Nella Storia dell’Arte la maternità è sempre stata motivo di rappresentazione, volendo dare valore ad un avvenimento che racchiude in sé il miracolo della vita. Questo tema, profondamente radicato nell'esperienza umana, ha attraversato secoli e culture, assumendo forme e significati diversi, ma mantenendo sempre un'eco della sua universalità intrinseca. Dalle raffigurazioni più antiche e sacre alle interpretazioni contemporanee che sfidano le convenzioni, la maternità si rivela un terreno fertile per l'espressione artistica, capace di evocare protezione, amore, creazione e, talvolta, anche dolore e controversia.

L'Archetipo Materno: Dalle Origini Sacre alla Rappresentazione Universale
Il concetto di maternità, come forza generatrice e principio di vita, affonda le sue radici nelle più antiche civiltà, dove le divinità femminili venivano venerate come portatrici di fertilità e abbondanza. In tali contesti, le rappresentazioni artistiche delle figure materne erano spesso intrise di un profondo simbolismo sacro, celebrando il ciclo della vita, della nascita e della rinascita. Questo legame tra il sacro e il naturale ha forgiato un archetipo che, pur evolvendosi, ha mantenuto la sua potenza evocativa attraverso i millenni.
Nonostante la mutevolezza delle epoche e delle sensibilità culturali, la maternità persiste come tema universale. Non è un caso che, come osserva il critico d'arte Vittorio Sgarbi, "il tema della maternità è universale e comunque l’iconografia della madre che allatta è trasversale a tutta la storia dell’arte, basti pensare alla Madonna con bambino rappresentata da duemila anni." Tutti veniamo da una madre, e l'idea che questo valore sia da respingere riguarda solo la mancanza di sensibilità da parte di chi si trova a decidere su temi così fondamentali. L'evidenza può essere cancellata solo dall’ideologia, ma la realtà della maternità rimane una verità incontrovertibile e, spesso, commovente.
Un esempio contemporaneo che cattura l'essenza di questo legame primordiale è la scultura di Andrés Lasanta, la quale realizza una rappresentazione toccante dell’abbraccio di una madre con il suo bambino. La donna stringe a sé il neonato in un gesto di protezione, come ad accoglierlo fra le sue braccia, per dargli amore e conforto. Questa immagine, pur moderna, risuona con l'eco di infinite rappresentazioni passate, testimoniando la persistenza di un gesto che travalica il tempo e le culture.

La Coesistenza di Sacro e Profano: Un Percorso nell'Iconografia Materna
Da tempo le raffigurazioni di quest’intimo legame rappresentano una miscellanea di scene quotidiane, accompagnate all’unisono da una più rigorosa iconografia religiosa. Infatti, se da tempo le raffigurazioni di quest'ultimo intimo legame rappresentano una miscellanea di scene quotidiane, accompagnate all'unisono da una più rigorosa iconografia religiosa, è importante mettere in luce come in un ormai lontano passato, e più precisamente durante il periodo medievale e rinascimentale, la narrazione figurativa occidentale a riguardo della maternità assumesse esclusivamente le sembianze della sacra Madonna col Bambino. Questa figura era un'inequivocabile e univoca illustrazione dei concetti di creazione, di purezza e di amore per il figlio, ma anche dello stesso legame col divino, in quanto la Vergine ha accettato incondizionatamente il suo destino di madre impostogli dall'alto dei cieli.
La coesistenza del sacro e del profano, a riguardo della suddetta tematica, si è imposta soltanto progressivamente. Questo cambiamento è avvenuto sicuramente grazie all’impulso di artisti del calibro di Caravaggio, che, durante il Seicento, rappresentò la maternità divina come un evento più umano e terreno. Nonostante questo “esordio”, il successo delle “Madonne profane” si concretizza soltanto tra fine Ottocento e Novecento, epoca in cui la raffigurazione dei comuni mortali si associa a una nuova visione della maternità, talvolta atta a mettere in luce anche aspetti di dolore e di sofferenza, ben riassunti dal racconto espressionista e dalla rappresentazione dell’inconscio di autori come Egon Schiele.
Un'attenta analisi comparativa rivela inedite affinità tra le più note Madonne col Bambino della storia dell'arte e successivi capolavori profani. Mediante la semplice associazione di luoghi, colori e gesti, possiamo riconoscere aspetti ricorrenti della maternità, un legame da intendersi come una vera e propria estensione della vita della donna, continuata in quella di un nuovo essere, che deve essere sapientemente forgiato con adeguate cure e attenzioni.
Affinità di Luogo: Dalla Stalla Sacra a Quella Quotidiana
Partendo da Giotto, iconico artefice de la Natività di Gesù (1303-05), affresco in cui, nonostante i molteplici punti d’interesse, la Madonna resta completamente assorta a guardare suo figlio. Questa azione trova collocazione all’interno di un paesaggio roccioso, dove si impone la presenza di una stalla lignea, nei pressi della quale appaiono anche un’inserviente, il bue e l’asinello, nonché Giuseppe dormiente, i pastori e il loro gregge e cinque angeli: quattro intenti a rivolgere gesti di preghiera al fanciullo appena nato, mentre il quinto si impegna a istruire i sovra menzionati pastori sull’evento miracoloso. Giotto, con la sua innovativa rappresentazione, apre la strada a una maggiore umanizzazione delle scene sacre.

