleg, considerata la "mente" del sequestro del nipote. Gli zii paterni chiesero a gran voce un aiuto da parte dello Stato italiano, sostenendo che "la famiglia Peleg trattiene Eitan come i soldati dell'esercito israeliano sono tenuti prigionieri nelle carceri di Hamas - dichiarò Or Nirko (marito di Aya Biran, la zia tutrice legale del bambino conteso) -. La famiglia Peleg si rifiuta di dire dove il bambino si trova. Lo nascondono in una specie di buco". Furono giorni di estrema sofferenza, di telecamere puntate verso questa assurda battaglia in cui l'unica vittima fu un bambino a cui era crollato il mondo addosso e con esso ogni speranza nel futuro.
La zia paterna di Eitan, cui il piccolo era stato affidato, presentò denuncia in Questura a Pavia. "Mio nipote Eitan è stato sequestrato dal nonno materno, Shmuel Peleg, ed è stato portato in Israele", denunciò Aya Biran-Nirko, zia affidataria del piccolo, residente nella frazione Rotta di Travacò, a Pavia, ai poliziotti della questura cittadina. Il ministero degli Esteri israeliano annunciò che stava "verificando l'informazione" relativa al presunto sequestro del piccolo Eitan, portato dal nonno materno in Israele. Il nonno, Shmulik Peleg, si era trasferito in Italia dopo la tragedia. L'ambasciata Israeliana era al corrente degli sviluppi del caso Eitan e li stava seguendo. Il piccolo era attualmente curato da medici in un ospedale alla periferia di Tel Aviv. Lo disse la famiglia materna del bambino in Israele citata dalla tv Canale 12. "L'amato Eitan - spiegò - è tornato in Israele dopo aver perso tutta la sua famiglia, come volevano i suoi genitori". Aya Biran, zia affidataria, disse: "Ignorati ordine giudice e richieste. “Ieri è avvenuto un evento gravissimo, un’altra tragedia per Eitan” che, “come programmato, è stato preso dal nonno materno Shmuel per una giornata in compagnia dei nonni. Ha lasciato la casa solo con i suoi vestiti estivi, il girello e la carrozzina”, “dicendo alle cugine ‘ci vediamo stasera’ e promettendo di comprare anche a loro un giocattolo. Eitan è "cittadino italiano, Pavia è la sua casa dove è cresciuto, noi lo aspettiamo a casa, siamo molto preoccupati per la sua salute", disse in lacrime "È arrivato in Italia che aveva solo un anno e 18 giorni, ha vissuto tutta la sua vita qui". "Eitan è stato iscritto alla scuola dai suoi genitori, a gennaio 2020, nello stesso istituto in cui ha frequentato l'ultimo anno della scuola materna. La maggior parte della sua sezione della prima è composta dai suoi compagni della scuola materna. Pavia è la sua città di vita". Dopo la tragedia della funivia sul Mottarone, di cui è stato l'unico sopravvissuto, "Eitan è stato preso in carico da un'equipe per la terapia", disse ancora Aya Biran, parlando con i giornalisti davanti alla sua abitazione. "Adesso è seguito da un fisiatra e da uno psicoterapeuta. Questi trattamenti devono essere garantiti in modo regolare. “Con questa mossa unilaterale e gravissima della famiglia Peleg, vedo come mio dovere sottolineare alle autorità Israeliane quanto già conosciuto al sistema giuridico italiano, sempre per il benessere di Eitan: il nonno materno Shmuel Peleg è stato condannato per maltrattamenti nei confronti della sua ex moglie, la nonna materna, e tutti i suoi appelli sono stati respinti in tre gradi di giudizio". Il passaporto di Eitan avrebbe dovuto essere riconsegnato dal nonno materno il 30 agosto. Lo disse la zia paterna e tutrice legale di Eitan, Aya Biran-Nirko, parlando ai giornalisti. Il giudice, ricordò la donna, ha ordinato "alla famiglia Peleg di consegnare a me entro il 30 agosto 2021 il suo passaporto israeliano, che era in possesso per motivi non chiari, del nonno materno, Shmuel Peleg. "Non sono una donna sconosciuta a Eitan, nonostante le false informazioni diffuse dalla famiglia materna, non sono sconosciuti a Eitan mio marito, le mie figlie e i miei genitori che si sono trasferiti in Italia per stare vicino a noi. Io e mio fratello abbiamo vissuto per anni a 50 metri uno dall'altro. Dall'Israele è intervenuta Gali Peleg, zia materna di Eitan, che in un'intervista alla radio israeliana 103 disse: "Parlo solo per chiarire che abbiamo agito per il bene di Eitan". "Il bimbo - aggiunse - ha urlato di emozione quando ci ha visto ed ha detto 'finalmente sono in Israele'". "Non ha cessato di emozionarsi - proseguì - e di