La Bibbia è uno dei testi più conosciuti, dibattuti e, soprattutto, interpretati al mondo. Pagine e pagine sono state spese per l’esegesi del testo sacro alla ricerca della ‘verità’ di fede, e la concezione patriarcale della donna deve molto all’interpretazione biblica. O forse sarebbe meglio dire che le parole della Bibbia sono state utilizzate, manipolate, alla luce dello sguardo maschile. Tra i passaggi più controversi e influenti, Genesi 3,16, con la sua affermazione "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli," ha plasmato per millenni la percezione della maternità e del ruolo femminile, diventando una "maledizione perniciosa" e un'arma ideologica. Tuttavia, una rilettura più attenta del testo originale ebraico solleva interrogativi significativi sulla fedeltà di questa traduzione e sulle sue profonde conseguenze culturali e sociali.

Il racconto biblico della Genesi narra l'origine del peccato e le sue conseguenze. Inizialmente, il serpente, descritto come il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto, disse alla donna: "È vero che Dio ha detto: 'Non dovete mangiare di alcun albero del giardino'?". La donna rispose al serpente che dei frutti degli alberi del giardino potevano mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio aveva detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete." Ma il serpente replicò alla donna, affermando: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male."
Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Immediatamente, si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Successivamente, udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
Il Signore Dio chiamò l'uomo e gli domandò: "Dove sei?". L'uomo rispose di aver udito la voce di Dio nel giardino e di aver avuto paura perché nudo, e per questo si era nascosto. Dio riprese, chiedendo: "Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?". L'uomo rispose, attribuendo la colpa alla donna: "La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato". Il Signore Dio si rivolse alla donna, chiedendo: "Che hai fatto?". La donna rispose, incolpando il serpente: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato".
A seguito di questa trasgressione, il Signore Dio pronunciò le sue sentenze. Al serpente disse: "Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". Alla donna disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà". All'uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: 'Non devi mangiarne', maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!".
L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi. Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. Poi il Signore Dio disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!". Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita.

Il passo di Genesi 3,16, nella sua traduzione canonica, è diventato uno dei pilastri su cui si è fondata una specifica concezione biblica della donna, spesso subalterna e condannata. "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli" (Bibbia CEI) è la frase che, da qualche millennio, si è radicata nell'immaginario collettivo. Da questa maledizione, ancora oggi, molti uomini (e donne) traggono ispirazione per confermare il ruolo subalterno della donna rispetto all’uomo e per legittimare il dolore che le donne provano al momento del parto. Questo ha portato persino a crociate contro i metodi in uso per attenuare o impedire quel dolore, come l’analgesia epidurale, percepiti da qualcuno come "contro natura," quasi fosse nella natura della donna soffrire necessariamente per il parto.
L'idea che al parto sia legato il dolore è insita nella nostra cultura da millenni, portandoci a ritenere il momento della nascita di un figlio come ‘necessariamente’ doloroso. La sofferenza connessa al parto, come anche quella legata all’apparato riproduttivo in genere, vengono considerate una norma. Questa condanna della divinità dei cattolici, dunque, oltre che essere una maledizione religiosa, è un anatema culturale che ancora oggi incide moltissimo su come viene percepito il dolore della partoriente, e il dolore in genere, nella nostra civiltà.
L'EBRAISMO - Breve Riassunto
Tuttavia, non tutti sono d’accordo con l’interpretazione data a questo episodio. Erri De Luca, scrittore e giornalista partenopeo, profondamente appassionato del testo biblico, ha tradotto alcuni passi dell’Antico Testamento per i suoi studi e sottolinea come il termine ‘dolore’ sia stato utilizzato nella traduzione del testo biblico con lo scopo di forzare l’interpretazione e far trasparire un senso di condanna dalle parole di Dio. Da qualche millennio si spaccia questa notizia falsa, non che manchi dolore nel parto, ma manca invece la malintenzione punitiva della divinità.