Proprio la capanna di Giotto ci porta al luogo analogo in cui Giovanni Segantini ha ambientato il dipinto Le due madri (1889), opera in cui non è solo presente una maternità profana, ma anche un esempio animale del genere. Infatti, all’interno di una stalla illuminata da una lampada ad olio, ci appare una doppia visione della suddetta affettività: una giovane madre, seduta su di uno sgabello da mungitura e vestita semplicemente, è colta nel sonno intanto che custodisce amorevolmente il suo bambino tra le braccia, mentre, sulla sinistra del supporto, una vacca, catturata nel momento in cui si ciba da una mangiatoia, accosta il suo corpo a quello del suo piccolo vitello, colto a riposare tranquillamente quasi mimetizzandosi tra la paglia. Questo accostamento tra maternità umana e animale nella stessa ambientazione rustica sottolinea la naturalità e l'universalità del legame materno, trascendendo la dimensione puramente umana.

Affinità Cromatiche e Compositive: L'Oro di Cimabue e il Giallo di Van Gogh
Dalle affinità di luogo si passa adesso a quelle cromatiche, partendo con l’oro di Cimabue per giungere sino al “vicino” giallo di Vincent van Gogh, ovvero analizzando la Madonna di Santa Trinita (1260-80) e la Madame Roulin and Her Baby (1888). A proposito del primo capolavoro “brillante”, la tempera su tavola del maestro fiorentino immortala una Vergine collocata al centro della Pala, figura che è seduta su di un imponente trono architettonico, dal quale si mostra intenta a portare in braccio Gesù, Bambino che è circondato, insieme alla madre, da quattro angeli a destra e quattro a sinistra, mentre in basso prendono forma le figure dei quattro profeti realizzate a mezzo busto. L’importanza di questo capolavoro risiede nel fatto ch’esso rappresenta un chiaro esempio di pittura matura del maestro toscano, realizzata mediante stilemi capaci di innovare la precedente tradizione bizantina, atti a conferire alla figura umana un aspetto più naturale e meno stereotipato, pur mantenendo una forte valenza sacra e un uso sontuoso dell'oro.

