Re Giorgio Armani: Un Viaggio dall'Infanzia Piacentina all'Impero Globale della Moda, con un Focus sulla Linea Bambino

Giorgio Armani, una figura iconica e inconfondibile nel panorama della moda internazionale, è stato uno dei protagonisti assoluti che ha ridefinito i canoni dell'eleganza contemporanea. Nato a Piacenza l'11 luglio del 1934 e scomparso a Milano il 4 settembre 2025 all’età di 91 anni, la sua carriera si è sviluppata lungo oltre mezzo secolo, costruendo un impero che si è esteso ben oltre l’abbigliamento, includendo accessori, hotel, design d’interni e persino progetti legati allo sport. La sua presenza terrena era talmente radicata nella sensibilità mondiale che la sua scomparsa, pur attesa, è sembrata quasi impossibile a molti, un po' come per la Regina Elisabetta, nessuno più si aspettava la sua dipartita. Il "signor Armani", come lo chiamavano i collaboratori, era conosciuto dappertutto.

L'Infanzia e la Formazione: Le Radici Piacentine di un Impero

Giorgio Armani nacque a Piacenza in una famiglia modesta. Era il secondo di tre figli, nato cinque anni dopo il fratello Sergio e cinque prima della sorella Rosanna. Suo padre Ugo lavorava come contabile in una compagnia di trasporti, e in particolare era un impiegato amministrativo del fascio di Piacenza, mentre sua madre Maria Raimondi era casalinga, e Giorgio l'ha sempre ricordata per una semplice eleganza che lo ha costantemente ispirato.

La sua infanzia fu profondamente segnata dalla dittatura fascista e dalla durezza del conflitto mondiale. «In famiglia ne parlavamo spesso, e si confrontavano due opinioni diverse», ricordava Armani a proposito del periodo fascista. La cosa principale era che «non potevamo dire di no al sistema: o ne facevi parte, o venivi tagliato fuori». Tuttavia, non tutto era negativo, in quanto il sistema «ci organizzavano un po’ la vita» con «cose buone» come «le gite in campagna con la distribuzione del pane, le colonie estive, gli spettacoli teatrali organizzati dal dopolavoro… Un po’ noi ragazzini ci divertivamo». Suo padre finì in galera per qualche mese durante il dopoguerra difficile, ma Giorgio teneva a precisare che la sua famiglia fascista non era.

Durante la Seconda guerra mondiale, conobbe in prima persona la paura e la precarietà. «Vivevamo al quinto piano di un grande silos», raccontava. «Di notte la mamma ci svegliava alle tre e ci portava giù in cantina, che non era un vero rifugio, sarebbe bastato un soffio e la casa sarebbe crollata. Però anche lì ho trovato di che divertirmi». In quel periodo, «avevo 7, 8 anni», e sperimentò il "gioco dei segreti" e il primo affetto infantile per Wanda, una bambina dall’aria esotica e dal colorito un po’ etnico, con capelli dritti e riga in mezzo, un po’ come le ragazze di adesso, che era diventata la sua fidanzatina. Tragicamente, Wanda morì schiacciata da un tir.

Giorgio Armani da bambino a Piacenza

Una delle esperienze più traumatiche della sua infanzia fu un incidente che lo portò a rischiare di perdere la vista. «Finita la guerra noi ragazzini andavamo in giro a raccogliere la polvere da sparo», ricordava. «Uno dei miei amici prese un pacchetto, accese una miccia… io mi ero affacciato in strada per vedere cosa succedeva e presi in pieno la fiammata. Rimasi in ospedale venti giorni, rischiai di perdere la vista». Questo evento gli causò gravi ustioni e gli lasciò un ricordo vivido delle difficoltà dell’epoca, inclusa l'umiliazione di un infermiere che aveva rifiutato di curarlo avendo scoperto che era figlio del fascista Armani. Da bambino, Armani era "bruttino", poi crescendo "sono diventato bello", in un'età in cui le ragazze non erano ancora nel suo mondo.