In quel punto cruciale della storia sacra, da cui prende spunto la faccenda del peccato originale, la parola pronunciata nel giardino dice un’altra cosa. Essa dice alla donna che partorirà con sforzo, o fatica, affanno. Niente condanna al dolore di parto: la parola ebraica «ètzev», e suoi derivati, vuol dire sforzo, o fatica, o affanno. Questa non è una lettura o un’interpretazione personale di De Luca; la parola «ètzev» ricorre sei volte nella scrittura sacra. Quattro volte la si trova nel libro di Mishlé/Proverbi (5,10; 10,22; 14,23; 15,1), una volta nei Salmi (127,2) e, appunto, una volta nel giardino della Genesi. I riferimenti di queste sei occorrenze servono a poter verificare la sua affermazione: cinque volte i traduttori vari rendono «ètzev» con sforzo, o fatica, o affanno.
Si tratterebbe, dunque, della precisa intenzione dei traduttori di creare una punizione divina inesistente. Con deliberata intenzione le traduzioni maschili hanno inventato una volontà divina di punire la donna, di caricarle sopra il senso di colpa di un peccato originale da scontare con i dolori di parto. Il falso è lì da migliaia di anni e non è facilmente rimediabile. Erri De Luca, pur non sperando che le future traduzioni emendino l’abuso, si accontenta di sapere che non c’è volontà divina di punire quella prima donna, vertice di perfezione, con un maligno dolore. La parola ebraica ‘ètzev’ viene usata più volte nella Bibbia e sempre col significato di ‘fatica’ o ‘sforzo’, mentre in questo punto diviene una condanna di sofferenza per il corpo femminile. Quella che pensiamo sia una punizione, al contrario, è una semplice constatazione.
A sostegno di questa tesi, si può citare un altro luogo in cui ‟'etzev” ricorre: ‟Invano è per voi levarsi presto e coricarsi tardi, mangiatori di pane degli sforzi, mentre (Dio) darà al suo prescelto, che se la dorme” (Salmo 127, 2). Qui il dolore non c'entra niente, mentre è chiaro che chi fa una lunga giornata di lavoro alzandosi presto e riposando tardi, è un mangiatore di pane degli sforzi, non dei dolori. Mentre il preferito dalla divinità può stare al calduccio e ricevere senza sforzo. Questa evidenza dimostra come, con pochi utensili a disposizione, quali il testo originale in ebraico antico e una ricerca dei luoghi di apparizione e di uso di una parola certa, si possa leggere un passo della scrittura sacra, stracarico di pesi, e toglierne qualcuno.
È importante sottolineare, infatti, che non si tratta solo di una questione di ermeneutica biblica, ma ciò influisce molto sulla nostra concezione di donna e di parto. L'idea della condanna divina al dolore potrebbe divenire, nel giro di qualche generazione, un ricordo culturale o, per dirla con De Luca, un’arma con le polveri bagnate. Si potrebbe cancellare questo errore, perché mai più si giustifichi il dolore di un essere umano nel nome di un dio maligno. Per oggi, fino a dimenticarlo, la donna può sapere che non le era stata imposta alcuna pena aggiunta, ma uno sforzo più intenso rispetto alle altre creature viventi.

Il Signore Dio, oltre a enunciare le conseguenze del peccato, offre anche un’interpretazione della disarmonia che il lettore percepisce attorno a sé e soprattutto nelle relazioni fondamentali: uomo e donna, uomo e creato, uomo e Dio. Questa disarmonia ha nella logica del "desiderio degenerato" (bramosia) la sua origine. Il Signore Dio disse al serpente: "Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". Con la maledizione sul serpente si dichiara che la bramosia è nemica di Dio e dell’umanità (cfr. Gen 3,15).
