La diagnosi di un tumore al seno durante la gravidanza rappresenta una situazione estremamente delicata, che genera profonde apprensioni nella donna e pone sfide complesse per il medico curante. Sebbene l'insorgenza di un tumore al seno durante la gravidanza sia un evento piuttosto raro, rappresentando all'incirca l'1-3% di tutti i tumori mammari, non è tuttavia trascurabile, considerando che vengono mediamente diagnosticati da 1 a 7 carcinomi ogni 10.000 donne in stato interessante. In Italia, si registrano circa 150-200 casi all'anno di donne che scoprono di essersi ammalate di tumore al seno durante la gravidanza su un totale che sfiora le 55.000 nuove diagnosi. Questo dato, tuttavia, potrebbe essere sottostimato, poiché andrebbero considerati anche i tumori diagnosticati in allattamento o al termine della gestazione, che potrebbero essere insorti proprio durante i mesi della dolce attesa.

Il tema del rapporto tra gravidanza e cancro al seno è di grande attualità, e talvolta è narrato con eccessivo clamore e ansia, alimentando paure ingiustificate. Tuttavia, è fondamentale fare chiarezza. Non ci sono evidenze scientifiche che dimostrino che la gravidanza favorisca l’insorgenza di tumore mammario. Piuttosto, il nesso, se esiste, è legato principalmente all'età anagrafica in cui le donne pianificano una gravidanza, un'età che per svariate ragioni si è progressivamente alzata. La senologa Maria Cristina Cucchi, direttrice dell’Unità operativa di Chirurgia Senologica Breast Unit Ausl di Bologna, lancia un messaggio di non demonizzazione della gravidanza come fattore di rischio. Infatti, come emerge da una stima ISTAT, negli ultimi anni l’incidenza è aumentata per l’innalzamento di età della prima gravidanza, che avviene ad un’età media di 31 anni, con un aumento significativo anche nella fascia di età oltre i 45 anni. Questo elemento è importante per comprendere il contesto attuale.
Il Tumore al Seno in Gravidanza: Un Contesto Raro ma Complesso
La scoperta di una malattia oncologica durante la gravidanza è un evento fortuito, difficile da accettare per le future mamme e più complesso da affrontare per i medici. La malattia oncologica più frequente può colpire anche pazienti giovani, e negli ultimi anni i dati, in questo senso, sono in crescita. A far parte delle statistiche sono anche giovani donne in dolce attesa, soprattutto se alla prima gravidanza oltre i trenta anni.Un aspetto che caratterizza il tumore al seno in gravidanza è la sua potenziale aggressività. A parità di età, le forme di cancro che vengono rilevate nelle future mamme sono quasi sempre biologicamente più aggressive. Il tumore diagnosticato in questa fase della vita è molto spesso il triplo negativo, il sottotipo più aggressivo. Questo può essere attribuito al fatto che, trattandosi di giovani donne, la biologia del tumore può essere intrinsecamente più aggressiva, o perché la diagnosi avviene in stadi più avanzati della malattia, a causa delle difficoltà diagnostiche.
Un'ipotesi, adesso, giunge da uno studio condotto su modello animale. I ricercatori del Garvan Institute di Sidney hanno osservato un incremento del processo infiammatorio nel microambiente tumorale attorno alle cellule neoplastiche, che sarebbe alla base del rimodellamento del tessuto mammario e della diffusione della malattia a distanza. In un contesto simile, una cascata di segnali in grado di mettere in comunicazione le diverse cellule fungerebbe da «carburante» per rendere la malattia più aggressiva. L'aver riconosciuto, seppur a livello preclinico, un potenziale ruolo dell'infiammazione nel rendere più aggressiva la malattia ha portato i ricercatori a considerare l'ipotesi di trattare con antinfiammatori le donne che scoprono di avere un tumore al seno durante la gravidanza per evitare l'evoluzione della malattia.
