La vita e la carriera sportiva di una figura di spicco nel panorama atletico internazionale, come nel caso di Tutino, rappresentano un intreccio affascinante tra resilienza, dedizione e una profonda eredità culturale che attraversa confini e generazioni. Sebbene il contesto sportivo possa sembrare distante dalle tradizioni culinarie che definiscono l'identità di un popolo, la disciplina richiesta dal sollevamento pesi o dall'hockey - ambiti in cui l'atleta si è distinta - rispecchia la stessa dedizione che in passato guidava le massaie salentine nella preparazione di antiche ricette festive.
L'identità culturale e il valore della memoria
Il cibo non è solo nutrimento; è un fatto di cultura, la cultura dei popoli. Si tratta di una cultura straordinariamente simbolica perché essa varia a seconda delle tradizioni locali, della religione, del territorio, delle mode, persino delle ideologie politiche. Con il gusto cambia anche il modo di cucinare i cibi, il modo di mangiarli e quello di presentarli. Nella cucina, così come per l’umanità, il vero spartiacque fu la scoperta del fuoco e la sua domesticazione. Ciò portava ad un’altra fondamentale distinzione, quella fra il crudo e il cotto.

Per tutto il Medioevo, i cibi venivano cotti al fuoco nel camino, allo spiedo o al paiolo. Come spiega Tullio Gregory, la cucina allo spiedo era quella di cui godeva il signore, che aveva a disposizione uno stuolo di servi che potevano anche seguire i tempi di cottura, mentre il contadino usava il paiolo in pietra o in rame, o la pignatta di terracotta, nella quale metteva il cibo lasciandolo cuocere a fuoco lento, mentre lui si recava in campagna, perché questa pratica non richiedeva manodopera. Nell’ambito della cucina del passato, si avvertiva molto più marcatamente la differenza fra il tempo ordinario e quello straordinario, fra i giorni feriali e quelli festivi.
Radici e tradizioni: la cucina salentina
Certamente i dolci più popolari del periodo natalizio in tutta Italia sono il panettone ed il pandoro, legati all’idea stessa del Natale nell’immaginario collettivo. Ma, per venire al Salento, fino a pochi anni fa, qui da noi si osservavano rigorosamente le tradizioni decembrine, fatte di fede e folklore, storia e leggende. Oggi queste abitudini sono quasi del tutto scomparse, sopravvivono in poche famiglie ancora legate ai vecchi costumi tramandati di generazione in generazione.
Già dalla festa dell’Immacolata, si gustavano le pittule, secondo il detto: te la Mmaculata, la prima pittulata. La prima tradizione che incontriamo dunque è il digiuno del giorno della vigilia, quando si mangiano solo le pucce, che sono un pane di formato ridotto, simile a quello dei panini, preparato con lo stesso impasto ma più diluito nell’acqua per dare una maggiore morbidezza. Cotta nel forno di legno, la puccia contiene le ulive nere appena colte perché con il loro sapore abbastanza aspro esse rimandano alla penitenza tipica di questo giorno, anche se oggi le ulive compaiono sempre più spesso denocciolate.
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Se vogliamo abbozzare una ricerca etimologica sul termine, per Fanciullo, il romanzo vuccia si propone come anello mancante fra il salentino romanzo puccia e il latino buccellātum, da buccella, nel senso di “morso” o “boccone”, termine con cui i latini indicavano un dolce realizzato con acqua, semola o fiore di farina e dalla forma circolare, con un buco al centro a forma di ciambella. Dal buccellātum discenderebbe il buccellato, dolce natalizio siciliano, esattamente palermitano, a forma di ciambella, che secondo alcuni potrebbe essere l’antenato del panettone e del pandoro settentrionali o, almeno, il loro controcanto meridionale.