Un altro luogo significativo della sua giovinezza fu Misano Adriatico. È noto che da bambino e adolescente Armani trascorse le vacanze a Misano, presso la colonia Piacenza, una struttura che fu poi abbattuta nei primi anni ’70. La città e lo stilista hanno mantenuto un rapporto, tanto che Giorgio Armani raccontò Misano Adriatico in un'intervista sul Corriere della Sera, rilasciata a Aldo Cazzullo e Paola Pollo. Tra Misano Adriatico ed Armani c’è anche un rapporto professionale, come dimostra il contatto con i fratelli misanesi Loris e Euro Casalboni, titolari di Oltremateria di San Giovanni in Marignano, ai quali Armani si affidò per la sede di Milano in via Manzoni, utilizzando la loro ecomalta.

Vecchia foto della colonia Piacenza a Misano Adriatico

Nel 1947, la famiglia Armani si trasferisce a Milano. Giorgio veniva da Piacenza, che era «un piccolo grande villaggio», e Milano cominciava a essere «una città». Il padre lavorava in una ditta di autotrasporti. Giorgio ricordava la sua timidezza giovanile: «Un giorno mi dette in mano il telefono, ma io avevo il terrore di telefonare. Mi vergognavo. Perché il telefono mi ricordava quello che avevo visto sul tavolo del federale».

Dopo il liceo scientifico, nel 1953, spinto da una forte passione giovanile, si iscrisse alla facoltà di medicina all’Università di Milano, ispirato dal desiderio di «curare i corpi». Studiò per tre anni, ma non completò il percorso, comprendendo che quella carriera non era nelle sue corde. La scelta di abbandonare gli studi segnò una svolta decisiva, spingendolo verso nuovi interessi. Terminò il servizio militare, un periodo che gli diede un ordine in una strada ancora incerta. Durante la giovinezza, ebbe anche un'esperienza che descrisse con emozione: «Ero in un gruppo di ragazzi, di bambini, e c’era un responsabile, un giovane uomo, che mi ispirò subito un sentimento d’amore. Non ho ben realizzato questa cosa, non le ho dato seguito. Non ne ero conscio, non capivo cos’era, non facevo differenze tra uomo e donna. Era un’attrazione che sentivo, una cosa bellissima: non vedevi l’ora di stargli vicino, di farmi accarezzare… una grande emozione. Queste cose non le ho mai dette a nessuno».

I Primi Passi nel Mondo della Moda: Dalla Rinascente a Nino Cerruti

La sua strada era ancora incerta dopo l'università e il servizio militare, ma il destino lo portò verso il mondo della moda. Grazie a un'amica, Giorgio trovò lavoro nel 1960 come commesso e allestitore di vetrine presso La Rinascente a Milano, dove rimase per otto anni. Qui affinò la conoscenza del commercio, dell’estetica espositiva e delle dinamiche della moda. All'inizio non aveva un compito definito, e questo lo spingeva a inventarselo. Finì per essere il giovanotto che capiva le nuove tendenze, che andava a Londra a scoprire lo stile british insieme con quello dei “figli dei fiori”. L’ambiente del grande magazzino, frequentato da clienti esigenti e innovatori del settore, gli permise di osservare da vicino i cambiamenti del gusto e delle abitudini.

Boutique La Rinascente anni '60

Nel 1964, la sua carriera ebbe una svolta significativa quando Nino Cerruti, il primo a riconoscerne il talento, lo chiamò per collaborare con Hitman, la sua fabbrica di prêt-à-porter elegante da uomo. Negli anni Sessanta, Armani lavorò come designer freelance, sviluppando le prime competenze tecniche nel disegno e nella creazione di abiti maschili, introducendo elementi innovativi nella sartoria. La sua capacità di osservare e reinterpretare i capi tradizionali gli consentì di distinguersi come un talento emergente. In azienda, Giorgio Armani ebbe la possibilità di completare sul campo la sua formazione, perfezionandola sotto ogni aspetto, dalla conoscenza dei tessuti alla tecnica sartoriale, fino al lato economico.

