L'evoluzione storica del reparto di ostetricia: dalle origini alla modernità

La pratica ostetrica getta le sue radici in un passato molto remoto. Sin dall'antichità, infatti, era risaputa la necessità di persone qualificate in grado di assistere le partorienti durante il travaglio. Poco si conosce della ginecologia in epoca greca, in cui l’arte ostetrica veniva praticata sia dalle levatrici sia dai medici, che traevano insegnamenti sia dall’Asia Minore sia dall’Egitto ed esercitavano le loro funzioni nei templi, specialmente quelli dedicati a Ilizia, Venere e Esculapio. Di particolare importanza erano tali divinità, difatti in scene tratte dall'antica mitologia le dee erano presenti durante il parto. Ben presto, però, Ippocrate gettò le basi della medicina scientifica, e anche l’ostetricia acquistò lo statuto di arte medica; molti studi ginecologici vengono infatti discussi negli stessi scritti ippocratici e vi si fa riferimento nel suo Giuramento, che recita “Non darò mai alla donna dei pessari per produrre un aborto”.

rappresentazione antica di un parto assistito

Il contributo della scuola anatomica e l'approccio romano

Un ulteriore contributo alla pratica ginecologica fu dato dalla scuola anatomica di Alessandria d’Egitto, in cui Erofilo ed Erasistrato erano impegnati nell’istruzione medico-scientifica delle ostetriche. La medicina a Roma fa inizialmente riferimento alla cultura medica etrusca, sebbene il contributo più grande fu dato dai medici provenienti dalla Grecia e da Alessandria d’Egitto. L’ostetricia e anche parte della ginecologia erano di solito affidate alle ostetriche, le quali acquistarono, come testimonia Plinio, tanta considerazione da essere poi chiamate medicae, e divenire quasi una classe a parte.

Durante il VII secolo, ai tempi di Numa Pompilio, venne istituita una nuova legge che sanciva l’obbligo di effettuare il taglio cesareo post-mortem, nell’estremo tentativo di salvare il feto. Col nome di "Cesoni" o "Cesari" si chiamavano coloro che erano nati dal taglio cesareo post-mortem, "Agrippi" quelli che nascevano in posizione podalica. Inizialmente le ostetriche si formavano da autodidatte sui testi di Celso e Galeno e solo in epoca imperiale cominciarono a frequentare "Scuole per Ostetriche", in cui insegnavano non solo matrone ma anche e soprattutto medici. Ciò è documentato nell’opera Gynaikeia di Sorano di Efeso, considerato il fondatore della ginecologia e dell’ostetricia. Ancora, descrive l’azione dei rudimentali ma importanti mezzi abortivi e contraccettivi da usare nel caso in cui la gravidanza mettesse in pericolo la vita della madre. Il testo ebbe uno straordinario impatto sulla letteratura medica del periodo tardo antico, tanto che venne tradotto e rielaborato da diversi autori, tra cui Mustione. La sua opera prende il nome di Ginaecya e differisce dall’originale perché indirizzata ad un pubblico meno colto e dunque priva di digressioni teoriche e termini medico-scientifici.

La figura dell'ostetrica nel Medioevo e nel Rinascimento

Gli studiosi del Medioevo, che si sono occupati del parto, hanno indicato l’ostetrica come il principale riferimento per la partoriente, colei che si differenzia dalle altre figure femminili presenti durante il travaglio. Le levatrici, infatti, vengono inserite anche nella rivisitazione della natività e del parto della Vergine Maria, tramandata dal testo dello Pseudo-Matteo. Nel racconto Maria entra nella grotta accompagnata da due levatrici, Zahel e Salomè; ciò attesta sin dall'antichità l'importanza e la necessità della presenza delle ostetriche durante il parto. La loro rilevanza è testimoniata anche dal fatto che furono onorate da principi e potenti, ma allo stesso tempo condannate da questi quando fallivano, e persino accusate di stregoneria e pratiche abortive. Nell’Occidente, ricordiamo un’opera attribuita ad Alberto Magno, ovvero il De secretis mulierum, che contiene riflessioni sulla fecondazione e considerazioni su gravidanza e parto di chiara matrice greca. In Italia, un personaggio di spicco in questo campo è Michele Savonarola, autore di due trattati di ostetricia, di cui uno per i medici e l’altro rivolto alle stesse donne.

