Barbara Alberti e la Maternità Surrogata: Una "Gravidanza Eversiva" che Smaschera il Mercato

Barbara Alberti, scrittrice, giornalista e sceneggiatrice dalla voce "irregolarissima tra gli irregolari", ha affrontato uno dei temi più dibattuti e controversi del nostro tempo, la maternità surrogata, nel suo romanzo "Non mi vendere, mamma!". Questo libriccino, pubblicato da Nottetempo, è un'opera densa che, in un centinaio di pagine, fa a pezzi la gestazione per altri, con il linguaggio schietto e inconfondibile dell'autrice. Non si tratta di un semplice racconto, ma di un inno alla maternità che rovescia formule, stereotipi e dogmi, offrendo una "maternità rivoltosa" e una "gravidanza eversiva".

Copertina del libro Non mi vendere, mamma! di Barbara Alberti

Il romanzo si presenta come una favola morale, una storia d'amore tra un feto e una madre surrogata, che spinge quest'ultima a ribellarsi a un destino segnato. La narrazione di Alberti, come lei stessa afferma, è un meccanismo attraverso cui si racconta e le storie raccontano lei. "Mi è sempre successo, fin da piccola, quando mi mandavano in soffitta perché non volevo dire le preghiere", ricorda l'autrice, suggerendo un legame profondo tra la sua creatività e la sua innata tendenza alla ribellione. Attraverso "Non mi vendere, mamma!", Barbara Alberti smaschera l’ipocrisia diffusa sull’utero in affitto, presentando una visione tagliente e profondamente umana di una pratica spesso edulcorata o ridotta a mera questione legale.

"Non mi vendere, mamma!": La Trama e l'Irrompere di Chico

Al centro della narrazione c'è Asia, una bambina abbandonata, che all'orfanotrofio si innamora di Lillo. Lillo, cresciuto, diventerà il suo pappone e, per saldare i suoi debiti, la venderà ai Trump, due ricconi americani, come madre surrogata del loro erede. Questo incipit crudo e diretto introduce il tema della mercificazione dei corpi e delle vite, che permea l'intero romanzo. La storia di Asia si svolge in una lussuosa clinica svizzera, la "Brüder Grimm", un nome che evoca immediatamente le atmosfere fiabesche ma spesso crudeli dei celebri racconti. Qui, il dottor Hansel e la psicologa Gretel gestiscono ogni respiro di Asia, mentre la coppia americana la ricopre di blandizie, promettendo: "Brava, sfogati adesso. Quando in pancia ci sarà il bambino non potrai più piangere". È tutto programmato perché tutto pagato, sottolineando ancora una volta la dimensione puramente transazionale della vicenda.

Illustrazione di una clinica di fertilità con elementi fiabeschi

Ma il vero catalizzatore della ribellione, la voce fuori dal coro, irrompe nella storia cinque mesi dopo la fecondazione. "Quella notte la svegliò un calcetto. Da dentro". Da quel momento, una vocina piccina, proveniente dalla sua pancia, inizia a parlarle: "Ma che sei scema, mamma? Ma che davvero mi vuoi dare a quei due?". È Chico, il bambino che le sta crescendo dentro, che prende parola verso metà romanzo. Questa creatura anarchica e beffarda, con il suo umorismo rivoluzionario, è il protagonista della favola morale. Chico, che si è dato il nome da solo, non vuole saperne di biologia, deciso a conquistare l'unica che riconosce come madre. Egli incarna un "piccolo Dioniso, che viene a sovvertire il mondo spiritualmente poverissimo di una madre abituata a obbedire".

La relazione tra Asia e Chico si sviluppa in un continuo dialogo, fatto di impensabili e improbabili proposte. Il piccolo seduttore, sfrontato, tenero, beffardamente evangelico, comico affabulatore e imbroglione discreto, è pronto alle mosse più scorrette per convincerla a fuggire insieme. È lui a permettere alla sprovveduta Asia, un po’ "figlia del suo figlio", di vedere oltre i muri e parlare lingue straniere. L'autrice rivela che "Da quando ho incontrato Chico, il libro si è scritto da solo", e che per lei "è una storia d’amore tra due bambini, un amore illegale, contro le regole degli adulti". Il piccolo Chico è un personaggio dotato di poteri sovrannaturali proprio in quanto ancora feto, un aspetto che lo rende una figura quasi mitologica. Egli diventa il suo piccolo maestro di ribellione, portandola a una visione più alta, più libera, più coraggiosa, dove non contino solo i soldi. Il suo umorismo e la sua capacità di far ridere e divertire Asia sono strumenti per fargli capire che niente è impossibile, infondendole l'ardire di prendere una decisione che non sia chinare la testa di fronte al potere dei soldi.