In questo periodo, più precisamente nel 1966 durante una vacanza alla Capannina, vicino a Forte dei Marmi in Versilia, conobbe Sergio Galeotti, architetto e imprenditore di Pietrasanta. I due non si lasciarono più, e il loro fu più di un amore, un sodalizio fraterno totale. Sergio divenne non solo suo partner sentimentale ma anche il principale sostenitore della sua carriera. Galeotti lo convinse a mettersi in proprio, spingendolo ad abbandonare i lavori su commissione per creare una propria identità stilistica. Un anello meraviglioso con un diamante, che Giorgio Armani portava al suo anulare sinistro, era un ricordo di Sergio. La loro collaborazione unì creatività e capacità imprenditoriale, costituendo la base del futuro impero Armani. Il primo esordio come stilista di Armani fu nel 1974 durante la leggendaria sfilata fiorentina di Palazzo Pitti alla Sala Bianca.

La Nascita di un'Icona: Giorgio Armani S.p.A. e la Rivoluzione dello Stile

Nel 1975, Giorgio Armani e Sergio Galeotti fondarono ufficialmente la società Giorgio Armani S.p.A. a Milano, con un capitale di 10 milioni di lire, e soci al 50%. Quell’anno venne presentata la prima collezione di prêt-à-porter maschile e, l’anno successivo, nel 1976, al womenswear, che incantò Pitti con una sfilata in cui erano racchiusi tutti gli elementi chiave del suo stile. Le modelle sfilavano con il blazer Armani e pantaloni morbidi, con la musica degli Inti Illimani ad aggiungere ritmo alla passerella. Il primo quartier generale fu in via Durini a Milano. Lo stile Armani, sobrio, raffinato e privo di eccessi, rispondeva al desiderio di una nuova eleganza moderna. Nel 1976, i ricavi della società erano di 569 milioni di lire, cifra che salì a 291 miliardi nel 1985, segno di una crescita esponenziale.

Sfilata di Giorgio Armani con la giacca destrutturata

Una delle sue più grandi innovazioni fu la giacca destrutturata sartoriale. Negli anni Ottanta, Giorgio Armani sfidò le tradizioni tecniche e la sartorialità inglese, destrutturando la giacca. Era un'operazione sopraffina che non voleva perdere in eleganza: eliminò le rigide controfodere e i copririsvolti, proiettando le spalle fuori e facendole cadere, per creare un'immagine più fluida anche con dei tessuti dalla trama spessa. Questa giacca, pensata per l'uomo, che «segue il corpo trasmettendo sicurezza e dolcezza, con spalle ampie ma morbide», divenne presto il sogno di una generazione che aspirava a fare tante cose nella vita, e fu adattata anche per la donna.

Armani ha sempre cercato una nuova estetica, anche attraverso il colore. «Cercavo una tonalità che fosse calda ma allo stesso tempo metropolitana, sobria ma non scontata. E il greige è tutto questo per me: discreto, sofisticato e naturale», raccontò Armani. «Amo i colori naturali, danno un profondo senso di tranquillità e serenità, e sono una base sulla quale si può costruire qualsiasi cosa. Ti permettono di connettere altri colori fra loro, rendono possibile un legame tra tonalità lontane. Il greige è come un colore di sfondo. Qualcosa che rimane, sopra il quale puoi immaginare abbinamenti di volta in volta diversi». Questa puntuale sfumatura di colore, che unisce il grigio al beige, ricorda proprio la sabbia bagnata del Trebbia, quella della sua infanzia, ma ha il potere di alleggerire una fantasia o diventare potente nel total look. Un capitolo a parte è per il colore blu, simbolo di eterna eleganza che torna con le collezioni haute couture Armani Privé.

