Il Verde nel Medioevo: Storia, Difficoltà e Fascinazione di una Tinta Complessa

La storia dei coloranti e della tintura comincia con la storia stessa dei tessuti, un percorso che, fin dai tempi più antichi fino alla metà del XIX secolo, ha visto l'impiego esclusivo di coloranti tessili ricavati da sostanze di origine vegetale e animale. Questi venivano usati nella produzione artigianale e applicati a piccole quantità di fibre o di tessuto. Tra le innumerevoli sfide cromatiche che l'arte tintoria ha dovuto affrontare nei secoli, la creazione di un verde stabile e duraturo nel Medioevo si è rivelata una delle più complesse e affascinanti, richiedendo un'ingegnosità notevole e processi intricati.

Tavolozza di piante tintorie medievali

Alle Radici della Tintura: Dalle Civiltà Antiche al Medioevo

Nel Neolitico (3000 a.C.), l'artigianato della tintura avanzò di pari passo con le tecniche di filatura e tessitura. Con la lavorazione dei metalli (rame, bronzo e ferro), la vita dell'uomo primitivo cambiò radicalmente, così come i metodi di filatura, tessitura e tintura. L'arte della tintura fiorì lungo i grandi fiumi dell'antichità - Nilo, Tigri, Eufrate, Indo, Fiume Giallo - dalle cui acque le prime civiltà attingevano le risorse per sviluppare tecniche tintorie sempre più sofisticate.

Gli Egizi, con la loro predilezione per il lino, gli Assiro-Babilonesi con la lana e le civiltà dell'Indo con il cotone codificarono pratiche tintorie che riflettevano le loro identità culturali e le risorse disponibili. I reperti delle necropoli egizie del periodo predinastico (tra il 4000 e il 3000 a.C.) e del Medio Regno (tra il 2060 e il 1790 a.C.) erano un trionfo di decorazioni colorate che, in parte, sono arrivate fino a noi. In ambito tessile, invece, sono pochi i reperti rinvenuti, a causa della fragilità del materiale utilizzato, il lino, che era la fibra più comune, perché cresceva facilmente lungo le sponde del Nilo.

L'India è la patria del cotone, fibra molto usata perché adatta al clima della regione. Il cotone indiano veniva tinto in matassa ed era spesso decorato con la tecnica del tie-dye, cioè della tintura di capi annodati. Nel caso del Batik, il motivo voluto viene disegnato sul tessuto di cotone e coperto con cera d'api per evitare che il bagno di tintura a freddo sia assorbito dal tessuto. I Cananei, poi chiamati Fenici, furono i più abili tintori mediterranei. A loro si deve la scoperta e il perfezionamento della tintura con la porpora pura, anche combinata con zafferano, mirtillo e cocciniglia; le varietà cromatiche andavano dall'arancio al rosso, al viola.

L'Estremo Oriente, con la Cina e tutti i popoli di quella regione, conosceva la seta praticamente da sempre. In Giappone, si utilizzavano anche le alghe marine per ottenere tinte tenui e raffinate, così come il Kakishibu, dal caratteristico color mattone, una tintura ottenuta dal succo di cachi crudi lasciati fermentare per più di due anni. Robbia, zafferano, guado (per tingere in azzurro) sono le tinture naturali utilizzate dagli Etruschi, influenzati direttamente da Greci e Fenici, e a loro volta, con i Greci, "influencer" dei Romani, che, fino al VI secolo a.C., si affidavano a queste tecniche.