Nonostante queste peculiarità, è fondamentale sottolineare che le pazienti che sviluppano un tumore al seno in gravidanza non hanno una prognosi peggiore rispetto a quelle non gravide di pari età e allo stesso stadio di malattia. Lo stadio di malattia e le caratteristiche biologiche del tumore incidono sulla prognosi, ma non la gravidanza in sé. Tuttavia, si rischia di arrivare in ritardo con la diagnosi perché il nodulo della mammella può essere mascherato da un seno che si prepara ad allattare. Ma i dati di sopravvivenza sono sovrapponibili a quelli delle donne non in gravidanza, offrendo un messaggio di speranza e rassicurazione.
Le Sfide della Diagnosi Precoce in Gravidanza
Il problema principale e più critico nel contesto del tumore al seno in gravidanza è il ritardo diagnostico, che si calcola essere compreso fra 2 e 6 mesi. Questo ritardo ha molteplici ragioni, rendendo la diagnosi un percorso complesso e multifattoriale.

Prima di tutto, i cambiamenti fisiologici che si verificano in gravidanza nelle mammelle ostacolano l’identificazione precoce di un nodulo. Il seno, infatti, aumenta di volume e di consistenza già nelle prime settimane in previsione dell’allattamento. Questa maggiore densità della ghiandola mammaria può mascherare un nodulo tumorale e rendere difficile sia l'autopalpazione che l'interpretazione degli esami strumentali. La malattia tende a presentarsi perlopiù attraverso la percezione di una massa indolore o un ispessimento palpabile del seno associato alla comparsa di secrezioni dal capezzolo.
In secondo luogo, il ginecologo, durante le visite di controllo periodiche, è più portato a valutare lo stato di salute generale della donna e del feto piuttosto che a ricercare l’insorgenza di una patologia mammaria. Questa naturale priorità, sebbene comprensibile, può contribuire a un ritardo nell'identificazione di un problema al seno.
Infine, un'altra ragione del ritardo diagnostico è l’ingiustificato ma diffuso timore a sottoporre la donna in gravidanza agli approfondimenti diagnostici necessari per chiarire la natura di un nodulo. Questo timore, spesso basato su percezioni errate dei rischi per il feto, può ritardare ulteriormente la diagnosi e l'inizio del trattamento.
Strumenti Diagnostici e Loro Specificità in Gravidanza
Nonostante le sfide, oggi la medicina ha fatto enormi progressi, e non è più necessario scegliere tra la gravidanza e la cura. È possibile indagare un sospetto tumore al seno anche durante la dolce attesa, adottando precauzioni specifiche.
La diagnosi inizia con una visita senologica approfondita e un'ecografia mammaria. L'ecografia, in particolare, è uno strumento di prima linea in gravidanza, in quanto non utilizza radiazioni ionizzanti e può fornire informazioni dettagliate sulla natura di un nodulo. In caso di sospetto, si procede con un'agobiopsia del nodulo. È possibile effettuare una biopsia del seno per l’intera durata della gravidanza. È importante avvertire il patologo che il campione è stato prelevato da una gestante, in modo da tenere conto delle modifiche fisiologiche del tessuto mammario dovute alla gravidanza.
La mammografia, sebbene non sia controindicata poiché la quantità di radiazioni a cui viene esposto il feto è trascurabile, risulta di difficile interpretazione sempre per l'aumento della densità della ghiandola mammaria. Tuttavia, può essere eseguita con apposite schermature per proteggere il feto, e in presenza di sospetti significativi, come il riscontro di un nodulo all'autopalpazione, occorre effettuarla subito dopo l'ecografia, se l'esito è sospetto.
Per la stadiazione del tumore, ovvero per determinarne l'estensione, si possono utilizzare:
- Una radiografia del torace, schermando sempre l’addome per proteggere il feto.
- Un’ecografia addome per valutare l'eventuale coinvolgimento di organi interni.
- Una risonanza magnetica senza mezzo di contrasto. La risonanza magnetica non viene utilizzata con il mezzo di contrasto perché non è ben valutato se quest'ultimo abbia effetti sulla placenta. Senza contrasto, tuttavia, offre poche informazioni. Di norma si tende a limitare a pochi casi la risonanza magnetica, per esempio per valutare l'eventuale coinvolgimento delle ossa.
È fondamentale sapere quali indagini sono controindicate in gravidanza per il potenziale rischio sul feto. La TAC, la PET e la scintigrafia sono controindicate, soprattutto nel primo trimestre, a causa dell'esposizione a radiazioni ionizzanti più significative.