La sua visione della moda era rivoluzionaria fin dalla palette cromatica essenziale e concentrata, principalmente, sulle giacche destrutturate, da quel momento suo marchio di fabbrica. Il creativo tradusse così la sua visione in collezioni che inaugurarono un nuovo ciclo della moda, un prêt-à-porter che faceva perno sull’industria di confezione e non più sulla sartoria. L'androgino, che non scadeva mai nel travestimento, era una sua propensione, accostata a quella di Marlene Dietrich. «Io ho dato alla donna la giacca, i pantaloni, la camicia usando in modo femminile argomenti maschili», dichiarava nel 1983 al Domenica del Corriere. La sua moda era chirurgica, «la lunghezza di un orlo, il taglio di un abito, un guanto mai troppo lungo o un colore mai troppo acceso, tutto misurato e proporzionato al millimetro». Non si considerava un artista, eppure conosceva molto bene l'arte della moda attraversata da una vena di genialità.

La Conquista del Mondo e l'Espansione del Marchio

Il decennio successivo vide l’affermazione mondiale di Giorgio Armani. Nel 1979 aprì la prima boutique negli Stati Uniti, un mercato allora in piena espansione. La svolta decisiva arrivò con il film American Gigolò del 1980. Richard Gere, protagonista della pellicola, indossava abiti firmati Armani, contribuendo a trasformare lo stilista in un punto di riferimento per il guardaroba maschile moderno. Il guardaroba realizzato da Giorgio Armani fece di Richard Gere il simbolo di fascino ed eleganza, destrutturando il completo e alleggerendo la giacca, mentre i pantaloni erano senza pences: nacque così il cosiddetto “American Gigolo’s suit”. Questo fu un vero manifesto della visione Giorgio Armani uomo, libero dai tailleur grigi che castigavano il corpo, con una camicia impeccabile come tocco di pulizia e onestà avvalorata dalla cravatta che assottigliava la figura.

Giorgio Armani, Blondie, Richard Gere in the creative team of the film 'American Gigolo', 1980.

Armani ricordava che il protagonista avrebbe dovuto essere John Travolta, che dopo La Febbre del sabato sera era l’attore più famoso al mondo. Paul Schrader, il regista, lo portò a inizio agosto in una Milano semideserta, e i pochi passanti guardavano Armani accanto a Travolta con due occhi così. La consacrazione americana arrivò anche con una copertina del Time nel 1982 che lo incoronava con il titolo «Giorgio’s gorgeous style», riconoscendo il suo genio creativo assoluto.

Parallelamente, Armani sviluppò nuove linee, ampliando il marchio oltre la collezione principale. Nel 1981, nacque Emporio Armani, la prima di tutte le seconde linee, identificata dal simbolo di un aquilotto. «I giovani di ogni generazione hanno le loro particolari ossessioni. Forse, per quanto riguarda la moda, ciò che era diverso nel 1981 era che lo street style era qualcosa di nuovo: Emporio Armani sembrava un nuovo codice dirompente, e in effetti divenne immediatamente un fenomeno sociale», scrisse lo stilista. «Oggi sono felice che Emporio Armani parli ancora alle nuove generazioni, che rispondono ancora alla sua energia e vitalità metropolitana». L'aquilotto nacque per caso, mentre Giorgio Armani era al telefono con i suoi collaboratori: disegnò due ali e una testina, diventando così sinonimo inconfondibile di Emporio Armani e un segno distintivo da oltre 40 anni.

Logo Emporio Armani con l'aquilotto

Nacquero anche Armani Jeans e, nel 1991, A|X Armani Exchange, rivolto a un pubblico giovane e urbano. Questa strategia consentì di coprire diverse fasce di mercato, dal lusso più esclusivo alle tendenze accessibili. Gli anni Ottanta furono anche un periodo di riconoscimenti e premi. Armani fu più volte citato come esempio di eccellenza del Made in Italy, contribuendo a definire l’idea stessa di eleganza italiana nel panorama internazionale. La sua giacca destrutturata divenne un’icona, adottata da professionisti, attori e uomini d’affari che cercavano uno stile sobrio ma autorevole.