La Sfida del Verde nel Medioevo: L'Arte della Sovratintura

Prima del pigmento derivato dall'arsenico del 1775 di Carl Wilhelm Scheele, i tessuti verdi erano notoriamente difficili da creare. La tradizione tintoria medievale, pur producendo una vasta gamma di colori, incontrava particolari ostacoli nella realizzazione di verdi vivaci e stabili. I tessuti venivano prima tinti di giallo, usando sostanze come la curcuma o la reseda dei tintori, quindi sovratinti di blu dall'isatis o dall'indaco. La consistenza da un lotto all'altro era complicata e il tessuto risultante era spesso costoso. Questo processo, noto come "impiumo", consisteva in un bagno di colore che conferiva alle fibre tessili un sottofondo di colore prima di immergerle in un ulteriore bagno per l'ottenimento del colore definitivo. Ad esempio, se l'impiumo era stato al guado, le fibre avevano assunto un colore celeste; con una successiva immersione in un bagno di colore giallo (a base di scotano o di braglia) esse diventavano di un verde più o meno scuro a seconda dell'intensità del sottofondo.

Il Blu del Guado: Un Processo Complesso e Inodore

Tra i processi di estrazione del colore più complessi e affascinanti c'è quello eseguito dai tintori dell'Arte del guado. Partendo dalle foglie del guado, nome botanico Isatis tinctoria, si portava all'estrazione del colorante azzurro che veniva poi modellato in "torte" o "uova". Il processo è del tutto simile a quello eseguito con l'indigofera, anche se questa contiene più sostanza colorante.

Le "uova di pastello" venivano preparate con grande cura: «appena raccolte le foglie erano triturate in mulini e ridotta in polpa». È questa preparazione del guado in pasta che l'ha fatto chiamare comunemente "pastel" nei paesi di lingua d'oc e "pastello" in Italia. Un po' asciutta questa pasta era pressata a mano in palline di circa 15 cm di diametro chiamate uova, cocagnes o cocaignes in Languedoc. Successivamente esse venivano seccate all'aria in fabbriche specificatamente costruite per questo utilizzo. Per essere utilizzate per la tintura, le uova secche, molto dure, dovevano prima essere rotte con il mazzuolo di legno e sminuzzate; successivamente la polvere era disposta in strati spessi in fabbricati speciali, innaffiati con acqua e messi a fermentare e, successivamente, si aggiungeva della lisciva.

Illustrazione del processo di lavorazione del guado

Una volta fermentata e seccata (il processo di fermentazione veniva fatto usando urina e questo sviluppava odori talmente sgradevoli che Elisabetta I impose che le tintorie si trovassero a una distanza maggiore del corrispondente di otto chilometri rispetto alle città), questa pasta, che pesava un nono delle foglie di partenza, era messa in barili dove poteva essere conservata per molto tempo, continuando una lenta fermentazione che ne aumentava la qualità. Il guado fu la sostanza che per maggior tempo ebbe parte preminente nell'arte tintoria medievale. Con essa era possibile ottenere una ricca gradazione di azzurri che andava dai toni carichi e vivaci del "perso" e del "persiero" fino ad un celeste pallido detto "allazzato", passando attraverso l'azzurrino, il celeste, lo "sbiadito" ed il turchino.

Le Fonti del Giallo per il Verde

Per ottenere il verde attraverso la sovratintura, era essenziale disporre di buoni coloranti gialli. La reseda (Reseda luteola) era la principale fonte di tonalità gialle. La sua coltivazione richiedeva pazienza: seminata in primavera, veniva raccolta solo l'anno successivo in piena fioritura. Dopo l'essiccazione e la polverizzazione, la polvere veniva bollita in acqua con allume come mordente. I tessuti immersi assumevano rapidamente il colore giallo. Notevole era la combinazione della reseda con altre piante; la sovratintura di tessuti blu di guado permetteva di ottenere varie tonalità di verde, una testimonianza dell'impressionante comprensione del colore degli artigiani.

Un'altra fonte di giallo era lo scotano, la sostanza colorante ricavata dal legno e dalle foglie del Rhus cotinus, e veniva usata per colorare in giallo carico le fibre tessili. Se queste avevano subito un precedente impiumo al guado, il bagno con scotano conferiva loro un bel colore verde. Braglia è il nome dato dai tintori del Medioevo a una specie di ginestra, Genista tinctoria, i cui fiori, opportunamente trattati, liberavano una sostanza colorante capace di tingere in giallo la lana.

