L'Aborto Clandestino: Rischi, Conseguenze per la Salute e il Lungo Cammino Verso la Sicurezza

L'aborto clandestino rappresenta una delle più gravi emergenze sanitarie e sociali a livello globale, con profonde ripercussioni sulla salute e la vita delle donne. Nonostante i progressi medici e legali in molte parti del mondo, milioni di donne si trovano ancora costrette a ricorrere a pratiche non sicure, esponendosi a rischi incalcolabili. Questa realtà drammatica non solo causa decessi e disabilità, ma comporta anche ingenti costi sociali e finanziari per individui, famiglie e sistemi sanitari. In sostanza, il 25% di tutte le gravidanze sfocia in un aborto indotto, con il tasso di aborti maggiore nelle regioni in via di sviluppo che in quelle sviluppate, mettendo in luce disuguaglianze sistemiche.

La Tragica Contabilità Globale dell'Aborto Non Sicuro

Ogni anno nel mondo si verificano circa 25 milioni di aborti illegali. Questi gesti disperati sono la causa di circa 39mila morti materne e mandano 7 milioni di donne in ospedale per complicanze. L'aborto non sicuro è la terza causa principale di morte delle madri prevenibili in tutto il mondo. Nelle regioni sviluppate, si stima che 30 donne muoiano per ogni 100.000 aborti non sicuri. La legalizzazione dell'aborto, al contrario, è associata a minori percentuali di mortalità materna, che arrivano fino al -30% fra le adolescenti, e a un minor numero di complicanze post-aborto. Nei Paesi in cui non esiste ancora una legge sull’aborto, la mortalità materna è per la maggior parte causata dall’interruzione di gravidanza. Qualsiasi donna con una gravidanza indesiderata che non possa accedere all'aborto sicuro è a rischio. Le donne povere, in particolare, hanno maggiori probabilità di avere un aborto non sicuro rispetto alle donne benestanti, evidenziando come la questione sia intrinsecamente legata alle disuguaglianze socio-economiche. I danni e i decessi sono maggiori quando l'aborto non sicuro viene eseguito in gravidanze avanzate.

Mappa mondiale della legalità dell'aborto

Oltre ai morti e alle disabilità causate da aborti a rischio, ci sono grandi costi sociali e finanziari per le donne, le famiglie, le comunità e i sistemi sanitari. Nel 2006, è stato stimato che 680 milioni di dollari siano stati spesi nel trattamento di gravi conseguenze di aborti a rischio. Questo aspetto finanziario è cruciale, poiché le risorse destinate alla sanità pubblica possono essere influenzate da altre priorità politiche. Ad esempio, un'analisi pubblicata su The Lancet ha lanciato l'allarme: "Ogni aumento dell'1% della spesa militare comporta una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica". Tali dinamiche riducono la capacità di rispondere adeguatamente ai bisogni sanitari, inclusi quelli legati alla salute riproduttiva. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) fornisce una guida tecnica e politica globale sull'uso della contraccezione per prevenire le gravidanze indesiderate, l’aborto sicuro, e il trattamento delle complicanze da aborti a rischio. Gli operatori sanitari sono obbligati in questo caso a fornire cure mediche salvavita a qualsiasi donna con complicazioni legate all'aborto, compreso il trattamento delle complicanze da aborti a rischio, indipendentemente dai motivi. Tuttavia, la pratica di “estorcere” confessioni da donne in cerca di assistenza medica di emergenza a seguito di aborto illegale mette la vita delle donne a rischio, sottolinea l’Oms, aggiungendo un ulteriore strato di pericolo e ingiustizia.

Metodi Pericolosi e Conseguenze Devastanti per la Salute

Le persone, le competenze e gli standard medici considerati sicuri per gli aborti indotti sono diversi se riguardano l'aborto medico, effettuato con i soli farmaci, o l'aborto chirurgico, eseguito con un aspiratore manuale o elettrico. Quando queste condizioni di sicurezza non sono rispettate, le donne ricorrono a soluzioni disperate e pericolose.

