La sera del 2 marzo 2006, nella quiete di Casalbaroncolo, una frazione nei dintorni di Parma, la serenità della famiglia Onofri fu spezzata in maniera definitiva. In una casa appartata, immersa nel silenzio della campagna, la vita del piccolo Tommaso Onofri, un bambino di appena 18 mesi, fu strappata in modo crudele e irreparabile, dando inizio a uno dei fatti più gravi della nostra storia criminale che fa ancora venire i brividi nonostante il tempo passato e le sentenze definitive. Tommaso viveva circondato dall’amore dei suoi genitori, Paolo e Paola, e dal fratellino maggiore Sebastiano. Quel luogo, che doveva rappresentare un porto sicuro, divenne il teatro di un evento tragico e inspiegabile, capace di sconvolgere profondamente il cuore di una nazione, confluendo rapidamente in un incubo.

Il rapimento e le prime ore di angoscia
Tre uomini fecero irruzione nell’abitazione, approfittando della sua posizione isolata. Armati e determinati, neutralizzarono i genitori e il figlio maggiore, legandoli e privandoli di ogni possibilità di reagire. Ciò che sembrava una semplice rapina si trasformò in qualcosa di ben più drammatico. Senza apparente ragione, i malviventi decisero di sottrarre il piccolo Tommaso, strappandolo dal seggiolone. Paolo, in qualità di papà, immobilizzato, non poté fare nulla per impedire l’atto. Le urla disperate della madre rimbombarono nella notte senza trovare risposta, mentre i rapitori scomparvero rapidamente nel buio. In pochi istanti, l’abitazione diventò un luogo di desolazione e paura. I genitori contattarono immediatamente le autorità, ma il terrore era ormai radicato nei loro cuori. Quella notte iniziò una frenetica ricerca del piccolo Tommy, con un paese sotto shock che si unì ai soccorsi. La notizia del rapimento colpì l’intera nazione, suscitando un’ondata di solidarietà e angoscia. Il volto innocente del bambino, mostrato in televisione, divenne il simbolo di un’ingiustizia che lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva. Tommy rappresentò per molti l’immagine di un’infanzia violata, una tragedia che il Paese non riuscì mai a dimenticare.
L’organizzazione fallimentare e le indagini
Le ricerche del piccolo Tommaso Onofri iniziarono immediatamente, con uno spiegamento straordinario di forze investigative. L’intero Paese seguiva con apprensione l’evolversi di un caso che sembrava sempre più complesso. Gli inquirenti lavorarono giorno e notte, cercando ogni possibile indizio per rintracciare il bambino. L’assenza di richieste di riscatto e la mancanza di comunicazioni da parte dei rapitori resero il caso ancora più enigmatico. Questo silenzio, carico di tensione, alimentava il timore che la situazione potesse precipitare. Gli investigatori si concentrarono innanzitutto sulla scena del crimine, raccogliendo prove e dettagli che potessero offrire una traccia concreta. Ogni oggetto fu esaminato con attenzione, ogni movimento ricostruito per individuare errori o imprudenze dei malviventi. La notizia del rapimento si diffuse rapidamente, scatenando una reazione senza precedenti. Centinaia di cittadini fornirono segnalazioni, spesso inutili, che tuttavia richiesero tempo ed energie per essere vagliate. Le forze dell’ordine, consapevoli dell’urgenza del caso, lavorarono con estrema cautela, cercando di distinguere le piste autentiche da quelle fuorvianti.
Nel frattempo, gli investigatori approfondirono le connessioni della famiglia Onofri, identificando possibili motivazioni per l’azione criminale. Una delle piste portò a Mario Alessi, un manovale con precedenti penali gravi, che aveva svolto lavori di ristrutturazione nella villetta di Casalbaroncolo. Questa ristrutturazione aveva alimentato l'idea assurda di ricchezza, agiatezza, disponibilità economica degli Onofri; denaro facile da ottenere per ribaltare la loro miserabile esistenza. Qualcosa era scattato quindi nella fantasia di Alessi, lui stesso padre, sposato con Antonella Conserva: sequestrare un bambino poco più piccolo del suo, usare la moglie come carceriera, nascondere il piccolo in un rudere freddo e buio, aspettando di riscuotere il denaro. Pura follia.
Commissari- sulle tracce del male-IL PICCOLO TOMMY
L’impronta digitale e la ricerca della verità
Sul piano investigativo, fu un'impronta digitale trovata sul nastro adesivo utilizzato per imbavagliare la famiglia Onofri a tradire i rapitori. Quella impronta apparteneva a Salvatore Raimondi, che a quanto pare si era tolto un guanto mentre stava cercando di tappare la bocca agli Onofri, per afferrare meglio il nastro adesivo. Gli investigatori già gli stavano col fiato sul collo visto che si indagava proprio sui muratori che avevano fatto alcuni lavori nella proprietà della famiglia poco tempo prima. La grafologia e l'analisi comportamentale si rivelarono strumenti preziosi per comprendere meglio le dinamiche del caso e i profili dei sospettati. Gli esperti analizzarono scritti e appunti riconducibili a Mario Alessi e agli altri coinvolti, cercando di individuare elementi che potessero rivelare tratti caratteriali o stati d’animo significativi. Ogni dettaglio, dalla forma delle lettere alla pressione esercitata sul foglio, venne studiato con attenzione.