Piante tintorie utilizzate per il giallo: Reseda luteola e Genista tinctoria

La Produzione e la Cura dei Tessuti nel Medioevo: Un'Arte Esigente

La produzione e la cura dei tessuti nel Medioevo erano un processo complesso. Dalla tosatura delle pecore al capo finito, era un lungo percorso che richiedeva molta abilità e conoscenza. Lana e lino erano i materiali principali, lavorati in laboratori specializzati. Le fibre vegetali, lino e canapa, coltivate in tutto l'Occidente, furono di certo impiegate costantemente nell'abbigliamento, ma poiché venivano prodotte per lo più localmente, non sempre compaiono nella documentazione scritta.

La tintura dei tessuti era un'arte a sé stante, che utilizzava pigmenti naturali derivati dalle piante. La cura dei preziosi capi di abbigliamento era importante quanto la loro produzione. Qui entravano in gioco le erbe, che non solo fornivano un fresco profumo, ma tenevano anche lontani gli insetti nocivi, una tradizione che oggi continua con moderni prodotti per la cura del cuoio. Nelle case era comune mettere erbe in bauli e armadi per tenere lontane le tarme e dare ai vestiti un piacevole profumo. Queste pratiche non erano solo funzionali, ma anche un'espressione di status e raffinatezza.

Mordenzatura: Il Segreto della Durata del Colore

Il loto era una sostanza largamente usata dai tintori medievali e della quale, per le poche notizie che ci sono giunte, ignoriamo sia la precisa natura che l'impiego come colorante. La tradizione che lo voleva ricavato dal legno dell'albero del loto è forse errata, mentre maggiore credito trova l'ipotesi che vuole il lotum fabrorum un'argilla arricchita con limatura (o molatura) di ferro. Del resto nel Medioevo varie qualità di argille (boli, ocre) ricche di ossidi di ferro venivano impiegate per tingere la lana in rosso e in bruno. Quando queste terre erano troppo chiare, cioè avevano basso tenore ferroso, venivano mischiate con limatura di ferro che in presenza di acqua si ossidava, conferendo il classico colore rosso-ruggine. Ma per fissare i pigmenti sulla stoffa era necessario adoperare dei mordenti efficaci; la qualità della tintura dipendeva infatti dalla qualità dei fissatori adoperati durante la "mordenzatura".

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I mordenti erano di solito sostanze di origine vegetale e nel Medioevo si distinguevano in due gruppi a seconda della sostanza astringente di base. Le galle (o noci di galla) erano chiamate le protuberanze che si formano sulle foglie e nei rami degli alberi in seguito all'azione di alcuni insetti che vi depositano le uova. In presenza di sali di ferro davano una soluzione nera, usata come colorante. Molti erano gli alberi le cui scorze, ricche di tannino, erano usate dai tintori medievali come fissanti. In Europa le scorze più ricercate erano quelle dell'ontano (6-15% di tannino), della betulla, del castagno (5-10%) e la grande famiglia delle querce: rovere, leccio, ecc. La foglia era considerata un ottimo fissante. La gromma (o gruma) è il "cremor di tartaro" formatosi nei tini per effetto della fermentazione.

L'allume era il mordente a base di potassio maggiormente usato dai tintori del Medioevo. Il suo impiego si diffuse in Italia soprattutto dopo che nella Toscana meridionale e nell'alto Lazio ne furono scoperti ricchi giacimenti. Il migliore era l'allume di rocca ricavato dall'allumite, un solfato basico idrato di potassio e alluminio estratto da rocce di origine vulcanica. L'allume, oltre a fissare stabilmente le tinte su ogni genere di fibra tessile, conferiva una forza illuminante che rendeva i manufatti particolarmente apprezzati sul mercato. Nel Medioevo la cenere era impiegata per il lavaggio di lane e stoffe secondo un procedimento usato fino ai nostri giorni (ranno o cenerone), ma ebbe un largo impiego anche in tintoria, specialmente fra i tintori dell'Arte del guado.

