La frase "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli" (Genesi 3,16) è una delle più conosciute e dibattute della Bibbia, un testo che ha generato pagine e pagine di esegesi alla ricerca della ‘verità’ di fede. Questa dichiarazione, rivolta alla prima donna dopo la trasgressione del frutto proibito, ha plasmato per millenni la percezione del parto e, più in generale, del ruolo femminile nella società. L'interpretazione di questo passo, tuttavia, non è univoca e ha sollevato profonde questioni sull'intento divino, sulla natura del dolore e sulla condizione della donna. È fondamentale analizzare il significato, l'origine e il contesto di queste parole per comprendere appieno l'ampiezza del loro impatto.
Genesi 3,16 e la Traduzione Canonica: Una Maledizione o una Constatazione?
Il passo biblico di Genesi 3,16, nella traduzione canonica della Bibbia CEI, recita: «Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”». Questa formulazione è rimasta impressa nell'immaginario collettivo per secoli, influenzando profondamente la concezione biblica del parto e del destino femminile. La reazione violenta di Dio, secondo un’interpretazione comune ma anche erronea, è facilmente interpretabile come la vendetta in seguito alla delusione del peccato originale. Questa visione ha alimentato l'idea che la sofferenza nel parto fosse una punizione divina diretta, un anatema religioso e culturale che ancora oggi incide moltissimo su come viene percepito il dolore della partoriente e il dolore in genere nella nostra civiltà.
Tuttavia, non tutti sono d'accordo con l'interpretazione data a questo episodio. Da qualche millennio, infatti, si è diffusa la notizia, poi rivelatasi falsa, che la divinità condanna la prima donna a partorire con dolore. Questa affermazione si è radicata, ma, come vedremo, manca invece la malintenzione punitiva della divinità. L'idea che il dolore al parto sia insito in noi e che da millenni ci porti a ritenere il momento della nascita di un figlio come ‘necessariamente’ doloroso, e che la sofferenza connessa al parto (come anche quella legata all’apparato riproduttivo in genere) siano considerate una norma, è stata alimentata da questa specifica traduzione.

Le diverse edizioni della Bibbia hanno mostrato variazioni interessanti nel corso del tempo. Ad esempio, l'Edizione del 1960 recitava "con dolore genererai figli". La Mons. Ed. e la S. Ed., in modo simile, riportavano "con doglie dovrai partorire figliuoli" o "con dolore partorirai figli". Sino al 1969, la Bibbia Ed. manteneva questa concezione. È un fatto rilevante notare che in alcune traduzioni sono state soppresse due parole significative, "sotto" e "potestà", nella frase che recita "sotto la potestà del marito", rimettendo la donna, secondo l'interpretazione canonica, alla volontà maschile. Questo dimostra come le parole, e la loro assenza o presenza, possano avere una portata strategica, sia sul piano fisico che morale.
"Ètzev": Sforzo, Fatica o Dolore? La Controversia Ebraica
Il nodo cruciale della discussione risiede nella traduzione del termine ebraico originale. Erri De Luca, scrittore e giornalista partenopeo profondamente appassionato del testo biblico, che ha tradotto alcuni passi dell’Antico Testamento per i suoi studi, sottolinea come il termine ebraico «ètzev», e i suoi derivati, abbia un significato più vicino a "sforzo, o fatica, affanno", piuttosto che "dolore" inteso come punizione. Secondo De Luca, non c'è la condanna al dolore, l'aumento punitivo della sofferenza dopo la trasgressione del frutto vietato e assaggiato lo stesso. La condanna al dolore è un’interpretazione delle traduzioni, che vorrebbe Eva pagare per aver dato all’Adàm la conoscenza del bene e del male. Invece, il prezzo sarebbe lo sforzo, non un supplemento di dolore.
Questa non è una lettura, né un'interpretazione personale di De Luca, ma si basa su un'attenta analisi filologica. La parola ebraica «ètzev» ricorre sei volte nella scrittura sacra. Quattro volte la si trova nel libro Mishlé/Proverbi (5,10; 10,22; 14,23; 15,1), una volta nei Salmi (127,2) e una volta nel giardino, cioè in Genesi 3,16. I riferimenti di queste sei occorrenze sono fondamentali per verificare questa tesi. In cinque di queste sei volte, i traduttori vari rendono «ètzev» con "sforzo, o fatica, o affanno". Ad esempio, nel Salmo 127,2, si legge: «Invano è per voi levarsi presto e coricarsi tardi, mangiatori di pane degli sforzi, mentre (Dio) darà al suo prescelto, che se la dorme». Qui, è evidente che il dolore non c’entra niente, mentre è chiaro che chi fa una lunga giornata di lavoro, alzandosi presto e riposando tardi, è un mangiatore di pane degli sforzi, non dei dolori.