La donna, che era stata creata per essere l’aiuto, colei che sta di fronte all’uomo e la portatrice della vita, vede la sua relazione con il proprio uomo ritratta da Yhwh Elohim in termini di bramosia: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio (tešûqâ), ma egli dominerà su di te» (3,16b). Il rapporto reciproco desiderato da Dio tra uomo e donna degenera nella presa dell’uno sull’altra. L’uomo è preso dalla donna come oggetto del proprio desiderio, dove il termine tešûqâ evoca un desiderio ardente, come ben evidenziato nel Cantico dei cantici (cfr. Ct 7,11), che ha in sé qualcosa di istintivo e di animalesco (cfr. Gen 4,7); mentre lei subisce il potere dominante di colui che vuole fare suo. Entrambi sono dentro un gioco di forza dove l’uno tenta di avere il sopravvento sull’altro riducendolo ad oggetto.
Yhwh Elohim, in questa fase, non dice nulla di nuovo, ma si limita a constatare con una sentenza quanto era già avvenuto: l’uomo lo aveva fatto con la donna nel suo “falso” canto d’amore in Gen 2,23, mentre affermerà presto il suo potere su di lei dandole un nome (cfr. 3,20). Il seguito di questo racconto non tarderà a dimostrare che la donna ripagherà l’uomo con la stessa moneta e, anche lì, il lettore constaterà che la realtà da lui conosciuta non sarà molto dissimile. Oggi è facile constatarne i frutti mortiferi nelle azioni criminali della violenza domestica e nel femminicidio. Anche la donna non viene certamente trattata meglio del serpente. Essa dovrà partorire tra i dolori e le pene. La questione se, prima della trasgressione, la donna partorisse figli in modo indolore, rimane aperta. Si tratta forse di una condizione instauratasi dopo la trasgressione, insieme al fatto che l’uomo, sfruttando l’attrazione della donna verso di lui, cercherà di dominarla? Un uomo che cercava di capire la causa di ciò che accadeva intorno a lui si interrogava, per esempio, sul motivo delle tremende sofferenze della donna durante il parto. Si tratta di una verità scientifica?

Quando la divinità dice alla donna "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze," il testo parla di una gravidanza moltiplicata. Questo può far riferimento al fatto che la donna proverà più di una volta i dolori del parto perché potrà avere più di un figlio, ma potrebbe anche far riferimento al fatto che nella relazione madre e figlio la donna metterà al mondo più volte lo stesso figlio. Il parto e ancor di più i mesi della gravidanza segnano un legame profondo tra madre e figlio/a. È nella gravidanza che sorge e si consolida la relazione fondamentale per ogni uomo e donna tra madre e figlio/a.
Se la logica del serpente, la bramosia, intacca questa relazione, trasforma l’amore di una madre per il suo figlio/a in una dipendenza simbiotica tanto da non permettere che il cordone ombelicale sia simbolicamente tagliato. La conseguenza sarà un figlio/a attaccato alle sottane della madre, detto in altri termini con l’immagine del racconto il figlio resterà inglobato nel mondo materno rappresentato dalla gravidanza. In questo senso la gravidanza si moltiplicherà non permettendo al figlio/a di venire al mondo come essere autonomo. Dio mette in guardia da una madre padrona che vuole gestire la vita del figlio/a sempre e comunque. Tutto ciò preannuncia sofferenze e lacrime, tanto per la madre quanto per il figlio/a. Prima o dopo però la legge della vita, enunciata in Gen 2,24 - «l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre…» -, si imporrà e la madre dovrà «partorire» suo figlio, cioè lasciarlo uscire alla propria autonomia. Dovremo arrivare a Gen 4,1 per constatare questo.
L'EBRAISMO - Breve Riassunto
Il momento meraviglioso del parto, inizio della vita, è anche un momento terribile e doloroso, carico di «pericolo» di morte: tale stridente dissonanza è sintomo di un dramma in atto. Per questo spesso nel linguaggio biblico i dolori del parto sono adoperati come segno misterioso dell’intervento salvifico operato da Dio (cf. Is 13,8; Is 42,14; Os 13,13; Mic 4,9-10; 5,2). La donna partoriente che mette al mondo la vita, dopo l'attesa nella gravidanza e il travaglio del parto, nella Bibbia è simbolo ricchissimo che unisce dolore e gioia, angoscia di fronte all'ignoto e speranza, paura della morte e stupore dinanzi alla vita nascente.