Alessandro Barbero - I segreti dei Medici (p1 Doc)

Diverso fu l’apporto della medicina islamica. I medici arabi, specialmente tra l’800 e il 1200, svilupparono un'arte ostetrica molto più avanzata rispetto a quella della restante Europa. Tuttavia, mancando nella medicina araba studi anatomici, proibiti per motivi religiosi, si faceva riferimento agli scritti densi di errori di Paolo D’Egina, chirurgo e ostetrico bizantino. Il fiorire di arti e di scienze alla fine del Medioevo ebbe ripercussioni anche sulla medicina, tanto da stravolgere tutto quanto si era accumulato nei secoli precedenti. Per quanto riguarda l’ostetricia, il primo e più noto trattato fu Il giardino delle rose delle donne di Eucharius Rösslin. L’opera sintetizzava in modo semplice i punti essenziali dell’ostetricia, basandosi sugli scritti di Ippocrate, Sorano, Galeno, Avicenna, Alberto Magno e Savonarola. Il manualetto ebbe grande successo e fu pubblicato in diverse edizioni, tra cui la più nota è quella inglese di Richard Jones, pubblicata nel 1540 con il titolo The birth of Mankynde or the woman’s booke, che fu il vero manuale delle ostetriche europee per tutto il Rinascimento. Nell'opera sono presenti consigli igienici e di comportamento, si descrive il famoso “sgabello delle ostetriche” e si accenna al cesareo post-mortem. L’utero viene descritto come diviso in sette camere: le tre di destra davano vita al maschio, quelle di sinistra alla femmina, mentre da quella centrale si generavano mostri ermafroditi. Una portata ancor più innovativa caratterizza le opere del chirurgo francese Ambroise Paré e del suo allievo Guillelmeau, che ebbe il merito di aver diffuso e perfezionato il rivolgimento e l’estrazione podalica con la tecnica usata fino ai giorni nostri. Egli descrisse inoltre la placenta previa e consigliò di perforarla con le mani, fare il rivolgimento ed estrarre il feto per i piedi.

L'Illuminismo e la nascita della specializzazione ostetrica

L’Illuminismo fu artefice di un rilevante progresso scientifico e tecnologico, e portò allo sviluppo di una trattatistica medica basata su osservazioni empiriche e riflessioni cliniche. Alcune informazioni sulla storia del parto durante il Settecento ci sono date dagli scavi archeologici di Roccapelago, comune di Pievepelago (MO), grazie ai quali sono stati rinvenuti registri di natalità e mortalità risalenti a questo periodo. Da tali registri è emersa un’alta percentuale di morti infantili, spesso legate a parti gemellari o podalici. Spesso le complicazioni insorte durante la gravidanza o il parto causavano la morte della madre stessa. In questo secolo, infatti, l’introduzione di nuovi strumenti e di tecniche innovative non produsse gli effetti desiderati. Nonostante le difficoltà, l’ostetricia di questo secolo trovò la sua massima fioritura in Francia, dove fu coltivata da François Mauriceau e dal suo allievo Paul Portal. Mauriceau, in particolare, è rimasto famoso per una manovra utilizzata durante il parto podalico, che consiste nel girare il bambino e nell’infilare le dita nella sua bocca per tenere in tensione la testa prima di girarlo.

In Francia segnò una svolta Angélique du Coudray, famosissima sage-femme che fu incaricata, dal re Luigi XV, di formare tutta una nuova categoria di levatrici per ridurre la mortalità femminile e infantile durante i parti. Du Coudray creò un corso di formazione incentrato sulla pratica che durava circa due mesi. Famoso era il suo manichino che permetteva alle future sage-femme di fare pratica. Il Settecento segnò anche la nascita di una vera e propria specializzazione medica in ostetricia, sebbene le levatrici si formassero in "scuole" dove dovevano soggiornare per tre mesi e fare pratica sotto la guida di una "maestra". L'invenzione più rilevante di questo secolo, nel campo dell'ostetricia, è stata sicuramente quella del forcipe, strumento introdotto per la prima volta dalla famiglia inglese Chamberlen intorno al 1650. Per molti anni lo strumento fu tenuto segreto dalla stessa famiglia, finché Hugh Chamberlen, nel 1670, decise di svelarlo ufficialmente al governo francese. I forcipi dei Chamberlen erano provvisti di una curva cefalica per avvolgere la testa del bambino ma mancavano della curva pelvica di cui sono forniti i forcipi moderni. Dopo la sua rivelazione, l'utilizzo del forcipe rimase a lungo controverso e destinato soltanto agli ostetrici di sesso maschile, tra cui ricordiamo lo scozzese William Smellie, il quale contribuì a migliorare lo strumento, aggiungendo la curva pelvica e adottando la "chiusura all'inglese", che permetteva di inserire separatamente i bracci nella vagina. Tuttavia, Smellie ricevette le critiche di molte ostetriche inglesi, una delle quali, Elizabeth Nihell, lo accusò di dare un cattivo esempio alle giovani levatrici.

disegno storico dell'invenzione del forcipe</tagimg

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