Le campagne antiabortiste, sia in Italia che all’estero, sono spesso costruite sulla disinformazione e sul tentativo deliberato di suscitare una reazione emotiva intensa nel pubblico che le legge e le ascolta. I movimenti cosiddetti “pro vita”, o, in una terminologia più critica, “anti scelta”, adoperano un mezzo molto diffuso per presentare l'aborto come la «prima causa di morte al mondo». L'obiettivo di questa narrazione è quello di dipingere l'interruzione volontaria di gravidanza come una minaccia per gli esseri umani, da contrastare con ogni mezzo disponibile, attraverso una manipolazione sofisticata dei dati. Tuttavia, comparare questi gruppi di dati in tal modo è fuorviante e scientificamente scorretto, poiché ignora fondamentali distinzioni mediche, legali e statistiche che definiscono la vita e le procedure sanitarie.
La Manipolazione dei Dati: Un'Arma della Disinformazione
Uno degli aspetti più evidenti delle campagne di disinformazione sull'aborto riguarda la manipolazione e il confronto errato dei dati. Il conteggio delle cause di morte, per sua stessa definizione, registra esclusivamente i decessi di persone nate vive. Questa è una distinzione fondamentale che viene sistematicamente ignorata. Da un punto di vista sia scientifico che legale, l’aborto non interrompe una vita autonoma, ma piuttosto una gravidanza in corso, e di conseguenza non può essere equiparato alla morte di una persona già nata.
Un ulteriore problema risiede nel fatto che vengono confrontate categorie intrinsecamente eterogenee. Le principali cause di morte identificate a livello globale - quali la malattia coronarica, l'infarto, la broncopneumopatia cronica ostruttiva, le infezioni alle basse vie respiratorie e alcuni tipi di tumore - sono, per loro natura, delle patologie. L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), al contrario, non è una malattia, bensì una procedura medica. È cruciale evidenziare che in certi contesti, l'IVG può assumere un ruolo salvavita per la donna, distinguendosi radicalmente dalle condizioni che portano al decesso.

Durante la recente pandemia da Covid-19, una strategia di disinformazione analoga è stata impiegata per paragonare il numero di aborti ai decessi causati dal virus. Queste manipolazioni sono arrivate a sostenere che «il secondo viene combattuto, il primo è incoraggiato, anche se fa un numero di morti infinitamente superiore». Questo genere di manipolazione dei dati ha avuto l'effetto di rafforzare una narrazione distorta, insinuando che l’interruzione volontaria di gravidanza sia una scelta puramente egoistica, perseguita da chi non si preoccupa della vita altrui, e arrivando persino a etichettarla come «un omicidio di Stato» nei contesti in cui l'accesso è garantito per legge. Tali affermazioni non solo sono scientificamente infondate, ma mirano anche a delegittimare un diritto medico e riproduttivo riconosciuto.
Il Potere delle Immagini Manipolate e la Narrazione Distorta
Oltre alla selezione fuorviante dei dati per generare un impatto emotivo dirompente, i movimenti antiabortisti fanno ampio ricorso all'uso di immagini. Articoli, volantini, contenuti social, gadget e striscioni sono costantemente accompagnati da fotografie false o manipolate di embrioni e feti. Questa tecnica è stata impiegata anche in uno dei film più noti della campagna antiabortista, “Unplanned. La storia vera di Abby Johnson”, distribuito negli USA dalla casa produttrice cristiana Pinnacle Peak Pictures e in Italia da Dominus Production. Il film presenta quella che viene descritta come la realtà dietro le quinte di una clinica per aborti, dipingendola come un'entità guidata esclusivamente dal profitto e del tutto incurante della vita delle donne e degli embrioni che vi si presentano.
