La storia di Rita Atria, una giovane donna siciliana la cui vita è stata tragicamente intrecciata con le spire della mafia, risuona attraverso il tempo come un potente inno al coraggio e alla ricerca della giustizia. Il romanzo "Volevo nascere vento" di Andrea Gentile (Mondadori, 2012) è la vicenda vera vissuta da Rita Atria e raccontata in forma di romanzo, offrendo una prospettiva intima e commovente su una figura che è diventata, suo malgrado, un simbolo della lotta antimafia. La narrazione di Gentile non è solo un resoconto di eventi, ma un viaggio nelle profondità dell'animo di una ragazza che ha osato sfidare il sistema di omertà e violenza che l'aveva avvolta fin dalla nascita. Il titolo stesso, "Volevo nascere vento", racchiude in sé il desiderio ardente di libertà e di cambiamento che animava Rita, una volontà di spazzare via le tenebre e portare aria nuova.

L'Infanzia Sotto l'Ombra Silente della Mafia
Rita Atria nasce a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1974. La sua infanzia si svolge in un ambiente dove, "sin da piccola respira l’aria di mafia impregnata ovunque, in casa e fuori". Questo non è un dettaglio da poco: per lei, la mafia non era un concetto astratto o un fenomeno distante, ma una presenza tangibile e pervasiva, parte integrante della quotidianità. Il padre, Vito, conosciuto da tutti come il "dottore", era un esponente di spicco, un uomo d’onore vecchio stampo davanti al quale tutti si inchinano o chiedono favori. Questa figura paterna, amata e rispettata all'interno della famiglia, era per la piccola Rita un pilastro, un punto di riferimento in un mondo che ai suoi occhi appariva normale, seppur con le sue peculiarità. Inizialmente, "per lei sono solo una madre un pò scontrosa e brusca nei modi, un fratello maggiore affettuoso e protettivo, e un padre che stravede per lei ed è rispettato da tutti". Era "una classica storia all’italiana ma che ben presto rivela il suo lato più oscuro".
Il contesto in cui cresce Rita è quello della Sicilia degli anni Settanta, un territorio difficile dove le dinamiche mafiose sono profondamente radicate nel tessuto sociale. Questa "conosciuta famiglia mafiosa" godeva di rispetto e riverenza da parte di tutta la comunità, cementando l'illusione di un ordine, di una protezione offerta dal "dottore". Tuttavia, la Sicilia in quegli anni stava attraversando un periodo di profondi cambiamenti nelle strutture e nelle strategie di Cosa Nostra. "Siamo all’inizio dell’era dei corleonesi, quelli che mirano ai vertici dell’organizzazione, alla conquista del potere, al mercato della droga, al movimento di enormi flussi di denaro." Questa nuova generazione di mafiosi puntava a "il salto di qualità del crimine: moltiplicazione del volume degli affari e maggior radicamento nelle stanze del potere politico a qualsiasi livello". Il vecchio stampo mafioso, quello di Don Vito, basato sul controllo territoriale e sul contrabbando, si scontrava con le ambizioni espansionistiche e violente dei corleonesi. Questa transizione brutale avrebbe segnato irreversibilmente la vita di Rita e di molte altre persone.
La Scoperta del "Mostro" e le Tragedie Familiari
Il primo, devastante squarcio nel velo di apparente normalità che avvolgeva la vita di Rita avviene a un'età molto tenera. "All’età di undici anni, il padre Vito viene brutalmente ammazzato in un’eterna faida tra cosche e il mondo di Rita inizia ad assumere sfumature diverse: lentamente apre gli occhi e inizia a leggere la realtà con una consapevolezza amara." Questo evento segna l'inizio di una lenta ma inesorabile presa di coscienza. La morte del padre, infatti, non è un incidente isolato, ma il risultato di dinamiche precise all'interno dell'organizzazione. "Don Vito era padrino di vecchio stampo e, quando negli anni ‘80 Cosa Nostra passa al traffico di droga, al riciclaggio, all’infiltrazione nello Stato, si rifiuta di partecipare al cambiamento e, quindi, viene eliminato." Questa rivelazione, anche se forse non pienamente compresa nella sua complessità da una bambina, inizia a intaccare l'immagine idealizzata del padre.