A partire dal gennaio 2005, debuttò a Parigi la linea di alta moda Armani Privé, l’ideale crasi tra immaginazione e artigianalità con collezioni straordinariamente sartoriali. La sua Alta Moda sfilava a Parigi da sempre: Giorgio Armani creava un guardaroba unico per artigianalità e preziosità, pensato per l'upper class o per far sognare le sue “fan”. Era uno sforzo creativo e cognitivo volto a far eccellere la sartorialità in ogni taglio, in ogni accostamento e in ogni cucitura, anche attraverso «centinaia di paillettes cucite su un centimetro quadrato di tessuto».

Armani ha inoltre vestito affascinanti donne come Sophia Loren, Diane Keaton (per ritirare l'Oscar del 1978), Jodie Foster (vincitrice dell'Oscar del 1992), Adria Arjona (per My Way Armani), Emily DiDonato (per Acqua di Gioia), Renée Zellweger (per l'Oscar del 2020) e Anne Hathaway nel recente debutto al Festival di Cannes. Pur schivo e riservato, ha comunque messo in moto il meccanismo dello star system, vestendo attori come Sean Penn, Leonardo DiCaprio (in The Wolf of Wall Street), Jude Law e Regé-Jean Page (per Armani Code).

Armani Junior: Eleganza Fin dalla Prima Infanzia

Precursore in tutto, Giorgio Armani è stato tra i primi a intuire il potenziale di un marchio della moda per adulti nell’abbigliamento per bambini, e i suoi investimenti nel comparto sono costantemente cresciuti. La linea Armani Junior fu introdotta nel 1981 e fino al 2006 copriva la fascia d’età dai 2 ai 16 anni. Successivamente, undici anni prima del 2017, nacquero le collezioni Armani Newborn, per i neonati, e Armani Baby, per i bambini dai 3 ai 24 mesi, a dimostrazione di un impegno sempre maggiore nel vestire anche i più piccoli.

Abbigliamento Armani Junior

La rete distributiva del gruppo Armani conta circa 3.000 punti vendita nel mondo, e quasi 200 sono a insegna Armani Junior, di cui 22 gestiti direttamente. Questa espansione testimonia il successo e la lungimiranza di Armani nel settore del childrenswear.

In un’intervista rilasciata qualche tempo prima del 2017 a Vogue.it, Giorgio Armani rifletteva su 35 anni di lavoro sulle linee junior: «Vestire i bambini è insieme facile e difficile. Bisogna trattarli come bambini, pur sapendo che sono affascinati dal mondo adulto e vorrebbero imitarlo. La sfida per me è creare capi che siano di qualità, belli da vedere, facili da usare, coerenti con il mio mondo e accattivanti. La difficoltà e diversità oggi rispetto al 1981 è rimanere originali in un panorama pieno di proposte».

Bambini con capi Armani Baby e Newborn

Nelle ultime stagioni, in particolare a partire dall’autunno-inverno 2016-17, Armani Junior è diventata più fashion: le collezioni si sono arricchite di capi e accessori che richiamano i temi del momento e sono più coerenti con l’universo Armani. Questo significa che alla praticità e comodità si è aggiunto un elemento di stile più distintivo.

Un elemento sempre centrale nelle collezioni per bambini, così come per gli adulti, è il denim. «Il denim ci accompagna nelle nostre avventure quotidiane», ha detto ancora Armani a Vogue.it. «È resistente, versatile, unisex, democratico e senza tempo». Questa passione dello stilista si riflette nei capi per la primavera-estate 2016 e in tutte le stagioni successive.