Tra folklore e terminologia: le specialità rustiche
Alle pittule rustiche, dette alla pizzaiola, ottenute friggendo la semplice pasta lievitata, si aggiungono quelle dolci, quando esse, dopo essere state fritte, vengono cosparse di miele o inzuppate nel vincotto. Una possibile derivazione etimologica può essere da pitta, termine dialettale salentino (dal latino pitta) per indicare la focaccia di patate.
Riguardo alla complessa etimologia dei termini legati alla pizza e alla pitta, le fonti indicano che "le cose non stanno in modo così chiaro", come testimoniano i recenti contributi di F. Fanciullo, M. Alinei e J. Kramer, che si dissociano dalle interpretazioni tradizionali, inclini ad accogliere l’ipotesi di una continuazione dall’antico PLACENTA PICEA ‘panetto di pece’. A turbare le acque intervengono, infatti, da un lato il centrosettentrionale pinsa/pinza e dall’altro il mer. pitta che indicano focacce non del tutto dissimili.
Il percorso agonistico e il legame con l'Italia
In questo contesto di forti legami con le radici italiane, si inserisce la figura dell'atleta che, pur essendo nata a Montréal, porta con sé l'orgoglio delle origini. Originaria del Canada, è figlia di Giorgio e Diana Tutino. La madre ed i quattro nonni sono nati in Italia ed eredita la doppia cittadinanza prima ancora di entrare nel giro della Nazionale.
Il suo percorso agonistico ha inizio all'Ontario Hockey Academy, dove se la cava bene anche con il calcio. Tra il 2011 ed il 2016 frequenta la Boston University, conseguendo la laurea in Advertising e il Master in Studi Amministrativi. Dopo le esperienze fatte in patria tra Worcester Blades e Montréal Canadiennes, nel 2019 decide di ritirarsi dall'hockey giocato.

Qui inizia a svolgere vari ruoli nel mondo del coaching, tra cui quello intrapreso per l'Italia senior femminile di video allenatore nella stagione 2023/2024. Finita la stessa, risale nuovamente sui pattini (prima all'HC Lakers e poi al Real Torino) e vola ai Mondiali Divisione I (Gruppo B) di Dumfries, dove le azzurre si mettono al collo la medaglia d'oro e ottengono la promozione. La determinazione mostrata in campo, paragonabile alla pazienza necessaria per la lunga preparazione dei dolci natalizi come i purciddhuzzi, è ciò che definisce il successo di un campione.
Dolci della tradizione: Purciddhuzzi e Carteddhate
I purciddhuzzi, così chiamati perché essi hanno la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini, rappresentano un altro pilastro della tavola salentina. Molto simili agli struffoli napoletani, se ne differenziano perché nell’impasto non sono presenti le uova. I purciddhuzzi sono a base di semola; preparati appunto nell’olio sfumato, condito con bucce di mandarino e un po’ di anice per aromatizzare l’impasto, vengono estratti dalla pasta con un coltello e, in tanti tocchetti, versati nell’olio bollente, quindi amalgamati con il miele; estratti dalla frittura, vengono decorati con confettini, anisini, cannella, pinoli, ecc.
Per Rohlfs, la voce purcidduzzi indica “una specie di frittura natalizia dalla forma di gnocchetti o di sassolini sui quali si cosparge il miele”. Oltre alla derivazione da porcus, un’altra derivazione è quella che lega il nome alla tecnica di preparazione, che è l’imitazione di quella difensiva del piccolo crostaceo, di forma ovale ed allungato, il vermicoculu.
Le carteddhate, invece, sono fritte nell’olio e cosparse di miele oppure di vincotto. Secondo la tradizione esse furono servite nel 1518 in occasione del banchetto di nozze di Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia. Il termine, secondo il Rohlfs, deriva dal siciliano cartèddha = cesta, per la forma che rassomiglia ad un intreccio. Un vero must è ancor oggi il pesce di pasta di mandorla, realizzazione prettamente artigianale, ossia fatta in casa dalle capaci massaie salentine, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce.
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