Per quanto riguarda Van Gogh, invece, la sua opera brillante rappresenta un’indagine figurativa “a parte”, in quanto la sua visione del mondo, e di conseguenza della specie umana, è stata liberamente strutturata rispetto alla tradizione. Il tormentato artista olandese seguì esclusivamente i moti del suo animo, che, in questo caso, portarono alla creazione del vigoroso ritratto di Augustine e di sua figlia neonata Marcelle, ovvero una delle numerose opere che il maestro dedicò alla famiglia Roulin, realizzate circa sei mesi dopo il trasferimento dell'artista da Parigi ad Arles. Qui, il giallo intenso e le pennellate vibranti esprimono una maternità sentita e profondamente umana, lontana da ogni iconografia sacra, ma non meno potente nella sua celebrazione della vita e dell'affetto.

Affinità di Gesto: L'Allattamento tra Sacro e Profano
Il legame tra presente e passato ricorre nei gesti, in particolare quello dell’allattamento, colto sia dalla Madonna del latte (1324-25) di Ambrogio Lorenzetti, che dalla Maternità (1885) profana di Auguste Renoir. Il primo capolavoro è considerato essere ai vertici di una tendenza trecentesca, volta a rappresentare l’iconografia della Madonna del latte in maniera meno stilizzata e più realistica. In questo caso particolare, ciò si verifica perdendo la frontalità tipica delle icone bizantine, per rivolgere amorevolmente la Vergine verso il piccolo Gesù, in un gesto di intimità e nutrimento che è allo stesso tempo divino e profondamente umano.

La stessa dolcezza d’intenti, probabilmente, è stata perseguita dal sopra menzionato maestro francese, Auguste Renoir, il quale, nel dipinto del 1885, coglie l’occasione di immortalare un soggetto, che, protagonista di una serie di opere, è volto a raffigurare la sua futura sposa Aline mentre allatta il piccolo Pierre. Questo gesto naturale, così essenziale per la sopravvivenza del neonato e per il legame tra madre e figlio, viene elevato ad arte, sia nel contesto sacro che in quello profano, dimostrando la sua perenne risonanza emotiva e simbolica.