All'interno di questo film, sono presenti alcune scene che risultano prive di riscontro scientifico e sono state volutamente inaccurate, con l'obiettivo specifico di generare un notevole impatto emotivo sul pubblico. Un'altra scena accuratamente studiata per allinearsi alla propaganda antiabortista è quella che ritrae l’IVG chirurgica a cui Abby, la protagonista, assiste. La procedura è descritta attraverso la visione del monitor dell’ecografia, inquadrato dalla telecamera, nel quale si pretende di vedere una cannula che smembra un feto già completamente formato, nonostante le tredici settimane di gestazione, un'immagine clinicamente errata per quel periodo.
L'immagine di un embrione o feto ingigantito in primo piano, che quasi sembra un bambino pronto a nascere, non è certamente un elemento nuovo nella propaganda. Il fotografo svedese Lennart Nilsson divenne celebre proprio grazie a una serie di scatti di questo tipo, pubblicati nel 1965 sulla copertina e all’interno della prestigiosa rivista Life. È importante notare che la foto di copertina non fu, in realtà, scattata nel grembo materno, ma in studio: il feto ritratto era stato abortito poco prima e successivamente posizionato in un acquario, utilizzando particolari illuminazioni per ottenere l’effetto desiderato di vitalità e completezza. Nilsson aveva beneficiato di un accesso privilegiato alla clinica ginecologica dell’ospedale Sabbatsberg di Stoccolma, dove il personale medico lo avvisava in anticipo degli aborti, consentendogli di fotografare i feti immediatamente dopo gli interventi, prima che i corpi perdessero l'aspetto "vitale" e si alterassero.

Limitazione dell'aborto o libertà di scelta? Storia e dibattito sull'interruzione di gravidanza
Aborto a Nascita Parziale: Tra Fatti e Bufale Legislative
Il tema dell'aborto a nascita parziale, o "partial-birth abortion", è stato ampiamente strumentalizzato per diffondere fake news e allarmismi. Un esempio eclatante si è verificato quando, a poche settimane dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il sito Mad World News pubblicò un articolo diffamatorio contro Hillary Clinton. Questo articolo sosteneva che la candidata dei Democratici avesse appoggiato una serie di argomenti falsi sul tema dell’aborto tardivo. Affermava, ad esempio, che i casi in cui un’interruzione di gravidanza è giustificata dal pericolo per la salute della donna - una delle motivazioni previste dalle legislazioni che consentono l’aborto, compresi gli Stati Uniti - in realtà non esisterebbero. L'articolo, tuttavia, non forniva alcuna fonte o ricerca a sostegno di tale affermazione, presentando invece come fatti diversi aneddoti e opinioni non verificati.
Nel mezzo di questa narrazione, l’autrice dell'articolo inserì un’infografica che descriveva l'aborto con nascita parziale. Questa tecnica, che si asseriva essere utilizzata negli ultimi mesi di gravidanza, prevedrebbe l’aspirazione del contenuto cerebrale del feto prima di completare l’espulsione intra-vaginale. È fondamentale chiarire che la procedura descritta, che si supponeva praticata nel secondo semestre di gravidanza, è attualmente illegale negli USA. Le notizie false relative ai diritti riproduttivi, alla scienza e alla salute sono state spesso trascurate nel dibattito pubblico, come sottolineato dal New York Times, che si chiedeva se questi tentativi di disinformazione avrebbero avuto successo, evidenziando una concentrazione quasi esclusiva sulla politica e sulle interferenze russe nelle elezioni americane. Ciò avviene, secondo l'analisi, per tre motivi principali: le fake news contro l’aborto hanno innanzitutto motivazioni ideologiche, spesso spinte da credenze religiose o politiche, il cui scopo non è il profitto dagli annunci pubblicitari, a differenza di molte altre forme di disinformazione.