Nei Paesi meno sviluppati, l’aborto clandestino non è farmacologico, ma si interviene in sale operatorie improvvisate, senza alcuna garanzia di sicurezza e igiene. In questi contesti, possono verificarsi emorragie, infezioni gravi, perforazioni uterine, e aderenze che spesso compromettono la possibilità di procreare in futuro. Le testimonianze storiche in Italia rivelano pratiche altrettanto agghiaccianti, con donne costrette a subire interventi in luoghi improvvisati e malsani, rispondenti a sistemi di interessi che, sulla necessità e sulla disperazione delle donne e delle persone intorno a loro, hanno costruito solide fortune. Un esempio eclatante viene dal racconto di una donna incriminata per aborto a Roma nel 1976: "Non c’era anestesista, non c’era niente, mi ha fatto un’iniezione di Valium. Mi sono divincolata perché il cucchiaio ti raschia dentro, mentre sei sveglia, fa tanto male. E così son arrivate le perforazioni. Due all’utero una all’intestino." Queste procedure artigianali, spesso eseguite con oggetti rudimentali come ferri da calza o sonde, sono fonte di indicibile dolore e traumi fisici e psicologici permanenti. Un’altra testimonianza racconta: "Presi appuntamento con la ‘tale’ per 20.000 lire (…) Da uno sportello della credenza tirò fuori l’attrezzatura: ferro da calza, sonda, speculo. Non volevo vedere… ‘Non sentirai molto male, dato che sei appena al secondo mese’ diceva. Non sentii molto male. Sentii tutto. Dolore, sangue, feto, placenta, terrore."

Uaar aderisce alla campagna "Abortoalsicuro"

Nei Paesi sviluppati, l’aborto clandestino è sicuramente più farmacologico. Si ricorre spesso al Cytotec o al misoprostolo, principio attivo contenuto in medicinali. Di norma prescritto per le ulcere gastriche, è piuttosto facile da trovare: il farmaco, venduto su prescrizione medica, può provocare contrazioni dell’utero e determinare l’espulsione dell’embrione. Il suo uso inappropriato, ovvero "off label", può determinare emorragie che costringono le donne a presentarsi al pronto soccorso in gravi condizioni. Anche l'aborto “fai-da-te” con farmaci, pur se assunti in modo improprio, aumenta i rischi di complicazioni anche molto serie. Non di rado, i farmaci sono contraffatti, prodotti in modo poco igienico e sicuro, scaduti e rimessi in commercio, aggravando ulteriormente il pericolo.

Le Radici Profonde del Fenomeno: Fattori Socio-Culturali e Strutturali

Le motivazioni che spingono le donne a rifiutare la maternità e a ricorrere all'aborto clandestino sono molteplici e complesse, affondando le radici in un contesto socio-culturale che per le donne rimane denso di stereotipi e pregiudizi, legato a ruoli codificati e sedimentati in secoli di storia. Quell’esperienza, profondamente individuale, in realtà non è mai stata una voce isolata. Il fenomeno dell'aborto clandestino fa da paravento a una realtà che non ha né censo né classe, di cui tutti sanno, ma che non viene riconosciuta come problema. È "un’industria dalle solide fondamenta costruite sul corpo di milioni di donne".

Verso la metà degli anni Settanta, le testimonianze di donne che vi avevano fatto ricorso, apparse su libri e giornali, fecero l’effetto di un vero e proprio choc culturale in Italia. Queste voci contribuirono a porre sotto gli occhi di tutti la discrasia esistente tra la teoria e la realtà dei fatti, tra i principi enunciati in una legge e la loro vita quotidiana. Le donne parlavano di tabù sessuali considerati innominabili e per questo non discutibili, rivelando la drammatica limitatezza non solo dei più elementari servizi sociali, ma anche dei servizi sanitari e di assistenza al parto. L’aborto clandestino non è solo un atto medico non sicuro, ma è la tragica espressione di un sistema di valori che non garantisce libertà a nessuno, e dove gli interessi, le idee e le immagini che stanno nelle teste di ogni singolo individuo si scontrano con la necessità di trovare una via d'uscita a gravidanze indesiderate. La narrazione dell’aborto, spesso monopolizzata da un immaginario comune e da una morale di matrice tradizionalista e cattolica, non riesce a cogliere la reale consistenza di un fenomeno che altrimenti non si potrebbe adeguatamente conoscere.