L'Essenza dell'Erboristeria Medievale per i Tessuti

Nel Medioevo, le erbe erano più che semplici spezie o rimedi. Erano presenti in ogni aspetto della vita quotidiana, dalla cucina alla cura degli abiti. Le persone di quell'epoca sapevano come utilizzare la natura in modo completo. Le erbe erano considerate doni della natura, il cui uso era profondamente radicato nella medicina popolare e nelle credenze popolari. Nei giardini dei monasteri, monaci e suore coltivavano piante accuratamente selezionate, le cui proprietà venivano documentate in ampi scritti.

Lavanda: il tuttofare nella cura del bucato. La lavanda era particolarmente apprezzata nel Medioevo per la cura dei tessuti. Il suo caratteristico profumo non era solo piacevole, ma serviva anche a scopi pratici. I fiori di lavanda venivano immersi in acqua per ottenere un'acqua profumata. Questa veniva usata per spruzzare il bucato, conferendogli un odore fresco e agendo allo stesso tempo come disinfettante. L'intenso odore della lavanda teneva anche lontani gli insetti indesiderati. Piccoli sacchetti con fiori di lavanda essiccati venivano posti tra i capi di abbigliamento per respingere tarme e altri parassiti.

Camomilla: cura delicata per tessuti delicati. Nel Medioevo, la camomilla non era apprezzata solo come pianta medicinale, ma trovava applicazione anche nella cura dei tessuti. Le sue proprietà delicate la rendevano particolarmente preziosa per i tessuti delicati. Un infuso di fiori di camomilla veniva utilizzato per schiarire i capelli biondi e dar loro lucentezza. Questa tecnica veniva applicata anche ai tessuti chiari per mantenerne o addirittura ravvivarne il colore. L'effetto lenitivo della camomilla sulla pelle la rendeva un'aggiunta popolare nel lavaggio degli indumenti a contatto diretto con la pelle.

Salvia: protezione disinfettante per l'abbigliamento. Nel Medioevo, la salvia era considerata un'erba miracolosa e trovava molteplici applicazioni nella cura dei tessuti. Le sue proprietà disinfettanti la rendevano un prezioso aiutante. Un decotto di foglie di salvia veniva aggiunto all'acqua di lavaggio per i tessuti di lana. Questo non solo aiutava nella pulizia, ma conferiva ai tessuti anche un fresco profumo e li proteggeva dai parassiti. Le foglie di salvia essiccate venivano poste tra i capi di abbigliamento, come la lavanda, per tenere lontane le tarme.

La Tintura Medievale in Pratica e le Sue Implicazioni Sociali

La tintura dei tessuti veniva eseguita in grossi recipienti di cemento o d'argilla, secondo un procedimento in uso da secoli, non molto dissimile dai moderni procedimenti industriali monocromatici. In entrambi i casi il tessuto viene immerso nel colorante e agitato per ottenere una colorazione uniforme. Nel più semplice procedimento di tintura (tintura al tino), il materiale tessile viene immerso nel colorante, che viene portato gradualmente al punto d'ebollizione e agitato in continuazione, per facilitare la penetrazione completa nel tessuto. A seconda del tipo di fibra e del colorante usato, si possono aggiungere sali o acidi che migliorano l'assorbimento del colorante. Quando si tingeva con i colori naturali estratti dalle piante, la lana veniva suddivisa in matasse e per fissarne il colore bollita per un'ora nell'acqua dove preventivamente era stato sciolto il mordente (allume di rocca, anticamente estratto in giacimenti naturali). Dopo questa operazione, secondo il colore scelto, veniva bollita la parte della pianta (fiori, foglie o scorze) in acqua, per estrarre la proprietà tintoria.