I sospetti di Rita riguardo la vera natura delle attività paterne non si limitano all'età di undici anni. Il romanzo racconta come "Rita trova una pistola nascosta in un cassetto della scrivania del padre." Questo dettaglio, apparentemente minore, è un primo campanello d'allarme che incrina le sue certezze infantili. Tempo dopo, "origlia una conversazione tra Don Vito e un amico di famiglia e sente suo padre ordinare di togliere di mezzo qualcun altro." Questi frammenti di realtà si accumulano, contribuendo a disvelare la crudezza del mondo in cui è immersa. La conferma definitiva che "Don Vito sia un criminale" arriva quando "sente Piera Aiello, la fidanzata di suo fratello, rivolgersi al futuro suocero dandogli del mafioso." In un primo momento, Rita tenta di razionalizzare la situazione, pensando: "Sarà un mafioso, va bene, ma almeno è un mafioso buono, che mantiene l’ordine e protegge gli abitanti della zona che controlla." Questa è la tipica giustificazione che l'omertà e la connivenza sociale costruiscono attorno alle figure mafiose, rendendole accettabili e persino benvolute in alcune comunità. Tuttavia, il velo di illusioni si strappa definitivamente con la morte del padre, vittima della "nuova mafia, dedita allo spaccio di stupefacenti, poiché si era rifiutato di trafficare con loro."
Dopo la morte del padre, la giovane Rita si aggrappa al fratello Nicola, trovando in lui un'ancora di salvezza e un confidente. "Dal fratello apprende le confidenze e i segreti sugli intrighi mafiosi." Ma il destino di Nicola è altrettanto tragico e predeterminato dalla spirale della violenza. "Rita si aggrappa al fratello Nicola, che però è ossessionato dall’idea di dover vendicare la morte del padre." Questa brama di vendetta lo spinge a un sentiero pericoloso, cercando di infiltrarsi nella "nuova mafia, pur di capire chi sono gli assassini". Un sentiero che si rivela senza ritorno, poiché "non riesce però a farsi giustizia poiché, scoperto, viene ucciso." "Sei anni più tardi, alcuni sicari giustiziano anche Nicola, il fratello di Rita, nella sua pizzeria, davanti agli occhi della moglie e della figlioletta." Quest'ulteriore tragedia, vissuta in prima persona da Piera, la moglie di Nicola, segna un punto di non ritorno e spinge alla decisione di rompere il muro dell'omertà.
La Scelta della Verità e l'Incontro con Paolo Borsellino
La morte di Nicola, e la precedente perdita del padre, spingono le donne della famiglia a scelte radicali. La moglie di Nicola, Piera Aiello, prende una decisione coraggiosa e rivoluzionaria per l'ambiente in cui viveva. "Piera, allora, vincendo la paura decide di collaborare con la giustizia: accetta il regime di protezione dello Stato e lascia definitivamente Partanna." Piera, "decide di diventare testimone di giustizia, sotto la protezione del giudice Paolo Borsellino e si trasferisce a Roma insieme alla figlia." Questo atto di ribellione ha un impatto profondo sulla giovanissima Rita. Sebbene inizialmente rimanga a Partanna con la madre e la sorella Annamaria, frequentando un istituto alberghiero a Sciacca, il desiderio di giustizia e la vicinanza a Piera la portano a seguire le sue orme. "A soli diciassette anni però, decide di seguire la cognata, alla quale è molto legata e diventa anche lei testimone di giustizia."

Questo è il momento in cui Rita decide di "raccontare alla polizia tutto quello che ha appreso su fatti, persone, omicidi". Un atto straordinario di coraggio per una ragazza così giovane, cresciuta in un contesto di omertà. "Con sé porta un diario in cui per anni ha registrato minuziosamente nomi e accadimenti di quel mondo per cui prova repulsione." Questo diario, testimonianza preziosa e segreta di un'infanzia rubata, diventa uno strumento fondamentale per la sua collaborazione. "Le sue deposizioni vengono raccolte da Paolo Borsellino con il quale instaura un rapporto confidenziale, diventando col tempo per lei quasi uno zio, anzi un secondo padre." Questo legame con il magistrato è cruciale. L'affabilità e la professionalità di Borsellino trasformano "la piccola Rita in una consapevole collaboratrice di giustizia", permettendole di trovare una figura di riferimento e protezione che le tragedie familiari le avevano sottratto.