La Maternità al Vaglio del Contesto Sociale: Controversie e Nuove Interpretazioni
L'arte, in quanto specchio della società, non è esente dalle tensioni e dai dibattiti che animano il contemporaneo. La maternità, pur essendo un tema universale, può diventare in alcuni contesti un "segno di contraddizione," suscitando reazioni contrastanti e rivelando profonde spaccature ideologiche.
Il Caso della Statua a Milano: Un Gesto Naturale, Un Archetipo Controverso
Un esempio emblematico di questa tensione è la vicenda della statua raffigurante una donna che allatta, opera della scultrice Vera Omodeo, poi donata alla città di Milano dalla figlia dell’artista, Serena Omodeo-Salè. La scultura, intitolata Dal latte materno veniamo, raffigura una donna che allatta e ha generato un acceso dibattito. La statua della donna che allatta è segno di contraddizione perché richiama un gesto naturale odiato dai rivoluzionari, ma anche un archetipo religioso. Questa situazione evoca un parallelo storico, richiamando la lapidazione del protomartire Stefano, come descritto negli Atti degli Apostoli (Atti 7, 57-58): «Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo». Si parla del protomartire Stefano, ma si parla anche dei giorni nostri, dove un'opera d'arte può diventare oggetto di accesa disputa.
La vicenda è nota: la figlia della scultrice, ormai scomparsa, Vera Omodeo, dona alla città di Milano una statua della madre dal titolo Dal latte materno veniamo che raffigura una donna che allatta. La statua è la novella Stefano, i lapidatori sono i membri della Commissione tecnica del Comune che hanno rifiutato il dono. La statua non verrà posta in piazza Eleonora Duse come inizialmente auspicato. Queste le ragioni addotte dalla Commissione: «La scultura rappresenta valori rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, ragion per cui non viene dato parere favorevole all’inserimento in uno spazio condiviso».
Di fronte a tale decisione, il sindaco Sala esprime il proprio dissenso: «Chiederò alla commissione di riesaminare il parere; mi sembra una forzatura sostenere che non risponda a una sensibilità universale». Gli fa eco la figlia dell’artista, Serena Omodeo-Salè: «Quali siano i messaggi e i valori non condivisibili dal momento che la statua è del tutto priva di riferimenti religiosi: non procederemo alla donazione se la statua non sarà visibile alla cittadinanza». Questo pone un interrogativo fondamentale sul ruolo dell'arte nello spazio pubblico e sulla definizione di "universalmente condivisibile".
Interessante il parere di Vittorio Sgarbi: «Il tema della maternità è universale e comunque l’iconografia della madre che allatta è trasversale a tutta la storia dell’arte, basti pensare alla Madonna con bambino rappresentata da duemila anni. Tutti veniamo da una madre e l’idea che questo valore sia da respingere riguarda solo la mancanza di sensibilità da parte di chi si trova a decidere a Milano su questo tema.» Come è possibile sostenere che la maternità non sia tema universale dato che tutti veniamo dall’utero di nostra madre? L’evidenza può essere cancellata solo dall’ideologia, in questo caso quella che vuole tutelare le rivendicazioni LGBT. Quella donna che allatta esclude automaticamente le coppie gay maschili e gli uomini trans che si credono donna. E questo per i militanti arcobaleno è inaccettabile.
Curioso poi il riferimento alle sfumature religiose della statua. Su questo la Commissione ha ragione da vendere. La maternità è chiaramente fenomeno naturale, il più naturale che si possa immaginare. Però Cristo ha redento e quindi informato di trascendenza tutta la realtà naturale, compresa la maternità. La prima maternità ad essere divinizzata, trascesa, è ovviamente quella di Maria. Quindi il naturale con Cristo diventa soprannaturale - religioso per dirla con i tecnici di Milano - ma nello stesso tempo il soprannaturale svela agli uomini il senso profondo e naturale della maternità. È come per Gesù: vero Dio, ma anche vero uomo, ossia la perfezione dell’umano è espressa in Lui, è il paradigma perfetto dell’Uomo. Così la maternità di Maria è il paradigma perfetto della maternità. Ogni maternità, ogni mamma deve guardare a lei perché esempio perfetto. Ecco allora che ogni madre che allatta ed ogni immagine di madre che allatta inevitabilmente rimanda a Maria, perché è lei il paragone eccellente ed insuperabile ed è lei la fonte di ogni maternità, grazie a Gesù. Ecco allora che la statua della Omodeo diventa giustamente segno di contraddizione perché non solo richiama un gesto naturale - e natura è termine odiato dai rivoluzionari perché è un apriori non voluto dalla libertà dell’uomo e che quindi non si può piegare alla sua volontà - ma richiama anche un archetipo religioso sia per motivi culturali legati all’iconografia classica sia per motivi teologici, perché tutto ciò che è naturale viene da Dio ed è stato da Lui salvato.

Questo dibattito solleva questioni profonde sul rapporto tra arte, etica pubblica e libertà di espressione, mostrando come un tema apparentemente universale come la maternità possa essere filtrato attraverso lenti ideologiche diverse, portando a giudizi e decisioni controverse.
Maternità nell'arte
Nuove Prospettive e Forme Estetiche: La Maternità nell'Arte Contemporanea
Il soggetto della maternità continua ad essere molto in auge anche nell’arte contemporanea, evolvendosi in nuove forme e linguaggi espressivi. Gli artisti attuali esplorano il tema con una profondità e una varietà che riflettono la complessità della società moderna, superando le rappresentazioni tradizionali per abbracciare introspezioni personali, visioni filosofiche e persino critiche sociali.
La Maternità Come Mistero della Creazione e Evoluzione
Alberto Meli, ad esempio, sublima il significato di maternità nelle sue opere. Presenti tra le sue creazioni in discreto numero sin dagli esordi, le maternità di Meli, rese in una chiave plastica informale, sono concepite attraverso una profonda introspezione dalla lettura personalissima. La maternità di Alberto, apparentemente meno rassicurante di quella figurativa, è comunque efficace; richiede una più accurata e consapevole osservazione del soggetto e costringe alla ricerca del gesto materno e del suo simbolo. L’artista, ferma la sua e la nostra attenzione, sul prima: il mistero della creazione. Il corpo della madre non è un mistero nascosto, ma si svela lasciando intuire la vita che si muove nel suo grembo, destinata a creare un legame indissolubile.