In alcuni testi, i dolori della partoriente esprimono il terrore dinanzi alla morte a causa dei nemici che cercano di distruggere il popolo (Ger 6,24, Is 21,3; cfr. Sal 48,7). Il profeta Geremia con l'immagine della partoriente evoca lo stupore sbigottito per le conseguenze dolorose del peccato (Ger 13,21; 22,23; 30,6; cfr. 13,27; 15,18; 17,9; 19,4-6; 23,9-12; 26,1-24; 28,1-17; 31,15; 32,32-35; 44,1-19).
Nel Nuovo Testamento, Gesù nei discorsi di addio ai discepoli, con il simbolo della partoriente, spiega il suo passaggio da questo mondo al Padre. Dice: «In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà» (Gv 16,20-23).
Questa immagine è davvero espressiva e ha la forza evocativa di particolari momenti della storia della salvezza. La partoriente, quando arriva il momento, vive nella sofferenza la gioia di "dare alla luce" il figlio che porta nel grembo. I discepoli, che soffrono per la partenza del loro Maestro, sanno che questa sofferenza è il passaggio necessario, doloroso come il travaglio del parto, verso una nuova nascita, che dona gioia. Gesù rincuora i suoi discepoli in modo che non si scoraggino quando sperimenteranno la tristezza e il disprezzo degli altri, che sono le prove che dovranno affrontare prima di giungere alla gioia finale. Lo stesso Pietro, che si tirò indietro quando venne riconosciuto come discepolo del Maestro e, poi, pianse amaramente il suo peccato (cfr. Lc 22, 54-62), esalterà il comportamento coraggioso dei primi cristiani: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove» (1 Pt 1,6).
Già Dio aveva detto alla prima donna, dopo il primo peccato: «Moltiplicherò dolori delle tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). Ma, in quella tragica occasione, Dio disse anche al tentatore: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gen 3,15). E, nella pienezza dei tempi, è venuto Gesù, nato da una donna (Gal 4,4). Maria, Vergine e Madre, lo diede alla luce senza dolore. Più tardi, ai piedi della Croce, per Maria giunse “la sua ora”: provò il dolore di essere Madre, facendo suo il dolore del Figlio. Divenne mediatrice della Redenzione. Non c’è mai stato dolore come il suo dolore (cfr. Lam 1,12), perché è stato pieno di un amore capace di cooperare a dare la luce della vita cristiana a milioni e milioni di uomini e donne di ogni razza e di ogni tempo. Colmi di fede, anche noi ci sappiamo guardati da Cristo risorto e, rinati con il Battesimo, viviamo la vita dei figli di Dio. Possiamo sperimentare le prove del dolore e della afflizione, ma non vogliamo che proprio nulla ci rubi la nostra gioia, come spesso ci ricorda papa Francesco, le cui parole iniziano la sua prima Esortazione apostolica: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù».
L'apostolo Paolo paragona le sue fatiche missionarie alle "doglie del parto," che vive in continuazione, per permettere alle persone, tramite il suo coinvolgimento personale nella missione, di accogliere il Vangelo, di vivere di esso fino a essere trasformati in vangeli viventi che comunicano Gesù (cfr. Gal 4,19). Applica poi questo simbolo alla creazione, la quale anela al suo pieno compimento entrando, dopo un doloroso travaglio che la libera dal male, in una nuova nascita: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (cfr. Rm 8,21-22). Nel libro dell'Apocalisse l'immagine/simbolo della partoriente descrive la lotta che Gesù risorto, tramite i suoi testimoni, conduce nella storia contro il male che causa dolore e morte, per realizzare la nuova Gerusalemme, dove regna la pienezza della vita. Il veggente vede «una donna incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (cfr. Ap 12,2). Questo parto non è facile né veloce, ma colmo di attesa e trepidazione, perché riguarda il trionfo di Cristo nella storia, il cui compimento si avrà alla fine dei tempi. La partoriente, spesso interpretata come Maria che dona al mondo Gesù, in realtà, è il popolo di Dio, la Chiesa, che nella storia, scontrandosi con le forze del male, identificate nel drago (cfr. Ap 12,3.4) va partorendo Gesù. Il simbolo della donna partoriente e della gravidanza come lotta del bene contro il male che si realizza nella storia, molto presente nel libro dell'Apocalisse, appartiene al genere Apocalittico. Si tratta di una letteratura che si sviluppa in periodi storici attraversati da gravi difficoltà e anche persecuzioni che minano la speranza.

