Adriana Zarri: il profilo di una teologa eremita tra fede, mondo e natura

La figura di Adriana Zarri, prima donna teologa ed eremita d'Italia, rappresenta un nodo cruciale, eppure oggi pericolosamente ignorato, del pensiero cattolico del Novecento. A distanza di pochi anni dalla sua morte, sulla sua complessa personalità, che ha vissuto una folgorante esperienza di Dio e di fedeltà all'umano e alla terra, sembra essere calato il silenzio. Recuperare il suo lascito significa interrogarsi su una fede capace di abitare le contraddizioni del presente, un impegno che Mariangela Maraviglia ha intrapreso con dedizione, restituendoci una figura da rileggere in questo tempo di distanze, alla ricerca di un «calore di fraternità» e di un’«eco di poesia».

Ritratto stilizzato di Adriana Zarri immersa nel suo eremo piemontese

Un percorso tra militanza e teologia

La biografia di Adriana Zarri si snoda attraverso tappe di intensa ricerca e trasformazione. L'adolescenza e il momento delle prime esperienze di militanza, con la partecipazione attiva all’Azione cattolica e con l’adesione a una visione intransigente, dalla quale ben presto si ritrae, segnano l’inizio di un cammino di consapevolezza. È il tempo della pubblicazione dei primi scritti che rivelano le sue doti letterarie e il suo amore per la teologia. Nel frattempo, andava facendosi strada in lei il desiderio di una scelta di consacrazione, che trovava sbocco nella decisione di entrare a far parte della Compagnia di S.

Con la riconquista della laicità e il suo trasferimento a Roma nel 1955, dove rimarrà fino alla fine degli anni Sessanta, ha inizio un periodo di fecondo impegno teologico e culturale. Adriana asseconda con entusiasmo questo processo, chiedendo - come risulta dal breve ma denso saggio dal titolo La Chiesa nostra figlia - una riforma della Chiesa «dal di dentro», all’insegna della libertà teologica e di un serio ripensamento del ruolo del clero e del laicato.

Questo è inoltre il periodo nel quale ella si cimenta più direttamente con una teologia «impura, costruita a partire dal frammento» - così la definisce -, dando alla luce due importanti opere: Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità (1964) e Teologia del probabile. Nella prima, l’intento è la liberazione della sessualità da ogni forma di manicheismo e il suo inserimento in un vasto disegno metafisico come manifestazione del mistero trinitario.

La svolta eremitica e la comunione cosmica

Ma la svolta decisiva della sua esistenza si sviluppa a partire dagli inizi degli anni Settanta con la scelta eremitica. Tutto questo senza rinunciare alla propria presenza nelle vicende del mondo e della Chiesa con prese di posizione nette e anticonformiste, volte a denunciare le ingiustizie esistenti e i ritardi colpevoli dell’istituzione ecclesiastica.

Mappa concettuale del pensiero teologico di Adriana Zarri: dal frammento alla trinità

Il trasferimento in un eremo piemontese non è un «ritirarsi» in un guscio. Nella lettera circolare del 1° settembre 1975, Adriana scrive: «Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti». Quegli eremi divennero oasi di bellezza, spazi di respiro spirituale per credenti in ricerca o non «regolari», per non credenti aspiranti a un «assoluto». Furono anche realizzazione di una vita «ecologica», condivisa con piante e animali che facevano sentire Adriana in armonia con il creato, immersa nella «comunione cosmica».

La teologia narrativa e il quotidiano

La forza di Adriana Zarri risiede nel suo rifiuto di una spiritualità astratta. Come notato da chi l'ha incontrata, la sua profondità risiedeva nel suo quotidiano «semplicemente vivere», frutto di una profonda libertà interiore. Nei suoi libri, come Quaestio 98. Nudi senza vergogna, emerge uno sguardo positivo sul corpo e sulla sessualità dopo una lunga tradizione mortificante.

Zarri sfidava il linguaggio ecclesiastico patriarcale, affermando: «Io non amo il Padre Onnipotente, perché l’onnipotenza mi interessa poco». La sua teologia trinitaria - una «divina pericoresi» - accoglieva la pluralità, lo spirito e il corpo. Per lei, la fede oggi comporta accettare domande, non pretendere risposte preconfezionate. In un’epoca in cui la crisi sanitaria ha imposto distanze, il suo messaggio di solidarietà critica resta di un’eloquenza disarmante: la distanza è occasione di concentrazione e riflessione sul male del mondo, per una contestazione più interiore e lucida.

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Il lascito: tra fede critica e sguardo aperto

Narrare vite di credenti scomodi e appassionati è, in questo momento storico, un contributo al ripensamento di convinzioni diffuse: l'agnosticismo troppo facile del «non si può credere più a niente» e il devozionismo ingenuo del credere senza vaglio critico. La riscoperta di Adriana Zarri invita a coltivare uno sguardo, a mantenere un senso dell’aperto. Come raccomandava Sorella Maria di Campello, occorre «non essere dei racchiusi».

Il suo «cristianesimo mistico» rimane aperto ai valori essenziali del Vangelo, al dialogo tra culture e tradizioni diverse. In una società che vive una sorta di schizofrenia, dove il sesso viene percepito come sconcio e la verginità è esibita come valore superiore, la voce della Zarri ci ricorda che la vita è ordinaria ma, allo stesso tempo, tutto succede in essa. La ricerca di Dio passa attraverso la normalità dell’esistenza, intrecciando la vita alla cura della terra, alla bellezza di una rosa Banxia che fiorisce, e al conforto dato alla creatura vivente, nella grazia di una risurrezione che abbraccia ogni frammento del reale.

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