Donne e stereotipi sociali

Molte donne si trovano in situazioni di estrema vulnerabilità. “Quando si deve fare un aborto c’è da fare i salti mortali per i soldi si fa anche il prestito in azienda a volte, dando una scusa falsa. Loro sanno benissimo a cosa serve ma non stanno a fare tante indagini a loro gliene importa poco del motivo”. Questa affermazione evidenzia la profonda pressione economica. Per le donne migranti senza documenti o quelle vittime di tratta, la situazione è ancora più critica. Spesso sono costrette a interrompere la gravidanza attraverso canali non ufficiali, a volte autosomministrandosi farmaci che non sono abortivi, ma che possono causare aborti spontanei come effetto collaterale, con rischi elevati per la salute. Fattori come la mancanza di informazioni sul sistema sanitario, le barriere linguistiche, il timore di sanzioni per lo status di irregolarità e lo stigma sociale giocano un ruolo fondamentale, creando un intreccio di ostacoli strutturali, dinamiche locali e interazioni personali che spingono queste donne alla clandestinità.

Ostacoli all'Accesso all'Aborto Legale e Sicuro in Italia

Nonostante la Legge 194 del 1978 abbia reso l'interruzione di gravidanza legale e assistita in ospedale, l'Italia è uno dei pochi paesi nell’Unione europea che prevede ancora delle forme di criminalizzazione nei confronti delle donne che abortiscono fuori dai limiti imposti dalla legge. Il decreto di depenalizzazione che ha mirato a sfoltire il lavoro dei tribunali ha inserito l'aborto clandestino tra i comportamenti illeciti colpiti da una multa. Fino al 2016, la donna che abortiva fuori dai limiti di legge commetteva un reato punito con una multa di 51 euro; ora la sanzione amministrativa può arrivare fino a 10.000 euro, una cifra che molti giudicano sproporzionata e che crea un enorme spauracchio. Questa situazione scoraggia le donne, soprattutto quelle più vulnerabili, a cercare aiuto medico anche in caso di complicanze, mettendo a rischio la loro vita. “Pensate a una cinese clandestina operata con un ferro da calza, pensate a una prostituta nigeriana che si è riempita la vagina di compresse abortive prescritte dal suo «protettore» e comperate on line. Stanno male, sanguinano, sono a rischio di morte. Ma l’ambulanza non viene chiamata, perché a fare da spauracchio c’è una multa impossibile. Si arrangiano, fino alla guarigione o a un’infezione mortale.”

Il ministro della Salute ha commentato positivamente un certo calo delle interruzioni di gravidanza legali (-4,2 per cento all’anno), ma il sospetto è che queste si siano semplicemente spostate dalle sale operatorie degli ospedali ai tavoli di cucina, alimentando il fenomeno clandestino. Le stime dell'Istituto Superiore di Sanità indicano che tra il 2018 e il 2019 si sarebbero verificati tra gli 11.000 e i 27.000 aborti illegali, cioè tra il 13 e il 27 per cento del totale delle interruzioni di gravidanza, ma questi casi non sono registrati dal ministero, rendendo la reale portata del fenomeno difficile da quantificare.

La scarsità di personale medico non obiettore è uno degli ostacoli maggiori. La Legge 194 consente ai medici, agli anestesisti e agli infermieri di rifiutarsi di praticare l'aborto per obiezione di coscienza. La media degli obiettori si aggira intorno al 70 per cento, con Regioni dov’è ancora più alta: per esempio l’82 per cento della Campania e il 90 del Molise. In 22 ospedali italiani il 100% di almeno una delle categorie coinvolte nell’IVG (ginecologi, anestesisti, infermieri) non pratica aborti per obiezione di coscienza, mentre in 72 strutture la percentuale raggiunge l’80 per cento. Questi numeri ostacolano la libera scelta e incoraggiano le donne a prendere decisioni avventate. Alessia, che vive in Sicilia, ha già un certificato per l’IVG, ma il suo consultorio di riferimento è chiuso per ferie e non prende appuntamenti fino al mese successivo, trovandosi in difficoltà. Loredana ha scoperto di essere incinta del compagno che la picchiava e ha deciso di interrompere la gravidanza, ma non sa come giustificare le assenze dal lavoro per le visite necessarie. In Italia, si devono fare almeno quattro visite e ad esse possono aggiungersi un’ecografia e un controllo, o altre visite in ospedale o in consultorio, soprattutto se si incontrano obiettori di coscienza.