Le false notizie sono emerse anche riguardo le leggi in Texas. Articoli con titoli allarmanti, come «Nuova legge in Texas: ‘Medici possono mentire a madri per evitare gli aborti’» o «Texas, passano due leggi anti-aborto: ‘Medici potranno mentire alle mamme sulle malformazioni del feto’», hanno distorto il significato di due disegni di legge, il Bill 25 e il Bill 415. Il Bill 25, erroneamente presentato come un provvedimento che «garantisce ai medici un’ampia discrezionalità nel nascondere a una donna incinta che il feto ha gravi malformazioni o malattie genetiche, qualora gli stessi medici sospettino che la donna possa optare per un aborto», nasce in realtà per tutelare un medico dall’essere citato in giudizio da una paziente il cui figlio sia nato con un’anomalia o una disabilità a causa di cattiva informazione durante la gravidanza, proteggendolo da accuse di "nascita indebita". È fondamentale sottolineare che in nessun rigo della legge 25 si incoraggia il medico a mentire o trattenere informazioni sui pazienti in stato di gravidanza. Anzi, il Bill 25 afferma esplicitamente che «[la proposta] non può essere interpretata in modo da eliminare i doveri del medico o di altri operatori della sanità previsti dalle altre leggi in vigore», obbligando i dottori a continuare a informare i loro pazienti per legge.
Il Bill 415, presentato come un disegno di legge che «vuole vietare l’uso di una comune procedura durante le interruzioni di gravidanza, considerata però come uno dei metodi più sicuri», obbliga invece i medici ad essere certi della morte del feto prima di rimuoverlo. Questo disegno di legge vieterebbe le pratiche di aborti “per smembramento”, spesso eufemisticamente identificate come metodo di “dilatazione ed evacuazione” (D&E) e comunemente utilizzate durante il secondo trimestre di gravidanza, che comportano l’uso di strumenti chirurgici per afferrare e rimuovere pezzi di tessuto mentre il bambino è ancora vivo. Il disegno si inserisce nell’orizzonte del Pre-Born Protection and Dignity Act, una legge che vieta il traffico di parti di bambini abortiti, un commercio di cui è stata accusata più volte Planned Parenthood, e ribadisce la condanna dell’aborto a nascita parziale, vietando la compravendita e la donazione di tessuti umani abortiti.
La dottoressa Silvana De Mari, descrivendo le procedure di aborto a nascita parziale, spiega che «si induce il parto in maniera podalica (con i piedi), quindi si fa una pratica ancor più rischiosa per la madre. Il medico afferra il bambino per i piedi, appena è uscito, ma lascia la testa dentro la vagina. Deve essere ucciso quando ha ancora la testa dentro la vagina, perché se esce e piange non si può ucciderlo altrimenti sarebbe omicidio! Quindi mentre ha ancora la testa dentro, il medico seziona il midollo spinale all’altezza delle vertebre cervicali e in questa maniera lo uccide. Tutto ovviamente senza anestesia». È importante notare che in quasi tutti gli stati USA, questa modalità di aborto è proibita per legge. Se un feto dovesse nascere vivo dopo una procedura di aborto, è obbligatorio per legge tentare tutte le manovre di rianimazione necessarie alla sua sopravvivenza.
La Realtà delle Procedure di IVG: Tecniche e Sicurezza
Nella maggior parte dei paesi moderni, l'aborto è regolato in modo simile. In alcuni paesi, anche europei come Francia, Spagna o Regno Unito, l'aborto può essere effettuato fino alla fine della gravidanza se questa mette a repentaglio la vita o la salute della madre, includendo anche una grave malformazione fetale che possa compromettere la salute psicologica materna. Se una donna si trova in una gravidanza il cui proseguimento comporta un grave rischio per la sua salute, ha il diritto di chiedere e ottenere un aborto fino alla fine della gestazione.