dire che noi siamo la sua vera famiglia. Ha detto di sentirsi fra le nuvole. "Siamo stati obbligati, non avevamo più saputo quali fossero le sue condizioni mentali e di salute", continuò. "Non lo abbiamo rapito, lo abbiamo riportato a casa", spiegò aggiungendo che quella è una parola che "non useremo". "Potevamo solo vederlo per breve tempo. Ci hanno tenuto nascoste le sue condizioni di salute. Lo abbiamo riportato a casa, così come i genitori volevano per lui". "C'è grande preoccupazione da parte nostra e dei nostri assistiti per quello che di fatto assume i contorni di un sequestro di persona di Eitan. È stato confermato che si trova in Israele. Ieri abbiamo fatto subito una denuncia quando il bambino non è rientrato. La nostra preoccupazione è ed è sempre stata l'equilibrio psicofisico del bambino". Così Armando Simbari, legale della zia del piccolo Eitan. Anche se era stato accertato che la tutela spettava alla zia, i legali spiegarono che era stata presa la decisione di aprire alle visite "per il bene del bambino". "Nessuno si aspettava una cosa del genere, siamo rimasti tutti scioccati", disse Milo Hasbani, presidente della comunità ebraica di Milano. Con entrambe le famiglie, sia quella materna che paterna del bambino, "ci siamo fatti gli auguri di buon anno la settimana scorsa, in occasione del capodanno ebraico". La zia paterna, che aveva la custodia legale di Eitan, "mi ha raccontato che si preparavano per il rientro a scuola", invece ieri il bambino è stato portato in Israele dal nonno materno e la procura ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Infine, Hasbani espresse una dura condanna "nei confronti di questo gravissimo atto che viola le leggi italiane ed internazionali". "Eitan è stato rapito dal nonno materno. Stiamo cercando di fare il possibile per riportarlo qui". Intervenendo a una manifestazione, Mario Fabrizio Fracassi, sindaco di Pavia, parlò della vicenda del bimbo: "È una brutta cosa. Per noi è stato quasi come un 11 settembre. Il bambino cominciava a riprendersi e a stare meglio.

La svolta del caso: il ritorno in Italia
Ad ottobre 2021, a cinque mesi di distanza dal terribile incidente, il giudice del tribunale della famiglia di Tel Aviv decise che Eitan doveva tornare a casa della zia in Italia. "Il tribunale non ha accolto la tesi del nonno che Israele è il luogo normale di vita del minore né la tesi che abbia due luoghi di abitazione", dichiarò il giudice nella sentenza con cui accolse il ricorso della zia affidataria, imponendo il rientro immediato in Italia del bambino. La faida familiare, però, continuò feroce, combattuta a colpi di ripicche, minacce e fango gettato dai parenti materni su quelli paterni e viceversa. La zia Aya, infatti, dopo la decisione del tribunale, volò a Tel Aviv e riprese con sé il nipote tagliando ogni rapporto con la famiglia della madre del piccolo. "Eitan è a Tel Aviv ma la zia non lo fa vedere ai nonni - spiegarono i legali dei parenti che denunciano la donna - La nonna ha fatto denuncia alla polizia israeliana, che sta avviando le ricerche del bambino. I nonni si sono anche rivolti al Tribunale di Tel Aviv". Alla fine Eitan tornò in Italia e nonostante i suoi pochi anni di vita è come se ne avesse vissute più di una. A dicembre il volo decollato da Tel Aviv atterrò all'aeroporto di Orio al Serio (Bergamo). Da quel momento il piccolo tornò a vivere con la zia paterna, anche se seguito da una terza persona che gli fa da tutore. "È necessario nell'interesse del minore che la funzione di tutore venga svolta da una figura terza, estranea all'aspra conflittualità che si è aperta tra i rami familiari nonostante l'esplicito richiamo alla collaborazione da parte del giudice tutelare", così cita il provvedimento del tribunale. Shmuel Peleg ha patteggiato 20 mesi per quel sequestro fatto quando il dolore della tragedia che ha distrutto la sua famiglia lo aveva sopraffatto. Ancora oggi però, dopo un anno della tragedia, la controversia tra le due famiglie è aperta. Da quando è uscito dall’ospedale un mese dopo l’incidente, e dopo la parentesi in Israele dove l’aveva portato il nonno Shmuel, che lo aveva rapito nel Pavese, il piccolo sta crescendo con gli zii paterni e due cuginette per quanto possibile in serenità. Anche una corte israeliana ha però sancito che il bambino dovesse tornare in Italia dove è cresciuto.