L'Importanza dell'Autopalpazione e della Cultura del Seno
Considerata la difficoltà di interpretazione degli esami strumentali durante la gravidanza in assenza di sintomi, generalmente si consiglia di rimandare l'ecografia o la mammografia al periodo successivo al parto. Tuttavia, se ci sono dei sospetti, quale per esempio il riscontro di un nodulo all'autopalpazione, occorre effettuare subito un'ecografia.
È quindi importante che ogni donna sappia e conosca i segni e i sintomi del tumore al seno e come eseguire l’autopalpazione del seno. L'autopalpazione deve essere eseguita mensilmente tra il settimo ed il quattordicesimo giorno del ciclo; mentre col sopraggiungere della menopausa questo esame può essere eseguito in qualsiasi periodo del mese. Conoscere il proprio seno senza paura, saperne individuare i cambiamenti, e fare controlli per tempo e non solo sull’onda emotiva dell’emergenza o della paura, rappresenta un vero e proprio salto culturale per garantire una prevenzione primaria efficace. Questo è ciò che la senologa Maria Cristina Cucchi definisce una "cultura sulla salute del proprio seno" anche prima di provare a diventare mamme.
COME SI FA L'AUTOPALPAZIONE DEL SENO? 👨⚕️ Il quaderno della paziente
La Biopsia del Linfonodo Sentinella in Gravidanza
Per quanto riguarda l’effettuazione della biopsia del linfonodo sentinella in gravidanza, i dati disponibili sono ancora molto scarsi. La metodica sembra efficace anche in questo periodo e le simulazioni dimostrano che con l’isotopo radioattivo tecnezio-99m l’esposizione fetale alle radiazioni dovrebbe essere molto bassa. Tuttavia, non vi sono studi sull’utilizzo dei coloranti vitali per l’identificazione del linfonodo sentinella. La decisione di procedere con questa procedura deve essere attentamente valutata dal team multidisciplinare, bilanciando i potenziali benefici per la stadiazione della malattia materna con i minimi, ma presenti, rischi per il feto.
Principi e Strategie del Trattamento del Tumore al Seno in Gravidanza
La terapia del tumore al seno in gravidanza è un problema complesso, condizionato fondamentalmente dall’estensione della malattia, dall’epoca della gestazione in cui viene fatta la diagnosi e dal desiderio della paziente di avere un figlio. I diversi fattori da tenere in considerazione rendono ogni caso unico, richiedendo un approccio altamente personalizzato e multidisciplinare. Oggi, la tendenza è quella di fare di tutto affinché le cure non incidano sulla salute del nascituro, pur garantendo la migliore prognosi possibile per la madre.

Prima di tutto, è essenziale che le donne con una diagnosi di tumore al seno in gravidanza siano seguite in centri ostetrici di secondo livello, ovvero centri di maternità con alti numeri e percorsi assistenziali condivisi tra Breast Unit e Centro Ginecologico-Ostetrico. Questa collaborazione multidisciplinare è cruciale per la programmazione e l'ottimizzazione del trattamento, che richiama anche questioni di carattere etico.
La Chirurgia: Il Primo Atto Terapeutico
La chirurgia sulla mammella è quasi sempre il primo atto terapeutico e non pone particolari rischi per il feto, ed il secondo trimestre è considerato il periodo più favorevole per l'intervento. Tuttavia, anche nel primo trimestre il rischio di aborto o di danni fetali dovuti all'anestetico è decisamente modesto, indicando una sicurezza relativa dell'intervento chirurgico in qualsiasi periodo di gravidanza.
Nelle forme iniziali, il trattamento chirurgico dovrebbe essere attuato tempestivamente e rinviato dopo il parto solo in prossimità del termine fisiologico della gravidanza. L'obiettivo è prolungare la gestazione almeno fino alla 35ma settimana, accertata la vitalità fetale. Dopo la trentaduesima settimana, infatti, i problemi legati all’esecuzione di qualsiasi trattamento, chirurgico o medico, necessario per la cura del tumore vengono risolti con l’induzione del parto.