Tintori medievali al lavoro in una tintoria

In epoca comunale si distingueva fra artigiani della "piccola tinta", alle prese con i coloranti meno nobili e costosi, e quelli della "grande tinta", che poteva disporre dei pigmenti più pregiati quali indaco, robbia, kermes e altri pigmenti preziosi. Le tintorie, a causa dell'odore cattivo che emanavano, erano sempre confinate ai margini della città o fuori dalle mura, vicine a fiumi, torrenti o al mare dove era possibile scaricare i liquami di scarto. Chi lavorava all'interno delle tintorie, in Italia meridionale erano gestite in epoca federiciana (prima metà del XIII secolo) dagli Ebrei, era considerato un marginale; nella maggior parte dei casi si trattava di servi o di lavoratori stagionali. Inoltre il tabù "dell'impurezza" e della "sporcizia", fortemente sentito nella società medievale, ricadeva su tutti coloro che lavoravano nel settore tessile: tintori, follatori (la follatura era un'operazione con la quale si facevano restringere e feltrare i panni di lana sottoponendoli a pressione, previa imbibizione in liquido adatto) e tessitori. Gli Ebrei erano specializzati anche nel campo tessile e serico, lavori notoriamente ritenuti "sporchi".

Nel 1231 l'imperatore Federico II affidò alla sola comunità ebraica di Trani il monopolio della produzione della seta, solo successivamente estese il diritto a quelle di Napoli, Capua e Lanciano. A Taranto Federico II concentrò tutte le attività tintorie nel quartiere di Turipenna; intorno al 1230 vennero svolte delle inchieste per definire i diritti arcivescovili sulle decime della beccheria e della tintoria di Taranto, precedentemente concessi dai sovrani normanni. In questi documenti ci sono informazioni relative alla riorganizzazione e al potenziamento della tintoria della Giudecca, che era stata riparata a spese imperiali.

Aspetti Sociali dell'Uso delle Erbe e dei Colori

L'uso delle erbe nella cura e nella tintura dei tessuti nel Medioevo non era affatto uniforme. Rifletteva la marcata società di ceti e rivelava notevoli differenze tra le classi sociali. Per la grande massa della popolazione, l'uso delle erbe nella cura dei tessuti era spesso una questione di necessità e parsimonia. Contadini e artigiani ricorrevano a piante disponibili localmente, che raccoglievano nei loro giardini o in natura. La lavanda, ad esempio, serviva a mantenere freschi i vestiti e a tenere lontane le tarme. La gente comune usava anche la camomilla per schiarire i tessuti chiari, o i gusci di noce per le tinture marroni.

In contrasto, c'era l'uso delle erbe nei circoli nobiliari. Qui si trattava meno di necessità e più di prestigio e lusso. La nobiltà poteva permettersi erbe e coloranti costosi e importati, che spesso provenivano da lontano. Lo zafferano, ad esempio, apprezzato per il suo colore giallo oro, era così prezioso da essere pesato con l'oro. Anche la porpora, ottenuta dalla lumaca purpurea, era riservata alla nobiltà e all'alto clero e simboleggiava potere e ricchezza.

I monasteri hanno svolto un ruolo cruciale nella conservazione e nello sviluppo delle conoscenze erboristiche. Non erano solo centri spirituali, ma anche luoghi di erudizione e conoscenza pratica. Nei giardini monastici venivano coltivate numerose piante medicinali e utilitarie, incluse specie rare importanti per la lavorazione dei tessuti. Monaci e suore sperimentavano diverse tecniche di coltivazione e sviluppavano nuove varietà di piante. Riuscirono così a coltivare anche piante delicate come il guado in climi più rigidi. I monasteri erano anche centri di istruzione e cultura scritta. Nei loro scriptoria, le opere di autori antichi venivano copiate e commentate, e venivano anche redatti nuovi trattati. Un esempio notevole è l'«Hortulus» di Walahfrid Strabo, un poema didattico sulle piante medicinali del IX secolo. Tali scritti contribuirono significativamente a preservare e diffondere la conoscenza delle erbe e dei loro usi.