L'incontro tra Rita e Paolo Borsellino è un momento di svolta, descritto con toccante intimità nel romanzo. "La prima volta che Rita si trovò di fronte Paolo era un pomeriggio del 1991. Il suo studio era come tutti gli studi degli adulti. Pareti bianche, scrivania in noce e sullo sfondo la bandiera italiana. L'uomo che le era seduto di fronte sembrava un duro. Una persona con cui non si scherza. Uno di quelli con la giacca e la cravatta." Questa descrizione iniziale di un uomo austero, quasi intimidatorio, lascia presto il posto a una figura paterna e rassicurante. Borsellino, con un sorriso, accoglie Rita con le parole: "- Finalmente ci conosciamo, Rita. -" La ragazza, pur turbata dall'emozione, risponde con un semplice "- Buongiorno -". Il dialogo prosegue con una domanda diretta e incisiva del giudice: "- Allora, anche tu hai conosciuto il Mostro. -" Rita, benché "spiazzata", replica con una consapevolezza che va oltre la sua età: " - Sì, sembro una picciridda ma ne ho viste di cose, io. E il Mostro, come lo chiama lei, lo conosco da quando sono piccola." Questo scambio rivela immediatamente la profondità della sua esperienza e la connessione che si instaura tra i due.
Per Rita, Borsellino diventa molto più di un giudice: "Quell'uomo con i baffi, in giacca e cravatta, diventa da subito uno zio, "lo zio Paolo", un cantastorie di verità." Il "rapporto tra Rita, Piera e il giudice Borsellino diventa molto stretto e confidenziale." Le ragazze arrivano a riconoscerlo come uno zio, facendogli regali per il suo compleanno, un segno della genuina affezione e fiducia che ripongono in lui. A Roma, Rita non solo trova un barlume di speranza nella giustizia, ma "conosce a Roma il suo primo amore: Gabriele", un'opportunità di vivere una vita "normale", lontano dalle ombre del passato.
Il Diario di Rita: Una Voce Contro l'Omertà
Il diario di Rita Atria non è un semplice quaderno di appunti; è un'arma, un atto di resistenza personale e intima. "Con sé porta un diario in cui per anni ha registrato minuziosamente nomi e accadimenti di quel mondo per cui prova repulsione." Questo diario diventa la cristallizzazione della sua determinazione a non dimenticare, a non tacere, a offrire alla giustizia gli strumenti per combattere il "Mostro". Le pagine del suo diario sono la prova tangibile della sua scelta di ribellione.
Nel volume di Andrea Gentile, l'autore fa un uso sapiente di questo materiale prezioso: "si alternano pagine romanzate a stralci reali del diario di Rita, dai quali possiamo entrare nell’animo della ragazza e comprenderne i sentimenti più intimi." Questa tecnica permette ai lettori di cogliere non solo la sequenza degli eventi, ma anche le emozioni, le paure, le speranze e la profondità della riflessione di Rita. È attraverso queste parole scritte che emerge la consapevolezza della sua scelta, non dettata dalla vendetta, ma dalla sete di giustizia.
Una delle frasi più emblematiche che rivela il suo stato d'animo e la sua motivazione è: «C’è la vendetta, c’è la possibilità di sguazzare in questo lago nero, di evitarlo a volte, ma comunque di essere contaminato dai rifiuti tossici delle sue acque. E poi c’è un’altra strada: la giustizia. Giuro, non ci avevo mai pensato. Neanche lo sapevo che si potesse fare». Questo passaggio sottolinea la scoperta di un percorso alternativo alla vendetta, una strada che rappresenta la vera libertà e la possibilità di purificazione. La sua è una ribellione contro la logica della faida e dell'occhio per occhio, in favore di un principio superiore.