Per continuare a essere originale, Giorgio Armani ha portato la linea junior anche nel mondo della pallacanestro, sport del quale è appassionato, come dimostra la sponsorizzazione della squadra Olimpia Milano. Quella degli under 18, chiamata Armani Junior Olimpia, nella stagione 2016-2017 ha raggiunto risultati migliori di quella per adulti, dimostrando l'efficacia dell'investimento e l'importanza del progetto anche a livello giovanile. Esordì a Pitti Immagine Bimbo la nuova linea di calzature in piccole taglie firmata Giorgio Armani, prodotta e distribuita in licenza da Mirel.

Vision Imprenditoriale e Impegno Sociale

La vita privata e il suo lavoro s'intrecciavano: la timidezza e la discrezione ma anche la determinazione nel perseguire i propri obiettivi rimanendo sempre fedele a se stesso. «La vita mi ha premiato ma posso dire che mi ha anche tolto parecchio», ha commentato lo stilista. «Mi sarebbe piaciuto godermi tante cose che per gli altri sono normali, ma che ho dovuto mettere da parte per questo mondo».

Un momento cruciale nella sua vita e carriera fu la morte di Sergio Galeotti nel 1985. «Quando morì Sergio, morì una parte di me», ricordava Armani. Galeotti morì di AIDS. Fu un momento estremamente difficile, che Armani dovette superare anche contro l’opinione pubblica. «Ho avuto una forza di volontà incredibile, per vincere questo dolore crudele. Un anno di attesa perché Sergio morisse. E tutto accadde in un tempo meraviglioso, quando stavamo cominciando a essere qualcuno, a dare una struttura all’azienda, a essere conosciuti nel mondo». Sprofondato nel dolore, invece prese in mano tutto, anche quello che non aveva mai pensato di saper fare, ovvero il ruolo di capo azienda. Da allora lo ha sempre fatto con piglio autorevole, anche autoritario, non ammettendo imperfezioni, superficialità, cadute di stile.

Armani parlava dei francesi di "quest'epoca" come "un po' arroganti", distinguendoli da figure come Coco Chanel, che era una persona elegante che aveva riscoperto l'eleganza della donna, e Saint Laurent, che trovò la formula giusta per essere un po’ più sexy e attuale. Rifiutò sempre di vendere la sua azienda, a differenza di quasi tutti gli altri. «La verità è che ritenevo di dover ancora fare molto da solo». Bernard Arnauld, patron di LVMH, gli fece una corte spietata alla fine degli anni Novanta, ma lui se la fece fare «per capire quanto valevo davvero» e poi rifiutò. C’è chi lo rimproverava di non aver mai trasformato il suo gruppo in una grande company dove gli italiani potessero orgogliosamente investire, ma lui rispondeva: «Sì, ma poi io cosa faccio?».

Giorgio Armani non fu soltanto un imprenditore della moda, ma anche un pioniere nel campo sociale. Nel 2007 fu il primo stilista ad annunciare pubblicamente il rifiuto di modelle troppo magre, imponendo limiti sull’indice di massa corporea per proteggere la salute delle professioniste. Questa scelta fece scuola e venne imitata da altri marchi di moda internazionali. Sostenne anche campagne internazionali come Product Red, fondata da Bono e Bobby Shriver, destinata alla lotta contro l’AIDS. Nel 2011 lanciò il progetto Acqua For Life, in collaborazione con Green Cross International e UNICEF, per fornire accesso all’acqua potabile in comunità svantaggiate.

La sua sensibilità si manifestò anche in tempi di crisi. Fu il primo a sfilare a porte chiuse per tutelare i suoi ospiti dal Coronavirus nel febbraio del 2020, già a gennaio diceva: «ormai il virus è qui. Un po’ veggente lo sono sempre stato». Poi scrisse una lettera al mondo della moda, dicendo: «rallentiamo, fermiamo questa follia dell’avidità, del business». Due anni dopo, nel 2022, scelse una sfilata senza musica contro la guerra, in segno di cordoglio per l'Ucraina. Critico verso le strategie di altri, notava che «hanno puntato tutto sulla Cina, e ora si ritrovano con -30, -40%. Speriamo passi. Noi però non abbiamo mai fatto il passo più lungo della gamba. A differenza di qualche gruppo francese non abbiamo costruito grattacieli; abbiamo fatto un palazzetto a New York, a Madison, di cui avevo capito che sarebbe diventato la nuova Quinta Strada. Altri hanno collezioni di arte, fanno cultura, filosofia. Io disegno vestiti. E ho sempre mirato al cuore delle persone».