Chico: Maestro di Libertà e Metafora della Scrittura

Il personaggio di Chico in "Non mi vendere, mamma!" è molto più di un semplice feto parlante. È un "piccolo maestro di libertà", un inno al libero arbitrio e a una vita diversa dal modello comune. La stessa Barbara Alberti ha suggerito che Chico possa essere una metafora della scrittura, del processo creativo che, come un feto, cresce e prende vita, ribellandosi talvolta alle intenzioni originarie dell'autore. Come il grillo parlante di Collodi o il Gian Burrasca di Vamba, Chico ha un’anima antica e la usa come atlante durante il viaggio che fa percorrere ad Asia per convincerla a tenerlo con lei. Il suo incessante dialogo con Asia mira a scuoterla dalla rassegnazione, a farle comprendere il valore della poesia e del gioco come strumenti per rovesciare il mondo.

Chico è colui che cerca di affrancare Asia dalla sottomissione, di contagiarla con una visione più alta ed emozionante, dove non contino solo i soldi, che sono stupidi, se non diventano invenzione, bellezza, gesto, follia d’amore. Quando Asia, abituata a chinare la testa e a credere che nulla possa cambiare, gli dice: "Ma la capisci la parola impossibile?", Chico risponde con la sua saggezza beffarda: "No! Quando la capisci, sei già pronto a farti comandare". Questo scambio sintetizza la filosofia di Chico e, di riflesso, quella dell'autrice: la ribellione contro l'accettazione passiva delle convenzioni e delle limitazioni imposte dal denaro e dal potere.

Bozzetto di un personaggio che assomiglia a Chico, con fumetti di dialoghi

Per infonderle coraggio, Chico le fa vedere il cinema di Charlie Chaplin, in particolare "Il monello", dove gioco, amore e poesia hanno la meglio sui "signori con gli orologi d’oro e le tube scintillanti come in un disegno di Grosz". La scena del monello e Charlot che si abbracciano così forte da spaventare chi vuole separarli è emblematica: "davanti a quella cosa che non intende, la cosa sacra e potentissima che è il loro amore scappa, atterrito". Questo esempio rafforza l'idea che l'amore, anche se "illegale" e contro le regole degli adulti, ha una forza sovversiva capace di vincere la sopraffazione. Chico si prende cura dell’educazione di questa ragazzina ignorantissima, Asia, che ha conosciuto solo botte e sopraffazione. La educa al sogno, dimostrando che la speranza può prevalere sulla rassegnazione. Il suo intento è chiaro: convincere Asia a non venderlo, a scegliere la vita e la libertà, anche a costo di rompere l'accordo con gli "orrendi Trump".

La Critica All' "Utero in Affitto": Un Trionfo del Ricco sul Povero

Barbara Alberti non lesina critiche aspre alla pratica della gestazione per altri, che lei definisce senza mezzi termini "l'utero in affitto". La sua è una denuncia forte e chiara contro quella che ritiene essere una forma di "sopraffazione del ricco sul povero". La scrittrice ammette di aver sempre trovato "sconvolgente questa sopraffazione del ricco sul povero, pagare una donna perché diventi il “forno” - sì, lo chiamano così - di un figlio che cresce dentro di lei, ma non è biologicamente suo - atroce alleanza fra capitale e scienza". Questa frase riassume l'indignazione di Alberti, che vede nella maternità surrogata una mercificazione del corpo femminile e un'ulteriore manifestazione della disuguaglianza sociale.

