L’interruzione di gravidanza rimane uno dei temi più dibattuti a livello globale. Le legislazioni sull'aborto variano notevolmente da paese a paese, riflettendo le diverse posizioni culturali, etiche e religiose sul tema. Mentre alcuni paesi hanno adottato leggi che permettono l'aborto in determinate circostanze, altri impongono restrizioni significative o vietano completamente la pratica.
La realtà dietro la disinformazione: il "Reproductive Health Act" di New York
Recentemente, una falsa notizia ha guadagnato oltre 22.000 condivisioni sui social media. Si tratta di una falsità, frutto della semplificazione di un importante e doveroso aggiornamento delle leggi dello stato di New York, che fino a poche settimane prima faceva ancora riferimento alle normative varate nel 1970.
Come spiega Jia Tolentino in uno speciale approfondimento sul New Yorker, la nuova legge rappresenta un adeguamento alle norme federali degli Stati Uniti e chiarisce le condizioni per l'accesso a questa pratica medica. L’aborto dopo la 24esima settimana, in precedenza consentito solo in caso di grave pericolo per la salute della madre, ora è possibile "anche se il feto è affetto da patologie gravi che ne compromettono la vita". Prima della nuova legge, le donne che si trovavano in particolari condizioni non potevano fare altro che ricorrere alle cure di un ospedale di un altro stato.

La gran parte dei post che hanno diffuso un messaggio scorretto e allarmistico non hanno considerato il fatto che la legge al centro della discordia è in linea con quelle di molte altre nazioni - fra cui l’Italia - in materia di interruzione di gravidanza. Inoltre, i post insinuano nei lettori e nelle lettrici il concetto che l’aborto al nono mese sia una scelta frutto dell’incoscienza e del menefreghismo nei confronti della vita. Non è così. Katrina Kimport, sociologa e docente del dipartimento di ostetricia, ginecologia e scienze della riproduzione della University of California, ha pubblicato uno degli studi più esaurienti sul tema dell’aborto negli ultimi mesi di gravidanza. L’indagine chiarisce come alla base di una scelta (o di una necessità) come quella di abortire ci siano motivazioni ben più profonde di quelle che vengono indicate da un certo immaginario comune.
Prospettive internazionali e motivazioni del ricorso all'aborto
Le motivazioni ammesse per l'interruzione di gravidanza sono diverse: in primo luogo i casi in cui l'aborto è praticato per salvaguardare la salute della madre, in caso di gravi malformazioni del feto e di gravidanza a seguito di violenza sessuale. Queste motivazioni sono ammesse anche in alcuni paesi di stampo conservatore, come l'Iran.
In altre nazioni, si tiene conto anche di istanze psicologiche e sociali, tra queste: il desiderio o meno della donna di diventare madre, la gravidanza dovuta a rapporti preesistenti o al di fuori di quello vissuto correntemente dalla donna, e il timore della reazione del proprio nucleo familiare. In alcuni contesti sociali che privilegiano i maschi, si verifica il fenomeno dell'aborto selettivo. In India, ad esempio, nonostante i divieti sugli esami prenatali per conoscere il sesso del nascituro introdotti nel 1994, la pratica rimane diffusa.
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Il panorama legislativo europeo e le sue varianti
In Francia, quasi 50 anni dopo la legge Veil del 1975, il presidente Emmanuel Macron è riuscito a far iscrivere nella Costituzione il diritto delle donne a interrompere delle gravidanze non volute.
In Italia, la legge 194 del 1978 regola l'accesso alla IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza). Essa consente alla donna, nei casi previsti, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile solo per motivi di natura terapeutica. La legge istituisce i consultori e permette l'obiezione di coscienza ai medici, tranne quando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo".
In Svizzera, dal 2002 vige il "regime dei termini": l'interruzione non è punibile entro dodici settimane se la donna dichiara uno stato d'angustia. Superato tale termine, è lecita se necessaria per evitare gravi danni fisici o psichici alla donna. Al contrario, in Liechtenstein e Malta l'aborto è illegale, con poche eccezioni legate al pericolo di vita per la madre.
La metamorfosi del sistema americano: dal caso Roe a Dobbs
Negli Stati Uniti, il sistema di Common Law attribuisce enorme peso ai precedenti. Per oltre quarant'anni, la sentenza Roe v. Wade del 1973 ha protetto costituzionalmente l'aborto. Tuttavia, il 24 giugno 2022, con la sentenza Dobbs vs Jackson Women’s Health Organization, la Corte Suprema ha annullato tale precedente, dichiarando che la Costituzione non protegge implicitamente alcun diritto all'aborto. Ciò ha lasciato ai singoli Stati la libertà di legiferare, creando un mosaico normativo complesso.

Il dibattito negli USA ha toccato anche nuove frontiere, come la cosiddetta "collaborative reproduction". A New York, parallelamente all'aggiornamento sulle norme abortive, si è discusso di una regolamentazione della maternità surrogata, un tema che solleva questioni etiche profonde. La sociologa Daniela Bandelli osserva come spesso, in queste pratiche, il bambino diventi un mezzo per realizzare il desiderio di genitorialità, ribaltando le priorità.
Contraddizioni giuridiche e pratiche mediche
L'aborto tardivo (late-term abortion) rappresenta una delle zone grigie più controverse. Più la gravidanza è avanzata, più la procedura diventa complessa. In alcuni casi, si parla di metodi di estrazione che hanno suscitato forte opposizione anche all'interno della comunità medica, portando il Congresso USA a bandire nel 2003 pratiche specifiche, considerate inumane.
Nonostante il divieto federale, l'Istituto Alan Guttmacher indica che circa l'1,5% delle interruzioni di gravidanza avviene dopo la 21ª settimana, numeri che oscillano tra le 6.000 e le 12.000 l'anno. Il conflitto giuridico si inasprisce quando la legge statale, come nel caso del Reproductive Health Act di New York, elimina protezioni per il feto che erano precedentemente considerate in caso di violenza domestica contro la donna incinta.
Verso un nuovo orizzonte normativo
La situazione americana resta in costante divenire. Dai tentativi di imporre restrizioni basate sulla capacità del feto di sentire dolore (come con il Pain-Capable Unborn Child Protection Act) alla lotta per la difesa della contraccezione d'emergenza come il Mifepristone, la battaglia legale riflette una spaccatura ideologica profonda.
Esiste un comune denominatore alle legislazioni dei vari Paesi che convergono nel considerare la donna come libera di disporre del proprio corpo e come l'unica avente diritto, entro limiti oggettivi prestabiliti, sul destino del nascituro. Tuttavia, come dimostrano le vicende di diversi Stati americani e le restrizioni in Paesi come la Polonia o l'Alabama, il diritto di scelta è oggetto di una tensione continua tra l'autonomia individuale, le convinzioni etiche collettive e l'intervento delle autorità statali.
Ogni normativa, dall'obiezione di coscienza del ginecologo italiano alla sentenza della Corte Suprema dell'Alabama che considera gli embrioni come "minori", testimonia quanto il concetto di vita e di salute riproduttiva sia intrinsecamente legato alla cultura e alla giurisprudenza di ogni nazione, rendendo ogni legislazione un riflesso dello spirito del tempo e delle battaglie civili che lo caratterizzano.