Oltre la Moda: Un Impero Multiforme

Il marchio Armani non si fermò all’abbigliamento. Negli anni Novanta e Duemila sviluppò un forte legame con il mondo del cinema e delle arti visive. Finanziò restauri di opere cinematografiche e collaborò con il MoMA di New York, donando copie restaurate di film italiani. Nel 1990, Giorgio Armani affidò a Martin Scorsese il racconto del suo mondo nel film documentario Made in Milan.

Giorgio Armani sul red carpet con attrici

Nel 2005 fu siglato un accordo con la società Emaar Properties per lo sviluppo degli Armani Hotels. Nel 2010 fu inaugurato il primo hotel all’interno del Burj Khalifa di Dubai, all’epoca l’edificio più alto del mondo. L’esperienza si estese successivamente ad altre destinazioni, trasformando il nome Armani in un simbolo di lusso non solo nel vestire ma anche nell’ospitalità. In un’apoteosi pioneristica del concetto di brand, il primo Emporio Armani Caffè di Parigi aprì quando il cibo non era ancora di moda.

Interno di un Armani Hotel

Lo stilista mantenne un legame costante con lo sport. Nel basket sostenne l’Olimpia Milano, di cui divenne presidente nel 2008, e investì nel rilancio della squadra, riportandola agli antichi fasti. Nel calcio, vestì squadre come l’Inghilterra e il Chelsea, oltre alla Nazionale italiana in occasione di diverse competizioni internazionali. Dal 2008, firmò sia divise per le squadre di calcio, come quelle dell’SC Napoli, che degli atleti della Nazionale olimpica e paralimpica italiana. Anche la musica entrò nel mondo Armani con il progetto Armani Musica, una selezione di compilation e produzioni legate agli eventi del marchio.

Giorgio Armani aveva la passione per le case, per il “mattone”, era un signore per tanti versi tradizionale, confessò che avrebbe voluto mettere i soldi sotto il materasso. Nel 2024, Giorgio Armani celebrò la sua liaison con New York con l’inaugurazione dell’Armani Building, un maxi edificio di 9.000 metri quadrati in Madison Avenue. Dei dodici piani, tre sono dedicati alla vendita e nove a residenze private. «Questa città mi ha accolto e ha segnato momenti importanti della mia carriera», spiegò il designer.

L'Eredità di Re Giorgio: Riflessioni e Futuro

Gli ultimi anni della sua vita furono densi di riflessioni personali e un continuo impegno. «C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e dici: be’, ero diverso. Poi c’è la stampa, che ti ricorda com’eri. E ci sono le foto… un disastro», rifletteva sulla sua immagine. Confessava di aver iniziato a fare ginnastica seriamente a 50 anni, tutte le mattine. Dopo aver avuto un problema al fegato, gli tolsero l'alcol. «Ma non mi dispiace, perché il sacrificio personale lo ritengo una vittoria. Anche sugli altri che mi rompono le balle: perché non ne prendi un po’? No, non posso. Perché non vieni al cinema? Non posso, c’è troppa gente». Era un uomo di grande forza di volontà: «Volevo guarire, e sono guarito. Devi farti aiutare dalla testa, che gestisce tutto il tuo corpo. Certo, se il problema non è troppo grave».