Per Meli la maternità è parte di un mistero più grande, quello dell’universo. Egli immagina la maternità come parte della Genesi, quindi della creazione divina, che attraverso la teoria scientifica darwiniana, testimonia anche figurativamente l’evoluzione della specie, con la sua mutevolezza e trasformazione evolutiva verso un mondo altro: cosmico, ossia luogo dove l’uomo può approdare per compiere lo sforzo titanico ma appassionante di svelare i misteri dell’esistenza. Nelle maternità dello scultore Alberto Meli vi è anche una esaltazione della fertilità in senso lato, propria della natura in continuo divenire.
Similmente, artisti come Gabriele Donelli con la sua MATERNITÀ (2020) e Madeline Berger con MATERNITÀ 9 (2023) continuano a esplorare queste visioni, sebbene con stili e sensibilità diverse.
Forme e Desideri: La Maternità nel Contesto Personale
L'arte contemporanea permette anche di esplorare la maternità da una prospettiva molto personale e intima. La scultura Donna che porta la vita di Corbello, ad esempio, afferma con estrema chiarezza, e quindi senza lasciare alcun minimo dubbio nello spettatore, il compito del corpo gravido della protagonista, una culla volta a contenere, proteggere e nutrire, nonché successivamente dare alla luce, una nuova vita. In modo analogo è però avvenuto il “parto” dello scultore di Artmajeur, che, dopo aver concepito idealmente la suddetta opera ed averla alimentata con i suoi pensieri, ha preso in mano gli utensili per darle vita e forma concreta nel mondo reale.

Un’affine azione è stata compiuta da Pablo Picasso, il quale è stato similmente autore di un’immagine di vita per eccellenza, che, realizzata mediante il mezzo eternamente generatore dell’arte, si è concretizzata nella scultura titolata Pregnant Woman (1950), opera in gesso, legno e ceramica conservata presso il Moma (New York). In essa sono ben visibili i vasi che compongono i seni e l’utero dilatato dell’effigiata, probabilmente realizzati per esprimere una sorte di esaudimento del desiderio dell’artista di avere un terzo figlio. Di fatto, pare che all’epoca la compagna di Picasso, Françoise Gilot, con la quale egli visse tra il 1946 e il 1953, si rifiutasse di avere con lui un altro bambino, tanto che il celebre artista provò a convincerla realizzando proprio la suddetta scultura, che diventando a tutti gli effetti una sorta di totem della fertilità, purtroppo fallì nei suoi persuasivi propositi. Questa testimonianza artistica rivela come il desiderio di maternità possa permeare la creatività, diventando espressione di aneliti personali.

Nell'ambito dell'iperrealismo, Ron Mueck con la sua scultura Pregnant woman (2002), realizzata in fibra di vetro, silicone e capelli umani, ha saputo catturare una rappresentazione della gravidanza con un'attenzione maniacale al dettaglio, frutto dell'attento studio di una modella, di libri, di fotografie e di disegni a tema, “ricomposti” al fine di raggiungere la più perfetta modalità di esecuzione. La sua opera, pur non esprimendo un desiderio personale come quella di Picasso, indaga la fisicità e la vulnerabilità della maternità con una forza visiva straordinaria.

Prospettive Orientali e Universali: L'Amore Materno oltre i Confini Culturali
Seguendo gli esempi tratti dalla più classica tradizione figurativa occidentale, l'opera Madre (2022) di Jayr Peny potrebbe aver tratto ispirazione da capolavori di simile composizione, quali, ad esempio, la Madonna col Bambino (1320 circa) di Maestro di San Torpè, la Madonna con Bambino (1485 circa) di Lorenzo Di Credi, o la Madonna col Bambino (1445-50 circa) di Beato Angelico. Tuttavia, la ricerca di modelli di "Madre" non si limita ai pilastri dell’arte occidentale; essa si estende anche alla produzione creativa dell’Oriente.