In Italia, l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è consentita quando una donna potrebbe correre rischi fisici o psicologici proseguendo la gravidanza. È la donna a scegliere se interrompere o meno la gestazione, entro i primi 90 giorni di gravidanza (circa 12 settimane). Tuttavia, quando è dimostrata e certificata una grave malattia del feto che può creare problemi di salute alla gestante (anche solo dal punto di vista psicologico), è permesso interrompere la gravidanza oltre questo termine, fino a quando il feto non ha capacità di vita autonoma (orientativamente fino a circa 22 settimane). Questa procedura è nota come "aborto terapeutico" e, in teoria, può avvenire fino alla fine della gestazione, ad esempio per malformazioni talmente gravi da impedire qualsiasi vita autonoma al nascituro. In pratica, tuttavia, grazie alle moderne tecniche diagnostiche che consentono diagnosi molto precoci, questa evenienza è estremamente rara. Questo approccio è comune anche in altre nazioni con leggi sull'aborto moderne. Si può interrompere una gravidanza per motivi medici fino alla fine della gestazione se il feto non avrebbe capacità di vita autonoma dopo la nascita a causa della sua patologia, ma questa è un'occorrenza fondamentalmente nulla.

Quando la gravidanza è più avanzata, dalla 14ª settimana in poi, e le procedure precedenti possono risultare più difficili o rischiose, si preferisce indurre un parto normale. Questo avviene attraverso la somministrazione di una compressa contenente prostaglandine, una sostanza che stimola le contrazioni uterine, causando l'espulsione del prodotto del concepimento. In alcuni casi, se l'espulsione non è completa, può essere necessario ricorrere all'isterosuzione e/o alla revisione della cavità uterina. Questa procedura può richiedere un ricovero ospedaliero, data la possibilità di perdite di sangue e dolori, sebbene in altri casi si possa tornare a casa per poi effettuare un controllo. In rari casi, soprattutto in passato negli Stati Uniti, si ricorreva a una puntura intracardiaca di una soluzione tossica (sotto guida ecografica, prima dell'inizio del procedimento) per causare l'arresto cardiaco del feto, prima di procedere al parto.
Per legge, sono previsti sette giorni di "riflessione" durante i quali la donna è invitata a ponderare la sua scelta. Se la decisione viene confermata, si procede al ricovero, che può avvenire solo in strutture pubbliche o convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale. In situazioni di urgenza particolari, come un grave pericolo di vita, è permesso bypassare i sette giorni di pausa. L'esecuzione di un'interruzione di gravidanza, essendo un intervento di chirurgia minore, non causa di per sé conseguenze fisiche particolari. Tuttavia, se si eseguono diversi interventi sull'utero, come ripetuti "raschiamenti", questo può portare a complicanze anche serie. Come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono naturalmente dei rischi legati alla procedura stessa, all'anestesia o alla degenza. In Italia, a differenza di altri Paesi, l'unica figura abilitata a eseguire un aborto è il medico specialista in ginecologia, il quale ha comunque il diritto all'obiezione di coscienza, ossia il rifiuto di eseguire l'intervento per motivi etici o religiosi.
Miti e Verità sulla Salute della Donna Post-Aborto
La disinformazione ha spesso alimentato timori infondati sulle conseguenze dell'aborto sulla salute fisica e mentale delle donne. Le "bugie" diffuse hanno cercato di far credere che l'aborto volontario fosse collegato a gravi danni. Tuttavia, è un fatto banalmente evidente che tutte le procedure, sia mediche che chirurgiche, comportano possibili complicazioni. A tal proposito, la relazione del Ministro della Salute sullo stato di applicazione della legge 194 in Italia riferisce che le complicazioni sono state estremamente basse: 6 su mille nel 2016, mentre erano state 7,3 nel 2015 e 7,4 nel 2014. Questo stesso documento sottolinea che «l’IVG effettuata in una struttura sanitaria da personale competente è una procedura sicura con un rischio di mortalità inferiore all’aborto spontaneo e al parto».
Una delle notizie false più diffuse riguarda il presunto legame tra aborto e cancro al seno. Non esiste alcuno studio scientifico serio che evidenzi questa correlazione. Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists afferma chiaramente che «le donne dovrebbero essere informate che l'aborto volontario non aumenta il rischio di tumore della mammella». Analoghe raccomandazioni sono state espresse dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dall'American Congress of Obstetrics and Gynaecologists.