È fondamentale rimarcare che la storia di Rita non è quella di una "pentita di mafia", bensì "la storia di una testimone giovanissima che si è ribellata". Questa distinzione è cruciale: Rita non ha mai fatto parte attivamente di Cosa Nostra, ma ha testimoniato sui fatti appresi e vissuti indirettamente, trasformando la sua posizione di vittima in quella di protagonista della giustizia. Il suo "bisogno di verità e giustizia" è così forte da spingerla a decisioni estreme, tanto da "arrivare a recidere il cordone ombelicale che la legava alla famiglia". La madre stessa, dopo averle chiesto "più volte di desistere e di fare silenzio", la "ripudia e lascia sola". Questa dolorosa rottura dimostra il costo altissimo della sua scelta e la forza d'animo necessaria per perseguire la verità, anche a costo di perdere gli affetti più cari. Rita si ritrova a "cercare il supporto altrove, riporre la propria fiducia in nuove persone che nulla avevano a che vedere con il suo passato".
Di Buon Mattino, 20 ottobre 2022 - La storia di Rita Atria, testimone di giustizia
La Tragedia di Via D'Amelio e il Crollo delle Speranze
Il 19 luglio 1992 segna una data indelebile nella storia italiana e nella vita di Rita Atria. "Ma il mostro - cosi Andrea Gentile definisce la mafia nel suo libro - non si ferma davanti a niente: il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, Paolo Borsellino viene dilaniato da un’autobomba insieme con tutta la scorta." La notizia della strage, che porta via il giudice che era diventato per Rita una guida, un secondo padre, è un colpo devastante, insopportabile. "Questo, per la giovane Rita, è un colpo forte, il crollo di tutte le sue speranze in una vita nuova, pulita, onesta, libera da ogni condizionamento e dalla paura." Il "filo, sottile ma saldo, che intreccia la sua esistenza con quella di Borsellino, si spezza miseramente".
La morte di Borsellino non è solo la perdita di una persona cara, ma la disintegrazione del suo intero mondo di certezze e speranze. "Un duro colpo per Rita che, probabilmente, si sentì definitivamente sola al mondo." La sua battaglia contro la mafia era stata sostenuta e alimentata dalla presenza e dal supporto del giudice. Senza di lui, il futuro che aveva iniziato a immaginare crolla. Le domande sulla sua disperazione sono strazianti: "Cosa avrà pensato Rita? Come si sarà sentita? Che disperazione può aver provato mentre lentamente guardava sfumare ogni possibilità di futuro e ogni speranza svaniva?" Era un fardello troppo pesante per una ragazza così giovane, che aveva già sopportato tanto. "È stato l’ultimo fatale peso, troppo grande da sopportare: Rita non ce l’ha fatta e ha deciso di volare anche lei, per diventare vento che soffia, che riposa e che scuote." Una settimana dopo la strage di Via D'Amelio, Rita si toglie la vita gettandosi dal balcone della sua casa romana. La sua morte, tanto drammatica quanto simbolica, diventa un ulteriore monito sulla brutalità della mafia e sul tributo richiesto a chi osa sfidarla.
"Volevo Nascere Vento": Un Titolo, un Desiderio di Libertà
Il titolo del romanzo di Andrea Gentile, "Volevo nascere vento", è la chiave di volta per comprendere l'essenza della storia di Rita Atria e il suo desiderio più profondo. È una metafora potente che racchiude il suo anelito alla libertà, alla leggerezza e alla capacità di influenzare il mondo nonostante le sue fragilità. Il vento è un elemento intangibile, onnipresente, capace di accarezzare e di scuotere, di portare via le impurità e di annunciare il cambiamento.