Con la crescente specializzazione e lo sviluppo delle città nel pieno Medioevo, si sviluppò anche un vivace commercio di erbe per la lavorazione dei tessuti. Nei mercati settimanali delle città e nelle fiere annuali, i commercianti di erbe offrivano le loro merci. Qui, tintori e tessitori potevano acquistare le materie prime necessarie. Particolarmente richieste erano le piante tintorie come il guado per il blu, la robbia per il rosso e la reseda per il giallo. Anche erbe curative come la lavanda e il rosmarino andavano a ruba. Il commercio a lunga distanza portò in Europa piante e coloranti esotici. Attraverso la Via della Seta e successivamente le rotte marittime, spezie e coloranti come l'indaco dall'India raggiunsero l'Europa. Venezia divenne un centro di questo lucrativo commercio. I costi di tali merci d'importazione erano enormi, limitandone l'uso alle classi più abbienti.

Il Verde Attraverso i Secoli: Dalla Simbologia Antica alle Sfide Moderne

Il verde era utilizzato dagli antichi Egizi già 5.000 anni fa. Rappresentava la vegetazione rigogliosa e la fertilità del Nilo. Osiride, una delle divinità principali della loro religione, era spesso rappresentato con la pelle verde, per simboleggiare la rinascita e la fertilità. Per realizzare il colore verde, venivano utilizzati pigmenti come la malachite, il verdigris e il verde egizio. La malachite era un minerale verde ricco di rame che veniva polverizzato e usato come pigmento per dipingere.

La simbologia del colore verde legata alla fertilità venne ripresa nel Medioevo. Nel Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434-1435), la donna raffigurata non è incinta, come potrebbe apparire a causa della foggia dell'abito, ma si dice sia stata rappresentata in quella posizione e in verde come una sorta di rito propiziatorio per una numerosa progenie.

Il vero punto di svolta si verificò però nell'epoca vittoriana, con la comparsa del verde di Scheele, messo a punto dal chimico svedese Carl Wilhelm Scheele nel 1775. L'innovativa miscela colorante ebbe subito un successo straordinario poiché era un colore molto intenso e resistente alla luce. Utilizzato in pittura, per la tintura di tessuti, la colorazione di carta da parati e gli oggetti di uso quotidiano, aveva un unico grande problema: conteneva arsenico, una sostanza altamente tossica. Così come un altro pigmento, il verde di Parigi, di cui si innamorarono i pittori impressionisti nel corso del XIX secolo, ma tossico perché costituito da arsenico e piombo.

Accanto ai nuovi colori si è imposto anche un nuovo bianco di natura chimica che ha introdotto un modo nuovo nel considerare il pulito e lo sporco, i processi di manutenzione della biancheria e del vestiario, e che in generale ha prodotto significativi cambiamenti sociali e antropologici: «Si tende a un'opera di igienica purgazione a vasto raggio che elimina lo sporco e le tracce dei colori naturali e della lavorazione delle materie tessili pronte per la somministrazione del colorante. L'impronta morale dell'igiene e della pulizia si impone come effetto sociale nell'estensione del bianco civilizzatore». Un registro delle spese effettuato per la casa, scrupolosamente tenuto dalla baronessa Schomberg negli anni compresi tra l'ottobre del 1771 e il 1777, ci permette di quantificare l'incremento delle spese per il bucato che passano da 18,10 livres a 74,16.

Abito verde vittoriano

Non tutti i coloranti erano realizzati con gli stessi composti. C'erano due verdi a base di arsenico ben noti nel XIX secolo: il verde di Scheele e il verde di Parigi. Il verde di Scheele, anche chiamato verde di Schloss, era un colore verde-giallastro e piuttosto instabile, che sbiadiva o si ossidava facilmente. Il verde di Parigi, un colore verde smeraldo più profondo, fu inventato nel 1814 per migliorare il verde di Scheele. Durava più a lungo, ma entrambi i pigmenti si degradavano con l'umidità e diventavano arsina (l'arsina è un gas incolore, tossico, infiammabile). Verso la metà degli anni '60 del 1860, i nuovi coloranti sintetici erano ampiamente disponibili. Questi coloranti erano derivati dal catrame di carbone, che rappresentavano solo un miglioramento marginale rispetto alla tossicità dell'arsenico, ma rappresentavano comunque rischi per la salute. Se si possiedono abiti antichi di colore verde che datano tra il 1775 e il 1920, è consigliabile maneggiarli con cura. Non tutti gli abiti verdi sono tinti con coloranti all'arsenico o a base di catrame di carbone, ma è meglio essere prudenti che pentiti. È importante ricordare che i coloranti all'arsenico si trasformano in gas velenoso quando esposti all'umidità.