La cosiddetta "sindrome post aborto" è un altro cavallo di battaglia degli antiabortisti, che sostengono non esista. Tuttavia, come scrive il professor Noia, «Com’è possibile che tutta la dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde?». Egli ritiene poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni, sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre. Quando vengono presentati "studi scientifici" che "dimostrano" l'inesistenza della sindrome post aborto, è importante sapere che, secondo alcune prospettive, per ognuno di questi ce ne sono molti altri che affermano il contrario. Il vulnus che accomuna tali ricerche è che esse tendono a concentrarsi sugli stati depressivi, l’ansia e gli istinti suicidi in donne che hanno appena abortito, nel breve periodo. Invece, molti psicoterapeuti ritengono che la sindrome si manifesti in tutta la sua virulenza anche molto tempo dopo l’aborto. Inizialmente, molte donne attuano un'opera di rimozione e non elaborano il lutto, ma poi, dopo anni, a volte decenni, si interrogano sul perché di certi disturbi.
Inoltre, la disinformazione ha diffuso la "bugia" delle donne morte per aborto clandestino in Italia prima della legge 194, con cifre spropositate di 20.000 donne all'anno, sostenute da figure come Enrico Berlinguer. A ciò si è accompagnato il corollario che l’aborto legale sia sempre sicuro e che le conseguenze per la salute fisica e psichica delle donne siano trascurabili. Tuttavia, nelle Relazioni ministeriali degli ultimi anni è ripetuto che «molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa», il che significa che i dati ufficiali circa l’incidenza reale delle conseguenze fisiche a breve termine dell’aborto sulla salute delle donne sono incompleti. Delle conseguenze a lungo termine, come la sterilità o problemi relativi a successive gravidanze, la Relazione non parla affatto. La realtà è che anche di aborto legale si può morire, ma spesso questo dato non viene divulgato.
È interessante osservare i dati più recenti (2015) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla mortalità materna nel mondo. In Paesi dove la legislazione sull’aborto è più restrittiva, la mortalità materna risulta molto bassa. Tra gli Stati “evoluti”, negli USA la mortalità materna è di 14 donne su 100.000, nel Regno Unito è di 9 su 100.000, in Francia è di 8 su 100.000, tutti Paesi con legislazioni abortiste estremamente liberali. L’Irlanda, che fino al referendum di fine maggio non aveva l’aborto legale, presentava lo stesso tasso della Francia (8 su 100.000). Il Canada è a 7, la Norvegia a 5, la Svezia, la Germania e l’Italia a 4. La Polonia, con una legge molto restrittiva, registra un tasso di mortalità materna di sole 3 donne su 100.000. Questi dati mettono in discussione l'equazione semplicistica tra liberalizzazione dell'aborto e sicurezza materna assoluta.

Obiezione di Coscienza e Accesso all'IVG: Una Realtà Complessa
L'obiezione di coscienza del personale sanitario è un tema ricorrente e oggetto di forti dibattiti, spesso anch'esso vittima di disinformazione. È sotto attacco in diversi Paesi sedicenti democratici, come quelli del nord Europa o il Canada, dove il diritto di non uccidere viene fortemente limitato, se non escluso del tutto. In Italia, la percentuale di ginecologi obiettori è superiore al 70% del totale. Ci si interroga se sia plausibile che la percentuale di cattolici tra i ginecologi sia tanto più alta della media nazionale della popolazione (circa il 20% di cattolici praticanti), o se piuttosto sia la ragione naturale a impedire a un medico di uccidere delle persone. La relazione ministeriale indica che il carico di lavoro dei medici non obiettori è, in realtà, irrisorio. L’11% del personale non obiettore, a livello nazionale, non è assegnato a servizi relativi all’aborto. È anche una "bugia ricorrente" che l’Italia sia mai stata “condannata dall’Europa” a proposito di obiezione di coscienza.