Dunque, si tratterebbe di una precisa intenzione dei traduttori di creare una punizione divina inesistente, una volontà divina di punire la donna, di caricarle sopra il senso di colpa di un peccato originale da scontare con i dolori di parto. Il falso è lì da migliaia di anni e, per De Luca, non è rimediabile, né spera che le future traduzioni emendino l’abuso. Gli basta sapere che non c’è volontà divina di punire quella prima donna, vertice di perfezione, con un maligno dolore. La parola ebraica ‘ètzev’ viene usata più volte nella Bibbia e sempre col significato di ‘fatica’ o ‘sforzo’, mentre in questo punto diviene una condanna di sofferenza per il corpo femminile. Quella che pensiamo sia una punizione, al contrario, è una semplice constatazione.
Questa distinzione è cruciale, perché non si tratta solo di una questione di ermeneutica biblica, ma essa influisce molto sulla nostra concezione di donna e di parto. Se l'errore fosse universalmente corretto in tutte le Bibbie del mondo, la storia della condanna divina al dolore potrebbe divenire, nel giro di qualche generazione, un ricordo culturale o, per dirla con De Luca, un’arma con le polveri bagnate, una sopravvivenza culturale di un'epoca in cui il dolore del parto era concepito come un memento mori a glorificazione di una bizzarra divinità.
L'Impatto Storico e Culturale della Traduzione Tradizionale sul Ruolo della Donna
La traduzione e l'interpretazione del Genesi 3,16 hanno avuto un'influenza mastodontica sulla posizione della donna nella storia e nella cultura occidentale. La maledizione più perniciosa, quella destinata a essere utilizzata dai misogini di tutto il mondo e di tutti tempi come arma ideologica contro la donna, è proprio quella espressa in questo versetto. Da quella maledizione, ancora oggi molti uomini (e purtroppo anche donne) traggono ispirazione per confermare il ruolo subalterno della donna rispetto all’uomo e per legittimare il dolore che le donne provano al momento del parto. Ciò ha persino portato a crociate contro i metodi in uso per attenuare o impedire quel dolore - come l'analgesia epidurale - percepiti da alcuni come "contro natura", come se fosse nella natura della donna soffrire necessariamente per il parto.

Il pensiero è profondamente cambiato dopo il 1968, anno che segna un'epoca di profonde trasformazioni sociali e culturali. Anche la Bibbia è stata mutata, sia pur parzialmente, per renderla più aderente ai contesti e alle sensibilità più opportuni. Questo processo di revisione delle traduzioni bibliche, tuttavia, ha incontrato e continua a incontrare resistenze, soprattutto quando si tratta di concetti radicati da millenni. Non si trattava sempre di salvaguardare l’autentico pensiero biblico, bensì di salvare Dio, ovvero la propria concezione di Dio, anche se ciò comportava distorcere il messaggio originale.
È risaputo che la concezione patriarcale della donna deve molto all’interpretazione biblica, o forse sarebbe meglio dire che le parole della Bibbia sono state utilizzate, manipolate, alla luce dello sguardo maschile. Questo ha generato un contesto in cui la donna non è stata certamente trattata meglio del serpente, dovendo partorire tra i dolori e le pene. La domanda sorge spontanea: prima della trasgressione, la donna partoriva figli in modo indolore? Un uomo, che cercava di capire la causa di ciò che accadeva intorno a lui, si interrogava sul motivo delle tremende sofferenze della donna durante il parto, chiedendosi se si trattasse di una verità scientifica o se fosse una condizione instauratasi dopo la trasgressione.
Il Parto: Tra Sofferenza, Fisiologia e Forza Femminile
Gli approfondimenti filosofici e teologici, per quanto complessi, non ci aiutano a scorporare la nascita di un bambino dalla fatica fisica di metterlo al mondo. Se resistessimo ai soavi richiami del pregiudizio e riuscissimo a discostarci dalla visione dualistica della realtà, scopriremo che esistono molte sfumature intermedie riguardo al dolore del parto. Da un lato, ci sono le fautrici del sacrificio, a tutti i costi, le "Jean D’Arc della sala travaglio", che attribuiscono significati mistici e catartici alla sofferenza, vedendola come un percorso quasi obbligato per la madre.