Percentuale di obiettori di coscienza in Italia

Anche l'accesso alla pillola abortiva RU486 è complicato. La legge italiana, unica in Europa per lungo tempo, ha richiesto un costoso ricovero di tre giorni, e solo il 10 per cento degli ospedali la usa. Sebbene l’ultimo aggiornamento delle linee d’indirizzo, approvato nel 2020, abbia eliminato l’obbligo di ricovero ospedaliero, allungato il termine delle settimane di gestazione per l’assunzione della pillola e reso possibile prenderla anche nei consultori, al momento è possibile farlo solo nel Lazio, in Toscana e in Emilia-Romagna. Molti medici sono ancora convinti che l’aborto farmacologico sia troppo difficile da gestire per le donne dal punto di vista emotivo, contribuendo a mantenere un approccio medicalizzato e giudicante.

Un altro fattore è la carenza di educazione sessuale e informazione sui metodi contraccettivi. In Italia solo il 16 per cento delle donne usa i contraccettivi orali, preferendo l’incertissimo coito interrotto e il preservativo. Si fa poca informazione sulla contraccezione di emergenza, come la pillola del giorno dopo e quella più recente dei cinque giorni dopo. Questa disinformazione contribuisce al numero elevato di gravidanze indesiderate. Il diritto internazionale dei diritti umani afferma chiaramente che le decisioni sul nostro corpo sono solo nostre, un concetto chiamato “autonomia corporea”. Ma in molte circostanze, non c’è altra scelta che ricorrere a soluzioni non sicure, che possono addirittura comportare accuse penali e reclusione.

Voci dalla Clandestinità: Storie di Dolore e Resilienza

Dietro i numeri e le statistiche si celano storie individuali di donne costrette a vivere esperienze traumatiche e solitarie. Le parole e i sentimenti delle protagoniste sono essenziali per comprendere la reale consistenza di un fenomeno che altrimenti non si potrebbe adeguatamente conoscere. Un’anziana contadina del Molise, intervistata da Elvira Banotti, parlava dei suoi quattro parti e dei suoi dieci aborti con eguale serenità, rivelando un contesto in cui la sopravvivenza era l'unica priorità: "Era lui che manteneva la famiglia solo lui poteva decidere se il figlio doveva crescere o non doveva crescere". Un’altra donna raccontava: "Mio marito non mi dice niente, non mi aiuta, né mi ascolta. Spesso, benedice la madonna ogni tre mesi (…)".

Queste testimonianze svelano un insieme di pregiudizi e di stereotipi assorbiti dal nascere e vivere in ambienti che ne sono permeati, e restituiscono la drammatica ricerca di uno spazio di vita, uno spiraglio tra una gravidanza e un’altra. L’esperienza dell’aborto, quando clandestina, è spesso vissuta in solitudine e terrore. Una donna racconta: "Cominciai a tremare come una foglia, avevo una paura folle. E le due ostetriche, innervosite, mi dissero di far poche storie e, soprattutto, di non urlare per non insospettire i vicini. Mio marito ebbe il coraggio di svenire (…)". Fino ad ora ha sempre cercato di nascondere, agli altri soprattutto, ma anche a sé stessa, questo fatto, per cercare di dimenticarlo come un fatto accaduto tanto tempo fa e dovuto ad incoscienza di adolescente. La "domesticità agghiacciante" della "casa del medico", tutta diversa dall’aborto "in casa propria", conserva nella familiarità dei luoghi e dei volti qualcosa di consolatorio, ma è una magra consolazione di fronte al pericolo e alla mancanza di dignità.