Ritratto di Giorgio Armani in età avanzata

Il suo spirito, però, rimase sempre attento al mondo. «Mi piace come la stanno rimettendo a posto, le case restaurate, ma non mi piace la gente che ci gira», commentava sul cambiamento della società. A proposito dell'abbigliamento moderno: «Non vedo niente di male se uno porta i bermuda anche in via Garibaldi quando la stagione lo permette. Quello che conta è dentro, è la testa. I bermuda non sono un problema, se non vi corrisponde una mentalità un po’ garibaldina, un po’ sfrontata». Amava i bambini: «Moltissimo. Un mio dipendente, Michele, ha una bambina di cinque anni che adoro, la considero quasi come mia, e questo mi ha fatto capire che sarei stato un ottimo papà». Quando ci fu l’incendio a Pantelleria, lei scomparve e tutti furono preoccupati.

Giorgio Armani ricevette importanti riconoscimenti nel corso della sua vita. Dopo il titolo di Cavaliere della Repubblica, nel 2021 Armani ricevette il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito dal presidente della Repubblica Giorgio Mattarella, la più importante tra le tante onorificenze. Nel 2023, l’Università Cattolica del Sacro Cuore consegnò ad Armani la Laurea honoris causa in Global Business Management con una cerimonia al Teatro Municipale di Piacenza, sua città natale.

Rifletteva anche sulla fede: «Se mi chiedete se la sera, prima di addormentarmi, faccio il segno della croce, la risposta è sì. Ma non ricordando bene come si fa, ne faccio quattro o cinque diversi; uno andrà bene. Mi è difficile credere che Dio sia là in alto fra le nuvole, fra le aurore boreali, fra le tempeste. Non c’è. È come la morte arriva, che mi fa paura». La vita privata e la timidezza lo portavano a dire: «Sono un po’ indifferente a quello [l'innamoramento], perché faccio i conti e dico: è inutile essere innamorato e dare poco spazio al tuo amore, perché lo spazio non ce l’ho. Non conosco più il sonno profondo e sereno di un tempo».

Il 4 settembre 2025, Giorgio Armani si è spento a Milano, all’età di 91 anni, dopo una lunga malattia. La notizia è stata diffusa dalla maison e subito rilanciata dai principali media internazionali. Numerose personalità del cinema, della musica e della politica hanno reso omaggio alla sua memoria, ricordando il ruolo fondamentale che ebbe nella storia della moda mondiale. «Mi ripeto che è morto Giorgio Armani, e mi sembra impossibile», si è detto. La casa di moda che porta il suo nome ha espresso l’intenzione di proseguire su questa strada anche in futuro, come si è visto in occasione della sfilata Giorgio Armani che ha segnato il debutto alla direzione creativa di Leo Dell’Orco, andata in scena alla Milano Fashion Week Uomo autunno inverno 2026-2027 - la prima settimana dedicata alla moda maschile senza Re Giorgio.

Armani aveva anche immaginato di costruire una stazione ferroviaria degli anni '40, con pochi elementi, come il passaggio delle mannequin con le valigie, cercando di dare atmosfera, di fare una cosa dalla quale la gente sarebbe uscita piacevolmente coinvolta. Aveva dipinto tre quadri nella sua vita: tre ritratti, la sua pronipote Maria Vittoria, una persona che conosceva quando era giovane, e un nobile quattrocentesco. Lasciò anche un progetto per il futuro: «Ho costruito una specie di struttura, di progetto, di protocollo che dovrebbe essere seguito da chi verrà dopo di me in questa avventura. Perché non ci dormo la notte». Si augurava di non dover più essere lui a dire sì o no sul lavoro, vedendosi «in una delle mie case, accudito da persone fidate».

Nel 2025, anno della sua scomparsa, sono stati celebrati con una serie di progetti: Armani/Archivio, ovvero una mostra seguita da una sfilata alla Pinacoteca di Brera che ripercorre il suo stile e il patrimonio stilistico dello stilista, oltre alla piattaforma digitale che è stata lanciata il 30 agosto durante il Festival di Venezia 2025. Un grande è stato, e la sua eredità continua a plasmare il mondo dell'eleganza e della moda.

tags: #prima #nascita #bimbo #armani