6 La funzione del dolore nel travaglio e analgesia non farmacologica Ost G Fusco
Dall'altro, si possono esplorare spiegazioni più fisiologiche e psicologiche. Per esempio, che il dolore da parto, per quanto lancinante, non lascia traccia nel fisico, in sé. In questo caso, non c’è niente che non vada, anzi, è tutto proprio come dovrebbe essere. Un’altra teoria, altrettanto valida, è che il dolore sarebbe utile alla donna per capire da sola la posizione che lo placa, anche solo di poco. Ma quella più convincente, posto che entrambe le prime siano verosimili, è che il dolore, proprio perché intenso e a tratti insopportabile, sarebbe un escamotage, un trucchetto della Natura per rendere la donna consapevole della propria forza. Naturalmente, gli studi e le riflessioni non sono ancora arrivate ad attribuire una risposta chiara ed univoca all’interrogativo sul perché di questa sofferenza.
Una Rilettura Cristiana: La Gioia che Segue la Sofferenza nel Vangelo
Il Vangelo offre una prospettiva diversa sulla sofferenza, in particolare quella legata al parto. Nel Vangelo di Giovanni (Gv 16,20-23), Gesù rincuora i suoi discepoli, dicendo loro: «In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia». E proprio per spiegare questa trasformazione, usa l'immagine della donna che partorisce: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».

Questa immagine è davvero espressiva e ha la forza evocativa di particolari momenti della storia della salvezza. Gesù rincuora i suoi discepoli in modo che non si scoraggino quando sperimenteranno la tristezza e il disprezzo degli altri, che sono le prove che dovranno affrontare prima di giungere alla gioia finale. Lo stesso Pietro, che si tirò indietro quando venne riconosciuto come discepolo del Maestro e, poi, pianse amaramente il suo peccato (cfr. Lc 22, 54-62), esalterà il comportamento coraggioso dei primi cristiani, dicendo: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove» (1 Pt 1,6).
La donna che sta per partorire accetta la sua sofferenza perché sa che è per una nuova vita. Già Dio aveva detto alla prima donna, dopo il primo peccato: «Moltiplicherò dolori delle tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). Ma, in quella tragica occasione, Dio disse anche al tentatore: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gen 3,15). E, nella pienezza dei tempi, è venuto Gesù, nato da una donna (Gal 4,4). Maria, Vergine e Madre, lo diede alla luce senza dolore. Tuttavia, più tardi, ai piedi della Croce, per Maria giunse “la sua ora”: provò il dolore di essere Madre, facendo suo il dolore del Figlio. Divenne mediatrice della Redenzione. Non c’è mai stato dolore come il suo dolore (cfr. Lam 1,12), perché è stato pieno di un amore capace di cooperare a dare la luce della vita cristiana a milioni e milioni di uomini e donne di ogni razza e di ogni tempo. Colmi di fede, anche noi ci sappiamo guardati da Cristo risorto e, rinati con il Battesimo, viviamo la vita dei figli di Dio. Possiamo sperimentare le prove del dolore e della afflizione, ma non vogliamo che proprio nulla ci rubi la nostra gioia, come spesso ci ricorda papa Francesco. Calzano perfettamente le parole con le quali inizia la sua prima Esortazione apostolica: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù».
La Condizione Originale della Donna: Parità e "Aiuto Degno" nei Racconti della Creazione
Per comprendere appieno la posizione della donna nel pensiero biblico, è essenziale tornare ai racconti della creazione nel libro della Genesi. Il primo racconto genesiaco della creazione dell’essere umano (Gn 1:27) afferma: «Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina». È interessante notare come, dopo aver detto «lo creò», al singolare, il testo prosegua con «li creò maschio e femmina», suggerendo una parità intrinseca fin dall'inizio.

Il secondo racconto genesiaco della creazione, in Genesi 2:7-23, offre dettagli aggiuntivi: «Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente . . . Poi Dio il Signore disse: ‘Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui’ . . . Allora Dio il Signore fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: ‘Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo’».
Analizziamo i vocaboli. «Dio creò l’uomo» (Gn 1:27): nel testo ebraico la parola “uomo” è אָדָם (adàm). Questo adàm fu formato «dalla polvere della terra» (Gn 2:7): in ebraico “terra” è אֲדָמָה (adamàh). La relazione è come tra “terra” e “terroso” in italiano, tanto che nel testo biblico si usa הָאָדָם (hadàm), con l’articolo: “il terroso”. Quando però più avanti Adamo dice che la sua compagna appena creata da Dio «sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo’» (Gn 2:23), compare una nuova parola per “uomo”: אִישׁ (ysh). La dichiarazione di Adamo fornisce anche l’etimologia per il nome dato alla compagna, ovvero “donna”. In molte lingue occidentali, tra cui l’italiano, il collegamento non si coglie, perché si hanno nomi diversissimi tra loro: in italiano, uomo e donna; in inglese man e woman; in francese, homme e femme; in spagnolo hombre e mujer; in tedesco mann e frau. Nell’ebraico il collegamento è evidente perché si ha la stessa parola (al maschile e al femminile): il nome “donna” è אִשָּׁה (ishàh). Ysh e ishà: “uomo” e (se ci è consentita la licenza) “uoma”, o più precisamente: uomo maschio e uomo femmina. La traduzione greca della LXX è precisa, essendo il greco una lingua molto ricca.