Per quanto riguarda la scelta tra chirurgia conservativa (quadrantectomia) e mastectomia, la decisione è fortemente influenzata dall'impossibilità di effettuare la radioterapia durante la gravidanza. Se la diagnosi avviene precocemente nella gravidanza, la mastectomia radicale è l'intervento di prima scelta, proprio perché non si può fare la radioterapia in gravidanza. Una chirurgia conservativa con induzione anticipata del parto e radioterapia subito dopo l’intervento chirurgico è una opzione che si può prendere in considerazione solo nel terzo trimestre. In tal modo, è possibile sottoporsi a radioterapia dopo il parto. Tuttavia, ciò espone ai rischi connessi all’attesa, vale a dire la possibile crescita e diffusione del tumore. Un’altra opzione che può essere presa in considerazione è quella di aspettare ed effettuare la quadrantectomia nell’ultimo trimestre: in tal modo è possibile sottoporsi a radioterapia dopo il parto. Ciò tuttavia espone ai rischi connessi all’attesa: vale a dire la possibile crescita e diffusione del tumore.
La Chemioterapia: Vantaggi e Precauzioni
La chemioterapia è una delle terapie farmacologiche più complesse da gestire durante la gravidanza, a causa del potenziale impatto sul feto, variabile a seconda del trimestre di gestazione. Qualsiasi chemioterapia è controindicata nel corso del primo trimestre di gravidanza. In questo periodo, il tasso di malformazioni del feto associate a chemioterapia si stima intorno al 12,7-17% se la terapia viene eseguita con un unico farmaco e fino al 25% con trattamenti combinati, mentre le nascite sottopeso si verificano in circa il 40% dei casi.

Per i mesi successivi, i rischi si abbassano poiché molti dei farmaci utilizzati non hanno grosse influenze sul feto nel secondo e terzo trimestre. In assenza di elevati rischi per la madre, la tendenza è oggi quella di aspettare fino a che il sistema nervoso centrale del feto abbia raggiunto il completo sviluppo, intorno alla sedicesima settimana. Gli schemi utilizzati in genere escludono gli alchilanti e gli antimetaboliti e prevedono l’uso di antracicline, che possono essere somministrate con relativa sicurezza. Sui taxani vi sono dati molto limitati ma incoraggianti; l’esperienza clinica per ora aneddotica non riporta un elevato tasso di aborti spontanei o morti endouterine o malformazioni attribuibili a questi farmaci.
Quando è possibile, si preferisce attendere il terzo trimestre avendo però cura di sospendere il trattamento nelle immediate vicinanze del parto (intorno alla 34-35ª settimana di gestazione), in modo da consentire ai livelli ematici di ritornare ottimali e prevenire così infezioni e sanguinamenti. Se il bambino nasce entro le due settimane dalla fine dell’ultimo trattamento chemioterapico esiste il rischio che il bambino nasca neutropenico da madre neutropenica, cioè con minor numero di neutrofili, ossia delle cellule che combattono le infezioni.
Se l’aggressività del tumore rende consigliabile l’inizio tempestivo della chemioterapia, potrebbe essere necessaria l’interruzione della gravidanza nei tumori diagnosticati nei primi tre mesi. Al contrario, se la paziente ha linfonodi ascellari interessati da cellule tumorali e necessita di chemioterapia, si consiglia l'interruzione della gravidanza nelle forme diagnosticate nei primi tre mesi, mentre la chemioterapia può essere eseguita nel corso del secondo e soprattutto del terzo trimestre, portando avanti la gravidanza.
La Radioterapia: Una Terapia Non Eseguibile in Gravidanza
A differenza della chirurgia, il trattamento radioterapico sulla mammella o sulla parete toracica è controindicato in gravidanza per i rischi sul feto collegati alle radiazioni. Questi rischi includono l'insorgenza di tumori infantili, un possibile impatto sull’organogenesi nelle prime venti settimane e sulla crescita fetale successivamente. Non è possibile effettuare la radioterapia in nessuna fase della gravidanza. Questa limitazione è un fattore chiave che spesso indirizza la scelta verso la mastectomia con ricostruzione protesica al posto dell'intervento conservativo seguito da radioterapia, soprattutto nei casi in cui non sia possibile indurre il parto in tempi brevi.