L'espressione "Volevo nascere vento. Vento che vola, lassù" suggerisce un desiderio di trascendere la realtà terrena, pesante e oppressiva, per elevarsi a una condizione di pura libertà. Dopo aver "guardato giù, ora, nel precipizio" della sua esistenza, Rita aspira a un'altra dimensione. Il vento è un simbolo di movimento, di trasformazione e di vitalità. Questo "vento dolce che sa proteggere e avvolgere, ma allo stesso tempo abbastanza forte e deciso da spazzare via tutto per rimettere in circolo aria nuova e provare a cambiare le cose" riflette esattamente la duplice natura della lotta di Rita: la sua fragilità adolescenziale e la sua incredibile forza d'animo. Il suo desiderio era quello di purificare l'aria viziata dall'omertà e dalla violenza, di portare un soffio di giustizia in un ambiente corrotto. "Ho cambiato nome, perché ho detto la verità" è una frase che incarna la sua identità di ribelle, di testimone che ha scelto la trasparenza e la giustizia sopra ogni altra cosa. Il suo desiderio di essere vento si realizza nella sua memoria, che continua a soffiare forte e a scuotere le coscienze, ispirando chiunque cerchi di combattere l'oppressione.

Andrea Gentile e la Genesi del Romanzo: Tra Storia e Immaginazione
Il romanzo "Volevo nascere vento. Storia di Rita che sfidò la mafia", pubblicato da Mondadori nel 2012, è l'opera attraverso cui Andrea Gentile racconta la complessa realtà della mafia, le sue stragi e la strenua lotta di figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il tutto filtrato dalla prospettiva unica di una diciassettenne di Partanna. L'autore ha scelto un "approccio romanzato", che, come egli stesso afferma, "non toglie nulla alla drammaticità e veridicità della storia, scritta con stile avvincente e da leggere in un pomeriggio." L'intento è chiaro: "raccontare ai ragazzi storie di mafie, affinché dolce sia il futuro del nostro paese."
Gentile immagina "la vita di Rita Atria, il suo pensiero, le sue emozioni, il suo modo di parlare", pur mantenendo fedeltà ai "punti cruciali della vicenda". L'autore chiarisce la linea sottile tra realtà e finzione: "Questo romanzo, pur essendo frutto dell'immaginazione dell'autore, è liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Sono stati dunque rispettati i punti cruciali della vicenda. La fantasia del romanziere è intervenuta sul come." Questo significa che, mentre eventi fondamentali come il ruolo di Paolo Borsellino nella vita di Rita sono veri ("È vero, per esempio, che Paolo Borsellino era un punto di riferimento per Rita Atria"), i loro dialoghi sono frutto della fantasia dell'autore. Allo stesso modo, "È vero che Rita e Gabriele erano fidanzati; del tutto fantasiosi sono i loro incontri." Anche il contesto delle conversazioni tra Rita e Borsellino nel romanzo è un luogo "neutro e immaginario".
Per la stesura del libro, Gentile ha attinto a fonti fondamentali. "Nel testo un carattere diverso indica i diari di Rita Atria, i cui stralci qui pubblicati sono tratti da due saggi - fondamentali come fonte e ispirazione - che raccontano la sua storia: Una ragazza contro la mafia di Sandra Rizza (La Luna, 1993) e Rita Atria di Petra Reski (Nuovi Mondi, 2011)." Inoltre, "un'utile biografia di Paolo Bortsellino è stata quella di Umberto Lucentini (Paolo Borsellino, San Paolo 2003)". L'autore dichiara di aver raccontato la vita di Rita "attribuendole, spesso, parole mie. Ho cercato di farlo con rispetto. Di certo l'ho fatto con passione."
Un elemento ricorrente nel romanzo è la definizione della mafia come "il Mostro". Questa scelta terminologica non è casuale: "Lo spunto arriva da Luigi Garlando, autore del libro Per questo mi chiamo Giovanni (Fabbri, 2006; Rizzoli, 2012)." L'utilizzo di questa parola nel libro di Gentile è giustificato da due ragioni principali: "1) troppo pregnante era quella definizione e goffo sarebbe stato qualunque tentativo di trovarne una alternativa; 2) i due libri, scritti inn periodi diversi, fermentano su un terreno comune: raccontare ai ragazzi storie di mafie, affinché dolce sia il futuro del nostro paese." L'obiettivo è dunque rendere il concetto di mafia comprensibile e concreto per un pubblico giovane, facilitando una riflessione profonda sull'argomento. Il libro ha vinto nel 2012 il Premio Il Gigante delle Langhe e il Premio Selezione Bancarellino, riconoscimenti che testimoniano il suo valore letterario e il suo impatto.