Il concetto chiave in Genesi 2:18, quando Dio afferma «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto conveniente a lui», merita un'attenzione particolare. Questa dichiarazione è molto importante, e le traduzioni variano. La CEI traduce «Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». La TNM preferisce «Gli farò un aiuto, come suo complemento». Altri ancora: «Gli farò un aiuto degno di lui» o «Un aiuto che sia adatto a lui». Tutti i traduttori, comunque, sembrano essere d'accordo su una parola: “aiuto”, in ebraico èser (עֵזֶר). La Bibbia s’interpreta con la Bibbia, per cui vediamo il senso che la parola ebraica èser (עֵזֶר) assume nella Scrittura. In Geremia 47:4, ha indubbiamente il senso di aiuto, parlando di «ogni superstite che prestava aiuto». In Ezechiele 31:21, appare una nuova sfumatura quando si parla di «quelli che gli davano soccorso». Nel Salmo 10:14 èser si arricchisce di significato, di Dio vi si dice: «Tu sei il sostegno». E ancora, «Dio è il mio aiuto», recita il Salmo 54:4. Dunque, la donna fu creata come «aiuto / soccorso / sostegno». Oggi si dice che l’uomo deve sostenere la donna e aiutarla, ma il testo originale suggerisce una reciprocità.
Ma non è solo "èser" a essere significativo, bensì la locuzione completa kenegdò (כְּנֶגְדֹּו), che significa letteralmente «di fronte a». Questa parola è usata, ad esempio, riferita all’atteggiamento che i conquistatori ebrei di Gerico dovevano tenere mostrando la loro decisione nell’avanzare verso la vittoria: «Ciascuno diritto davanti a sé» (Gs 6:5). O ancora, l’innamorato della bella sulammita le dice: «Allontana gli occhi da me, il tuo sguardo mi turba» (Cant 6:5, PdS); letteralmente: «Allontana i tuoi occhi d’innanzi a me». Il fatto che Adamo avesse bisogno di un “aiuto” (èser, עֵזֶר) indica che di per sé l’uomo da solo non ce la faceva. Il fatto che la donna era «come una che gli sta di fronte» (כְּנֶגְדֹּו, kenegdò) non indica affatto la sua sottomissione all’uomo. Al contrario, indica la sua totale parità con l’uomo. Una parità, ma con una marcia in più data da quell’ èser (עֵזֶר), “aiuto/soccorso/sostegno”.
Questa condizione femminile di parità con l’uomo, stabilita da Dio all’inizio, sarà di nuovo quella della donna escatologica: «Non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù». Allora, perché da quella condizione iniziale di parità si giunse al maschilismo? Per il peccato. Nei rapporti uomo-donna le due conseguenze sono: il desiderio di un uomo da parte della donna e il dominio dell’uomo sulla donna. Da quel giorno ad oggi, tutto il resto è storia. L’aspetto che rende ancora più triste il tutto è che non solo l’uomo è misogino, ma lo è, purtroppo, la donna stessa.
Il Ruolo della Donna nella Società: Dalla Bibbia alle Interpretazioni Contemporanee
La posizione della donna, purtroppo, è ancora oggi molto offuscata nella condizione attuale dell’umanità. Il percorso dall'uguaglianza primordiale a una visione patriarcale è complesso e ha radici profonde nelle interpretazioni e nelle consuetudini. Nel primo secolo della nostra era, ad esempio, i farisei si avvicinarono a Yeshùa «per metterlo alla prova, dicendo: ‘È lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi?’». Yeshùa rispose loro: «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Mt 19:4-6). Yeshùa richiama qui Genesi 2:24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne».