Oltre che nell'epoca vittoriana, il verde è stato un colore molto popolare per l'arredamento anche durante il periodo Liberty, a fine Ottocento. Questo stile era caratterizzato da un grande amore per la natura, da cui traeva ispirazione. Il verde ritorna protagonista dell'arredamento negli anni Settanta, con l'esplosione dei colori vivaci della pop art e la creazione di alcuni oggetti di design iconici. I tessuti nelle sfumature del verde possono essere utilizzati nell'arredamento per tende, divani, poltrone, sedie, cuscini. Non c'è dubbio che il verde sia uno dei colori più affascinanti, interessanti e complessi della moda attraverso i secoli.

La Documentazione e l'Eredità dell'Arte Tintoria

Vale la pena ricordare che molti trattati del Medioevo e anche del Rinascimento, hanno attratto l'attenzione degli studiosi prima che per il loro valore tecnico per quello storico letterario e solo in un secondo momento per il contenuto applicativo. È il caso de L'arte della seta in Firenze del XV secolo dove il curatore della prima ristampa nel 1868 è un letterato, Girolamo Gargiolli, interessato più dallo studio della lingua usata dai setaioli che dalle loro tecniche di lavorazione. Nel testo, ristampato in anastatica nel 1980, vi sono riportate le varie tecniche di tintura, le mordenzature, i fissanti usati e i rimedi da applicare alle tinture non riuscite.

Caso diverso è quello de Il libro dell'arte di Cennino Cennini che ha suscitato molto presto l'attenzione degli studiosi d'arte e che, pur prevalendo le ricette relative all'arte pittorica, contiene anche indicazioni di altri tipi di lavorazioni tra le quali, appunto, la decorazione su tessuti. Volendo mettere in evidenza quegli elementi comuni tra pittura e tintura, si sottolinea che pur riferendosi all'arte pittorica, nella parte dedicata alla tavolozza, sono citate sostanze vegetali usate anche in tintoria a testimonianza dell'uso diffuso degli stessi principi tintori. Le lavorazioni riguardanti i tessuti contenute ne Il libro dell'arte sono relative all'aspetto più pittorico della lavorazione (Come si dee disegnare in tela o in zelando per servigio de' ricamatori; Come dei lavorare le coperte da cavalli divise e giornee per torneanti e per giostre). C'è un capitolo però che, per chi affronta la lavorazione tessile, appare di maggiore interesse ed è il CLXXIII Il modo di lavorare colla forma dipinti in panno.

Per ricostruire con precisione gli abiti, le loro combinazioni e il modo in cui si portavano, le testimonianze iconografiche si sono rivelate essenziali, ma il loro valore documentario varia a seconda delle epoche. La pittura è la fonte iconografica più frequentemente utilizzata: essa offre con il colore un elemento fondamentale dell'abbigliamento. I tessuti, fra i quali predomina la lana, costituivano il materiale base del guardaroba medievale. L'evoluzione delle tecniche di filatura e di tessitura permise una maggiore produzione in regioni molto specializzate (Fiandre, Artois, Normandia, Catalogna, Toscana) ma anche una diffusione della tessitura in un gran numero di centri secondari, dove si fabbricavano tessuti di minore qualità, in relazione alla domanda della maggioranza della popolazione.