Per Alberti, l'idea che la gestazione per altri sia un "atto d'amore" è un "abbaglio", e la sua posizione è netta: "Non sopporto l’ipocrisia di chi parla dell’utero in affitto come di un gesto d’amore". Ella ribatte che "l’unica rivoluzione mai riuscita è quella dei ricchi e qui c’è una lobby mondiale che muove 10 miliardi di dollari". L'autrice si scaglia contro la credenza che siano soprattutto i gay a ricorrere all'utero in affitto, mentre per la maggior parte si tratta di ricche coppie etero, non sempre sterili. Citando il bambino Chico, in un dialogo immaginario con un ipotetico milionario, Alberti ironizza: "Difatti è pieno di donne povere che vanno dalle miliardarie e dicono: mi fai un figlio, per favore? E la miliardaria: Ma certo! È un atto d’amore". Questa provocazione serve a mettere in luce l'asimmetria di potere e la finzione retorica che spesso circonda il dibattito.

Un figlio ad ogni costo? Il dibattito sulla maternità surrogata torna d'attualità con il lockdown

Il libro tocca, sotto forma di fiaba, un tema profondo e difficile, smascherando l'aspetto strumentale di questa pratica. Una donna presta il suo organo più intimo dietro compenso, separando i corpi dai propri sentimenti altrettanto intimi come la naturalezza della maternità. Alberti la descrive come "una protesi robotica, che nega il rapporto fra madre e figlio durante la gestazione, questa misteriosa identità, che per nove mesi è comune". E continua la sua critica, affermando che "è invece il trionfo del ricco sul povero", e ironizza ulteriormente: "Difatti è pieno di signore abbienti che fanno i figli per i migranti". Per Alberti, "Non è accettabile che questo passi per una battaglia progressista, quando si fonda su schiavitù, compravendita umana e pure eugenetica". Questa visione contrasta fortemente con chi, come Nichi Vendola, ex leader di Rifondazione comunista, ritiene che la gestazione per altri sia un atto d’amore. Alberti, pur non volendosi unire al "linciaggio smodato" contro Vendola, lo considera un "abbaglio", ritenendo che il suo desiderio di avere un figlio sia stato così grande "da fargli sostenere qualcosa d’insostenibile". Altri personaggi che si sono distinti per la loro opinione sulla maternità surrogata includono Michela Murgia, con cui Alberti era in contrasto. Murgia "diceva che un fenomeno così diffuso non si poteva far altro che regolamentarlo perché il divieto non sarebbe bastato", mentre Alberti ha ribattuto: "È diffuso tra i ricchi che pagano i poveri! E’ diffuso perché l’ingiustizia sociale è diffusa. Anche l’omicidio è diffuso, ma non per questo lo sdoganiamo". Quando Peter Gomez ha sottolineato "una differenza tra dare la vita e ammazzare qualcuno", Alberti ha risposto: "Allora stabiliamo una cosa, che contano solo i soldi, ma per favore, non ammantiamo queste cose di un’umanità che non c’è".

Il Mercato come Idolo e l'Archetipo del Denaro: I Coniugi Trump

Nel romanzo "Non mi vendere, mamma!", i coniugi Trump assumono il ruolo di archetipo del male assoluto, o meglio, come li definisce Barbara Alberti, l'archetipo dell’onnipotenza del danaro. Sono l'incarnazione dell'ultimo capriccio di un "vecchio sguaiato pescecane", supportato da milioni di voti, una realtà che l'autrice trova terrificante: "la cosa terrificante è che tanti americani si siano identificati in lui". Questo personaggio, utilizzato nel racconto, serve a simboleggiare non solo la ricchezza smodata, ma anche una certa volgarità e l'arroganza del potere che il denaro può conferire. L'autrice afferma che i suoi Trump, "avrebbero benissimo potuto chiamarsi Clinton", a sottolineare come il problema non sia legato a singoli individui, ma a un sistema di potere e ricchezza che trascende le appartenenze politiche.

Alberti critica la logica del mercato, che considera "il dio più stupido al quale si sia mai arresa l’umanità". Secondo lei, "Nessun idolo del passato ha mai goduto di tanti sacrifici umani. Nessun dittatore, né Hitler, né Stalin, ha mai fatto tante vittime". Questa è una "sudditanza assurda, cui ci stiamo adattando tutti, un sistema che sovverte le coscienze e annienta l’idea stessa dei diritti umani". In questo contesto, la maternità surrogata diventa uno degli esempi più lampanti di come il mercato abbia trionfato, rendendo gli "uomini come cose". L'autrice osserva un "rovesciamento di prospettiva anche in materia di maternità e famiglia", dove ciò che un tempo era ritenuto intoccabile ora è soggetto alle logiche economiche.