Un esempio di fake news eclatante, inteso a colpire e ad annichilire il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario, è la favola della donna veneta che avrebbe cercato di abortire in 23 ospedali prima di riuscirci, assistita dalla CGIL nella sua denuncia. Questa bugia è stata pubblicata anche da grandi quotidiani come Il Corriere della Sera, ma in seguito la magistratura ha accertato che si trattava di una falsità e che l’aborto si era svolto nei limiti di tempo previsti dalla legge. Le smentite, per quanto facili, spesso non ottengono la stessa risonanza mediatica dei falsi, soprattutto quando entra in gioco l’ideologia.
Il Linguaggio e la Cultura della Vita: Tra Scienza e Ideologia
La propaganda abortista, per più di quarant’anni, ha sistematicamente utilizzato menzogne per legittimare moralmente, prima ancora che legalmente, la soppressione dell’essere umano nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre. Purtroppo, anche la comunità scientifica ne ha risentito: il dato reale, il dato scientifico, ha ceduto il passo a impostazioni ideologiche preconcette, con gravi conseguenze per la salute delle persone e per il benessere della collettività. Le evidenze sull’umanità del bambino in grembo, sin dal momento del concepimento, sono state illustrate in diverse occasioni. Eppure, ancora nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40/2004, genetisti come Edoardo Boncinelli e Antonino Forabosco, firmatari del documento «Ricerca e Salute» sottoscritto da più di 120 scienziati italiani tra embriologi, genetisti e biologi (tra cui Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi, Renato Dulbecco, Lucio Luzzatto, Andrea Ballabio, Giulio Cossu, Alberto Piazza e Carlo Alberto Redi), sostenevano che l’embrione fosse un insieme di cellule e non un individuo. Ad esempio, l’8 maggio 2005, Il Piccolo di Trieste titolava un articolo: "La voce dei genetisti: «Un grumo di cellule non è un embrione»".
L'evidenza scientifica attuale è che l’embrione unicellulare (lo zigote) è giustamente definito dal British Medical Journal, nell’editoriale del novembre 2000, come un soggetto autonomo, «un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro». La “neolingua”, tuttavia, da più di quarant’anni ha provveduto a cancellare parole come “bambino” e “figlio”, sostituendole con termini come “materiale abortivo”, “prodotto del concepimento”, o al massimo con aridi termini scientifici come “feto”. Si propone di rimettere al centro il bambino in questa narrazione. Anche se l’aborto fosse un vero atto di autodeterminazione, l’umanità del concepito pone, a una mente razionale e priva di preconcetti, un problema insormontabile: non è più una auto-determinazione della madre disporre a piacimento della vita del figlio. Questo rappresenta un regresso di civiltà di 2000 anni, tornando allo ius vitae ac necis del pater familias dell'antica Roma.

Panorama Globale e Statistiche Italiane
In Italia, il numero di interruzioni di gravidanza si è ridotto notevolmente e in maniera drastica nel corso degli anni. Nel 1982, le IVG furono 284.000, nel 2000 scesero a 135.133, e nel 2016 a 84.926. Questa significativa diminuzione è probabilmente attribuibile a diversi fattori, tra cui un uso più diffuso e consapevole di contraccettivi, una maggiore informazione sulle opzioni di pianificazione familiare, la possibilità di acquistare la pillola contraccettiva post-coitale (pillola del giorno dopo) e cambiamenti socio-economici. La stima delle interruzioni clandestine che avvenivano prima dell'introduzione della legge sull'interruzione legale di gravidanza parlava di circa 350.000 interruzioni ogni anno, sebbene non esistano dati precisi. Per dare un quadro più dettagliato, delle donne che hanno fatto ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza, il 74,3% non lo aveva mai fatto prima. Secondo la legge, la "pillola del giorno dopo" è acquistabile in farmacia con ricetta se si è minorenni e senza bisogno di ricetta dalla maggiore età.