Sebbene non vi fossero documenti direttamente legati al rapimento, lo studio delle scritture dei sospettati aiutò a rafforzare il quadro psicologico tracciato dagli investigatori. Gli esperti rilevarono segnali di calcolo e aggressività, elementi che contribuirono a confermare le conclusioni delle indagini tradizionali. L’integrazione tra queste discipline e le metodologie investigative permise di sviluppare un approccio più completo. Pur non rappresentando una prova diretta, l'analisi dei segni caratteriali si dimostrò un mezzo efficace per arricchire l’analisi del caso e fornire ulteriori elementi per comprendere le motivazioni dei responsabili.
La tragica scoperta: il destino di Tommy
Il 1° aprile 2006 segna l’epilogo più doloroso di una vicenda che ha sconvolto l’intero Paese. Dopo giorni di ricerche incessanti, il corpo senza vita del piccolo Tommy viene rinvenuto abbandonato in un campo nei pressi del torrente Enza. Un luogo isolato, scelto dai rapitori per disfarsi della vittima, trasformato ora nel simbolo della tragedia. Il ritrovamento avviene grazie alle indicazioni dei responsabili durante gli interrogatori, ponendo fine a ogni speranza di ritrovare il bambino vivo. La notizia, diffusa rapidamente, lascia sgomenti non solo la famiglia Onofri ma anche l’intera comunità.
Gli esami autoptici rivelarono che il piccolo fu ucciso, forse strangolato, a badilate, a calci oppure con un pugno, pochi istanti dopo il rapimento. Il muratore Mario Alessi dichiarò in seguito di aver organizzato il rapimento di Tommaso con l'intento di chiedere ai genitori un corposo riscatto, che gli sarebbe servito a pagare dei debiti. Gli eventi erano però precipitati nel giro di una ventina di minuti dopo il rapimento: Alessi disse infatti che il piccolo era stato ucciso perché piangeva e “dava fastidio”, oltre che per il timore dei rapitori di essere già braccati dalle forze dell’ordine. Il campo divenne immediatamente un luogo di dolore collettivo, con fiori e messaggi lasciati da cittadini sconvolti.

I responsabili e il processo definitivo
Mario Alessi, un uomo con un passato segnato da reati gravi, è stato condannato in via definitiva all'ergastolo per il rapimento e l'uccisione di Tommaso. Antonella Conserva, sua compagna, è stata condannata a 24 anni per il sequestro. Salvatore Raimondi, l’uomo che, insieme a Mario Alessi, rapì il piccolo Tommaso Onofri, ha finito di scontare la sua pena di vent’anni di carcere, inflitta in rito abbreviato per il sequestro, ed è tornato in libertà. Raimondi era stato arrestato, insieme a Mario Alessi e Antonella Conserva, la sera del primo aprile 2006, quando venne ritrovato il corpo di Tommaso Onofri.
La verità processuale ha messo nero su bianco i confini tra realtà e immaginazione. Durante il processo emersero dettagli agghiaccianti: Alessi descrisse l’omicidio con freddezza, mostrando un’indifferenza glaciale. La Conserva, pur riconoscendo il proprio coinvolgimento, tentò di ridimensionare il suo ruolo, mentre Raimondi fornì dettagli utili a ricostruire il crimine. Le testimonianze rivelarono la totale assenza di rimorso dei tre, che non hanno mai considerato le conseguenze delle loro azioni.
La realtà della libertà e il dolore dei familiari
Salvatore Raimondi ha lasciato il carcere di Forlì: in realtà aveva già finito di scontare la pena nel 2022 ma era rimasto in cella perché nel 2018 era stato condannato in via definitiva a 3 anni e mezzo per estorsione nei confronti di un altro detenuto. Raimondi ha beneficiato degli sconti previsti dalla “liberazione anticipata” e già dalla primavera dello scorso anno era in semilibertà: usciva la mattina dal carcere per andare a lavorare come operaio in una ditta di Forlì e rientrava la sera. Nel 2016 si è sposato in carcere con una detenuta, che deve ancora finire di scontare la sua condanna. “È passato dalla semilibertà alla libertà. Durante la pena, per sua scelta, non ha mai voluto richiedere permessi premio”, ha detto il suo difensore Marco Gramiacci.
La madre del piccolo Tommy, Paola Pellinghelli, intervistata dalla Gazzetta di Parma, ha espresso con forza il suo stato d'animo: “Prima o poi me l’aspettavo, visto che era già in semilibertà. Che si goda la sua vita, noi invece siamo condannati per sempre”. La donna ha aggiunto: “A nessuno dei tre auguro del male: se sono credenti, faranno i conti con Dio. Ma non voglio sentire parlare di perdono. Per me sono tutti e tre sullo stesso piano. Il 6 settembre Tommaso Onofri avrebbe compiuto 20 anni. Il piccolo Tommy dai grandi occhi azzurri e il faccino da angioletto, che per un mese tutta l'Italia e non solo sperò venisse ritrovato vivo e restituito alla sua mamma, sarebbe stato oggi un giovane uomo, forse uno studente universitario. Invece no. Il piccolo Tommy non è mai cresciuto”.
La vicenda del piccolo Tommaso resta impressa nella memoria collettiva come una delle pagine più cupe dell'Italia contemporanea, ricordando costantemente l'importanza di tutelare chi è più indifeso e la profonda ferita che crimini di tale entità lasciano in chi resta e nella società tutta.