Durante la campagna elettorale, Alberti ha notato un paradosso politico: "Trump fosse paradossalmente più a sinistra di Hillary Clinton. Mentre lui teneva comizi davanti alle fabbriche lei prendeva l’aperitivo con Lady Gaga". Questa osservazione non implica un sostegno a Trump, ma una critica all'establishment rappresentato dai Clinton, che sono "un’altra desolante incarnazione dell’arroganza della pericolosità della volgarità del potere". Per Alberti, il problema non è Lady Gaga, una "frivolezza rispetto alle tremende scelte di Hillary in politica estera". Il fatto che Trump arringasse gli operai le sembrava "una trovata di Brecht, o di Chaplin", suggerendo la natura performativa e talvolta cinica della politica moderna. Attraverso i "Trump" del suo romanzo, Alberti denuncia una lobby mondiale che "muove 10 miliardi di dollari" e che si basa su una mentalità da schiavi, dove l'utero in affitto viene spacciato per un atto di libertà. Il bambino Chico si lamenta con Asia: "hai prostituito pure me! mi hai fatto nascere per soldi!", evidenziando la percezione di mercificazione che la pratica può generare.

Maternità, Libertà Femminile e il Diritto all'Aborto

Barbara Alberti esplora la maternità in tutte le sue sfaccettature, andando oltre le definizioni convenzionali. "Ho avuto due figli, senza mai farlo apposta. E quando mi sono accorta che c’erano ricordo lo stupore, il panico, ma soprattutto l’esplosione della fantasia, all’idea di questo piccolo extraterrestre di cui non conoscevo la forma - che ero io, e lui era me". Questa riflessione personale sulla maternità spontanea si contrappone all'artificiosità e alla logica di mercato della surrogata. Il suo "senso di responsabilità, zero", in contrasto con un'esplosione di fantasia, suggerisce un approccio alla genitorialità che privilegia l'emozione e l'inatteso sulla pianificazione e il controllo. Per Alberti, la maternità è "cosa più insondabile e varia, e trascende la carne", un concetto che si riflette nella protagonista di un suo libro, che ha una "maternità elettiva" e afferma: "Non ho figli, ma sono madre per natura e fortuna. Madre non vuole dire parto e frattaglie. Madre è colei che al buio ti tiene stretto, e racconta".

La scrittrice, con la sua consueta forza espressiva, affronta anche il tema dell'aborto, definendolo un "diritto atroce e sacrosanto". Questa espressione paradossale cattura la complessità e la tragicità della scelta: "Solo noi donne sappiamo cosa ci costa l’aborto. Non lo sa la chiesa, non lo sanno gli antiabortisti. È il più paradossale dei suicidi, la donna uccide sé". Tuttavia, è irremovibile sul fatto che "nessuna forza al mondo può obbligarci a mettere al mondo un figlio che non vogliamo. È un diritto atroce e sacrosanto. La nostra libertà è terribile, e comportava fin dall’inizio questo insindacabile arbitrio, e che un giorno dicessimo la vita è affar nostro, nessuno può entrare fra noi e il figlio che abbiamo concepito. Non so se è giusto. È un fatto". Questa dichiarazione è un'eco del vecchio slogan femminista "l'utero è mio e lo gestisco io", che Barbara Alberti ripropone in un contesto contemporaneo. Sebbene le femministe una volta proclamassero questo principio, l'autrice sottolinea come la maternità surrogata lo abbia, in un certo senso, distorto e mercificato, trasformandolo in una transazione economica.