Quei maschilisti farisei replicarono: «Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via?» (Mt 19:7). Qui i farisei si riferiscono a Deuteronomio 24:1 in cui si legge: «Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via». Come conciliare le parole di Yeshùa («Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi») con la prescrizione mosaica? Lo spiega lo stesso Yeshùa: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli» (Mt 19:8). Non va dimenticato che al tempo di Mosè la società era quella che era, come del resto lo è oggi. L’umanità, allora come oggi, non è composta da persone che seguono il bene: «Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1Gv 5:19). Con la norma mosaica erano tutelati in un certo modo i diritti e gli interessi della moglie. La norma regolava quella che era una pratica non giusta. I motivi per cui era concesso il divorzio dovevano riguardare in origine questioni gravi. Di certo, comunque, non si trattava di adulterio, perché la Legge decretava la pena di morte per gli adulteri (Dt 22:22-24), non semplicemente il divorzio.

Della possibilità di divorziare, in seguito si abusò. Al tempo di Malachia si divorziava per un nonnulla solo per sbarazzarsi semplicemente della moglie, con il permesso di sacerdoti permissivi (Mal 2:10-16). Al tempo di Yeshùa si era ormai giunti a divorziare per futili motivi, tanto che i farisei domandano a Yeshùa se «è lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi». Yeshùa si rifà al disegno divino originale: «Non avete letto che il Creatore, da principio . . .» (Mt 19:4). L’Eterno, il Dio d’Israele, dice che «egli odia il divorzio». Questa è una chiara indicazione del disegno divino originale per la relazione uomo-donna. Abbiamo dunque due prospettive: quella umana, in cui l’uomo domina la società, che è maschilista, e quella divina, che auspica parità e unione.
La Scelta del Parto e l'Epidurale: Superare i Pregiudizi e Affermare la Consapevolezza
La discussione sulla sofferenza nel parto si estende fino ai giorni nostri, influenzando le scelte e le politiche sanitarie. L’International Association for the Study of Pain (IASP) descrive il dolore come un’esperienza sensoriale ed emotiva molto spiacevole. In poche parole, il corpo ci comunica che sta accadendo qualcosa che proprio non gli piace. Per fortuna, però, la medicina ha fatto passi da gigante e oggi ci fornisce tutta una serie di strumenti e di opzioni che annullano o alleviano il dolore in tantissimi e diversi casi. Questa lunga premessa ci serve ad arrivare a una conclusione assai ovvia: nessuno di noi vorrebbe mai provare dolore fisico.
Ciò che non cambia, però, è il pensiero dominante nella società, quello che vuole che la donna partorisca con dolore, senza alcun sollievo da questo. La domanda cruciale è: davvero il dolore può rendere una mamma migliore? A noi, sembra ovvio, che la risposta è no. Eppure quella domanda sul ricorrere all’epidurale o meno, si trasforma in un vero e proprio enigma per tutte le donne che si preparano a partorire. Interessante, in questo senso, è un articolo scritto da Stephanie H. Murray, la quale, lasciandosi consigliare dalla sua ostetrica, è ricorsa all’epidurale solo dopo 19 ore di travaglio e tanto dolore. Se avesse saputo prima che l’anestesia le avrebbe dato così tanto sollievo, ne è certa, sarebbe stata la sua prima scelta. Il motivo è che il dolore è da sempre considerato un‘esperienza naturale che tutte le donne che vogliono diventare madri devono vivere, quasi un rito di passaggio ineludibile.

Alla base di quelle che sono le scelte di partorire senza aiuti che allevino il dolore, ci sono sicuramente delle motivazioni religiose e culturali profondamente radicate. Certo, le cose sono cambiate, grazie anche alle numerose battaglie femministe che hanno sottolineato la vera natura dell’anestesia epidurale, ovvero quella di uno strumento fondamentale che permette alle donne di affrontare un parto naturale senza dolore, rendendo l'esperienza meno traumatica e più consapevole. Eppure, sono ancora tante, anzi tantissime, le persone che la pensano diversamente e le donne che, invece, scelgono la primordialità per mettere al mondo i propri bambini, talvolta per convinzioni personali, morali o religiose, talvolta per la mancanza di informazioni o di accesso.
Un rapporto pubblicato sul sito ufficiale del Consiglio della Provincia autonoma di Trento, ad esempio, rivela che solo il 16% delle strutture ospedaliere italiane, pubbliche e convenzionate, offre questo servizio alle donne incinte. A farne richiesta, però, sono molte di più, evidenziando un divario significativo tra la domanda e l'offerta. Al di là delle problematiche legate al nostro Paese, e delle decisioni delle future mamme che possono essere morali, personali o religiose, ci preme sottolineare che no, annullare il dolore non ci rende delle madri peggiori. Cancellare questo errore interpretativo, che ha legittimato per millenni una sofferenza non voluta divinamente, significa anche sfidare un anatema culturale che ancora oggi opprime la donna, privandola della possibilità di vivere un momento sacro con dignità e serenità.