I risarcimenti e la ricerca di un futuro sereno
Eitan Biran: il bambino conteso tra due famiglie - Storie italiane 16/09/2021
Dei 15 milioni che ha già pagato la Leitner e degli altri 10 arrivati dalla Reale Mutua assicurazioni, al bambino vanno più di 3,5 milioni in maggior misura dalla Leitner, l'azienda leader mondiale negli impianti a fune che garantiva la manutenzione del vecchio impianto del Mottarone. Eitan Biran riceverà un risarcimento di oltre 3 milioni di euro. L’avvocato Fabrizio Ventimiglia, che ha assistito il piccolo con il collega civilista Enzo Aldo Tino, è «pienamente soddisfatto» dell’accordo che ritiene «un eccellente risultato» nell’«interesse del bambino», il quale, aggiunge, d’ora in poi deve «restare fuori dal processo e allontanarsi dal clamore mediatico» per «uscire il più velocemente possibile da questa vicenda» e «concentrarsi solamente sul proprio cammino di vita», provando «a chiudere questa dolorosissima parentesi della sua vita e guardando al futuro con la spensieratezza e la serenità che non dovrebbero mai mancare ad un bambino». Martedì mattina i suoi legali ritireranno la costituzione di parte civile nei confronti di Leitner all’udienza preliminare che è in corso a Verbania, in cui sono accusati, a vario titolo, di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e rimozione di apparati di sicurezza Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, il capo servizio Gabriele Tadini e il direttore d’esercizio Enrico Perocchio, oltre ad Anton Seeber, Martin Leitner e Peter Rabanser, presidente, vicepresidente e responsabile assistenza clienti di Leitner. Faranno lo stesso i congiunti delle altre vittime, a loro volta risarciti. Mancava solo la definizione dell’ultima somma, la più corposa ed in qualche misura anche la più dolorosa, per chiudere la partita dei risarcimenti destinati alle vittime dell’incidente della funivia del Mottarone. «Si è arrivati alla definizione di accordi transattivi che coinvolgono tutte le parti in causa, persone fisiche e giuridiche. Sono molto contento di questo risultato, che ci soddisfa pienamente», ha fatto sapere l’avvocato con una nota. «Leitner e Reale Mutua hanno offerto un contributo importante per garantire un futuro sereno sotto un profilo economico ad Eitan». Anche Ferrovie del Mottarone, la società che aveva in gestione l'impianto della funivia del Mottarone, ha offerto un risarcimento. «Eitan doveva uscire il più velocemente possibile da questa vicenda, e così è stato. Indubbiamente nessun risarcimento potrà mai restituirgli ciò che gli è stato tolto a fronte di questa immane tragedia», aggiunge l’avvocato. «Ma d'ora in avanti, circondato dall'affetto di tutti i parenti e degli amici, potrà concentrarsi soltanto sul proprio cammino di vita, restando lontano dalle aule di giustizia, provando a chiudere questa dolorosissima parentesi della sua vita, guardando al futuro con la spensieratezza e la serenità che non devono mai mancare nell'infanzia di un bambino».
La riflessione sulla fragilità dell'infanzia

Una riflessione di Marco Griffini, Presidente Ai.Bi., sottolinea la fragilità di Eitan e di tutti i bambini che si trovano in situazioni simili. Attraverso tutto ciò che ci stanno dicendo in queste ore televisioni, siti internet, giornali… Noi, padri e madri, ci sentiamo al capezzale di quel bambino che non conosciamo. Stiamo piangendo per lui. Stiamo pregando, forse per la prima volta nella nostra vita, per lui. Saremmo disposti ad aprirgli non solo il nostro cuore, ma anche la nostra casa, ad accoglierlo nella nostra famiglia, senza pensarci un attimo. Senza chiederci se poi, un domani, le conseguenze di questo tremendo incidente lasceranno un indelebile segno sul suo piccolo corpo o nella sua mente. Anzi, proprio per questa sua fragilità ci sentiremmo di amarlo di più… Perché in quel letto di ospedale di Torino, lì, non c’è un bambino qualsiasi. Così lo sentiamo, così lo vediamo. Questo formidabile amore che, inspiegabilmente, ci lega in un tutt’uno con i nostri figli, siano essi nati dalla nostra carne o dal nostro cuore. Eppure, purtroppo, ogni giorno - dicono addirittura ogni minuto - in qualche parte del mondo un bambino resta improvvisamente e tragicamente solo. Ma, questo, è un dramma che non ci sfiora! È un dramma che non ci rattrista, non ci preoccupa, non ci fa dire una preghiera per dei volti sconosciuti e senza nome. A quel povero bambino che lotta tra la vita e la morte a Torino, senz’altro non mancheranno aiuti, assistenza, come è giusto che sia. Ci si farà in quattro per farlo tornare in salute e, poi, per assicurargli tutto ciò di cui un bambino ha bisogno per crescere. Ma noi pensiamo, e ne siamo fermamente convinti, che tutto questo non basti: non ha più i suoi genitori, come potrà vivere senza di loro? Nelle ultime ora a Torino è arrivata la zia di Eitan Moshe Biran. Anche lei ha perso un fratello, una cognata (e i suoi nonni) e un altro nipotino. È corsa con l’apprensione e la speranza di chi, forse, già si sente mamma di quel nipote rimastole. E non abbiamo dubbi che non veda l’ora di aprirgli le braccia per accoglierlo anche al di fuori delle mura dell’ospedale. Non sono forse anche loro dei figli?
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