Altre Terapie: Ormonali e a Bersaglio Molecolare
Oltre alla chirurgia, alla chemioterapia e alla radioterapia, esistono altre forme di trattamento, ma il loro utilizzo è severamente limitato o controindicato durante la gravidanza.
In gravidanza, non è possibile usare farmaci ormonali, poiché questi agiscono sul sistema endocrino della madre e potrebbero avere effetti indesiderati sul feto in via di sviluppo, alterando l'equilibrio ormonale essenziale per la gestazione. Per le donne che hanno bisogno di effettuare questi trattamenti, è necessario rimandarne l’inizio dopo la nascita del bambino.
Per quanto concerne i farmaci a bersaglio molecolare, il loro utilizzo non è consigliato. Ad esempio, l’uso del trastuzumab appare associato ad un aumentato rischio di oligoidramnios, cardiotossicità e ritardi di crescita fetale. Salvo casi di estrema necessità, in cui vengono impiegati per il più breve tempo possibile e sotto stretto controllo medico, si tende ad evitarne la somministrazione durante la gravidanza.
Decisioni Etiche e Supporto alla Paziente
Una diagnosi di tumore al seno in gravidanza rappresenta una scelta difficile per la donna, che si trova a dover soppesare la propria vita e la salute del bambino, e una sfida per il medico. Questo scenario solleva complesse questioni di carattere etico, per le quali poche ancora oggi le linee guida forniscono un’ottimizzazione completa del trattamento.

Ci sono tre opzioni terapeutiche principali che vanno valutate con attenzione dalla donna e dal medico, soppesando anche le implicazioni etiche:
- Ritardare il trattamento: La prima possibilità è di ritardare il trattamento fino al momento di una nascita senza rischi, ormai anticipabile intorno alla 32°-33° settimana. In questo caso, è la madre a correre un rischio che è difficile da quantificare, specialmente se il tumore è di alto grado, aggressivo o metastatico. Questo significa anche doversi prendere cura di un bambino prematuro e al contempo fare fronte agli effetti collaterali di una terapia intensiva post-parto.
- Interrompere la gravidanza: La seconda opzione è interrompere la gravidanza per consentire l’inizio di un normale trattamento per la madre. Questa, che potrebbe essere la scelta più sicura per la sua salute, è inaccettabile per alcune donne contrarie all’aborto in qualsiasi situazione, specie nei casi in cui la terapia rende impossibili nuove gravidanze. Tuttavia, è importante chiarire che non emerge indicazione dell’aborto come atto terapeutico che migliori la prognosi, questo accade solo se ci sono rischi per il feto o ritardo delle cure o magari altre comorbilità. La dottoressa Maria Cristina Cucchi afferma che oggi non c’è motivo di abortire per curarsi dal cancro, e che lei e il suo team non hanno mai avuto esperienza di dover suggerire l’interruzione di gravidanza, se non per volontà della paziente stessa.
- Trattamento durante la gravidanza: La terza opzione, che sta diventando sempre più la norma grazie ai progressi medici, è quella di gestire il tumore con trattamenti compatibili con la gravidanza, garantendo la salute di entrambi. Oggi, con la progressione e lo sviluppo della ricerca medica, è possibile intervenire con cure che non intaccano lo sviluppo del feto e spesso permettono anche l’allattamento.
Scoprire di essere malate durante la gravidanza è certamente uno shock ed è vero che alcuni trattamenti possono danneggiare il feto. Tuttavia, la medicina ha fatto enormi progressi in questo settore e non è più necessario scegliere tra la gravidanza e la cura. Oggi anche le donne che si ammalano di tumore al seno in gravidanza possono essere curate e le opportunità di sopravvivenza sono quasi sempre sovrapponibili a quelle di una donna non incinta. Al contempo, si fa di tutto affinché le cure non incidano sulla salute del nascituro. Naturalmente è necessario adottare molta attenzione alla scelta dei trattamenti e al periodo in cui somministrarli.