Grafico sui casi di aborto clandestino stimati

Le donne, tuttavia, hanno iniziato a parlare e a trovare una voce. Al di fuori delle costrizioni di un processo, sono riuscite a raccontare un’esperienza così dolorosa e intima come un aborto, perché riconoscevano nello specchio la loro stessa condizione. Il racconto è diventato una nuova e inaspettata “dimensione minima della cura di sé”. Questa presa di parola delle donne, su un corpo fino ad allora così tenacemente nascosto e taciuto, ha consentito di scoprire “ciò che era sempre stato lì e non era mai stato detto”. Il vero cambiamento culturale che ne è derivato ha permesso alle donne di occupare nuovi spazi e nuovi ruoli sociali, affrontando tabù e divieti sessuali.

Verso un Futuro di Accesso Sicuro e Dignitoso

Criminalizzare l’aborto non ferma gli aborti, li rende solo meno sicuri. La storia e le statistiche lo dimostrano inequivocabilmente. Negli ultimi 30 anni il numero di interruzioni di gravidanza non sicure è aumentato del 15% nei Paesi dove sono in vigore restrizioni. La decisione della Corte Suprema USA nel 2022, che ha annullato Roe v. Wade, ha riaffermato che il diritto all’aborto non è più un diritto per la legge degli Stati Uniti d’America, portando a un mosaico di leggi devastanti con divieti parziali o totali in 21 stati del paese. L’impatto è maggiore per le persone nere, immigrate senza documenti, transgender, che vivono in aree rurali o in condizioni di povertà e per le popolazioni native. Questo evidenzia che il corpo femminile e di tutte le persone con capacità riproduttiva resta un campo di battaglia politico e sociale.

L’Oms, nel 2022, ha pubblicato nuove raccomandazioni per le cure abortive che includono l’aborto autogestito entro la dodicesima settimana. Si tratta della possibilità di interrompere la gravidanza in autonomia con la pillola RU486 e con il supporto, anche a distanza, di personale adeguatamente formato. Secondo l’Oms, l’aborto farmacologico ha “rivoluzionato l’accesso a cure abortive di qualità a livello globale” e quello autosomministrato “può migliorare in maniera significativa l’accesso, la privacy, la convenienza e l’accettazione del processo abortivo, senza comprometterne la sicurezza e l’efficacia”.

Organizzazioni come Women on Web, nata nel 2005, e gruppi femministi come Obiezione Respinta, stanno lavorando per colmare le lacune del sistema. Women on Web assiste donne che non hanno altra scelta, ma sempre più spesso anche chi desidera abortire a casa in tranquillità, in telemedicina. “Molte si rivolgono a noi perché non hanno altra scelta, ma negli anni ci siamo accorte che sempre più donne vogliono semplicemente abortire a casa in tranquillità, in telemedicina, che è anche la direzione suggerita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)”. L'help desk di Women on Web è formato da personale non medico, convinto che, fornendo informazioni chiare e corrette senza linguaggio moralista o giudicante, le persone siano perfettamente in grado di gestire i loro aborti.

“La tua scelta zero ostacoli” è una guida creata da attiviste, ginecologhe, giuriste e collettivi femministi che si battono quotidianamente per i diritti e la dignità di chi vuole decidere sul proprio corpo. Offre informazioni mediche e legali precise, una spiegazione dettagliata del percorso dell’IVG in Italia e strumenti pratici per affrontare ostacoli burocratici o sanitari. Essa svela molte informazioni che spesso vengono taciute o distorte, come il fatto che non si è obbligate ad ascoltare il battito del feto o a fare l’ecografia.

È fondamentale un approccio integrato che intervenga su più livelli: i diritti riproduttivi devono essere assicurati da medici non obiettori e dalla rete dei consultori, ma anche da attività di prevenzione e comunicazione. È essenziale investire nella formazione del personale sanitario, affinché possa rispondere con competenza alle complessità di un campo in cui le barriere istituzionali si intrecciano con i bisogni sociali e relazionali delle donne. Inoltre, la promozione di politiche migratorie meno restrittive può contribuire a migliorare la salute riproduttiva delle donne straniere, attualmente tra le più colpite dalla clandestinità. Gli sforzi per migliorare l’accesso all’aborto devono considerare le esigenze uniche delle persone Lgbtqia+ che rischiano di affrontare forme intersezionali di discriminazione e stigmatizzazione se cercano di abortire. Il diritto all'autonomia corporea è un diritto umano fondamentale che deve essere garantito a tutti.

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