L'Eredità di Rita Atria: Un'Icona di Coraggio Contro l'Oppressione
La figura di Rita Atria trascende la sua breve esistenza per diventare un simbolo potente. "Rita Atria rappresenta da vent’anni una giovanissima icona per coloro che trovano la forza di ribellarsi all’oppressione, al sopruso, alla violenza della mafia." Nonostante la sua età, ha dimostrato un "coraggio straordinario", affrontando qualcosa di "molto più grande di lei e assai pericoloso". La sua è la storia di "una piccola eroina che provò a scardinare il costume omertoso, l’indifferenza, la connivenza dell’ambiente in cui era vissuta, nella speranza di poter aspirare a un futuro migliore." Era "una ragazza semplice, acqua e sapone, un’adolescente dal carattere forte" che, nonostante le sue "fragilità e le insicurezze", ha intrapreso una battaglia impari per la verità.
Di Buon Mattino, 20 ottobre 2022 - La storia di Rita Atria, testimone di giustizia
La sua storia è stata così potente da ispirare anche il cinema. "Ricordiamo al riguardo anche lo splendido ed emozionante film per la regia di Marco Amenta, dal titolo La siciliana ribelle, uscito nel 2007, dove la protagonista è interpretata dalla sorprendente e bravissima Veronica D’Agostino." "Alla storia di Rita Atria è ispirato anche il film La siciliana ribelle, (2009), regia di M. Armenta, interpretato da Veronica D'Agostino." Questa trasposizione cinematografica ha contribuito a rendere la sua vicenda accessibile a un pubblico ancora più vasto, perpetuandone la memoria e il messaggio.
Rita ha dimostrato che "gli eroi non hanno superpoteri, ma sono coraggiosi allo stesso modo. Anzi, forse di più, proprio perchè non hanno superpoteri. Hanno soltanto la forza del coraggio." Il suo percorso, sebbene tragico, rimane un faro per chiunque si trovi di fronte a scelte difficili. "Ha avuto il coraggio di compiere una scelta perchè credeva che fosse la cosa giusta da fare ed è andata avanti nelle sue convinzioni."
Il valore della sua testimonianza e del romanzo che la racconta risiede anche nella sua capacità di educare le nuove generazioni. "Parlare della mafia ai più giovani non è mai semplice. Una lettura può essere un valido supporto per introdurli all'argomento e riflettere insieme." Attraverso le sue vicende personali, il romanzo di Gentile non solo narra una storia individuale, ma indaga "nella storia mafiosa degli ultimi anni del ‘900 e ricorda le guerre tra cosche mafiose, i fatti di Corleone, dei Buscetta, di Totò Riina e del processo a Giulio Andreotti". Nel libro, "sono presenti, all'interno del libro, importanti approfondimenti sulla lotta alla mafia", richiamando "le storie di Peppino Impastato, Pio La Torre, Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta: voci molto diverse tra loro ma che, a loro modo, sono state determinanti e di cui è giusto conoscerne le storie."
La storia di Rita Atria, legata tragicamente alle stragi di mafia del 1992 che videro la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ci ricorda che "un'altra strada c'è: quella verso la giustizia." La sua figura è una costante esortazione a non arrendersi, a mantenere viva la memoria e a credere nella possibilità di un cambiamento. Le parole del giornalista e politico Michele Pantaleone, che nel 1962 scriveva: «I deputati eletti con i voti procurati dalla mafia potranno fare gli uomini di corrente di partito a Roma ed a Palermo, ma sui problemi di mafia dovranno manifestare la loro solidarietà a tutta l’onorata società. Purtroppo oggi, dopo mezzo secolo, noi siamo ancora qui a continuare questa lista!», risuonano ancora oggi, evidenziando l'attualità e la persistenza della lotta contro la mafia. Rita Atria, con la sua scelta estrema, ha lasciato un segno indelebile, un vento che ancora soffia, ricordandoci la potenza della verità contro l'oscurità del "Mostro".