Un esempio toccante di questa complessità emotiva e delle decisioni difficili che le donne affrontano è la storia di Elisa Girotto, che ha ispirato il film "18 Regali". Elisa, a cui fu diagnosticato un tumore al seno aggressivo durante la gravidanza, morì quando la sua piccola aveva un anno, lasciando 18 regali per accompagnarla fino alla maggiore età. La sua storia, come quelle di molte altre donne con mutazione BRCA che hanno scoperto la malattia durante la gravidanza o l'allattamento, ha trovato sostegno e risonanza in una piazza virtuale, evidenziando il bisogno di condivisione e supporto.
La Gravidanza Dopo un Tumore al Seno e la Prevenzione
La questione della gravidanza dopo una diagnosi di tumore al seno è un altro aspetto importante. Si raccomanda di lasciar trascorrere un intervallo di almeno due anni tra la diagnosi di neoplasia ed una nuova gravidanza, poiché il rischio di recidiva di tumore è alto in questo lasso di tempo. Tuttavia, studi recenti, come quello presentato al The San Antonio Breast Cancer Symposium del 2020 su 114.000 donne, hanno mostrato che la gravidanza dopo un cancro del seno non aumenta il rischio di recidiva né malformazioni fetali. Si registra, però, un 50% di casi di nascita sottopeso, un dato che può essere influenzato anche dall'età materna avanzata, che è sempre più comune. Questo dimostra come la cultura sulla maternità e il rischio di tumore al seno stia cambiando, permettendo a molte donne che si sono ammalate di non rinunciare più al progetto di diventare mamme.
La Cultura del Seno: Conoscerlo Senza Paura
La prevenzione e la conoscenza del proprio corpo sono elementi fondamentali per affrontare tempestivamente eventuali problemi. Per Maria Cristina Cucchi si deve lavorare di più sulla cultura del seno e non associarlo solo agli esami di screening per la paura del cancro. L’obiettivo è che una donna che sceglie di rimanere incinta sappia come è il suo seno già prima. Questa cultura del seno è cruciale per una vera prevenzione primaria: conoscere il proprio seno e saperne individuare i cambiamenti, fare controlli per tempo e non solo sull’onda emotiva dell’emergenza o della paura.

È importante avere un quadro pre-gravidanza, sapendo, ad esempio, se si hanno fibroadenomi e se sono cresciuti o meno. La senologa ricorda l'importanza di rivolgersi ai centri giusti, dove vi siano "percorsi assistenziali condivisi tra Breast Unit e Centro Ginecologico-Ostetrico", come quello dell’AUSL di Bologna all’Ospedale Bellaria, il sesto centro in Italia per numero di interventi di senologia, legato all’Ospedale Maggiore per la ginecologia. La condivisione della presa in carico della donna è un tema ricorrente e cruciale per un'assistenza completa e integrata.
Un esempio di questa tutela integrata è la gestione dell'allattamento. Oggi, c’è maggiore tutela dell’allattamento, che è anche un fattore di protezione dal cancro per le donne. Spesso nascono ingorghi e ascessi, ma oggi con il lavoro congiunto di senologi e ostetriche si riesce a preservare e a non interrompere l'allattamento. Sappiamo anche mettere a riposo magari un seno o un quadrante dove c’è l’ascesso e si fa lavorare l’altro.
La cultura del seno implica anche la consapevolezza della sua relazione con il sistema endocrino, specie ginecologico. Il seno va studiato non solo nella sua morfologia, ma anche in un ambito funzionale fisiopatologico. Questo è particolarmente rilevante per alcune categorie di donne, come quelle che fanno stimolazione per la fecondazione assistita, che, anche se non a rischio, non sono uguali al resto della popolazione. Lo stesso vale per una donna che in menopausa abbia fatto terapia ormonale sostitutiva per oltre 10 anni.
La raccomandazione finale della senologa Cucchi è di promuovere cultura, informazione e considerazione della “qualità della vita”. Ciò include affrontare anche temi che per alcuni professionisti sono ancora tabù, come la terapia ormonale sostitutiva. La donna, magari senza, non può avere più rapporti sessuali o avere problemi relazionali che vanno considerati. È pertanto necessario rivolgersi al proprio medico di fiducia o allo specialista di settore per ogni approfondimento o decisione in materia della propria salute.
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