Manifestazione per i diritti delle donne e la libertà di scelta

Alberti critica la mentalità che pretende il nascituro sempre e comunque quando ha deciso così, mentre stabilisce il diritto a eliminarlo se sgradito. Questa "cultura che, mentre stabilisce il diritto a eliminare il nascituro sgradito, allo stesso tempo lo pretende sempre e comunque, quando ha deciso così", evidenzia una profonda contraddizione nella società contemporanea, che Alberti non esita a denunciare. Il "pro life" inteso come "la vita a tutti i costi" viene messo in discussione dall'autrice, che osserva amaramente: "Tutti quelli che si battono per chi non è ancora nato, odiano quelli che sono già nati. In America sparano sugli avversari". Queste riflessioni dimostrano la capacità di Alberti di analizzare le questioni etiche e sociali con una prospettiva critica e anticonformista, sempre attenta alle implicazioni umane e politiche.

Barbara Alberti: Una Voce Unica nel Panorama Letterario Italiano

Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. La sua carriera è costellata da una notevole versatilità: è scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Per anni ha curato la rubrica delle lettere di "Amica", dimostrando una profonda conoscenza dell'animo umano e una capacità di comunicare con un pubblico vasto. Tra i suoi libri più noti, si annoverano "Vangelo secondo Maria" del 1978, ripubblicato nel 2007 da Castelvecchi, un'opera che già all'epoca mostrava la sua inclinazione a sovvertire le narrazioni consolidate. In "Vangelo secondo Maria", Maria di Nazareth è in lotta con Dio che ha deciso del suo destino, gravandola di un onore che contrasta con i suoi piani. Maria cerca in ogni modo di ragionare con lui, che non risponde - ma alla fine si accorge che nel suo corpo c’è lo strumento della ribellione. "In tre righe di libro abortisce. E scappa su un asino, vestita da ragazzo. E Gesù non nasce", una rivisitazione audace e iconoclasta di un mito fondante.

Alberti ha anche firmato sceneggiature importanti, tra cui "Il portiere di notte" e "Melissa P.". Ha condotto per anni la trasmissione radiofonica "La guardiana del faro" su Radio 24, che è anche il titolo del suo libro pubblicato da Imprimatur nel 2013. Con la casa editrice Nottetempo ha pubblicato "Letture da treno", "Amore è il mese più crudele" e, appunto, nel 2016 "Non mi vendere, mamma!". Tra le sue opere più recenti, si registra "Tremate, Tremate".

Ritratto di Barbara Alberti con alcuni dei suoi libri

La sua scrittura si caratterizza per una costante mescolanza tra comico e tragico, con una predilezione per i bambini come protagonisti. "Metà dei miei protagonisti sono bambini", afferma, citando figure come Judith, la piccola ebrea di "Dispetti divini" che a 11 anni nella Germania nazista "corre ogni pericolo ma è condannata a salvarsi, con la sua piccola Bibbia in tasca". Oppure Angelo di "Buonanotte Angelo", figlio di separati, che "inscena un finto rapimento tenendo in scacco tv e giornali, per beffarsi dei suoi genitori crudelmente distratti". Alberti esplora anche temi di anarchia e libertà, come in "Delirio", dove "due adolescenti in un collegio pensano solo al sesso, ma quando scappano finalmente insieme, scopri che non era un collegio ma un gerontocomio, e che i due amanti forsennati hanno 80 anni". Questa capacità di confondere le età e le convenzioni si estende a opere come "Sonata a Tolstoj", in cui un "vecchio ingiudizioso" come Tolstoj, "dopo una vita di compromessi scappa di casa a 82 anni, nell’inverno russo, per morire fra le braccia di Vladimir Cetrkov, l’uomo che ama da 27 anni", un racconto basato su lettere e diari, che Alberti definisce "pura verità".

Alberti non si è "mai deconciliata", conservando una vitalità e una forza che si riflettono nella sua scrittura. La sua eccezionale capacità di raccontare si coglie in ogni suo lavoro, portando il lettore a ridere, piangere, essere in apprensione e anche innamorarsi, come accade leggendo "Non mi vendere, mamma!". La sua opera è un continuo invito a mettere in discussione le certezze, a cercare la libertà e a riconoscere il potere delle storie e delle fiabe, strumenti attraverso i quali, come Chico insegna, si può "rovesciare il mondo". "Credo nella forza delle fiabe", conclude l'autrice, sottolineando la sua fiducia nel potere trasformativo della narrazione.

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