La conoscenza degli effetti delle erbe era strettamente legata all'artigianato tessile nel Medioevo. Tintori, tessitori e sarti utilizzavano il potere delle piante per raffinare e proteggere i loro prodotti. L'arte tintoria medievale rivela un profondo legame con la natura e le stagioni. I tintori non necessitavano solo di abilità artigianale, ma anche di una profonda conoscenza delle piante, spesso tramandata e perfezionata di generazione in generazione. Quest'arte era più di un processo tecnico. Rifletteva la comprensione dell'ambiente da parte delle persone e mostrava la loro capacità di utilizzare creativamente le risorse naturali. Per noi, offre preziose intuizioni sulla complessità e l'ingegnosità dei tempi passati.

La Tintura oggi: Tradizione e Innovazione

Tra fine Settecento e inizio Ottocento, nacquero le prime scuole di tintura, decisamente orientate anche alla ricerca e alla sperimentazione di prodotti chimici per sostenere e aumentare l'efficienza dell'industria tessile. Da quando comparve il primo colorante di sintesi, in modo progressivo, durante il corso del XIX e del XX secolo i coloranti naturali sono stati sostituiti da quelli artificiali in un processo innovativo che ha coinvolto non solo la componente cromatica ma anche la composizione delle fibre tessili.

Oggi, sono sostanzialmente tre le metodologie di tintura standard nell'industria tessile: in filo, in pezza, in capo. Mentre le prime due vengono effettuate a monte, prima della produzione del capo, la terza coinvolge il capo già confezionato che viene immerso ancora "neutro", cioè privo di pigmenti cromatici, nel bagno di tintura. La tintura in capo è nata in Italia nei primi anni Settanta, grazie all'intuizione di Massimo Osti. Con C.P. Company, Osti inventò la tecnica del "tinto in capo" che rivoluzionò l'intero settore.

La conoscenza dei metodi storici di cura e tintura dei tessuti è oggi di grande interesse per i gruppi di reenactment e gli appassionati di LARP. Essi mirano a produrre e mantenere abiti storici nel modo più autentico possibile. Per la manutenzione degli abiti storici, molti reenactor ricorrono a metodi tradizionali. Questo non solo serve all'autenticità, ma spesso anche alla protezione dei tessuti delicati. Invece dei detergenti moderni, molti gruppi di reenactment utilizzano saponi naturali o persino lisciva di cenere per i tessuti robusti. Per la lana e la seta, si impiegano metodi delicati come il lavaggio con edera o saponaria. Queste antiche tecniche sono spesso sorprendentemente efficaci e allo stesso tempo preservano le fibre. Per mantenere gli abiti freschi e proteggerli dalle tarme, molti reenactor mettono sacchetti di lavanda o legno di cedro nei loro bauli. Questi metodi naturali non solo conferiscono agli abiti un piacevole profumo, ma offrono anche un'efficace protezione contro i parassiti.

La tintura fai-da-te dei tessuti con metodi medievali sta vivendo una rinascita. Per iniziare, la tintura con bucce di cipolla è ideale. Servono le bucce esterne delle cipolle, acqua e il tessuto da tingere. Le bucce vengono bollite in acqua, il tessuto viene aggiunto e lasciato bollire per un po'. Il risultato è una tonalità di giallo caldo. Un altro metodo è la tintura con gusci di noce per una tonalità marrone. Le tecniche più complesse offrono una visione più approfondita dell'arte tintoria medievale, come la tintura con il guado, che produce la desiderata tonalità blu. Le foglie di guado fermentate causano un odore sgradevole, una ragione per cui i tintori spesso lavoravano ai margini della città. Il processo lungo risulta in un blu profondo e brillante. La tintura con la robbia per le tonalità rosse è un'altra tecnica impegnativa. Le radici essiccate e macinate della pianta di robbia vengono immerse in acqua. A seconda della mordenzatura del tessuto e della durata della tintura, si ottengono varie tonalità di rosso. Preservare l'artigianato significa insegnare e condividere le conoscenze.

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