Il dibattito sulla traduzione di Genesi 3,16 non è solo una disputa accademica, ma ha avuto e continua ad avere un impatto tangibile sulla vita delle persone e sulla percezione della donna. Storicamente, le traduzioni latine della Bibbia furono realizzate nello stesso periodo della Vulgata. Il testo "Multiplicabo erumnas tuas et conceptus tuos. Mons. Ed." (Imprimatur 1960) e "con dolore genererai figli" (Ed. S.) testimoniano una lunga tradizione interpretativa. La Bibbia CEI ripropone "gravidanze, con dolore partorirai figli," mentre un'altra edizione recita "gravidanze, con doglie dovrai partorire figliuoli."
È interessante notare come l'interpretazione biblica della concezione patriarcale della donna si sia evoluta, o perlomeno come si siano modificate le traduzioni. Un esempio significativo riguarda la seconda parte di Genesi 3,16: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà." Per millenni, questa frase è stata tradotta in modi che rafforzavano ulteriormente il concetto di subordinazione femminile. Ad esempio, la traduzione del 1960 recitava "sotto la potestà del marito." In alcune versioni precedenti al 1969, venivano soppresse due parole significative, "sotto" e "potestà," in un tentativo di ammorbidire il concetto. La Bibbia CEI, pur mantenendo un riferimento al dominio, mostra un'evoluzione rispetto a traduzioni più antiche.
Mons. Ed. S. osserva che non era tanto l'intenzione di salvaguardare l'autentico pensiero biblico, bensì di salvare Dio, o per meglio dire, Jahvé. Sino al XIX secolo, tradurre il testo biblico era un'impresa complessa, vincolata dal "rigido commento sacerdotale." Dopo il 1968, il pensiero è profondamente cambiato, e sono stati adottati approcci più opportuni. Di conseguenza, la Bibbia è stata mutata, sia pur parzialmente. Questa evoluzione suggerisce una consapevolezza crescente riguardo all'influenza delle traduzioni e alla necessità di un'accuratezza che vada oltre le interpretazioni preconcette.
Il falso, che la divinità condanni la donna a partorire con dolore, è lì da migliaia di anni e non è rimediabile facilmente. Tuttavia, c'è chi non è pessimista come Erri De Luca e pensa che se l’errore fosse universalmente corretto in tutte le Bibbie del mondo, la storia della condanna divina al dolore potrebbe divenire, nel giro di qualche generazione, un ricordo culturale o, per dirla con De Luca, un’arma con le polveri bagnate. Una sopravvivenza culturale di un’epoca in cui il dolore del parto era concepito come un "memento mori" a glorificazione di una bizzarra divinità. Cancellare, dunque, questo errore, significa operare perché mai più si giustifichi il dolore di un essere umano nel nome di un dio maligno.
Questo dibattito dimostra l'importanza di un'esegesi attenta e consapevole, non solo per la comprensione dei testi sacri, ma anche per il loro impatto sulla cultura e sulla società. La rilettura della Genesi non è semplicemente una questione filologica, ma un gesto di profondo significato che può contribuire a disarmare secoli di interpretazioni errate e a promuovere una visione più equa e compassionevole del ruolo della donna e dell'esperienza umana del parto.
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