A tale proposito, ci si imbatte nell’operato di Kitagawa Utamaro, pittore e disegnatore giapponese, considerato uno dei maggiori artisti dell'ukiyo-e, ovvero di quella tipica stampa a blocchi di legno. Mediante questa tecnica, Utamaro dette vita a Midnight: Mother and Sleepy Child (1790), capolavoro che, raffigurante l’armonioso amore di una madre per il figlio, fa parte della nota serie intitolata “Fuzoku Bijin Tokei”, letteralmente: Ustanze quotidiane delle donne. In tale contesto creativo proprio Midnight: Mother and Sleepy Child, concepito al fine di illustrare l’ora della mezzanotte, ha voluto raffigurare una madre che esce assonnata dalla zanzariera per occuparsi del figlio, che, estremamente assonato, si strofina gli occhi. La natura personale e quotidiana di tale soggetto ci dà la misura del nuovo interesse che emerse per l’individuo durante il periodo Edo, epoca in cui Utamaro mostrò tutta la sua dedizione verso gli studi di donne, ma anche per le più tenere immagini di madri e figli colti nella routine quotidiana. Questo dimostra come il tema della maternità e dell'amore filiale sia un universale umano, espresso con linguaggi e sensibilità proprie di ogni cultura.

Oltre la Maternità Biologica: Nuove Definizioni dell'Amore e della Cura
Le moderne affermazioni del femminismo hanno ampliato la comprensione della maternità, riconoscendo che non tutte le donne debbono necessariamente essere associate a essa in senso biologico, e che le forme di quest’ultima si sono ormai talmente allargate da legittimare il riconoscimento, negli animali da compagnia, di una sorta di continuazione del proprio essere. Senza esprimere giudizi di nessun tipo sulle scelte personali, ma trovandosi semplicemente in accordo nel celebrare la moltitudine delle forme di felicità umana, l'arte contemporanea esplora queste nuove declinazioni dell'amore e della cura.
Un esempio di questa prospettiva si può trovare nel dipinto Donna con un uccello (2021) di Anne Christine Fernand Laurent. Questo lavoro, pur non raffigurando direttamente una madre con il suo bambino, può essere interpretato come un omaggio alle diverse espressioni dell’amore e della cura, che possono assumere forme inaspettate e significative per l'individuo. L'artista sembra volere celebrare la capacità umana di nutrire, proteggere e amare, anche al di fuori dei tradizionali schemi familiari.

L'opera di Laurent appare come un apparente omaggio a capolavori storici come La Dama con l'ermellino (1488-1490) di Leonardo da Vinci e la Dama con liocorno (1505-6) di Raffaello. A proposito di quest’ultimo dipinto, La Dama con liocorno è ritratta al centro del dipinto, parte del supporto in cui ella assume una posizione di tre quarti, che, orientata a sinistra, le fa rivolgere lo sguardo verso destra. Oltre al suo viso, giovanile e regolare, i suoi lunghi capelli biondi, raccolti da un’acconciatura, scendono dietro la schiena poggiando su di un abito che presenta un ampio decolleté, sul quale si nota una collana preziosa, decorata con un grande rubino quadrato e una perla bianca. In questi ritratti storici, la presenza di animali simbolici o di compagnia eleva la figura femminile, conferendole attributi di purezza, regalità o, per estensione, una forma di cura e connessione affettiva che, pur non essendo maternità biologica, risuona con il medesimo spirito di protezione e legame profondo. Questi esempi dimostrano che il legame affettivo e protettivo, pur nella sua evoluzione concettuale, rimane un tema centrale e inesauribile nell'espressione artistica.
